RISARCIMENTO DANNI PATOLOGIE DA AMIANTO

DANNI DA AMIANTO

I danni risarcibili e la loro quantificazione

 

Questo articolo si prefigge di analizzare la problematica del risarcimento del danno da morte, nella sua più ampia configurabilità sia jure proprio che jure hereditatis, della vittima primaria e delle vittime secondarie. Quelle ignare vittime secondarie ma “non di secondo piano”, che hanno sovente trovato la morte per il solo fatto di vivere in luoghi ad alta contaminazione o per il solo fatto di aver lavato le tute da lavoro dei propri mariti. Verrà poi posto l’accento sulla importanza della valutazione attinente alla “intensità della sofferenza” patita dal soggetto che “consapevolmente” attende lo spirare della propria vita e ciò con particolare riferimento all’effettivo riconoscimento di un danno da perdita della vita oltre che di danno alla salute. Analizzeremo poi una serie di recentissime pronunce che hanno visto riconosciuta la responsabilità del datore di lavoro, sotto il profilo di cui all’art. 2087 del Codice civile, in casi in cui il lavoratore era poi deceduto per aver contratto una malattia asbesto correlata. Verrà, da ultimo, analizzata la problematica del cosiddetto “timore di ammalarsi” e il giusto riconoscimento del diritto a vedere tutelata la salute non solo del lavoratore ma anche dei familiari e dei cittadini (anche sani), vittime inconsapevoli di logiche economiche nei più significativi casi di disastro ambientale, quali Seveso e Casale Monferrato. La chiosa finale è dedicata agli interventi legislativi e non da attuarsi nell’immediato futuro al fine di bonificare il pianeta dall’amianto, ricordando che, come si evince dal manuale IARC, “all forms of asbestos (chrysotile, amosite, crocidolite, tremolite, actinolite, and Anthophyllite) are carcerogenic tu humans (Group 1)”, con la inevitabile conseguenza che solamente l’equazione “zero tollerance = zero risks” ci permetterà di poter salvaguardare la nostra salute.

 

SOMMARIO: 17.1 Il danno potenziale. 17.2 La tempesta e il danno esistenziale. 17.3 Il caso Superga e il Caso Meroni. 17.4 La Corte Costituzionale n 372/94 e l’art. 2059 c.c. 17.5 Le vittime secondarie: jure proprio e jure hereditatis. 17.6 Danno catastrofico e “uccidere è più conveniente che ferire”. 17.7 Danno alla salute e danno da perdita della vita: “when a blind man cries”. 17.8 La tragedia di Soverato e il danno da perdita della vita. 17.9 Corte di Cassazione n 9238/11: Industrie aeronautiche meccaniche e mesotelioma pleurico. 17.10 Tribunale Bergamo 28 giugno 2012: Macchine tessili da filatura e mesotelioma pleurico. 17.11 L’art. 2056 c.c. e il criterio di liquidazione equitativa del danno. 17.12 Corte di Cassazione n 8655/12: mesotelioma pleurico e Irving Selikoff. 17.13 Sentenze gemelle n 17172 e 17334/12: mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare. 17.14 Corte di Cassazione n 18472/12: carcinoma polmonare e incidenza causale del tabagismo. 17.15 Corte di Appello Milano n 3898/12: mesotelioma pleurico e infondatezza della teoria della “trigger dose”. 17.16 La paura di ammalarsi. 17.17 Corte di Appello Roma n 7131/08: Moliere e i riscontri oggettivi. 17.18 Tribunale di Latina n 515/09: Sì al danno post traumatico da stress: sì al danno post traumatico da stress: indennizzo INAIL e diritto del danneggiato al risarcimento dei danni differenziali e complementari. 17.19 Il Caso Seveso: tragedia italiana e la “morale” del “danno morale farsa”. 17.20 Processo Eternit: una speranza per chi vive ogni giorno nel timore di ammalarsi. 17.21 Corte di Cassazione, Sezioni Unite, n 794/09: ambiente non salubre e privazione della serenità e tranquillità. Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n 20620/2012: asbestosi e perdita della serenità. 17.22 Epilogo: World Trade Center e Bane.

 

 

17.1 Il danno potenziale.

Innanzitutto le persone che sono state esposte a polveri e fibre di amianto sono potenzialmente vittime della insorgenza di gravi patologie che, nella maggior parte dei casi, hanno un esito infausto.

L’evento dannoso è solo potenziale, perché non si è ancora prodotto, ma poiché è probabile che si produrrà, e si traduce nell’immediato in una perdita di chances, che condiziona oggi il futuro e le scelte di vita, comunque e in ogni caso determina un pregiudizio, che è dunque risarcibile con l’equivalente monetario.

La responsabilità di chi determina il pericolo di insorgenza di queste patologie, discende dalle norme di cui agli artt. 434, I comma, e 437, I comma, c.p. piuttosto che da quelle di cui agli art. 449, I comma, e 451, I comma, c.p., per le quali l’illecito di penale rilevanza si perfeziona con la semplice condotta pericolosa, che metta in pericolo la pubblica incolumità, con anticipazione della tutela del bene giuridico protetto per prevenire prevedibili aggressioni derivanti dall’incremento delle attività pericolose e dalla sempre più pressante necessità di salvaguardare settori e beni di interesse collettivo: la configurabilità di questi reati, anche astrattamente, determina la sussistenza della responsabilità aquiliana ex artt. 2043 e 2059 c.c., e ex art. 185 c.p., in combinato disposto con la norma penale che si assume violata, con conseguente obbligo di risarcimento di tutti i danni, siano essi esistenziali, morali, e alla stessa dignità della persona, senza necessità che sia insorta la patologia asbesto correlata.

17.2 La tempesta e il danno esistenziale.

C’è una tempesta che sta arrivando signor Wayne. E’ meglio che lei e i suoi amici percorriate i bassi fondi e se non lo farete, lei si ritroverà a chiedersi come avete potuto pensare di vivere così alla grande, lasciando così poco per tutti noi”. Ho voluto iniziare il mio commento sulla giurisprudenza in tema di danno da amianto dalla frase proferita da Selina Kyle, alias Catwoman, a Bruce Wayne, alias Batman, nel film “The Dark Knight Rises” uscito nelle sale cinematografiche americane nel luglio 2012 e in quelle italiane nell’agosto 2012. Si tratta del film che chiude la trilogia di Batman affidata dalla Warner Bros al noto regista Christopher Nolan. Ebbene quale è “la tempesta che sta arrivando”? E perché dobbiamo chiederci come abbiamo “potuto pensare di vivere così alla grande”? La “tempesta” è il noto intervento delle Sezioni Unite del 11 novembre 2008[1], che ha spazzato via dal nostro ordinamento la tanto discussa figura del cosiddetto “danno esistenziale”, quella categoria per la quale, sotto il profilo del quantum risarcitorio, avevamo pensato “di poter vivere così alla grande”. La tempesta ha ricondotto il sistema della responsabilità civile ad un sistema cosiddetto bipolare: danno biologico e danno morale all’interno della categoria del “nuovo” danno non patrimoniale da un lato e danno patrimoniale dall’altro. Ma la problematica che ci apprestiamo a percorrere nasce da una tipologia di danno, quello da morte che, come noto, secondo quanto studiato dalla psichiatria nordamericana, rientra nella scala DSM III degli eventi psicosociali stressanti, di sesto livello, che è, appunto, il grado più elevato. Si tratta di un danno rientrante nelle macropermanenti, atto a decretare la irrimediabile fine della vittima primaria (il lavoratore, nella maggior parte dei casi) e drammatiche conseguenze anche nei confronti delle cosiddette vittime secondarie (in primis i familiari –si pensi alle ignare mogli dei lavoratori decedute per il solo fatto di aver lavato le tute dei mariti- ma anche figli e semplici cittadini deceduti o gravemente ammalati, quali soggetti esposti perché residenti in luoghi ad alta contaminazione da amianto).

17.3 Il caso Superga e il caso Meroni.

Si badi bene che, nel nostro ordinamento, il riconoscimento del diritto al risarcimento da parte delle vittime secondarie “o da rimbalzo”, conseguente alla lesione del diritto di credito da parte di terzi, non era affatto pacifico. Prova ne è il fatto che la giurisprudenza, chiamata una prima volta a pronunciarsi sulla richiesta di risarcimento del danno avanzata dalla società “Torino Calcio” nel triste noto caso della caduta dell’aereo della squadra granata contro la Basilica, posta sulla collina di Superga, il 4 maggio 1949, rigettò la domanda della società attrice sul principio e presupposto che il diritto leso della società sportiva era un diritto relativo e non un diritto assoluto[2]. Mentre in un secondo caso, nuovamente drammatico e con ancora purtroppo protagonista in negativo il “Torino Calcio”, in conseguenza della prematura morte del calciatore Gigi Meroni. La “farfalla granata” o “l’ala Beat”, come venne soprannominato l’estroso calciatore, rimase vittima di un incidente stradale avvenuto in Corso Re Umberto, in prossimità del civico 46, il 15 ottobre 1967. Meroni venne investito dell’autovettura condotta dall’allora minorenne (la maggiore età era infatti di 21 anni) Attilio Romero, che per il destino della storia era un suo fan e abitava a soli tredici numeri civici dalla casa del calciatore e, da ultimo, diverrà proprio presidente del Torino Calcio nel giugno 2000. Ebbene questa volta la Corte di cassazione, con un revirement che ha fatto storia, con sentenza n 174/71 emessa dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di cassazione il 26 gennaio 1971, ammette, per la prima volta il principio (che mai più verrà messo in discussione nelle successive pronunce di merito e di legittimità), del risarcimento del danno per la lesione di un diritto soggettivo relativo, affermando che l’ingiustizia del danno deve essere intesa nella duplice accezione di danno prodotto non iure e contra ius, e statuendo la seguente massima: “Chi con il suo fatto doloso o colposo cagiona la morte del debitore altrui è obbligato a risarcire il danno subito dal creditore, qualora quella morte abbia determinato l’estinzione del credito ed una perdita definitiva ed irreparabile per il creditore medesimo. È definitiva ed irreparabile la perdita quando si tratti di obbligazioni di dare a titolo di mantenimento o di alimenti, sempre che non esistano obbligati in grado eguale o posteriore, che possano sopportare il relativo onere, vero di obbligazioni di fare rispetto alle quali vi è insostituibilità del debitore, nel senso che non sia possibile al creditore procurarsi, se non a condizioni più onerose, prestazioni eguali o equipollenti”.

17.4 La Corte Costituzionale N 372/94 e l’art. 2059 C.C.

E con riferimento proprio alla lesione del diritto di credito da parte dei familiari in conseguenza del decesso del congiunto, pronuncia focale è stata la sentenza n 372 emessa il 27 ottobre 1994 dalla Corte Costituzionale che ha riconosciuto la risarcibilità della lesione fisio-psichica subita dai famigliari delle vittime quale conseguenza del danno morale soggettivo e quindi in una concezione allargata dell’art. 2059 c.c.. Del resto proprio l’art. 2059 del Codice civile, norma di chiusura del sistema codicistico volto a disciplinare in soli diciassette articoli la responsabilità extracontrattuale, aveva fin dal 1942 creato non pochi problemi in tema di riconoscimento del danno morale, atteso che la stessa rubrica della norma, da un lato, “Danni non patrimoniali” e il testo, dall’altro, “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge” imponeva ipotesi risarcitorie dovute al “numerus clausus” fissato dalla norma e, come noto, limitate dall’art. 185 del Codice penale ai soli “casi derivanti da reato”. A ciò si aggiungeva la querelle di non facile soluzione dovuta alla concezione assolutamente restrittiva del nesso di causalità delineato dagli artt. 40 e 41 del Codice penale, che avrebbe dovuto essere considerato recepito dall’art. 1223 del Codice civile. Infatti, proprio per la concezione restrittiva del nesso di causalità, i danni subiti dalle vittime secondarie dell’illecito rimanevano esclusi dalla stessa formulazione dell’art. 1223 c.c., rubricato “Risarcimento del danno” che ne prevede il riconoscimento solo come “conseguenza immediata e diretta”. E di nessun aiuto era il richiamo operato dal primo comma dell’art. 2056 del Codice civile, “Valutazione dei danni”, che al primo comma, determina il risarcimento del danno al danneggiato “secondo le disposizioni degli artt. 1223, 1226 (“Valutazione equitativa del danno”- “Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa”) e 1227 (“Concorso del fatto colposo del creditore” –che al primo comma prevede “Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate”, eccezione, come noto, rilevabile ad eccezione di parte e, al secondo comma, “Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza”, eccezione invece rilevabile d’ufficio), ma che non richiama l’art. 1225 (“Prevedibilità del danno”), secondo cui “il risarcimento è limitato al danno che poteva prevedersi nel tempo in cui è sorta l’obbligazione”.

17.5 Le vittime secondarie: Jure proprio e Jure hereditatis.

Con l’affrancamento della “causalità civilistica”, oggi concepita alla luce della causalità giuridica, dalla causalità penale, devono considerarsi risarcibili tutti quei pregiudizi che non sono conseguenze eccezionali, anomale o abnormi dell’illecito. Si configurano così in capo alle vittime secondarie due poste risarcitorie: una “jure proprio” e cioè quel danno biologico subito dai familiari dovuto alla sofferenza patita in conseguenza della morte della vittima primaria. Sofferenza tale da aver cagionato una lesione all’integrità psicofisica (“suscettibile di accertamento medico-legale”, secondo la dizione di cui agli artt. 138 e 139 del D.lgs n 209/05, meglio noto come Codice delle Assicurazioni”) che, quale “danno evento” può essere provata con qualsiasi mezzo, ivi comprese le presunzioni (artt. 2727-2729 del Codice civile), “non degradate a prova di rango inferiore” (secondo quanto statuito dalle sentenze del novembre 2008). Ciò oltre il c.d. danno da lesione del rapporto parentale, quale componente del danno non patrimoniale, che viene liquidato (sempre sussistendone i presupposti e le necessarie allegazioni) secondo i “barehemes” stabiliti dall’Osservatorio per la giustizia di Milano, applicati in oltre sessanta distretti giudiziari del Paese, e eretti a “Tabella unica nazionale” dalla nota sentenza n 12408 del giugno 2008 della Suprema Corte. L’altra “jure successionis o hereditatis”, a patto che la vittima primaria abbia avuto percezione della imminente fine nell’apprezzabile lasso di tempo intercorrente tra la lesione e l’evento morte. Comprendiamo subito come nei casi invece in cui la vittima primaria sia deceduta immediatamente o non abbia avuto percezione dell’approssimarsi della fine, la domanda avanzata dai familiari “jure successionis” dovrà essere rigettata. Ma se “sulla consapevolezza della imminente fine” possiamo trarre qualche prova o anche solo un indizio dal rapporto delle autorità (se e quando intervenute), che hanno accertato il sinistro o dai referti dei sanitari che hanno prestato le prime cure alla vittima, sul concetto dell’apprezzabile lasso di tempo” chi può stabilire quanto “deve durare o essere lungo” il lasso di tempo per ritenere maturato in capo alla vittima il diritto di trasmettere ai propri eredi il risarcimento del danno?

17.6 Danno catastrofico e “uccidere è più conveniente che ferire”.

A fronte di una giurisprudenza di legittimità e, in adesione, di quella di merito, sempre granitica e univoca sul punto, affiorò un primo tentativo, da parte della giurisprudenza di inizio del nuovo millennio, di aggirare la questione del lasso di tempo, spostando piuttosto (e a ragione, aggiungiamo noi) l’attenzione sulla “intensità della sofferenza” patita dalla vittima nella consapevolezza dell’approssimarsi della inevitabile fine (cosiddetto “danno catastrofico”[3]). In sostanza negando il diritto al risarcimento del danno in capo ai familiari conseguente al decesso del proprio congiunto avvenuto immediatamente si avvalla il fatto che è più conveniente “uccidere piuttosto che ferire”[4] o “Fortunately for my client, the victim is died” [5] e, per usare le parole del Prof. Procida Mirabelli, a commento delle Sezioni Unite del novembre 2008 “per la Cassazione il diritto alla vita a differenza del diritto alla salute non è un diritto inviolabile della persona”.

17.7 Danno alla salute e Danno da perdita della vita: “when a blind man cries”.

E allora come possiamo e perché dobbiamo tollerare che la Carta Costituzionale, all’art. 32 prevede e giustamente tuteli “la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” e nessuna norma, soprattutto nei primi dodici articoli, non a caso rubricati come “Principi fondamentali”, tuteli il “diritto alla vita”. L’impasse nasce dal fatto che la giurisprudenza ha tenuto e tiene distinti il  concetto di “bene salute”, che consente una forma di tutela risarcitoria e di cui la morte non è la massima espressione intesa come lesione, dal “bene vita”, posta al di fuori del danno biologico e come tale non trasmissibile. E allora ecco che dobbiamo partire dall’art. 2 della Carta Costituzionale che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” per guardare, attraverso l’apertura dell’art. 10 della Costituzione, secondo cui “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”, per smettere di essere miopi non si deve “chiudere la porta” parafrasando la canzone “when a blind man cries” dei Deep Purple, limitando il “visus” ai confini nazionali e volgere l’attenzione alle normative sovranazionali. Del resto, già la direttiva n 477/83/CEE, emessa dalla allora Comunità Economica Europea, prevedeva norme in favore dei lavoratori esposti all’amianto che avrebbero dovuto trovare recepimento e applicazione negli Stati dell’Unione entro il 1 gennaio 1987 (l’Italia si rese inadempiente e subì da parte della Commissione Europea un procedimento di infrazione –n 240/89- e di condanna il 13 dicembre 1990 culminato con l’approvazione del D.lgs 277/91) e, oggi, le stesse Sezioni Unite del novembre 2008 al paragrafo 2.13, in adesione ai dettami già delineati dalle “sentenze gemelle” del 2003[6], consentono di interpretare l’art. 2059 del Codice civile in senso orientato volto non a classificare le tipologie di danno (che ora hanno solo fine meramente descrittivo della più ampia e omnicomprensiva categoria del nuovo danno non patrimoniale), ma come mezzo per “colmare le lacune della tutela risarcitoria della persona”. E quali sono le fonti sovranazionali cui dobbiamo guardare per colmare non una lacuna ma la lacuna per eccellenza presente nel nostro ordinamento id est la tutela del diritto alla vita? In primis la Carta di Nizza proclamata il 7 dicembre 2000 e rivisitata con una seconda stesura il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, (Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione, a cui il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre, assegna lo stesso valore giuridico del trattati). Il nucleo essenziale della tutela dei diritti primari dell’uomo è dettata nelle prime tre norme della Carta e del Trattato e precisamente: art. 1 secondo cui “il diritto alla dignità umana è inviolabile”; l’art. 2 “il diritto alla vita e, infine, l’art. 3 “il diritto alla integrità fisica e psichica della persona”. Che questo fosse il fine ultimo di tutela delle pronunce dell’Estate di San Martino, lo si evince anche dalla pronuncia n 20191 emessa il 12 dicembre 2008, ad un mese ed un giorno dalle Sezioni Unite, che qualifica il danno morale come riconoscimento di un danno posto a tutela di un “diritto inviolabile della persona ovvero all’integrità morale, quale massima espressione della dignità umana”. Del resto proprio quest’ultima pronuncia e le successive n 2352/2010 e n 5770 del 10 marzo 2010, questa volta in Sezione Lavoro, fanno tutte riferimento al summenzionato art. 2 della Carta Costituzionale in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza. E in questa ottica volgono i principali legislatori dei paesi europei, tra i quali la Francia che definisce il concetto di danno non patrimoniale come determinato da “compromissione delle abitudine di vita sociale e delle gioie normali della vita quotidiana. E se la giurisprudenza novembrina vuole dirci che “è meglio per voi che percorriate i bassifondi”  perché non solo non esiste un “diritto a vivere felici” (negando i principi di Melchiorre Gioia che, nel 1821 nell’opera “Dell’ingiuria dei danni, del soddisfacimento e relative basi di stima avanti i tribunali civili”, poneva al centro del suo originalissimo sistema risarcitorio, la felicità, i desideri, i piaceri personali, il benessere e, più in generale, le alterazioni dell’animo) ma non esiste neanche un “diritto alla serenità” (tema sul quale torneremo quando affronteremo il tema della “paura di ammalarsi), ancora una volta le indicazioni che ci giungono dalla dottrina transalpina sono di segno opposto. Basti guardare a “L’Avant Project Catala”[7], secondo cui l’art. 1379 del Code Civil, nell’elencare i pregiudizi economici non risarcibili quali le sofferenze interiori, il danno estetico[8] e il danno esistenziale, “guida” l’interprete a prendere in esame l’aspetto dinamico del danno con particolare riferimento alla protezione dell’individuo anche in prospettiva alle legittime aspettative di vita: situazione di tutela che si addice perfettamente ai lavoratori vittime di luoghi di lavoro insalubri per la presenza di amianto. Le Sezioni Unite del novembre 2008, al paragrafo 4.9, statuiscono che “il Giudice potrà invece correttamente riconoscere e liquidare il solo danno morale, a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni fisiche, alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, e che sia rimasta lucida durante l’agonia, in consapevole attesa della fine. Viene così evitato il vuoto di tutela determinato dalla giurisprudenza di legittimità che nega, nel caso di morte immediata o intervenuta a breve distanza dall’evento lesivo, il risarcimento del danno biologico per la perdita della vita (sent. n.1704/1997 e successive conformi), e lo ammette per la perdita della salute solo se il soggetto sia rimasto in vita per un tempo apprezzabile, al quale lo commisura (sent. n. 6404/1998 e successive conformi). Una sofferenza psichica siffatta, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione”. In verità il “vuoto di tutela”, a nostro sommesso avviso, è rimasto perché di lasso di tempo tra lesione e morte si continua a discutere. Forse la positiva novità è rappresentata dal riconoscimento della sofferenza psichica patita dal soggetto come di “massima intensità” e dal conseguente risarcimento della stessa sotto la voce del danno morale. Ecco che allora, dopo tanto immobilismo, finalmente la giurisprudenza di merito e di legittimità iniziano a prendere come riferimento certamente l’intensità della sofferenza patita dalla vittima prima del decesso e la consapevolezza della inevitabile fine indipendentemente dal lasso intertemporale tra lesione e morte, ma “anticipando”, questa volta, il momento in cui il soggetto, indipendentemente o meno dalla lesione, percepisce e prende purtroppo contezza dell’approssimarsi della morte.

17.8 La tragedia di Soverato e la tutela del danno da perdita della vita.

Già la sentenza n 1072 del 18 gennaio 2011, emessa dalla Suprema Corte, ha ripreso e ribadito con forza il principio della intensità della sofferenza, facendo propri i richiami della nota e citata sentenza 4783/2001, secondo cui in caso di danno da uccisione è risarcibile ai famigliari jure ereditatis il danno psichico subito dalla vittima, dopo il decorso di un intervallo di tempo anche molto breve tra le lesioni e la morte, quando si è accertata una sofferenza di tale intensità da configurare nella percezione della vittima un danno catastrofico ma finalmente, con ordinanza del 23 febbraio 2012 emessa dalla II Sezione del Tribunale di Catanzaro, il Giudice Tallaro compie una meticolosa e puntuale analisi delle modalità con le quali hanno trovato la morte tredici persone ospiti, tra i quali molti disabili e anziani, del camping calabrese “Le Giare” nel dicembre 2000. La sentenza mi è stata segnalata dal Dott. Giuseppe Buffone, in questo momento applicato presso il Tribunale di Varese, non a caso e non a torto magistrato che possiamo indicare tra i massimi esponenti della attuale e futura “nouvelle vague” della magistratura italiana, che ebbe a commentarla su www.dirittoegiustizia.it nel marzo 2012. La decisione calabrese prende in esame proprio il profilo critico del lasso intercorrente tra lesione e morte. Occorre brevemente ripercorrere il fatto. Il 10 dicembre 2000, in località Soverato in Calabria, in conseguenza della esondazione del torrente Beltrame, trovano la morte tredici persone per asfissia, come detto in gran parte disabili e anziani, alloggiati presso il Camping “Le Giare”. Tralasciamo l’excursus processuale e l’analisi delle singole poste risarcitorie compiute dal Tribunale, segnalando solo che è stato riconosciuto sia il danno jure proprio che quello jure hereditatis, per evidenziare, principale profilo che ci interessa perché connesso alla consapevolezza del decesso da parte della vittima, come il Giudice abbia individuato come l’annegamento in acqua dolce debba essere scorporato in cinque fasi: 1) fase di sorpresa; 2) fase della resistenza; 3) fase della dispnea respiratoria; 4) fase apnoica; 5) fase terminale. Fasi dopo le quali avviene la morte del soggetto in un intervallo di tempo tra i 3 e i 12 minuti. Come evidente le povere vittime dell’annegamento, proprio per la peculiare condizione fisica e per le modalità del decesso, si resero conto della inevitabile fine in modo lucido ma prima e verosimilmente senza subire alcuna lesione o lesioni tali da portarli a morte certa (situazione similare a quella del mesotelioma pleurico, che porta rapidamente a morte la vittima per soffocamento). L’intensità della sofferenza fu percepita non appena l’acqua iniziò a trascinare via i corpi dalla terra ferma: ciò conferma che tutelare la vita umana si può e si deve indipendentemente da “diktat” giurisprudenziali non in linea con le normative sovranazionali. Come sostenuto dal dott. Buffone, nel citato commento, “la verità è probabilmente, che la costruzione del danno morale terminale è destinata a sgretolarsi e a non reggere poiché, essenzialmente, ciò che si guarda nell’approccio risarcitorio non è la sofferenza del defunto bensì il fatto che sia stato privato della sua vita. Da qui l’opportunità di infrangere il dogma dell’irrisarcibilità in capo al deceduto della perdita della sua vita e di attribuire il danno attualmente riconosciuto come morale, a titolo di danno non patrimoniale da lesione del bene della vita, che resiste al suo dante causa quante volte ci sia una sfera giuridica soggettiva che eredita quella posizione decapitata del suo primario e supremo diritto. Peraltro la tralaticia argomentazione per cui –essendo strettamente connesso alla persona del suo titolare, non se ne potrebbe concepire la autonoma risarcibilità quando tale persona abbia cessato di esistere- andrebbe oggi superata alla luce della Legge 15 ottobre 2008 n 179[9], nel cui Preambolo si legge che –il diritto di ogni persona alla vita è un valore fondamentale in una società democratica– e si legge pure l’invito agli Stati sottoscrittori a –rafforzarne la protezione. Ebbene, nel mutato contesto normativo, dovrebbe ritenersi ammissibile (quale misura rafforzativa della protezione della vita) l’azione risarcitoria jure hereditatis del superstite per richiedere il danno da perdita della vita subito dal de cuius”.

17.9 Corte di Cassazione n 9238/11: Industrie aeronautiche meccaniche e mesotelioma pleurico.

E con riferimento alla risarcibilità dei danni subiti dalle vittime secondarie del lavoratore che è rimasto vittima di patologie asbesto correlate a seguito del lavoro svolto presso una nota industria aeronautica meccanica, la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza n. 9238 del 22 aprile 2011, ha chiarito come si debba aggiungere alla ‘integrale riparazione’ della ‘effettiva entità del pregiudizio’, ‘valorizzando pertanto, nell’ottica di un risarcimento personalizzato, la penosità della sofferenza, le quotidiane difficoltà, le cure estenuanti e l’assenza di ogni prospettiva di guarigione, proprie di una persona affetta da una grave forma tumorale maligna ad esito infausto, che lo aveva condotto alla morte dopo quasi tre anni di malattia’ e affermando il diritto agli eredi ‘di un danno non patrimoniale iure hereditatis’ e al tempo stesso con il ‘contestuale riconoscimento iure proprio di un danno non patrimoniale per la morte del congiunto’ e il relativo quarto motivo del ricorso veniva pertanto rigettato poiché[10] “viene qui in rilievo la tutela riconosciuta ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (articoli 2, 29, 30 Cost.) a seguito della perdita del rapporto parentale; situazione dalla quale palesemente possono emergere danni non patrimoniali tutelabili ex articolo 2059 c.c. e per la cui liquidazione devono essere considerati un complesso di elementi (età della vittima, grado di parentela, particolari condizioni della famiglia, convivenza ed età dei familiari) idonei a dimensionare il risarcimento all’effettiva entità del pregiudizio sofferto (cfr. ad es. Cass. n. 8827/2003; Cass. n. 8828/2003; Cass. n. 28407/2008)”. La Corte di Appello genovese aveva riconosciuto agli eredi, a titolo di risarcimento iure proprio, l’importo in favore di ciascuno di Euro 150.000,00 e ad entrambi in solido, a titolo di risarcimento iure hereditario, l’ulteriore somma di Euro 76.000,00. Non si deve infatti dimenticare che chi vive a stretto contatto con un soggetto colpito da asbestosi, ne percepisce il lento spegnersi e la crescente difficoltà respiratoria che portano, sostanzialmente, al culmine della malattia ad una “morte per asfissia” ed è fatto notorio che la vittima non decede immediatamente ma consente al soggetto di rendersi conto, prima di perdere conoscenza, di ciò che sta per accadere. Quindi i familiari dei lavoratori esposti e di quelli che hanno contratto patologie asbesto correlate hanno diritto ad ottenere il risarcimento di tutti i danni non patrimoniali per lesione del vincolo parentale e dei rapporti affettivi (sia jure proprio sia jure hereditatis, quest’ultimo con riferimento al riconoscimento di quella sofferenza di massima intensità che, notoriamente, il malato prova d’innanzi alla morte, di cui ne ha percepito inesorabilmente l’approssimarsi), che sono riconducibili alla inviolabilità garantita dagli artt. 2, 29, 30 e 31 della Costituzione e che debbono essere risarciti a titolo di responsabilità extracontrattuale, così come già affermato dalla Corte di Cassazione, terza Sezione Civile, Sentenze n. 8827[11] ed 8828[12] del 2003, che vengono costantemente richiamate nelle decisioni della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, oltre che dalle Sezioni Unite, prima con la Sentenza 6572 del 2006, e poi con la Sentenza 26972 del 2008, cui fa esplicito riferimento[13], che si aggiunge al danno morale, poiché i vincoli parentali e quelli familiari trovano nella Carta Costituzionale il loro riconoscimento più elevato e la loro formale consacrazione ed efficace tutela, la cui lesione determina, nell’ambito della interpretazione costituzionalmente orientata della norma di cui all’art. 2059 c.c., in combinato disposto con le norme di cui agli artt. 29 e 30 della Costituzione l’obbligo dell’integrale ristoro, e perché nessuna offesa di questa natura, rilevante sul piano dell’ordinamento, deve infatti rimanere sfornita di apprezzamento risarcitorio (quale che sia poi la concreta tecnica adoperata per la liquidazione), che deve portare ad una adeguata personalizzazione del danno” in base alla peculiarità del caso concreto poiché “è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione”. La personalizzazione del danno è fondamentale per consentire al soggetto vittima della lesione e ai di lui familiari di ottenere quel “quid pluris” monetario, delineato dagli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni rispettivamente nella misura del 30% (art. 138 comma 3 D.lgs 209/05 per le lesioni di non lieve entità) e nella misura di 1/5 (art. 139 comma 3 D.lgs 209/05 per le lesioni di lieve entità) da parte del Giudice in aggiunta alla omnicomprensiva liquidazione del danno biologico+danno morale, secondo le tabelle milanesi. Ma non si tratterà di un riconoscimento e di una valutazione automatica da parte del Giudice (che tendenzialmente liquiderà tutti i pregiudizi subiti dal danneggiato e dai danneggiati all’interno della voce unitaria di danno non patrimoniale “descritta” dal danno morale) ma, trattandosi di danno evento, sarà onere del danneggiato creditore fornire elementi di prova e allegazioni tali da giustificare la ulteriore consistenza delle sofferenze fisiche e psichiche patite.

17.10 Tribunale Bergamo 28 giugno 2012: Macchine tessili da filatura e mesotelioma pleurico.

E ancora con riferimento ad un caso di mesotelioma pleurico, si è pronunciato il Tribunale di Bergamo, Sezione Lavoro, con sentenza del 28 giugno 2012 (oggetto peraltro di commento di Stefano Rossi, “Morte da amianto e risarcimento jure hereditatis”, il 23 settembre 2012 su www.personaedanno.it), in cui gli eredi di una lavoratrice hanno ottenuto il risarcimento conseguente al decesso della stessa in dipendenza di una patologia asbesto correlate. I familiari, in qualità di eredi della lavoratrice deceduta, avevano convenuto in giudizio una azienda che operava nel settore tessile, per sentirla dichiarare tenuta e conseguentemente condannare al risarcimento del danno biologico, del danno morale sofferti in vita dalla de cuius e acquisiti jure hereditatis, per violazione degli artt. 2043 d 2087 del Codice civile, quantificati nella complessiva somma di € 836.448,75. In fatto i ricorrenti deducevano che la vittima aveva lavorato per ben 38 anni (e precisamente dal 13 dicembre 1941 al 29 giugno 1979), con mansioni di operaia su macchine tessili da filatura e tessitura, sulle quali erano stato utilizzato amianto sugli impianti frenanti. I ricorrenti deducevano altresì che, nell’ambiente di lavoro, i sistemi volti ad aspirare e inertizzare le polveri di amianto era inesistenti così come non erano stati forniti ai lavoratori i sistemi di protezione individuale. La de cuius era poi deceduta per mesotelioma pleurico nel marzo 2007. L’INAIL aveva accertato la dipendenza da causa di lavoro della patologia, erogando la rendita in favore dei superstiti. La azienda convenuta, costituendosi, in primis eccepiva l’infondatezza della domanda risarcitoria, essendo il danno già stato indennizzato dall’INAIL e, nel merito, chiedeva il rigetto della domanda. Espletata l’attività istruttoria a mezzo prove testimoniali e consulenza tecnica, il Giudice accoglieva la domanda dei familiari della lavoratrice nei seguenti termini. Preliminarmente veniva rigettata l’eccezione di avvenuto indennizzo del danno da parte dell’INAIL in quanto, come noto e per costante giurisprudenza, detto indennizzo non comprende il danno morale e non esaurisce il risarcimento del danno spettante all’assicurato. Peraltro, dall’esame della documentazione prodotta in giudizio, l’Istituto previdenziale aveva materialmente erogato solo la rendita ai superstiti di cui all’art. 85 del D.P.R. n 1124/1965, che non può certo essere detratta dal risarcimento richiesto in sede civile, ove i ricorrenti hanno domandato unicamente il risarcimento del danno biologico e del danno morale maturati in vita dalla lavoratrice. Detta disposizione prevede, in favore dei superstiti che si trovino nelle condizioni di cui all’art. 106 di detto D.P.R., nel caso in cui l’infortunio o la malattia professionale ha come conseguenza la morte, una rendita ragguagliata al cento per cento della retribuzione determinata secondo i criteri di cui ai successivi artt. 116-120. La conforme giurisprudenza di legittimità[14] ha chiarito che la funzione della rendita “è palesemente quella di sopperire, sostituendo la retribuzione dell’infortunato, alle necessità economiche dei superstiti”. La stessa sentenza n 18820/08 della Suprema Corte qualifica la rendita INAIL come diritto jure proprio e non destinata a coprire danni diversi da quelli patrimoniali, connotata da cinque caratteristiche: a) il diritto non appartiene al patrimonio del de cuius ma nasce “alla e per la morte dell’assicurato”; b) i titolari del diritto sono determinati direttamente dalla legge; c) l’attribuzione della rendita avviene per capi e non per stirpi: valgono in sostanza le esigenze previdenziali di ciascuno; d) in caso di passività, l’indennità erogata non si confonde con il patrimonio del de cuius; e) la rendita compete ai superstiti indipendentemente dalla liquidazione elargita al de cuius. Nel merito il Giudice ha accolto la domanda. Occorre evidenziare che, proprio per la delicatezza della materia e per la difficoltà di prova del nesso causale tra esposizione all’amianto e decesso dovuto al lunghissimo periodo di latenza intercorrente tra principio di malattia e morte del lavoratore, in giudizio deve essere fornito ogni elemento utile volto a descrivere l’ambiente di lavoro (spesso mutato dato il lungo tempo intercorso e, frequentemente, per la cessazione della attività da parte della azienda) e i mezzi di protezione forniti dal datore di lavoro al dipendente. Nel caso di specie, l’analisi di tutte le prove espletate ha confermato, al di la di ogni ragionevole dubbio, che la lavoratrice era impegnata ai telai con mansioni di tessitrice. La lavorazione spigionava polvere e, come spesso accadeva anche in altre lavorazioni, la polvere veniva rimossa con pistole ad aria compressa: operazione che veniva compiuta dai dipendenti senza che agli stessi fossero fornite le mascherine protettive da parte della azienda. Mascherine che, probabilmente, pur non eliminando del tutto il problema, quanto meno avrebbero ridotto di molto l’inspirazione delle polveri di amianto. Desideriamo riportare quanto accertato dal nominato consulente tecnico per specificare come, nonostante si fosse a conoscenza della nocività dell’amianto, ancora negli anni novanta, “i sistemi frenanti installati sulle macchine tessili fossero di “tipo meccanico a sfregamento dotati di guarnizioni costituite da materiali contenenti amianto” e, in particolare, come “i filatoi erano dotati di freni a nastro in amianto azionabile manualmente; sui ritorcitoi era possibile arrestare ogni singolo fuso spingendo con il ginocchio un pattino frenante dotato di guarnizioni in amianto; la roccatrice era dotata di freno a ganascia di tipo automobilistico contenete amianto; tutti i telai utilizzati nella seconda metà del secolo scorso possedevano sia frizioni che freni con guarnizioni a base di amianto”. Si deve poi considerare che i lavoratori delle aziende e delle fabbriche, proprio per la produzione industriale cui dovevano fare fronte, erano impegnati in ambienti di lavoro molto grandi (capannoni, hangars etc.), nei quali erano presenti e in funzione un elevato numero di macchine e ogni operaio lavorava su più filatoi, roccatrici o telati ed inoltre la frequente usura delle guarnizioni richiedeva interventi sostitutivi altrettanto frequenti (v. relazione c.t.u.), con conseguente inalazione delle fibre di amianto. Se a ciò aggiungiamo che la azienda convenuta (come peraltro la quasi totalità delle aziende del nostro paese) non obbligava le proprie dipendenti ad indossare le mascherine, è intuibile desumere la sussistenza di una colpa specifica in capo al datore di lavoro. Per quanto attiene agli impianti di areazione, come abbiamo detto, la difficoltà della prova attiene al mutato stato dei luoghi in cui la lavoratrice aveva operato (ricordiamo che era stata assunta nel 1941 era in pensione dal 1979 e deceduta nel marzo 2007: la causa era stata incardinata nel 2010, a oltre trenta anni di distanza dall’ultimo stato dei luoghi in cui la de cuius aveva svolto le proprie mansioni), pertanto, sulla base delle prove fotografiche in atti, nell’impossibilità “di stabilire quali e quanti impianti di areazione fossero installati nel periodo lavorativo” in cui aveva operato la de cuius e, parimenti, nella impossibilità di “affermare la congruità di tali impianti rispetto alla volumetria dei locali ed al numero delle macchine”, si era giunti a ritenere, sulla base di presunzioni gravi precise e concordanti che “l’ambiente lavorativo fosse polveroso e non sufficientemente protetto”. Il consulente, da ultimo, aveva comunque ritenuto sussistente il nesso di causa tra il mesotelioma pleurico e il decesso della de cuius, come causalmente determinato dall’attività lavorativa svolta presso la azienda, essendo state escluse altre possibili concause. In punto di diritto, il Tribunale ha ritenuto sussistente la responsabilità dell’azienda, ai sensi della norma cardine di cui all’art. 2087 del Codice civile, “per aver consentito alla lavoratrice di operare in condizioni di pericolosità ambientale, essendo indubbia la pericolosità dell’amianto per la salute, che risulta sin dal R.D. 14.6.1909 n. 442 in tema di lavori ritenuti insalubri per le donne ed i fanciulli”. Non dimentichiamo poi che l’asbestosi è stata inserita dalla Legge n 455 del 1943 tra le malattie professionali tabellate come “potenzialmente mortale, causa sicura di una abbreviazione della vita, quanto meno per le patologie respiratorie e cardiache ad essa correlate”[15]. In base a tali previsioni normative, che contengono una presunzione di generale pericolosità delle polveri, indipendentemente dalla situazione particolare dell’amianto, seppur in giudizio non è stato possibile accertare o meno la sussistenza di una specifica conoscenza da parte dei responsabili dell’azienda della nocività dell’amianto quanto meno sotto un profilo penalistico di dolo eventuale, è però emerso in modo incontrovertibile che non furono adottate tutte quelle misure idonee a preservare i propri dipendenti dal generale pericolo di inalazione delle polveri di qualunque tipo. Si tratta di una tipica ipotesi di responsabilità omissiva posta in capo alla azienda per non aver adottato tutte quelle misure, imposte dalla normativa del settore, atte ad eliminare o quanto meno ridurre significativamente la fonte di rischio, ovvero l’inalazione delle polveri, e in particolare di quelle di amianto. Per quanto concerne invece l’adeguatezza dei sistemi di areazione in numero sufficiente in rapporto al numero delle macchine ed alla volumetria dell’ambiente, si è dovuto fare ricorso all’uso di presunzioni che hanno ragionevolmente condotto il giudicante, unitamente alla mancata distribuzione di mascherine ai lavoratori, a ritenere che la presenza degli stessi avrebbe, se non impedito, comunque attenuato o limitato l’inalazione delle polveri. Come noto, infatti, nel giudizio civile “il nesso di causalità tra la condotta e l’evento dannoso deve essere affermato non solo quando, secondo un giudizio di probabilità, questo non si sarebbe verificato ove l’azione doverosa fosse stata compiuta, ma anche quando l’evento stesso si sarebbe realizzato in epoca diversa o con minore intensità lesiva[16]. Inoltre, è sicuramente vero che, in materia di colpa e di esigibilità dell’osservanza delle regole di condotta, l’agente modello cui fare riferimento è quello del momento in cui è stata posta in essere la condotta che ha infranto la regola cautelare, dovendosi quindi tener conto dello stato della scienza e della tecnica dell’epoca. Tuttavia, il problema della non esigibilità della condotta diviene mal impostato quando risulti che niente o quasi era stato fatto in ordine al problema delle polveri[17]. Pertanto, nella situazione in esame, non può escludersi, ed anzi appare ragionevole ritenere, che l’eventuale utilizzo delle maschere, sia pure di quelle esistenti all’epoca, così come l’installazione di impianti di areazione, avrebbe, se non impedito, quanto meno ritardato l’insorgenza della patologia o limitato gli effetti dannosi”. Dopo aver esaminato la sussistenza della responsabilità in capo alla convenuta nella causazione della patologia che ha determinato la morte della lavoratrice, il Tribunale passa ad esaminare il profilo del quantum risarcitorio. Come vedremo anche in questo caso si pone il problema inerente il risarcimento del diritto jure hereditatis, oggetto della parte introduttiva del nostro commento. Infatti la azienda aveva sostenuto, fin dalla propria memoria di costituzione che la morte della lavoratrice sarebbe avvenuta pressoché istantaneamente con la diagnosi e la comparsa della patologia tumorale con conseguente rigetto della domanda di ristoro del danno biologico permanente e una liquidazione del solo danno biologico terminale commisurato, seppur con attenzione al criterio della personalizzazione del danno, alla sola inabilità temporanea. Fortunatamente il Tribunale si è mostrato di contrario avviso, dapprima rilevando come tutte le sentenze di legittimità richiamate dalla difesa della azienda per negare il risarcimento del danno biologico terminale avessero ad oggetto fattispecie inerenti sinistri stradali e non ipotesi di malattia professionale in cui il decesso della vittima, se non avvenne istantaneamente, seguì di pochi giorni l’evento dannoso[18]. Il richiamo è ancora una volta al criterio dell’apprezzabile lasso di tempo e alla consapevolezza della inevitabile fine mentre nessuno dei precedenti richiamati dalla convenuta pone, come punto focale di partenza, la valutazione della intensità della sofferenza: come sappiamo, purtroppo, dal momento dell’insorgenza della patologia asbesto correlata, la vittima entra in una escalation di aumento dell’intensità del dolore tale da non poter essere alleviata neppure con l’uso di morfina, soprattutto quanto il tumore, magari, si è esteso anche alle ossa. In secondo luogo, ritenendo possibile procedere ad una valutazione equitativa del danno, attraverso l’applicazione delle Tabelle milanesi, atteso che la morte della lavoratrice è avvenuta dopo tre mesi (marzo 2007) dal momento in cui le fu diagnosticata il mesotelioma (dicembre 2006). In particolare, il ragionamento del Tribunale è il seguente: poiché le tabelle la liquidazione del danno biologico permanente, non essendo certo quando si verificherà la morte del soggetto che ha subito la lesione, si fondano su di un criterio probabilistico di vita futura (parametrato alla vita media) appare giusto ridurre equitativamente gli importi derivanti dall’applicazione delle medesime, essendo noto, in tale situazione, quando il decesso è avvenuto. Infatti nel caso in esame, essendo deceduta la lavoratrice, non deve essere risarcita un’aspettativa di vita, ma è necessario procedere a “riproporzionare il criterio risarcitorio”. Il Tribunale ha applicato, ai fini liquidativi,  “un abbattimento del 80% (ovvero di una percentuale all’incirca pari all’età del danneggiato al momento del decesso) dell’importo derivante dall’applicazione del criterio tabellare effettuato secondo le tabelle del Tribunale di Milano”. Il danno è stato pertanto quantificato nel seguente modo: € 136.082,40 (pari ad € 680.412,00 detratto l’abbattimento dell’80% corrispondente ad € 544.329,60) per invalidità permanente rivalutata la momento del decisum, oltre ad € 4.000,00 per invalidità temporanea (pari ad € 100,000 X 40 giorni), € 4.500,00 per invalidità temporanea al 75% (pari ad € 75,00 per 60 giorni); € 3.000,00 per invalidità temporanea al 50% (pari ad € 50,00 per 60 giorni). Pertanto la somma liquidata dal Tribunale agli eredi della lavoratrice, in proporzione delle rispettive quote ereditarie, ammonta a complessivi € 147.582,40. Si tratta dunque di una decisione che, in adesione alla liquidazione “integrale ma non oltre” tracciata dalle Sezioni Unite del novembre 2008, prende in esame il danno inteso come complesso dei pregiudizi patrimoniali e non patrimoniali. Sappiamo che il danno è danno evento e non in re ipsa pertanto, per trovare accoglimento, ed essere integralmente risarcito non può prescindere dalla concreta lesione e dalle reali conseguenze che l’illecito o l’inadempimento hanno determinato nella vittima e nei suoi familiari. Il Tribunale di Bergamo, seppur avendo, per la peculiarità del caso, proceduto ad un abbattimento pari all’età della vittima al momento del decesso, ha comunque adottato, per quanto riguarda il danno biologico, i barhemes indicati dalla tabelle di Milano aggiornate al 2011, mentre per quanto riguarda la valutazione delle altre voci descrittive del danno non patrimoniale (afferenti la sfera esistenziale e morale, relazionale e familiare) si è proceduto ad adottare un criterio equitativo. In punto di an, sotto il profilo inerente la valutazione dello stato dei luoghi e del cosiddetto rischio ambientale, il Giudice ha richiamato l’applicazione delle presunzioni semplici (artt. 2727 e 2729 del Codice civile) ed apprezzamenti di probabilità, indicando le ragioni del processo logico attraverso il quale è stato valutato, alla luce di tutti i dati risultanti dall’istruttoria espletata, l’insalubrità dell’ambiente lavorativo dell’azienda[19].

17.11 L’art. 2056 c.c. e il criterio di liquidazione equitativa del danno.

Quanto al dettato normativo dell’art. 2056 del Codice civile, già abbiamo detto con riferimento al primo comma, mentre per quanto concerne il secondo e ultimo comma, la norma prevedendo che “il lucro cessante è valutato dal Giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso”, ciò non comporta automaticamente che la norma stessa prevede una totale relevatio ad onere probandi in ordine all’accertamento delle circostanze del fatto e alla sua esistenza. Invero, in relazione a tale danno, sia esso determinato da responsabilità contrattuale o extracontrattuale, la valutazione equitativa del giudice non riguarda la prova dell’esistenza del pregiudizio patrimoniale ma solo l’entità del pregiudizio stesso, considerata l’impossibilità e/o la grande difficoltà di dimostrare la misura del danno[20]. Per la liquidazione del danno futuro non determinabile dal Giudice, in ordine al lucro cessante, deve procedere attraverso calcoli di probabilità da compiersi con equo apprezzamento delle circostanze del caso. Il Giudice dovrà pertanto compiere una valutazione elastica e flessibile per adeguare la liquidazione del caso di specie alla effettiva incidenza della menomazione sulle attività della vita quotidiana, attraverso le quali si manifesta l’efficienza del soggetto danneggiato. Tornando sulla necessità della adeguata motivazione del percorso logico operato dal Giudice, va rilevato che la liquidazione del danno operata dal Giudicante non è censurabile in sede di legittimità se il relativo giudizio è sorretto da congrua motivazione sui predetti criteri[21]. Quanto alla quantificazione equitativa del pregiudizio, anche non patrimoniale, per inadempimento contrattuale[22], la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza 11039 del 2006 aveva sancito il principio per cui: “unica possibile forma di liquidazione – per ogni dan­no che sia privo, come il danno biologico e il danno morale, delle caratteristiche della patrimonialità – è quella equitativa, sicché la ragione del ricorso a tale criterio è insita nella natura stessa di tale danno e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dizione di una somma di denaro, che non è reinte­gratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compen­sativa di un pregiudizio non economico, con la conse­guenza che non si può fare carico al giudice di non aver indicato le ragioni per le quali il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare – costi­tuente, in linea generale, la condizione per il ricorso alla valutazione equitativa (articolo 1226 del codice civile) – giacché intanto una precisa quantificazione pecuniaria è possibile, in quanto esistano dei para­metri normativi fissi di commutazione, in difetto dei quali il danno non patrimoniale non può mai essere provato nel suo preciso ammontare, fermo restando, tuttavia, il dovere del giudice di dar conto delle circo­stanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato risultato. In partico­lare, la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitati­vo, anche attraverso l’applicazione di criteri predeter­minati e standardizzati, quali le cosiddette tabelle (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorché non rientrino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, né risultino recepite in norme di diritto, come tali ap­partenenti alla scienza ufficiale del giudice. La liquida­zione equitativa del danno morale, poi, può essere legittimamente effettuata dal giudice sulla base delle stesse tabelle utilizzate per la liquidazione del danno biologico, portando, in questo caso, alla quantificazio­ne del danno morale – in misura pari a una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico – purché il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi personalizzato, tenendo conto della parti­colarità del caso concreto e della reale entità del dan­no, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie”. Principio ribadito nella sentenza sempre della Cassazione n. 394/07, che ha ribadito l’applicazione del criterio equitativo per la quantificazione dei danni non patrimoniali. Vale la pena, anche in questo caso, riportate il decisum della Corte, al fine di apprezzare il percorso logico e le motivazioni addotte a sostegno della applicazione del metodo equitativo per la liquidazione del danno biologico: “anche recentemente questa Corte ha ribadito (Cass. civ. n. 11039/2006) che unica possibile forma di liquida­zione – per ogni danno che sia privo, come il danno biologico e il danno morale, delle caratteristiche della patrimonialità – è quella equitativa, sicché la ragione del ricorso a tale criterio è insita nella natura stessa di tale danno e nella funzione del risarcimento realizzato me­diante la dizione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma com­pensativa di un pregiudizio non economico, con la conse­guenza che non si può fare carico al giudice di non aver indicato le ragioni per le quali il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare – costituente, in linea generale, la condizione per il ricorso alla valutazione equitativa (art. 1226 cod. civ.) – giacché intanto una precisa quantificazione pecuniaria è possibile, in quanto esistano dei parametri normativi fissi di commutazione, in difetto dei quali il danno non patrimoniale non può mai essere provato nel suo preciso ammontare, fermo restando, tuttavia, il dovere del giudice di dar conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato risultato. In particolare, la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l’applicazione di criteri pre­determinati e standardizzati, quali le cosiddette “tabelle” (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorché non rien­trino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, né risultano recepite in norme di diritto, come tali apparte­nenti alla scienza ufficiale del giudice. La liquidazione equitativa del danno morale, poi, può essere legittima­mente effettuata dal giudice sulla base delle stesse “tabelle” utilizzate per la liquidazione del danno biologi­co, portando, in questo caso, alla quantificazione del danno morale – in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico – purché il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi “personalizzato”, tenendo conto della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni pura­mente simboliche o irrisorie”.

17.12 Corte di Cassazione n 8655/12: mesotelioma pleurico e Irving Selikoff.

Merita di essere segnalata la sentenza della Cassazione civile, Sezione Lavoro, del 30 maggio 2012 n 8655, attinente ancora una volta il decesso di un lavoratore in conseguenza di mesotelioma pleurico. La valutazione equitativa in tema di ristoro del danno non patrimoniale emessa dalla Corte di Appello e il percorso argomentativo a sostegno operato dalla Corte di merito è stato avvallato, sotto un profilo logico, da parte della Suprema Corte. Ma veniamo all’iter giudiziario. La Corte di Appello di Venezia aveva riformato parzialmente la sentenza del Tribunale di primo grado, accogliendo in parte la domanda svolta dagli eredi di un lavoratore, che aveva lavorato per la società Fincantieri ed era poi deceduto per mesotelioma pleurico. Gli eredi avevano agito in giudizio per richiedere ed ottenere il risarcimento del danno jure hereditatis del danno biologico e morale sofferto in vita dal de cuius, fondando la relativa domanda sulla inosservanza da parte del datore di lavoro delle prescrizioni generali di cui all’art. 2087 del Codice civile. In particolare, in fase istruttoria, in entrambi i giudizi di merito, la responsabilità della Fincantieri era stata decretata, da parte del Tribunale di Venezia prima e dalla Corte di Appello poi, non sulla mancata eliminazione dell’amianto bensì sulla “omessa adozione di tutte le misure all’epoca dei fatti conosciute per rispettare la legge antinfortunistica. In particolare il Tribunale aveva statuito che la consapevolezza, fin dagli inizi del 1900 (si vedano sentenze Tribunale di Torino del 1906 e della Corte di Appello di Torino del 1907), della dannosità per la salute umana dell’amianto e la sua correlazione con patologie tumorali, comportava la responsabilità da parte del datore di lavoro, per non aver approntato le tutele in chiave preventiva idonee e all’epoca dei fatti conosciute, al di la del compiuto accertamento scientifico per il quale il mesotelioma non era compiutamente correlato all’amianto, essendone comunque conosciuta la pericolosità di detta sostanza, indipendentemente dalla patologia che ne derivava. In particolare il problema nasceva dal fatto che il Giudice di primo grado si era discostato dalla conclusioni prese dal consulente tecnico (secondo il quale la vera prevenzione del mesotelioma può passare solo attraverso l’abolizione dell’amianto), motivando comunque la propria decisione nell’affrontare la teoria delle esposizioni successive o multistrato (c.d. teoria della dose indipendenza, secondo la quale sarebbe rilevante solo la unica inalazione inziale, a cui aveva aderito poi anche il Giudice di secondo grado). La Corte di Cassazione, con la sentenza n 24997 depositata in data 21 giugno 2012, ha peraltro recepito il definitivo superamento di ogni incertezza circa la dose dipendenza del mesotelioma, e la rilevanza di qualsiasi esposizione all’amianto, stabilendo il principio secondo cui “la responsabilità per gli eventi dannosi legati all’inalazione di polveri di amianto, pur in assenza di dati certi sull’epoca di maturazione della patologia, va attribuita causalmente alla condotta omissiva dei soggetti responsabili della gestione aziendale, anche se per una parte soltanto del periodo di tempo di esposizione delle persone offese, in quanto tale condotta, con riguardo alle patologie già insorte, ha ridotto i tempi di latenza della malattia, ovvero con riguardo alle affezioni insorte successivamente, ha accelerato i tempi di insorgenza. Infatti, quanto alla legge di copertura necessaria per la valutazione del nesso di casualità, la Corte territoriale ha correttamente adottato quella della “dose cumulativa” (v. pagg. 31 – 32 sentenza impugnata), inducendo il protrarsi della esposizione alle polveri di amianto per la lunga durata della lavorazione presso la ditta (omissis) a ritenere che tale esposizione abbia influito sulla durata del periodo di latenza con accelerazione dello sviluppo del tumore.” All’uopo la Suprema Corte ha richiamato, a sostegno del percorso logico seguito, “la letteratura scientifica sostanzialmente convergente sulla circostanza che nella base di induzione ogni esposizione ha un effetto causale concorrente, non essendo necessario l’accertamento della data dell’iniziale insorgenza della malattia e, pur non essendovi certezza circa la dose sufficiente a scatenare l’insorgenza del mesotelioma pleurico, è stato comunque accertato che il rischio di insorgenza è proporzionale al tempo e all’intensità dell’esposizione, nel senso che l’aumento della dose è inversamente proporzionale al periodo di latenza: insomma, la scienza medica riconosce un rapporto esponenziale tra dose cancerogena assorbita determinata dalla durata e dalla concentrazione dell’esposizione alle polveri di amianto e risposta tumorale”. Importante poi la statuizione sul fatto che, in tema di mancato superamento dei c.d. valori limiti (circostanza difensiva addotta dalla Fincantieri, come dalla pressoché totalità dei datori di lavoro al fine di ottenere il rigetto delle domande per mancata correlazione tra l’insorgenza della patologia tumorale e il successivo decesso), prima dell’emanazione del citato decreto legislativo n 277 del 1991, detti valori servivano per il pagamento del premio supplementare per asbestosi, ma non a far scattare l’obbligo di ottemperare a misure generali di prevenzione che riguardavano qualsiasi lavorazione a rischio polveri e, nella specie, era risultato che non erano state adottate nemmeno quelle misure minime richieste dalla legislazione all’epoca vigente. Ricordiamo che anche una eventuale esposizione extralavorativa, e fermo l’onere della prova a carico del datore di lavoro, sia in sede penale che in sede civile, non esclude il nesso causale, poiché ‘ogni esposizione ha un ruolo causale concorrente’ e deve ritenersi fondata e scientificamente dimostrata la teoria che risponde al ‘modello multistadio della cancerogenesi’, che si traduce nella irrilevanza dei periodi nei quali i vari datori di lavoro hanno ricoperto le posizioni di garanzia rispetto alla patologia, e della responsabilità di ognuno di loro, per avere determinato un maggior rischio di insorgenza o quantomeno diminuito i tempi di latenza ed accelerato l’exitus e quindi con minori aspettative di vita della vittima. Sotto il profilo del quantum risarcitorio, la Corte aveva riconosciuto agli eredi del de cuius la somma di € 4.500,00 al mese in considerazione della estrema gravità e della afflittività della patologia e della consapevolezza del malato della ineludibile infausta conclusione della stessa. Il Giudice del gravame aveva tenuto conto della durata della malattia sofferta dal de cuius e di un dato rapportabile a tutte le voci di danno non patrimoniale considerate unitariamente. Diciamo subito che l’impugnazione proposta dalla società Fincantieri è stata rigettata. Vediamo i profili che ci interessano. Anche in una materia così delicata come quella afferente al tema dell’amianto, materia estremamente tecnica che involve, peraltro, conoscenze di chimica, medico legali con specifica conoscenza dell’oncologia, la Cassazione ha voluto ribadire il principio di diritto secondo il quale le valutazioni espresse dal consulente tecnico d’ufficio non hanno efficacia vincolante per il giudice del merito, il quale può legittimamente discostarsene sempreché fornisca, in ogni caso, una adeguata motivazione del suo convincimento, rispondente ad una attenta valutazione di tutti gli elementi concreti sottoposti alla sua delibazione, indicando i criteri logici che hanno determinato il suo giudizio[23] (. Nel caso affrontato dalla sentenza in commento, era stato lo stesso consulente tecnico a non escludere del tutto la validità e l’incidenza della teoria della c.d. “dose indipendente”, precisando che “idonee misure preventive di tipo ambientale (aspiratori e separazione nelle lavorazioni) e di tipo personale (dispositivi di protezione) sicuramente importanti per l’abbattimento del rischio soprattutto per le patologie fortemente dose dipendenti quali l’asbestosi e tumore polmonare, sono di qualche utilità anche per evitare l’insorgenza del mesotelioma. La recentissima sentenza n. 33311 del 27 agosto 2012 emessa dalla IV Sezione Penale della Corte di Cassazione, oltre a confermare il fondamento della teoria multistadio della cancerogenesi, ha rilevato come “non assume rilievo decisivo l’individuazione dell’esatto momento di insorgenza della patologia (sul punto si era già pronunciata sempre la medesima sezione, con la sentenza n 22165 del 11 aprile 2008), dovendosi reputare prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul suo tempo di latenza, ampiamente motivata appare la statuizione gravata nella parte in cui giudicata inattendibile la teoria della cosiddetta trigger dose, assume che il mesotelioma è patologia dose dipendente”. Correttamente la sentenza impugnata ha chiarito come da una conclusione scientificamente non contestabile dello studioso Irving Selikoff si era giunti ad elaborare l’inaccettabile tesi secondo la quale poiché l’insorgenza della patologia oncologica era causata anche dalla sola iniziale esposizione (c.d. “trigger dose” o “dose killer”), tutte le esposizioni successive, pur in presenza di concentrazioni anche elevatissima di fibre cancerogene, dovevano reputarsi ininfluenti. In verità, trattasi di una vera e propria forzatura e distorsione dell’intuizione del noto scienziato mondiale dott. Irving Selikoff (nel meeting scientifico che si tenne a New York nel 1964 sule conseguenze dell’amianto per l’uomo, egli fu il primo ricercatore ad aver scoperto la relazione di causa ed effetto fra l’inalazione di fibre di amianto e l’insorgere dei tumori polmonari dopo lunga latenza), il quale aveva voluto solo mettere in guardia sulla pericolosità del contatto con le fibre d’amianto, potendo l’alterazione patologica essere stimolata anche solo da brevi contatti e in presenza di percentuali di dispersione nell’aria modeste. Non già che si fosse in presenza, vera e propria anomalia mai registrata nello studio delle affezioni oncologiche, di un processo cancerogeno indipendente dalla durata e intensità dell’esposizione. Risulta allora pertanto evidente come il Giudice investito della questione, mai come in tema di malattie asbesto correlate, debba rivestire il ruolo di “peritus peritorum”, dimostrando non solo conoscenze scientifiche aderenti alla validità delle teorie degne di credibilità in tema di esposizione ad amianto ma debba anche conoscere lo specchiato “cursus honorum” dei nominandi consulenti tecnici nonché la di loro specchiata professionalità nell’assolvimento dell’incarico al fine di non incorrere, come purtroppo accaduto, in “professionisti” che sono poi risultati asserviti al soldo e al potere delle multinazionali. Quanto al profilo di responsabilità del datore di lavoro, anche in questo caso la Corte ha ribadito il principio di diritto secondo il quale la responsabilità da inadempimento degli obblighi discendenti dall’art. 2087 del Codice civile non ha natura oggettiva (come prospettato nelle censure mosse dalla società Fincantieri nell’adito ricorso per Cassazione, secondo cui la Corte di merito avrebbe fondato la propria decisione sull’affermazione di una responsabilità oggettiva ex art. 2087 c.c. del datore di lavoro), ma deriva sempre dall’accertamento di una condotta colposa del datore di lavoro, quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nell’ambiente di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio[24]. In particolare la Suprema Corte, a proposito della responsabilità in capo alla società Fincantieri, ha richiamato la pronuncia della Cassazione 1 febbraio 2008 n 2491, emessa sempre in tema di patologie asbesto correlate, che ha confermato, anche in questo caso, la sentenza della Corte di Appello che aveva ritenuto sussistente la responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 del Codice civile, “considerando come noto al tempo dei fatti di causa (anni 1975/1995) il rischio da inalazione di polveri di amianto e rilevando l’insufficienza di un torrino di aspirazione predisposto dall’imprenditore nonché ravvisando il danno biologico nel semplice pericolo cagionato da una alterazione anatomica pur non avente attuale incidenza funzionale[25]”. Da ultimo, in tema di liquidazione del danno, la Corte, in adesione ai principi statuiti dalle Sezioni Unite nella pronuncia 11 novembre 2008 n 26972, al fine di liquidare senza duplicare voci di danno non patrimoniale che, seppur con nomen juris diverso, identificano identici pregiudizi, ha adottato il criterio equitativo puro di cui all’art. 1226 del Codice civile. Criterio svincolato da tabelle standardizzate (leggasi quelle milanesi in primis) e criteri automatici, tenendo conto in particolare, come abbiamo detto, “della estrema gravità ed afflittività della patologia e della consapevolezza da parte del malato della ineludibile conclusione infausta della stessa”. In sostanza la statuizione del Giudice del merito è immune da vizi ed esente da censure per aver tenuto “conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dal punto di vista oggettivo e soggettivo” nell’applicazione del criterio equitativo puro.

17.13 Sentenze gemelle n 17172 e 17334/12: mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare.

Passiamo ora all’esame di due recentissime sentenze emesse dalla Suprema Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, che possiamo sostanzialmente definire, abusando del termine, “gemelle” sia perché emesse a un solo giorno di distanza l’una dall’altra (9 ottobre e 10 ottobre 2012) sia perché entrambe hanno confermato la responsabilità ex art. 2087 c.c. della Autorità Portuale di Venezia (odierna ricorrente) accertata dalla Corte di merito per il decesso di due dipendenti, morti rispettivamente per mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare. Ma andiamo con ordine. La prima sentenza la numero 17172 del 9 ottobre 2012 si riferisce ad un caso in cui un operario che aveva prestato la propria attività lavorativa come dipendente della Autorità Portuale di Venezia per ben 23 anni, e precisamente dal 20 gennaio 1964 al 31 marzo 1987, era deceduto per mesotelioma pleurico. Gli eredi del de cuius avevano adito il Tribunale di Venezia, in Sezione Lavoro, per sentire dichiarata l’origine professionale di tale malattia, con conseguente condanna della Autorità portuale al risarcimento del danno biologico e del danno morale jure hereditatis patito dal de cuius. Istruita la causa a mezzo di prove documentali e testimoniali e disposta la consulenza medico legale, il Giudice accoglieva la domanda proposta dagli eredi del lavoratore, dichiarando la responsabilità della società convenuta nella causazione del decesso del proprio dipendente con condanna al risarcimento della somma complessiva di € 35.200,00, di cui € 22.000,00 per danno biologico ed € 13.500,00 per danno morale. L’Autorità portuale proponeva impugnazione innanzi alla Corte di Appello, che riformava parzialmente la sentenza di primo grado, rideterminando la somma liquidata a titolo di danno jure hereditatis in € 33.000,00. Sotto il profilo dell’an di causa, il Giudice di secondo grado, in considerazione delle risultanze della esperita consulenza tecnica, confermava la sussistenza del nesso causale tra l’esposizione professionale all’amianto e la genesi della patologia polmonare, rivelatasi poi purtroppo letale, e affermava che, sotto il profilo della colpa, era sempre e comunque esigibile da parte del datore di lavoro (si noti ancora una volta la sussistenza di colpa sotto il profilo omissivo) la predisposizione di tutte quelle misure di prevenzioni, che nel caso di specie, non erano state adottate. Per quanto concerne il quantum risarcitorio, la Corte ha adottato come parametro di riferimento la durata della malattia sofferta dal de cuius e ha valutato una somma unitaria del complessivo danno non patrimoniale di € 150,00 al giorno (pari ad € 4.500,00 al mese) e moltiplicando tale importo per i 222 giorni di malattia (anche in questo caso è bene evidenziare la lunga esposizione del lavoratore -23 anni- e il breve tempo intercorrente tra la diagnosticata patologia e il decesso dello stesso avvenuto in meno di un anno), liquidando così € 33.000,00 (sotto questo profilo la sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di Appello di Trieste per la statuizione anche sulle spese, con prescrizione alla Corte di merito di attenersi ai principi delineati in materia dalla Suprema Corte). In primo luogo la Cassazione ribadisce il principio, già dettato dalle sentenze n 4129/2002 e n 22818/2009, secondo cui “l’art. 2087 del Codice civile, integrando le disposizioni i materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro previste da leggi speciali, impone all’imprenditore l’adozione di misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Del resto già la Cassazione civile 11 luglio 2011[26] aveva precisato che la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. non è limitata alla violazione di norme di esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma può sussistere anche quando non siano rispettate tutte quelle misure e cautele che si rivelino idonee, secondo l’id quod plerumque accidit, a tutelare l’integrità psicofisica di colui che mette a disposizione della controparte le proprie energie vitali. Sempre in tema di responsabilità del datore di lavoro, la Corte di Appello, pur non escludendo “la possibilità di considerare esistente, nel caso di specie, anche un profilo concomitante di responsabilità extracontrattuale”, sotto il profilo della applicazione della prescrizione ordinaria decennale (art, 2946 c.c.) e la conseguente inapplicabilità di quella quinquennale (artt. 2947 e 2948, comma 5 “le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro” del Codice civile), ha statuito che l’obbligazione relativa alla sicurezza dei lavoratori addetti e in favore della Autorità Portuale di Venezia, anche se non avente origine in un diretto rapporto di lavoro tra le parti, deriva “dal complesso normativo evidenziato che determina la responsabilità della società convenuta rispetto alla normativa antinfortunistica”, trattandosi “ di “una situazione riconducibile alla dizione di cui all’art. 1173 ultima parte del Codice civile”, che prevede come fonte delle obbligazioni, oltre al contratto e al fatto illecito ex art. 2043 c.c., anche “ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico”. Merita di essere segnalato il sesto e ultimo profilo di impugnazione da parte della Autorità Portuale di Venezia, in cui è stato dedotta la non trasmissibilità agli eredi del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale che il de cuius non ha esercitato in vita, sul presupposto che tale diritto, di natura strettamente personale, sarebbe ad esclusivo appannaggio del suo diretto ed immediato titolare. Motivo ritenuto in parte inammissibile in parte infondato, atteso che la Corte di Cassazione, come abbiamo già evidenziato in premessa, ha costantemente affermato la “trasmissibilità agli eredi anche del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione dell’integrità fisica che abbia portato alla morte[27]. Importante è poi la statuizione in tema di prova del nesso causale, che abbiamo già affrontato sotto il profilo della “causalità civilistica”, in cui la Corte, richiamando la pronuncia 9 settembre 2005 n 17959 e 3 maggio 2003 n 6722, ha applicato, al caso di specie, “la regola contenuta nell’art. 41 del Codice penale, per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio della equivalenza delle condizioni, principio secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, salvo il temperamento previsto nello stesso articolo 41 del Codice penale, in forza del quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l’evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni”, mentre in ambito civilistico la prova del nesso causale consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale ossia del “più probabile che non”[28]. Quanto poi alla ripartizione dell’onere probatorio, al lavoratore, che lamenti di aver subìto, a causa  dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, incombe l’onere di provare l’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro ed il nesso causale tra questi due elementi, gravando invece sul datore di lavoro, una volta che il lavoratore abbia provato le suddette circostanze, l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e, tra queste, di aver vigilato circa l’effettivo uso degli strumenti di cautela forniti al dipendente, non potendo il datore di lavoro medesimo essere totalmente esonerato da responsabilità in forza dell’eventuale concorso di colpa del lavoratore, se non quando la condotta di quest’ultimo, in quanto del tutto imprevedibile rispetto al procedimento lavorativo “tipico” ed alle direttive ricevute, rappresenti essa stessa la causa esclusiva dell’evento. Sotto il profilo del risarcimento del danno, la Corte di merito ha accertato, nel lavoratore deceduto, un danno da sofferenza psichica e morale anche avuto riguardo alla consapevolezza dell’esito letale della patologia contratta, facendo propri i richiami di cui alla Cass. civ. 18 gennaio 2011 n 1072, e Cass. civ. 16 febbraio 2012 n 2251, secondo cui “la vittima che abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della fine attivi un processo di sofferenza psichica particolarmente intensa che qualifica il danno biologico e ne determina l’entità sulla base non già (e non solo) della durata dell’intervallo tra la lesione e la morte, ma dell’intensità della sofferenza provata”. Ebbene la Corte di appello, pur avendo quantificato il danno adottando un parametro rapportato esclusivamente alla durata della malattia, non ha però sufficientemente “personalizzato” il danno stesso, stante la mancanza di qualsiasi altra considerazione relativa alle condizioni personali e soggettive, al decorso della malattia, alla concreta penosità della stessa, alle ripercussioni sulla vita del danneggiato, alle cure praticate ed alle relative prospettive ed in genere ad ogni ulteriore circostanza rilevante ai fini della intensità della sofferenza provata. E’ importante osservare come la Corte ribadisca allora la necessità, trattandosi di danno evento, di procedere ad un ristoro integrale del danno subito, tenendo conto dell’insieme dei pregiudizi sofferti purché sia provata l’autonomia e la distinzione degli stessi, dovendosi escludersi “ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico”. La Suprema Corte, come anticipato, ha pertanto cassato con rinvio alla Corte di Appello di Trieste, la quale dovrà attenersi ai suddetti principi ai fini di commisurare la quantificazione del danno dovuto agli eredi del de cuius.Passando all’analisi della sentenza “gemella”, e precisamente la numero 17334 del 11 ottobre 2012, essa si riferisce ad un caso in cui un operario, che aveva prestato la propria attività lavorativa come dipendente sempre della Autorità Portuale di Venezia, questa volta per 30 anni, precisamente dal 20 aprile 1957 al 31 marzo 1987, era però deceduto per carcinoma polmonare. Gli eredi del de cuius avevano adito il Tribunale di Venezia, in Sezione Lavoro, per sentire dichiarata l’origine professionale della malattia, dovuta alla esposizione e alla inalazione di fibre di amianto in capo all’Autorità Portuale di Venezia con conseguente condanna della stessa al risarcimento, iure hereditatis, del danno biologico e del danno morale. Istruita la causa a mezzo prove documentali e testimoniali, veniva poi disposta la CTU medico-legale. Il Giudice di prime cure accoglieva il ricorso e condannava la società convenuta al pagamento della somma complessiva di € 51.720,00, di cui € 11.720,00 a titolo di danni biologici ed € 40.000,00 a titolo di danni morali. Il Giudice dell’appello, come nel caso della sentenza 17172, rideterminava leggermente al ribasso la quantificazione del danno non patrimoniale in complessivi € 45.000,00. La Autorità Portuale di Venezia ha proposto ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi, cui gli eredi del de cuius hanno resistito con controricorso, incidentale per quanto concerne la censura inerente il quantum risarcitorio. In particolare, ai soli fini che ci riguardano, preme rilevare che la Suprema Corte ha disatteso al censura mossa dalla ricorrente in ordine alle erogazioni elargite dal Fondo per le vittime dell’amianto, istituito dalla Legge n. 244 del 2007 presso l’INAIL, in favore dei superstiti che, a suo dire, la Corte di Appello avrebbe erroneamente ritenuto come “meramente aggiuntive rispetto al sistema risarcitorio previgente, mentre, invece, il Fondo, che è sorto con l’entrata in vigore della citata legge, avrebbe “esteso la copertura assicurativa INAIL (sia pure attraverso una gestione separata) a voci di danno che altrimenti spetterebbe alle imprese risarcire” (come ad esempio il danno biologico inferiore al 6% di invalidità come tale non coperto dalla rendita INAIL così completando “l’integrale socializzazione del danno alla salute del lavoratore esposto all’amianto”). La Suprema Corte ha confermato la statuizione della Corte territoriale, ribadendo che trattasi di “prestazione economica, aggiuntiva alla rendita, diretta o in favore dei superstiti”, “fissata in misura percentuale della rendita stessa definita dall’INAIL”, che “non esclude e si cumula ai diritti di cui alle norme generali e speciali dell’ordinamento”. Quanto alla configurazione della responsabilità in capo all’Autorità Portuale di Venezia, la Suprema Corte, richiamandosi nuovamente ad un caso di inalazione di polveri di amianto, in cui la sentenza aveva ritenuto responsabili ex art. 2087 del Codice civile le Ferrovie dello Stato per non aver predisposto, negli anni ’60, le cautele necessarie a sottrarre il proprio dipendente al rischio amianto, ha ribadito che la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 del Codice civile deve ritenersi volta a sanzionare “l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico”, che, con riferimento a questo ultimo profilo, deve tenersi conto anche “del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio”[29]. In tema di conoscenza del rischio amianto da parte del datore di lavoro, tema caro al Prof. Avv. Ezio Bonanni, come messo in luce nella relazione tenuta negli Stati Uniti presso ’”University of Vermont Burlington, (VT), il 28 luglio 2011 alla “Billings Library” dal titolo “Asbestos, the killer for Humans and the Enviromental” e condiviso dal sottoscritto, la Suprema Corte ha affermato che “d’altro canto l’imperizia, nella quale rientra la ignoranza delle necessarie conoscenze tecnico-scientifiche, è uno dei parametri integrativi al quale commisurare la colpa, e non potrebbe risolversi in esimente da responsabilità per il datore di lavoro”, concludendo che all’epoca di svolgimento del rapporto di lavoro (in quel caso periodo 1956/1980) era ben nota l’intrinseca pericolosità delle fibre dell’amianto, tanto che l’uso di materiali che ne contenevano era sottoposto a particolari cautele, indipendentemente dalla concentrazione di fibre”. Si è affermata, quindi, la necessità del “concreto accertamento della adozione di misure idonee a ridurre il rischio connaturale all’impiego di materiale contenente amianto, in relazione alla norma di chiusura di cui all’art. 2087 c.c. ed al D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303, art. 21, ove si stabilisce che nei lavori che danno normalmente luogo alla formazione di polveri di qualunque specie, il datore di lavoro è tenuto ad adottare provvedimenti atti ad impedire o ridurre, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione nell’ambiente di lavoro”, aggiungendosi che “le misure da adottare a tal fine devono tenere conto della natura delle polveri e della loro concentrazione, cioè devono avere caratteristiche adeguate alla pericolosità delle polveri” (altre norme dello stesso D.P.R. n. 303 – artt. 9, 15, 18, 19, 20 e 25 – disciplinano, poi, il dovere del datore di lavoro di evitare il contatto dei lavoratori con polveri nocive). E che la legislazione italiana, già agli inizi del XX secolo, (si ricordi che le due pronunce del 1906 e 1907 emesse dal Distretto giudiziario torinese avevano da poco affermato giudizialmente la nocività dell’amianto) avesse prestato particolare attenzione alla tutela dei soggetti più deboli lo si ricava da una fluente produzione normativa, quale ad esempio: A) il Regio Decreto 14 giugno 1909, n. 442 che, all’art. 29 tabella B n. 12, includeva la filatura e tessitura dell’amianto tra i lavori insalubri o pericolosi nei quali l’applicazione delle donne minorenni e dei fanciulli era vietata o sottoposta a speciali cautele, con una specifica previsione dei locali ove non fosse assicurato il pronto allontanamento del pulviscolo; B) il Decreto legislativo 6 agosto 1916, n. 1136, art. 36, tabella B, n. 13, il Regio Decreto 7 agosto 1936, n. 1720″ e il “Regio Decreto 14 aprile 1927, n. 530, che agli artt. 10, 16, e 17, che conteneva diffuse disposizioni relative alla aerazione dei luoghi di lavoro, soprattutto in presenza di lavorazioni tossiche. Mentre la Legge 12 aprile 1943, n. 455 include l’asbestosi, malattia avente origine nella inalazione di fibre di amianto, tra le malattie professionali, è nell’immediato dopo guerra che viene emanata tutta una serie di provvedimenti volti ad ampliare il campo della tutela delle malattie asbesto correlate (Legge Delega 12 febbraio 1955, n. 52, art. 1, lettera F ; D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303 e, con riguardo alle visite mediche per il lavoratore di cui al D.P.R. 20 marzo 1956, n. 648), si deve ricordare il regolamento 21 luglio 1960, n. 1169 che, all’art. 1 “prevede, specificamente, che la presenza dell’amianto nei materiali di lavorazione possa dar luogo, avuto riguardo alle condizioni delle lavorazioni, ad inalazione di polvere di silice libera o di amianto tale da determinare il rischio”, oltre il riconoscimento di un premio supplementare stabilito dal D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 153, per le lavorazioni di cui all’allegato n. 6, che presupponeva “un grado di concentrazione di agenti patogeni superiore a determinati valori minimi”. Sotto il mero profilo risarcitorio, la Suprema Corte ha accolto il ricorso incidentale, sviluppato sotto due motivi di censura, proposto dagli eredi del de cuius, a mezzo del quale, essi avevano censurato la sentenza impugnata sia per quanto concerne il quantum del risarcimento, sia per quanto concerne la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale (biologico e morale) unitariamente. In particolare i ricorrenti incidentali, denunciando violazione degli artt. 2043, 2056, 1223 e 1226 del Codice civile, avevano dedotto che il parametro utilizzato dalla Corte di merito (la durata della malattia) soltanto in parte veniva riferito e personalizzato in relazione al reale danno subito dal proprio congiunto ed era comunque inidoneo a misurare l’entità del danno risarcibile. A doglianza dei ricorrenti era stato liquidato “non il danno patito nella sua globalità ma solo nel suo aspetto di transitorietà”, e vi era una carenza di motivazione nella parte, in cui la statuizione emessa dal Giudice del merito si discostava dalle risultanze della CTU, non contestate, che avevano dichiarato la patologia, da cui era affetto il lavoratore poi deceduto, stabilizzata alla data del 29 marzo 1996 ed aveva quantificato il danno provocato dalla neoplasia nella misura dell’ 80%”. La Corte ha ribadito l’importanza di valutare l’entità del danno biologico subito dalla vittima con riguardo alla intensità della sofferenza provata nell’intervallo tra lesione e morte, al fine di procedere ad una liquidazione unitaria che tenga conto di tutti i pregiudizi sofferti sia sotto il profilo statico che sotto il profilo dinamico. Basti pensare che la recente sentenza n 18641, emessa dalla Corte di Cassazione il 12 settembre 2011, ha ribadito la risarcibilità del danno morale, precisando di non averlo mai ‘cancellato’, perché è una delle voci “descrittive” dell’unitaria categoria del danno non patrimoniale, né avrebbe potuto farlo senza violare la legge dello Stato (si veda il richiamo dell’art. 2059 “danno non patrimoniale” del Codice civile e 185 “restituzioni e risarcimento del danno” del Codice penale). A ciò si aggiunga il Giudice, sia di merito che di legittimità, non può prescindere nelle emanande statuizioni da un ordine sistematico nella gerarchia delle fonti del diritto, che privilegia ancora la disposizione normativa rispetto alla produzione giurisprudenziale. Riportiamo letteralmente per chiarezza il punto in oggetto della richiamata sentenza per cui “la modifica del 2009 delle tabelle del tribunale di Milano – che questa corte, con la sentenza 12408/011 (nella sostanza confermata dalla successiva pronuncia n. 14402/011) ha dichiarato applicabili, da parte dei giudici di merito, su tutto il territorio nazionale – in realtà, non ha mai “cancellato” (contrariamente a quanto opinato dal ricorrente) la fattispecie del danno morale intesa come “voce” integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale: né avrebbe potuto farlo senza violare un preciso indirizzo legislativo, manifestatosi in epoca successiva alle sentenze del 2008 di queste sezioni unite, dal quale il giudice, di legittimità e non, evidentemente non può in alcun modo prescindere in una disciplina (e in una armonia) di sistema che, nella gerarchia delle fonti del diritto, privilegia ancora la disposizione normativa rispetto alla produzione giurisprudenziale”. E dunque, nella sentenza 17334/12, la Corte ha correttamente cassato la sentenza impugnata in relazione al ricorso incidentale accolto, con rinvio alla Corte di Appello di Trieste, sul presupposto e sui principi di diritto (ai quali il Giudice del rinvio dovrà attenersi nella emananda sentenza) per i quali, nella valutazione complessiva del danno non patrimoniale subito dal lavoratore, poi deceduto, si deve avere riguardo alla personalizzazione del danno, tenendo in debita considerazione le condizioni personali e soggettive della vittima, il decorso della malattia, la concreta penosità della stessa, le ripercussioni sulla vita durante la degenza, le cure praticate e le relative prospettive ed in genere ogni ulteriore circostanza rilevante ai fini dell’intensità della sofferenza provata. Ciò, come detto, a differenza della statuizione emessa dalla Corte del merito che, in aperto contrasto con i suddetti principi, aveva quantificato il danno adottando un parametro rapportato esclusivamente alla durata della malattia.

17.14 Corte di Cassazione n 18472/12: carcinoma polmonare e incidenza causale del tabagismo.

Passiamo ora all’esame della pronuncia n 18472 del 26 ottobre 2012, emessa dalla Sezione Lavoro della Suprema Corte, relativa al caso di un decesso di un operaio coibentatore che aveva lavorato per quindici anni presso uno stabilimento siderurgico di Taranto. La sentenza è importante perché analizza, tra le varie problematiche, anche l’incidenza causale del tabagismo nella genesi e nello sviluppo del carcinoma polmonare, come fattore “potenziante” nel caso di inalazione di fibre di amianto. Nel caso che ci occupa, il ricorso per Cassazione è stato proposto dagli eredi del de cuius avverso la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Taranto, che aveva a sua volta rigettato l’impugnazione da questi proposta avverso la sentenza di primo grado, che aveva respinto la domanda dagli stessi proposta iure hereditatis per l’accertamento della responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 del Codice civile e per il risarcimento del danno morale e biologico patito dal loro congiunto poi deceduto per carcinoma polmonare, dopo due anni di malattia. In fatto i ricorrenti avevano dedotto che il loro congiunto aveva sempre lavorato alle dipendenze di una società siderurgica per ben quindici anni, e precisamente dal 18 marzo 1972 al 27 luglio 1987, con mansioni di operaio coibentatore, segnatamente di muratore refrattarista, prestando la sua attività all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto, occupandosi del rifacimento e della manutenzione dei rivestimenti di amianto degli altiforni e restando esposto, nello svolgimento di tali mansioni, a fumi, polveri e fibre di amianto. Il lavoratore era poi deceduto, dopo due anni di malattia, nel 1998. L’espletata consulenza medico legale, svolta nel corso del giudizio di primo grado e condivisa dal Giudice del gravame, aveva concluso, per un verso, che non era ravvisabile un nesso certo o altamente probabile tra l’inspirazione di particelle di amianto e la neoplasia polmonare; per altro verso, che non era possibile affermare che l’insorgenza della neoplasia sarebbe stata evitabile con l’adozione degli opportuni accorgimenti nell’ambiente lavorativo, poiché il lavoratore risultava essere stato un fumatore. La Corte di Appello rilevava altresì che i ricorrenti avevano fatto sì presente che il Giudice di prime cure non aveva tenuto in debita considerazione che l’ambiente di lavoro nel quale aveva svolto le proprie mansioni il de cuius era connotato dalla presenza di fumi, polveri di colata, apirolio, catrame e benzene (idrocarburi aromatici contenenti PAH), ossia di agenti patogeni indicati dalle autorità sanitarie come possibili fattori di insorgenza di carcinomi polmonari nei lavoratori addetti alle lavorazioni che ne facciano uso, ma era venuta meno ogni forma di idonea allegazione in fatto da parte degli stessi. Il richiamo operato dagli eredi del de cuius, in ordine ad una supposta mancata contestazione delle suddette circostanze da parte della società convenuta, non poteva valere a ritenere pacifici, e dunque provati, i fatti allegati, sulla base dell’art. 115 del Codice di rito (la sentenza è la n 335/08 emessa il 9 marzo 2009 e quindi ante riforma della norma operata dalla Legge 18 giugno 2009 n 69, con entrata in vigore per le cause instaurate a decorrere dal 4 luglio 2009). Prova ne è il fatto che i ricorrenti avevano incentrato la domanda essenzialmente sul fatto che il lavoro del loro congiunto si era svolto a contatto quotidiano con l’amianto. Altro motivo di impugnazione atteneva ad una erronea applicazione dei principi in tema di causalità. In particolare, secondo la prospettazione svolta dagli eredi del lavoratore deceduto non era stato debitamente considerato: a) che il nesso eziologico tra esposizione a fattori ambientali nocivi e insorgenza del tumore polmonare non poteva ritenersi escluso dalla presenza di eventuali concause, quali il tabagismo; b) che l’inspirazione di fibre di asbesto può comunque costituire fattore concorrente nel determinismo causale e ad un maggiore quantitativo di tali fibre inalate corrisponde una riduzione del periodo di latenza del tumore; c) che la generica indicazione della condizione di “ex fumatore” non poteva fondare un giudizio di esclusione di altri fattori causali o concausali. La Corte aveva respinto la prospettazione fornita dagli appellanti sotto il profilo causale, sostenendo che “il carcinoma polmonare è malattia che riconosce il tabagismo come eziologia predominante (in una misura variabile tra l’85% e il 90% dei casi), mentre all’asbesto può ricondursi solo una piccola percentuale di casi; è invece il mesotelioma ad essere causato nell’80% dei casi dalla inalazione di fibre di amianto. Elementi di valenza indiziaria erano costituiti dalla comparsa del tumore in età tradizionale in cui questo di manifesta; nella mancanza di un significativo aumento di incidenza nel gruppo di lavoro del quale il lavoratore faceva parte. Nel fatto che, avendo lo stesso lavoratore affermato di essere un ex fumatore, questo non poteva che alludere ad un consumo non esiguo di sigarette, in mancanza di elementi da cui potere trarre il convincimento che l’uso fosse di scarso peso, tale da non determinare una situazione di pericolo”. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso principale e ha dichiarato assorbito il ricorso incidentale. L’impugnata sentenza, anche in questo caso, è stata cassata con rinvio, anche per la statuizione sulle spese, alla Corte di appello di Lecce, in diversa composizione. Circa l’esposizione a fattori morbigeni concorrenti (con l’amianto), la Suprema Corte ha al contrario evidenziato, contrariamente alla statuizione da parte del giudice del merito secondo cui “non vi fosse alcun onere da parte della società convenuta di prendere specifica posizione in ordine alle relative allegazioni di parte ricorrente, essendo queste del tutto generiche”, come gli eredi del de cuius avessero “indicato, con sufficiente specificità, gli agenti patogeni ritenuti presenti nell’ambiente lavorativo unitamente all’asbesto, più direttamente connesso alla manipolazione dovuta alle operazioni proprie delle mansioni di operaio coibentatore”. A ciò si aggiunga che, da un punto di vista processuale, stante l’effetto sostitutivo della sentenza di appello, nella cui motivazione nessun riferimento veniva fatto agli elementi (di prova indiretta, acquisiti nel diverso giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno morale sofferto iure proprio dagli eredi e deciso dal tribunale civile con sentenza di rigetto) valorizzati dal primo giudice per escludere l’esistenza di concorrenti fattori causali presenti nell’ambiente di lavoro, la sentenza di appello risultava basata sul solo rilievo della genericità dell’allegazione, tale da esonerare il convenuto dal prendere specifica posizione riguardo alla nocività dell’ambiente lavorativo. La Corte di Appello aveva infatti osservato come fosse inesigibile un contegno processuale di specifica contestazione (dell’impiego di altre sostanze nocive nel ciclo produttivo), trattandosi di allegazione “che non è mai stata fondamentale ai fini dell’accoglimento della domanda”. La Suprema Corte ha invece rilevato che “l’assunto della esposizione ai suddetti agenti patogeni – espresso nel motivo di appello dagli eredi del de cuius – non era stato sanzionato dalla Corte come inammissibile per novità e dunque la questione era stata enunciata sin dal primo grado negli stessi termini esposti in appello, ossia con l’indicazione specifica delle sostanze tossiche presenti nell’ambiente lavorativo, rilevanti – secondo la prospettazione di parte ricorrente – ai fini (quanto meno) di un effetto sinergico e moltiplicatore del rischio insito nell’esposizione all’amianto”. La specificità dell’allegazione avrebbe pertanto dovuto imporre al datore di lavoro l’onere di altrettanto puntuale contestazione. Importantissima è poi la statuizione operata dalla Suprema Corte in tema di “scissione tra oneri di allegazione e oneri probatori”, atteso che, poiché il lavoratore non è tenuto a conoscere la composizione delle sostanze a contatto delle quali si trova ad operare, la prova offerta dal lavoratore può essere integrata dall’ufficio mediante consulenza tecnica [non si dimentichi che, nel caso di specie, la causa è stata trattata con rito lavoro, con la conseguenza che i poteri istruttori del giudice sanciti dall’art. 421 del Codice di rito, per giurisprudenza costante di merito (ex plurimis Tribunale Bari, Sezione Lavoro, sentenza del 26 aprile 2012) e di legittimità (per tutte Cass. civ., Sezione Lavoro, 21 maggio 2009 n 11847) nel rispetto del principio dispositivo, non possono essere esercitati sulla base del sapere privato dell’organo giudiziario, con riferimento a fatti non allegati dalle parti o non acquisiti al processo in modo rituale, dandosi ingresso alle cosiddette prove atipiche, ovvero ammettendosi una prova contro la volontà delle parti di non servirsi di detta prova o, infine, in presenza di una prova già espletata su punti decisivi della controversia, ammettendo d’ufficio una prova diretta a sminuire la efficacia e la portata. Il Giudice, invero, può surrogare la parte nella postulazione degli effetti giuridici dei fatti allegati, ma non può surrogarla nell’onere di allegazione, che, risolvendosi nella formulazione delle ipotesi di ricostruzione dei fatti funzionali alle pretese da far valere in giudizio, non può non essere riservato in via esclusiva a chi quel diritto assume di essere titolare. In sostanza i poteri di cui all’art. 421 del c.p.c. non possono sopperire alle carenze probatorie delle parti (nella specie, mancata indicazione nel ricorso dei capitoli di prova testimoniale), così da porre il giudice in funzione sostitutiva degli oneri delle parti medesime e da tradurre i poteri officiosi anzidetti in poteri d’indagine e di acquisizione del tipo di quelli propri del procedimento penale]. Essendo infatti la responsabilità del datore di lavoro, di cui all’art. 2087 del codice civile, di natura contrattuale, è il lavoratore che deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre spetterà al datore di lavoro provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno. L’espletata consulenza tecnica si è concentrata esclusivamente sul riscontro del nesso causale tra esposizione ad amianto e insorgenza del carcinoma polmonare, non prendendo in considerazione (si ricordi l’incipit del quesito: “Dica il CTU, esaminati gli atti e i documenti di causa….”) i principi in tema di riparto degli oneri probatori e, in particolare, di valutare “l’esposizione del de cuius ad altri (potenziali) fattori di rischio e l’idoneità degli stessi di agire come fattori causali o concausali dell’evento o in relazione sinergica con l’amianto”. Sotto il profilo causale, la Suprema Corte aveva richiamato la pronuncia n 14770/08, che aveva cassato la sentenza che aveva attribuito al tabagismo efficacia causale della rilevata broncopneumopatia cronica, senza approfondire se la malattia professionale riconosciuta dal CTU, pur marginale, avesse avuto un ruolo concausale, anche se ridotto. La Corte aveva ribadito che, nel caso di infortuni sul lavoro e nel caso di malattie professionali, trova diretta applicazione la regola contenuta nell’art. 41 del Codice penale, per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa, che sia di per sé sufficiente a produrre l’infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge. Nel caso di specie poi la Corte di Appello non solo non aveva indicato quali fossero i caratteri per i quali il tabagismo del lavoratore, anziché costituire un fattore concorrente, avesse assunto preponderanza causale, tale da far degradare i fattori di rischio lavorativi a mere occasioni ma, nell’escludere il nesso eziologico, il Giudice di secondo grado “aveva valorizzato principalmente – accanto a dati di rilievo indiziario (epoca dell’insorgenza della malattia, assenza di percentuali significative nel gruppo di lavoro ove svolgeva principalmente le proprie mansioni il de cuius) – il dato epidemiologico dell’essere modesta la percentuale dei carcinomi polmonari correlatali all’asbesto e molto elevata quella imputabile al tabagismo, ma tale dato non rileva direttamente ai fini dell’esclusione, in singoli soggetti esaminati, dell’eziologia professionale della malattia, la quale attiene alla idoneità – ossia alla potenzialità, scientificamente fondata – del fattore lavorativo a costituire causa o concausa dell’insorgenza del tumore”. Con riferimento all’accertamento della eziologia professionale della patologia contratta, la Suprema Corte ha richiamato la pronuncia n. 1135 del 19 gennaio 2011 (nel caso esaminato era stata cassata la sentenza impugnata che aveva attribuito al tabagismo efficacia causale della neoplasia polmonare, senza approfondire se l’esposizione ai fumi di fonderia di fusione dell’acciaio, sprigionanti sostanze tossiche, avesse avuto un ruolo concausale), precisando, ancora una volta, che “trova applicazione il criterio secondo il quale deve ritenersi acquisita la prova del nesso causale nel caso sussista un’adeguata probabilità, sul piano scientifico, della risposta positiva, non occorrendo una assoluta certezza, e ciò non a causa dell’incompletezza delle prove fornite riguardo ad elementi strettamente fattuali, ma per ragioni intrinseche alla variabilità e non completa prevedibilità delle reazioni dei soggetti umani ai fattori potenzialmente incidenti sul loro stato di salute e alla limitata possibilità di identificare anche “ex post” quali siano stati i fattori causali che concretamente abbiano operato”. Non essendosi attenuta a detti principi di diritto, la sentenza emessa dalla Corte di Appello è stata pertanto cassata con conseguente rinvio alla Corte di Appello di Lecce per un nuovo accertamento di merito.

17.15 Corte di Appello Milano n 3898/12: mesotelioma pleurico e infondatezza della teoria della “trigger dose”.

Da ultimo merita di essere segnalata la inedita sentenza n 3898 depositata in data 30 novembre 2012 dalla seconda sezione della Corte di Appello di Milano, che ha sconfessato la teoria della “trigger dose”, cosiddetta dose grilletto, ritenendo tutti i datori di lavoro, compresi anche i produttori di materiali in amianto, responsabili in caso di mesotelioma. Nel caso di specie, La Corte ha accolto la richiesta di ristoro del risarcimento del danno non patrimoniale avanzata dalla vedova del lavoratore deceduto, liquidando l’ingente somma di € 207.000,00. Riepiloghiamo il fatto e l’iter processuale innanzi al Giudice di prime cure prima di analizzare poi la statuizione del Giudice del gravame. Nel 2006 Caia, moglie di Tizio, adiva il Tribunale di Voghera per richiedere il risarcimento dei danni morali subiti per la morte del marito, avvenuto il 10 marzo del 1996 a seguito di mesotelioma pleurico (nota forma tumorale dell’apparato respiratorio ormai accertata come ricollegata alla esposizione all’amianto o a materiali che lo contengono), nei confronti delle due società per le quali il de cuius aveva lavorato per oltre vent’anni, come artigiano posatore di lastre contenenti amianto. In conseguenza delle mansioni svolte, il marito aveva contratto la malattia professionale, dalla quale ne era derivato il decesso. Si costituivano entrambe le società convenute, le quali contestavano la sussistenza del nesso causale tra la morte del lavoratore e l’attività prestata dallo stesso in loro favore. Una delle convenute eccepiva altresì l’intervenuta prescrizione della domanda. Parte attrice produceva la documentazione sanitaria inerente la malattia patita dal de cuius. La causa veniva istruita a mezzo prove testimoniali e, dopo l’acquisizione agli atti delle relazioni delle ispezioni compiute dalle UUSSLL e dall’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Milano sulla diffusione dell’amianto sui luoghi di lavoro nella sede di una delle società convenute, veniva disposta consulenza medico legale volta ad appurare le cause del decesso del lavoratore nonché sulla sussistenza del nesso causale tra queste e l’attività svolta per le convenute. Con sentenza n 12/09 del 13 gennaio 2009, il Giudice di primo grado respingeva la richiesta di ristoro avanzata dall’attrice e “data la complessità delle questioni di fatto, ed in particolare delle valutazioni medico legali, sottese alla domanda” dichiarava le spese di lite compensate. La sentenza non veniva notificata, applicandosi così il termine lungo (si veda il primo comma dell’art. 327 del Codice di rito, rubricato “Decadenza dall’impugnazione”, secondo cui “Indipendentemente dalla notificazione, l’appello, il ricorso per cassazione e la revocazione per i motivi indicati nei numeri 4 e 5 dell’articolo 395 non possono proporsi dopo decorsi sei mesi dalla pubblicazione della sentenza”, norma modificata dalla Legge 18 giugno 2009 n 69) per la proposizione dell’appello. Vediamo nel merito le ragioni addotte dal Giudice a sostegno del rigetto della domanda proposta da parte attrice e il percorso logico motivazionale seguito al fine di escludere la sussistenza del nesso causale tra esposizione all’amianto e susseguente decesso. Come vedremo il Giudice di prime cure ha fatto proprie le “conclusioni” cui è pervenuto il CTU, che ha aderito alla tesi della “c.d. Trigger Dose”, poi sconfessata dal successivo giudizio di secondo grado. L’eccezione di prescrizione sollevata da una delle convenute è stata rigettata perché, trattandosi di evento dannoso che integra una ipotesi di omicidio colposo, il reato si prescrive in dieci anni, con conseguente applicazione del termine alle obbligazioni risarcitorie che ne derivano. La espletata CTU ha chiarito che il decesso del de cuius avvenne certamente per mesotelioma pleurico: patologia correlata alla esposizione all’amianto, la cui “causa tipica identificata è l’inalazione di particelle di amianto di dimensioni non superiori a 10 micron tanto che il mesotelioma è riconosciuto come malattia professionale dei lavoratori esposti” (c.d. malattie professionali “tabellate”). Il nominato consulente tecnico ha poi precisato che il mesotelioma è malattia che ha un lunghissimo tempo di incubazione, tra venti e quaranta anni e comunque non inferiore a quindici anni, mentre per “scatenare la malattia non è comprovata la necessità di una esposizione protratta fino a raggiungere una “dose minima” una volta che l’inalazione delle fibre ha dato origine al suo decorso, l’ulteriore esposizione è indifferente”. Prosegue il Giudice di prime cure: “se il protrarsi della esposizione a polveri contenenti amianto aumenta il rischio di malattia, quella che rileva è l’inalazione iniziale dopo la quale il venir meno dei fattori di rischio non impedisce il decorso del male né il protrarsi della esposizione l’accelera”. Questo dato viene ritenuto importante da parte del Tribunale al fine di ritenere che se vi è responsabilità da parte delle società convenute l’indagine dovrà “risalire di un ventennio, o comunque a non meno di quindici anni prima” e, precisamente in epoca antecedente il 1979, verosimilmente nell’anno 1974, atteso che la patologia asbesto correlata fu diagnosticata al de cuius nel 1994. Quanto all’oggetto sociale delle due imprese è opportuno precisare che l’una produceva lastre in fibrocemento per coperture, contenenti amianto, fino all’anno 1992; l’altra invece costruiva prefabbricati e, quando il contratto di fornitura poneva a suo carico la posa di dette lastre in cemento-amianto, affidava il lavoro ad artigiani edili, tra i quali anche il de cuius. Quanto ai rapporti di lavoro in essere tra il de cuius e le società convenute, l’espletata istruttoria (prove testimoniali, fatture in atti, ammissione da parte delle stesse convenute) aveva appurato che: A) il lavoratore era un artigiano edile specializzato nelle pose di lastre di copertura; B) non era mai stato dipendente di nessuna delle società convenute; C) fino agli anni novanta, poco prima di ammalarsi, aveva lavorato come collaboratore “per lo più di altri artigiani “capo commessa”; D) non vi era alcuna documentazione, tranne l’escussione di un teste, atta a confermare che il de cuius avesse svolto attività lavorativa per conto delle convenute prima dell’anno 1979. Pertanto la responsabilità delle società convenute dovrebbe essere ricavata solo a mezzo dello strumento giuridico delle presunzioni, anche tenuto conto che il de cuius “non era dipendente delle convenute, così che si possa configurare una loro responsabilità per le polveri cui era esposto nella esecuzione di lavorazioni che eseguiva in proprio”. E’ principio assodato in medicina che il mesotelioma non deriva dal mero contatto con materiale che contenga amianto ma dall’inalazione di particelle microscopiche di amianto, e le dispersione di tali particelle, sotto forma di pulviscolo, può avvenire solo in presenza di materiale ormai invecchiato, che comincia a sbriciolarsi, od in occasione di lavorazioni, quali il taglio o la fornitura. A ciò si aggiunga che, dall’acquisizione delle ispezioni e analisi eseguite dalle UUSSLL e dall’istituto di medicina legale, era emerso che la maggiore concentrazione di dispersione delle particelle avveniva “ad orario pieno” (e cioè evidentemente con riferimento ai lavoratori che erano impiegati come dipendenti delle società convenute all’interno dell’ambiente di lavoro) e con l’uso si apposite cautele quali l’utilizzo di maschere, il bagnare le lastre prima di procedere a sezionarle o spezzarle con martelletti e non tagliarle con l’uso di dischi diamantati, consentiva di contenere “entro limiti modesti, sensibilmente inferiori agli standard fissati dal legislatore per prevenire il rischio di malattie”. Con processo deduttivo alquanto discutibile (e ci si permetta non condivisibile da parte di chi scrive perché detto convincimento avrebbe dovuto essere poi riferito al caso di specie), ammesso e non concesso che quanto statuito possa considerarsi “una massima di esperienza”, non è dato comprendere da quali elementi di prova, anche presuntivi, il Giudice di prime cure abbia evinto che il de cuius non utilizzasse alcuna delle suddette cautele, il Tribunale si era limitato a statuire che “l’utilizzo di queste cautele nei cantieri da parte di artigiani (come nel caso del de cuius, cfr.), il cui profitto dipende dal tempo impiegato per fare il lavoro, e quindi hanno interesse a procedere alla posa nel modo meno faticoso e più veloce, non può essere data per scontata”. Il Tribunale aveva anche considerato, sempre come motivo volto a suffragare il nesso causale tra la malattia e l’attività svolta per le società convenute, che il de cuius risiedeva fin dalla nascita in una zona non distante da una delle principiali imprese nazionali produttrici di materiali per l’edilizia contenenti amianto della zona. In conclusione la domanda avanzata dalla vedova del de cuius era stata rigettata per i seguenti motivi: 1) seppur l’origine della malattia poteva essere collocata in via presuntiva all’epoca in cui cominciò a lavorare come artigiano posatore di lastre cemento amianto, non poteva escludersi che la patologia asbesto correlata potesse derivare da inquinamento ambientale dovuto alla impresa che operava non distante dal luogo di residenza del de cuius; 2) anche dando per assodato, sia pure in termini probabilistici, che il fattore scatenante derivasse dall’attività lavorativa svolta per conto delle convenute, non risultavano provati in giudizio “rapporti di lavoro diretti con le società convenute nel periodo iniziale di incubazione della malattia”; 3) da ultimo, in mancanza di un rapporto di lavoro dipendente, non erano ravvisabili responsabilità delle convenute per l’esposizione al rischio per effetto dell’attività lavorativa svolta. La sentenza è stata impugnata innanzi alla Corte di Appello di Milano, che ha integralmente riformato la statuizione del giudice di prime cure, ritenendo fondata la domanda avanzata dalla vedova del de cuius e riconoscendo alla stessa una cospicua somma a titolo di danno non patrimoniale. In primo luogo il Giudice del gravame ha affrontato il problema centrale della vicenda, che rappresenta poi il fondamento in fatto della tesi sostenuta dalla difesa dell’appellante, e cioè se il de cuius abbia lavorato per un lungo tempo in un periodo che, attese le acquisizioni scientifiche della medicina, va collocato non dopo i quindici anni prima della sua morte, avvenuta nel 1996, e cioè, grossomodo, fino agli ultimi anni settanta o fino ai primi anni ottanta. La Corte di Appello ha ritenuto che “l’esito della disamina degli atti in questa direzione sia positivo”. Dal riesame delle prove testimoniali infatti non poteva considerarsi, come aveva invece ritenuto il Giudice di prime cure, che la emissione di sole tre fatture, soprattutto nei primi anni novanta, da parte del de cuius nei confronti di una delle società convenute oggi appellate fosse prova della episodicità del rapporto lavorativo intercorso. Infatti, era da considerare la circostanza che “era solo il capo-commessa del gruppo degli artigiani, cui venivano affidati i materiali in amianto per la lavorazione, ad avere un rapporto fiscalmente regolare con la committente, mentre gli altri venivano, per lo più informalmente, pagati dal capo-commessa”. La Corte di Appello ha proceduto altresì a valutare non solo quelle che erano circostanze che i testi escussi avevano appreso per conoscenza diretta e quali invece dovessero considerarsi “relata refero” ma anche e soprattutto la attendibilità di alcuni testi “negativi”, che erano ex dirigenti o dipendenti delle società convenute, “che non avevano avuto significativi contatti con il de cuius e potevano riferire solo quello che sapevano”. Per questi motivi, dall’esame delle testimoniali assunte, risultava pienamente provato e confermato che il de cuius aveva lavorato, a cavallo degli anni settanta-ottanta, per le due società convenute. Quanto alla ipotesi sostenuta dal Giudice di prime cure secondo cui la contrazione della malattia fosse dovuta alla circostanza che il de cuius abitava a poca distanza dallo stabilimento di produzione di materiali contenenti amianto, essa doveva considerarsi, all’evidenza “una ipotesi residuale e non comprovata, dato che non era emerso che detta vicinanza comportasse l’inalazione di polveri di amianto”. Secondo la Corte risulta, al contrario, provato che l’inizio del periodo di latenza della malattia debba essere collocato “a cavallo degli anni ottanta”, quando cioè si è avuta molto probabilmente l’insorgenza della contaminazione del corpo del de cuius con l’amianto conseguente alla attività prestata in favore delle società convenute. In questo passaggio della parte motiva della sentenza, il Giudice del gravame sconfessa la teoria della “dose grilletto” e il ragionamento operato dal nominato consulente tecnico e dal Giudice di prime cure. Vale la pena riportare testualmente il processo argomentativo seguito dalla Corte di Appello: “pertanto deve ritenersi che detto periodo è rilevante non perché, come ha riferito il CTU medico legale e come ha ritenuto il  Tribunale, questo sarebbe il periodo in cui –come vorrebbe una parte minoritaria della letteratura scientifica –si assume l’inalazione letale che determinerebbe l’insorgenza del lungo periodo di latenza della malattia e che, una volta realizzatasi, cagionerebbe l’irrimediabile inizio del processo morboso, rispetto a cui tutte le successive inalazioni sarebbero indifferenti come pure sarebbe indifferente l’eventuale cessazione dell’esposizione all’amianto, secondo la teoria della c.d. “trigger dose” (dose grilletto) che farebbe del mesotelioma pleurico una malattia (da esposizione all’amianto) dose indipendente, per la quale sarebbe rilevante solo la unica inalazione decisiva”. Come noto la prevalente e maggioritaria letteratura scientifica ha smentito quest’ultima teoria che, di fatto e come nel caso di specie, consentirebbe nella maggior parte dei casi (in considerazione del lungo periodo di latenza e della conseguente impossibilità di accertare il nesso causale tra insorgenza della patologia e successivo, a distanza di anni anche dall’avvenuto pensionamento o cessazione dell’intercorso rapporto di lavoro, decesso del lavoratore) di mandare esente da responsabilità il e/o i datore/i di lavoro (come peraltro avvenuto nel caso del processo di primo grado), “nella evidente impossibilità di accertare quando, come e da quale impresa sia pervenuta detta dose letale”. La Corte di Appello, nel motivare la propria adesione alle conclusioni raggiunte dalla prevalente comunità, ribadisce che il mesotelioma è “dose dipendente”. Infatti “più intensa e più lunga è l’esposizione al fattore di rischio, più si ha comunque il rafforzamento dell’esposizione, che diviene più dannosa nel produrre un minore periodo di latenza ed una più probabile alterazione del processo di riproduzione cellulare, che costituisce l’essenza di ogni tumore”. Non possiamo pertanto ritenere degna di credibilità e fondatezza alcuna “teoria” volta a sostenere che una sola fibra “killer” possa determinare l’incipit del mesotelioma. Va invece ritenuto che una prolungata esposizione a basse concentrazioni di amianto è il procedimento attraverso il quale, raggiunta la dose cumulativa sufficiente,  si forma la progressiva trasformazione di un numero critico di cellule normali mesoteliali in cellule tumorali di mesotelioma e conseguente effetto di progressione della malattia asbesto correlata. Passando all’esame della situazione fattuale del de cuius, sul piano eziologico, la causa molto probabile (come già abbiamo ricordato, nel processo civile e giuslavoristico, opera il principio “del più probabile che non”, a differenza del processo penale, ove si deve provare che “l’imputato abbia commesso il fatto oltre ogni ragionevole dubbio”) del mesotelioma contratto dal lavoratore fu proprio la prolungata esposizione alle inalazioni di polveri di amianto provenienti dalla lavorazioni delle lastre di amianto cemento prodotte da una delle società appellate e poi commercializzate dall’altra. Passando all’esame della rilevanza delle relazioni acquisite nel processo di primo grado e svolte dalle UUSSLL e dall’istituto di medicina legale meneghino, la Corte, indipendentemente dalla circostanza se la percentuale di fibre presenti nel luogo di lavoro fosse o meno inferiore ai limiti di legge, ha piuttosto posto l’attenzione sul fatto che, da un attento esame delle prove testimoniali, “i lavoratori dell’amianto nei due stabilimenti non utilizzavano due fondamentali misure di sicurezza: le maschere di protezione e gli aspiratori delle polveri pesanti”. Si tratta ancora una volta di una ipotesi di responsabilità omissiva da parte del datore di lavoro ai sensi della norma cardine art. 2087 del Codice civile consistente in colpa specifica derivante dalla violazione e mancata applicazione delle norme legislativamente preposte alla sicurezza e all’igiene sui luoghi di lavoro. In particolare l’art. 21 del D.P.R. n 303 del 1956, dettato proprio in tema di norme generali per l’igiene sul luogo di lavoro, prevede che “nei lavori che danno luogo normalmente alla formazione di polveri di qualunque specie, il datore di lavoro è tenuto ad adottare i provvedimenti atti ad impedirne o ridurne, per quanto possibile, lo sviluppo e la diffusione nell’ambiente di lavoro. Le misure da adottare a tal fine devono tenere conto della natura delle polveri e della loro concentrazione dell’atmosfera. Ove non sia possibile sostituire il materiale di lavoro polveroso, si devono adottare procedimenti lavorativi in apparecchi chiusi ovvero muniti di sistemi di aspirazione e di raccolta delle polveri, atti ad impedirne la dispersione. L’aspirazione deve essere effettuata, per quanto possibile, immediatamente vicino al luogo di produzione delle polveri”. L’art. 387 del D.P.R. n 547 del 1955, contenente invece la disciplina per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, stabilisce che “i lavoratori esposti a specifici rischi di inalazione pericolose di gas, polveri o fumi nocivi devono avere a disposizione maschere respiratorie o altri dispositivi idonei, da conservarsi in luogo adatto facilmente accessibile e noto al personale”. L’omissione, dovuta a negligenza, da parte delle due società appellate, di fondamentali cautele contro i rischi di malattie professionali ne comporta la condanna in solido, in quanto civilmente responsabili “di una condotta illecita, che costituisce anche il reato di omicidio colposo previsto dall’art. 589 del Codice penale”. La Corte sottolinea poi il fatto che è l’impresa a fruire dei vantaggi e dei profitti dei suoi dipendenti, con la conseguenza che, in virtù dei principi solidaristici e di difesa del contraente debole previsti negli artt. 2 e 3 del dettato costituzionale in tema di rapporti economico sociali, è sempre l’impresa che deve essere ritenuta obbligata a sopportare l’onere dei rischi che al lavoratore ed alla sua famiglia incombono per effetto delle sue prestazioni lavorative. Passiamo ora all’esame dell’ultimo profilo inerente la quantificazione del danno non patrimoniale liquidato alla vedova del de cuius. La domanda avanzata dalla moglie de cuius attiene alla richiesta di ristoro tanto del danno jure hereditatis per le sofferenze psico-fisiche sopportate dal marito in vita tanto del danno jure proprio, qualificati nell’atto introduttivo del giudizio come danni morali ma che, alla luce delle sentenze dell’”Estate di San Martino”, debbono essere ritenuti coincidenti con i danni non patrimoniali.  Sub riconoscimento e conseguente risarcimento del danno jure hereditatis: in giudizio non sono state forniti elementi di prova neppure indiziari volti a conoscere l’esegesi del dolore durante il decorso della malattia. I fatti certi sono i seguenti: A) la morte è avvenuta nel 1996; B) la malattia iniziò a manifestarsi nel 1994; C) l’INAIL riconobbe in vita allo sfortunato lavoratore una invalidità pressoché assoluta per aver contratto il mesotelioma pleurico. Manca però la prova certa del dies a quo a decorrere dal quale l’Ente previdenziale iniziò a corrispondere al de cuius la rendita; D) è stato allegato che il lavoratore patì “atroci dolori per la sua malattia” (e come notoriamente potrebbe non essere, aggiungiamo noi). Manca però anche in questo caso anche solo un indizio di prova volto a presumere se egli sia stato sottoposto a terapie palliative e se sia mai stato ricoverato in un centro di assistenza per malati terminali. Sotto il profilo probatorio, trattandosi di danno evento, abbiamo più volte posto l’attenzione sull’importanza di supportare, fin dall’atto introduttivo del giudizio, i fatti descritti in narrativa con riscontri probatori documentali, quali prescrizioni mediche di farmaci e relativi scontrini dei relativi acquisti, così come delle eventuali terapie prescritte a seguito di visite psicologiche o psichiatriche. La Corte di Appello, in difetto di qualsiasi elemento di prova, ha negato la liquidazione del danno jure hereditatis alla vedova, ritenendo correttamente di non poter fare ricorso neppure al criterio equitativo, adeguandosi, in questo caso, ai già detti principi di diritto, oggetto di richiamo nei commenti alle precedenti decisioni. Il Giudice del gravame non ha disposto neppure il rinnovo della CTU (come la difesa dell’appellante aveva richiesto) proprio sul presupposto che la mancanza della documentazione sanitaria non poteva di certo supplire al “vuoto probatorio”, anche in considerazione del lungo lasso di tempo trascorso dalla morte del de cuius. E’ stato invece riconosciuto e liquidato il danno non patrimoniale alla vedova per la perdita del coniuge convivente nella complessiva somma di € 207.765,57 (sulla base delle note tabelle dell’Osservatorio per la giustizia civile di Milano dell’aprile 2011, che prevedono una “forbice” tra un minimo di € 154.000,00 ed € 308.000,00) tenuto conto della “giovane età di 46 anni” e della “presumibile convivenza con il de cuius in vita di questi”, della “sofferenza psicologica e morale per la lunga malattia del marito, la perdita del giovane compagno di vita nonché suo primo referente affettivo ed esistenziale”.

17.16 La paura di ammalarsi.

Il problema non è di poco conto. Non lo è perché la dottrina e la giurisprudenza sono spesso state concordi nel ritenere che “senza lesione non vi è danno” e non lo è perché il cittadino che si trova esposto in luoghi ove sono presenti particelle di amianto o addirittura per il solo fatto di risiedere in zone contaminate spesso è ignaro delle conseguenze pregiudizievoli cui va incontro. Ma il punto focale è ancora una volta il “pregiudizio esistenziale” subito dal soggetto, che non ha al momento alcuna lesione ma che vive quotidianamente, o a scadenze programmate come nel caso delle visite periodiche cui il lavoratore deve sottoporsi, la paura di contrarre una patologia asbesto correlata. Prima ancora che di tutela della salute si tratta di capire se e in che misura sia lecito e doveroso tutelare la serenità del cittadino. Serenità non intesa come diritto a vivere una vita felice ma protezione da parte dello Stato a non consentire che i propri cittadini vivano, senza alcuna responsabilità, uno stato di angoscia che, una volta divenuto perdurante, sfocia in un inevitabile danno alla salute di natura psichica che necessariamente involve il cittadino “sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Non abbiamo parafrasato a caso l’art. 2 del dettato costituzionale che infatti prevede come “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’art. 32 della Costituzione tutela la salute non solo come fondamentale diritto del cittadino ma anche come “interesse della collettività”. Il problema principale, che nei precedenti paragrafi abbiamo affrontato sotto il profilo del nesso causale, di potere e dovere tutelare la menzionata “serenità di vita” del soggetto è rappresentato proprio dal lungo lasso di tempo, con una media di venti-trenta anni, che intercorre tra un’esposizione prolungata alle fibre d’asbesto ed un eventuale sviluppo di una neoplasia mesoteliale. L’evento dannoso è solo “potenziale”, perché non si è ancora prodotto, ma poiché è probabile che si produrrà, e si traduce nell’immediato in una perdita di chances, che condiziona oggi il futuro e le scelte di vita, comunque e in ogni caso determina un pregiudizio. Ma anche il danno ‘statisticamente accertato’ deve essere integralmente risarcito, poiché è stato già dimostrato che gli esposti vivono meno rispetto alla media, è certo che sia l’evento dannoso (la morte prima della media) sia la causa (l’esposizione all’amianto) e quindi la responsabilità (chi ha causato l’esposizione). Senza dimenticare che vi è da considerare anche la responsabilità civile per danno ‘da cure preventive’ o il danno ‘statisticamente accertato’ anche se difficilmente prospettabile, anche se è già noto, ove si consideri che la prevenzione delle malattie sociali quali il tumore impedisce il lavoro e le attività per il tempo in cui si va dal medico o si fanno le cure mediche preventive. Rimane da chiarire se, nel concetto di malattia generica, rientri anche la tutela preventiva nei limiti in cui sia necessaria e ragionevole, però se il danno cosiddetto “normale” da cure preventive è generalmente non imputabile, lo è invece quello per l’amianto, poiché la persona in quanto ‘esposta’ è dunque vittima e teme giustamente di poter contrarre una di quelle terribili malattie, quali il mesotelioma, rispetto alle quali si sta facendo visitare continuamente, con ogni analisi possibile, e tenta di fare quant’altro sarà indispensabile per evitare o attenuare gli effetti della malattia, e quindi dovrà modificare anche le sue abitudini di vita (eviterà attività polverose, cercherà di vivere all’aria aperta, in campagna o in montagna, non fumerà, ne berrà alcolici) e quindi è preoccupato e pensieroso e ha modificato anche il carattere, con fobie e ossessioni, a seconda dei casi. Per questi motivi siamo fautori del principio del c.d. “Zero Risk” o “Zero Tollerance”: eliminare l’amianto per eliminare il problema e, soprattutto, ricorrere alla inertizzazione e alla bonifica del territorio. Infatti poiché non è possibile fissare livelli di esposizione “sicuri” per le proprietà pericolose dell’amianto e anche una dose molto ridotta può originare tumori, solo l’eliminazione dell’amianto sotto qualsiasi forma comporterà tutela della collettività pubblica con conseguente effettiva protezione della vita e abbattimento dei costi sociali e sanitari [“Tutte le forme di amianto (crisotilo, crocido lite, amosite, tremolite, actinolite e antofillite) sono cancerogene per l’uomo (Gruppo 1)][30]. Del resto anche l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione, agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha assunto una posizione di salvaguardia della salute umana, riconoscendo l’impossibilità di individuare un valore limite al di sotto del quale non vi sia rischio per la salute umana. Anche se i divieti di produzione e commercializzazione (in Italia, a seguito della Legge n 257/1992, ne è stata proibita l’estrazione, l’importazione e la lavorazione) come pure le direttive per il recupero e l’eliminazione di questi materiali hanno contribuito a far scomparire dagli ambienti lavorativi i materiali a base di amianto, le previsioni scientifiche sull’insorgenza di malattie legate all’amianto in ambienti professionali restano allarmanti, soprattutto per le esposizioni all’amianto avvenute durante gli anni sessanta. Si pensi che, già in uno studio ormai risalente ad oltre un decennio fa, il Dottor J. Peto [in “Parere del Comitato economico e sociale su “L’Amianto” (1999/C138/09), Gazzetta ufficiale delle Comunità Europee, C 138/24, 18.05.1999], “tra i maggiori esperti in materia, ha stimato che nell’Europa occidentale si avranno duecentocinquantamila decessi per mesotelioma legato all’amianto nell’arco dei prossimi trentacinque” quale conseguenza alla produzione e all’esposizione generalizzata a questo materiale. Le persone che sono state esposte a polveri e fibre di amianto sono potenzialmente vittime della insorgenza di gravi patologie che, nella maggior parte dei casi, hanno un esito infausto, proprio perché l’amianto rappresenta un pericolo per la salute delle persone se vengono inalate le sue fibre presenti nei più diversi ambienti. Come abbiamo visto dall’esame delle situazioni di fatto in cui hanno operato i lavoratori poi deceduti nelle sentenze oggetto di commento dei precedenti paragrafi, il rilascio di fibre d’amianto nell’ambiente può avvenire o in occasione di una manipolazione/lavorazione dei materiali o spontaneamente, come nel caso di materiali friabili, usurati o sottoposti a vibrazioni, correnti d’aria, urti. L’esposizione a fibre di amianto è associata infatti a malattie dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare) e delle membrane sierose, principalmente la pleura (mesoteliomi). Vediamo brevemente, nello specifico, le principali patologie asbesto correlate, rinviando per la completa disamina delle stesse a quanto già esposto nei precedenti capitoli. Il mesotelioma ha una latenza tra i venti e i quaranta anni ed è un tumore raro della membrana di rivestimento del polmone (pleura) o dell’intestino (peritoneo). E’ sufficiente anche una esposizione a bassa dose per lo sviluppo della patologia. Anche il carcinoma polmonare ha lo stesso periodo di latenza del mesotelioma e insorge per esposizioni a basse dosi. Tra le origini e le cause della patologia vi sono anche altri fattori quali fumo di sigarette, cromo, nichel, materiali radioattivi, altri inquinanti ambientali (idrocarburi aromatici, derivati del catrame, gas di scarico dei motori). Il fumo di sigarette potenzia significativamente l’effetto cancerogeno dell’amianto e quindi aumenta fortemente la probabilità di contrarre tale malattia: questo elemento è fonte di maggiori problemi inerenti la valutazione in giudizio del nesso causale e della possibile “concausa” o esclusione del nesso causale, come abbiamo evidenziato nei precedenti paragrafi. Da ultimo vi è l’asbestosi, che ha invece un periodo di latenza sostanzialmente dimezzato rispetto alle suddette patologie che può essere indicato tra i dieci e quindici anni, ed è una patologia cronica, ed è quella che in passato è stata per prima correlata all’inalazione delle fibre d’amianto. Essa consiste in una fibrosi con ispessimento ed indurimento del tessuto polmonare che rende difficile lo scambio di ossigeno tra l’aria inspirata e il sangue. Si manifesta per esposizioni a concentrazioni medio-alte ed è, quindi, tipicamente una malattia professionale che, attualmente, risulta essere sempre più rara. Ma per la risarcibilità del danno biologico, e di tutti gli altri pregiudizi non patrimoniali, non è necessario che ci sia una ‘incidenza funzionale’ della ‘alterazione anatomica’, in quanto il danno biologico può ritenersi sussistente ‘anche quando l’alterazione anatomica non abbia attualmente incidenza funzionale’, come statuito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n 2491 del 1 febbraio 2008, in un caso per il quale delle ‘piccole placche pleuriche’ pur non avendo alterato la funzionalità respiratoria avevano portato sul piano giuridico alla decisione del Giudice di merito di sancire la risarcibilità del pregiudizio sia a titolo di danno biologico sia per le altre voci, ha confermato la decisione e rigettato il ricorso del datore di lavoro, ponendo in evidenza la sua sussistenza in ragione del “pericolo cagionato dall’alterazione”. Pertanto anche la certificata presenza di fibre nell’organismo, in assenza di alterazione anatomica, può essere fonte di responsabilità e costituire l’obbligo di risarcimento del ‘danno biologico a causa del semplice pericolo cagionato dall’alterazione’ in quanto permangono nell’organismo e sono rilevabili con esami specifici quali il BAL[31] etc., e impongono alla vittima di doversi sottoporre a continui e periodici accertamenti medici, per verificare lo stato di avanzamento della lesione ovvero l’insorgenza di un processo cancerogeno.

17.17 Corte di Appello Roma n 7131/08: Moliere e i riscontri oggettivi.

Nello stesso anno della pronuncia n 2491/08 emessa dalla Suprema Corte, la Corte di Appello di Roma, Sezione Lavoro, con la pronuncia n 7131/08, ha invece per la prima volta la questione della risarcibilità del danno non patrimoniale subito da un lavoratore esposto all’amianto per il sentimento di paura di contrarre il cancro. Come vedremo la domanda, già rigettata nel processo innanzi al Giudice di prime cure, ha avuto analogo esito nel successivo giudizio di impugnazione. Merita però di essere segnalata per l’esame compiuto dalla Corte degli elementi atti a configurare o disattendere il riconoscimento del diritto del lavoratore ad ottenere tutela del c.d. “timore di ammalarsi”. “Ah, Mon Dieu! Ils me laisseront ici mourir”, non occorre scomodare Moliere (che peraltro morì proprio il 17 febbraio 1673 mentre recitava “Le Malade imaginaire”) per compiere, in primis, da un punto di vista medico, una distinzione fondamentale tra nosofobia (o nosemafobia) e ipocondria. La nosofobia è definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata di ammalarsi o diventare un paziente: il nosofobico ha il timore alla malattia ma non è convinto di patirla. Ciò a differenza dell’ipocondriaco, che invece è convinto di patire malattie. Come si evince dal sito www.fobie.org, “i nosofobici, seguendo al classifica del DSM-IV (sistema elaborato dalla psichiatria nordamericana, che abbiamo richiamato, con riferimento al DSM-III, di sesto livello, come parametro per valutare la intensità della sofferenza patita in conseguenza della consapevolezza della inevitabile fine nel paragrafo introduttivo), avrebbero diagnosi di ipocondria. Tuttavia, empiricamente la differenza tra l’autentica ipocondria e la nosofobia sembra essere chiaramente stabilita. La paura dell’ipocondriaco della malattia è diversa nei seguenti aspetti: A) gli ipocondriaci non considerano che la loro paura sia eccessiva né irrazionale, i fobici sì; B) i pazienti ipocondriaci non temono di contrarre una malattia nel futuro (come invece fanno i fobici) ma di averla già contratta, di averla e che non sia stata fatta una diagnosi; C) i pazienti ipocondriaci non evitano i medici e gli ospedali, né presentano risposte di ansia immediata andando incontro ai precedenti. In qualsiasi caso, diversi studi fattoriali hanno trovato che esistono due diverse dimensioni nell’ipocondria, la nosofobia da un lato e la convinzione della malattia dall’altro. Esistono evidente che le terapie di condotta e di esposizione sarebbero più efficaci nei pazienti fobici mentre i trattamenti centrati su cambiamenti cognitivi funzionerebbero meglio con quei pazienti che sono convinti di patire la malattia”. Fatta questa debita premessa occorre analizzare il caso che ha dato origine alla statuizione della Corte capitolina. Tizio aveva prestato la propria attività di tecnico addetto ad impianti termici e di condizionamento presso un noto studio cinematografico, operando presso l’impianto termico e di condizionamento. Le specifiche mansioni del lavoratore erano quelle di provvedere al montaggio, alla manutenzione e alla conduzione di impianti frigoriferi. In particolare il ricorrente sosteneva di essere stato a contatto con un ambiente di lavoro a rischio amianto e, conseguentemente, di aver subito un danno alla propria salute. Sotto il profilo dell’an di causa, il ricorrente prefigurava la responsabilità della società convenuta ai sensi dell’art. 2087 del Codice civile (ancora una volta sotto un profilo “omissivo”), per non aver adottato alcuna precauzione ed alcuna misura di tutela. Sussisteva altresì, sempre a detta della difesa del ricorrente, una responsabilità specifica per violazione delle norme specifiche dettate dal Legislatore a protezione dei lavoratori quali la mancata consegna e conseguente uso delle maschere protettive, fornite solo a decorrere dall’anno 2001, come accertato dalla ispezione delle condizioni dei luoghi di lavoro effettuata dalle ASL competenti. Con sentenza depositata in data 21 settembre 2009, il Giudice di primo grado rigettava la domanda, ritenendo non provato il rischio, sia con riguardo alla oggettiva presenza di amianto in misura qualificata, che alla esposizione del lavoratore ad ambiente contaminato, che, ancora, con riguardo al danno lamentato, ritenuto non emergente dalle allegazioni e prove fornite. Il lavoratore proponeva appello sulla base dei seguenti motivi di gravame: 1) Violazione degli obblighi di cui all’art. 2087 cc, per non aver impedito la esposizione del dipendente alle polveri di amianto presenti nei locali in cui prestava la attività di lavoro; 2) Errata valutazione delle risultanze testimoniali in merito alle condizioni di lavoro del dipendente; 3) Errata valutazione sulla inesistenza del danno lamentato; 4) Sussistenza di una patologia riconducibile a causa lavorativa. La Corte di appello di Roma rigettava l’impugnazione proposta sulla base delle seguenti considerazioni di fatto e di diritto. Sotto un profilo fattuale dagli accertamenti compiuti dalle competenti ASL era emerso che la percentuale di polveri presenti e disperse nell’ambiente (il cosiddetto requisito oggettivo del “contatto ambientale”) era in quantità notevolmente inferiore al limite indicato dalla normativa del settore (legge n. 257/92, che richiama i limiti tecnici individuati dal D.lgs n. 277/91). Era emerso altresì, dalla espletata istruttoria orale dinnanzi al Giudice di prime cure, che l’appellante, pur recandosi giornalmente presso l’impianto termico e di condizionamento, non si tratteneva mai oltre la mezzora. Nei momenti in cui i macchinari andavano in blocco, il lavoratore rimaneva solo il tempo necessario per provvedere alla riparazione del guasto, che era contenuto ad un massimo di tre ore. Per la riparazione invece dei guasti di maggiore complessità la società convenuta si rivolgeva a ditte specializzate. Le risultanze istruttorie avevano evidenziato l’assenza di entrambe le condizioni atte, per la giurisprudenza, a configurare la sussistenza di un rischio per la salute del lavoratore: 1) la presenza di polveri di amianto in misura qualificata; 2) la durata della esposizione del lavoratore alle stesse. Elementi di fatto considerati dal legislatore quali essenziali ai fini della tutela invocata dall’appellante. Sotto un profilo giuridico non sussisteva neppure la prefigurata responsabilità ex art. 2087 del Codice civile. La norma infatti, ponendo un obbligo al datore di adottare tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica, e la personalità morale dei prestatori di lavoro, agisce come “ norma di chiusura” del sistema di previsioni legislative messe in campo per la tutela della persona del lavoratore. La Corte di Appello di Roma ha evidenziato che l’art. 2087 del Codice civile “pone al datore di lavoro anche un obbligo di valutare e prevenire possibili rischi, naturalmente sulla base delle conoscenze, esperienze e tecniche maturate ed a lui astrattamente ricollegabili, tali da individuare tutte le necessità concrete, utili alla salute ed alla integrità psico-fisica del lavoratore. L’obbligo posto dalla disposizione impone, quindi, al datore di lavoro di individuare tutte le situazioni di specifico rischio, anche al di la dell’osservanza delle singole misure dettate da legislazioni speciali, evidentemente non sempre sufficienti a regolare il caso concreto. In un siffatto sistema il datore di lavoro deve dar prova di aver fornito ed adottato tutte le misure necessarie a garantire il prestatore di lavoro, con ciò intendendo non soltanto le misure direttamente previste da eventuali disposizioni vigenti nella materia, ma anche le misure che, in concreto, la fattispecie presenti come necessarie, e siano, al contempo nella disponibilità (considerata in astratto), di conoscenze, di tecniche e di esperienza del datore di lavoro e della categoria imprenditoriale a cui lo stesso appartiene. Tale ultimo riferimento (categoria imprenditoriale), serve per qualificare il livello di patrimonio culturale e tecnico cui occorre fare riferimento per valutare la ragionevolezza dell’intervento e della attività richiesta al datore di lavoro, non misurabile sulla sua singola ed individuale esperienza, ma sulla esperienza dell’intero settore di conoscenze e tecniche acquisite in un determinato ambito lavorativo. Il datore di lavoro ha dunque l’obbligo di adottare tutte le misure che, in campo scientifico, tecnico e di comune esperienza siano utili a prevenire ed evitare rischi legati a quella prestazione di lavoro, ovvero a sue specifiche modalità attuative. Nel caso di specie la documentazione prodotta e’ indicativa di un tempestivo intervento della parte appellata prima al fine di accertare la presenza di sostanze nocive attraverso l’opera delle autorità competenti, e poi di bonificare il locale in questione, pur ritenuto non soggetto a rischio, attesa la quantità di polveri presente”, con conseguente esclusione della operatività di responsabilità a carico del datore di lavoro. Da ultimo sotto il profilo del richiesto danno non patrimoniale, l’appellante aveva sostenuto, e documentato a mezzo certificazione medica, di essere affetto da una patologia ansioso depressiva dovuta alla consapevolezza di prestare attività di lavoro in luogo a rischio amianto, ha determinato in lui un danno alla propria integrità psico-fisica. In particolare dall’esame dell’iter medico era emerso che l’odierno appellante era già stato riconosciuto invalido nella misura del 46%, anche per la presenza di altre patologia tra le quali proprio la medesima patologia di cui chiedeva l’addebito alla società appellata, a far data dal lontano novembre 1989. Per il Giudice di secondo grado “era dunque evidente che, sin da tale epoca, sussisteva quindi un quadro patologico in cui la malattia nervosa assumeva una certa consistenza, e non era ancora rapportabile alla causa lavorativa successivamente individuata. Su tale pregressa condizione, si e’ evidentemente inserito il successivo stato di ansia collegato alla dimensione ambientale lavorativa”. Continua il Giudice del gravame sostenendo che “pur nella piena consapevolezza che un danno alla salute possa essere misurato anche solo in termini di aggravamento o di semplice concausalità con altre patologie”, si deve comunque valutare “la rapportabilità della detta incidenza su preesistente quadro patologico, alla causa ed al fattore lavorativo. Deve, quindi, valutarsi la diretta discendenza, in termini oggettivi, della maggiore gravità della patologia, dalla attività di lavoro”. Dall’esame delle risultanze istruttorie compiute innanzi al Giudice di prime cure era emersa l’assenza di tale nesso oggettivo. Ed è questo il punto cardine da tenere presente per considerare o meno la sussistenza di un danno connesso alla paura di ammalarsi. Infatti la patologia ansioso depressiva (peraltro già presente nel lavoratore a far data dal 1989), non può certo essere individuata nella semplice “paura” di ammalarsi in futuro per essere stato in luogo contaminato da amianto. Tale rappresentazione dell’ansia esistente nel lavoratore, non può infatti ritenersi meritevole di tutela in assenza di condizioni che rendano oggettivo e giustificato tale status. Nel caso di specie “la accertata modica quantità di polveri esistenti nel luogo di lavoro imputato (impianto termico e di condizionamento), e la scarsa esposizione del lavoratore, escludono un fattore “rischio” oggettivamente valutabile e soprattutto escludono che il lavoratore possa trarre un ragionevole convincimento di rischio per la propria salute. La semplice “paura” di ammalarsi, sebbene comprensibile sotto un profilo strettamente sociale, e con rilievo in una analisi sociologica ed ambientale, non assume valenza ed interesse giuridico se non accompagnata da concrete condizioni che la qualifichino rispetto ad una mera sensibilità personale”. Precisa al riguardo la Corte che deve essere “distinta la percezione soggettiva della paura di ammalarsi, che può essere collegata al diverso sentire ed alla diversa attenzione che ciascun soggetto ha rispetto a tale problema, da una paura ingenerata da oggettive condizioni di rischio ambientale, in cui ad esempio, altri soggetti si sono ammalati ed hanno comunque ricevuto danni o anche solo minacce di ripercussioni psico-fisiche. La oggettività di una situazione a rischio, accertata documentalmente, ed introdotta, in quanto tale nel processo, rende evidente la rapportabilità della “paura” all’attività di lavoro, anche se lo status resta sempre fattore soggettivo, ma ancorato, in questo caso, ad un concreto sostrato di fatto che lo giustifichi. In tal caso ogni effetto assume valore giuridicamente rilevante ed in quanto tale, apprezzabile in sede giurisdizionale. La carenza delle indicazioni di oggettività nella denunciata patologia, rendono la stessa disancorata dal nesso causale-lavorativo”. La decisione in esame, pur avendo decretato il rigetto della domanda del lavoratore in entrambi i gradi, merita di essere segnalata per aver tracciato le linee guida cui attenersi nel caso in cui si adisca il giudizio per richiedere e vedersi riconosciuto un danno non patrimoniale di natura psichica scaturito dalla c.d. paura di ammalarsi. La Corte non nega la possibilità di ristoro di detta voce di danno in assoluto. L’essere sottoposti al pericolo di un evento dannoso può cagionare anche una patologia accertabile dal punto di vista medico (dando luogo, così, ad un danno biologico, talvolta di tipo psichico), oltre quella psichica e quella legata al danno da pericolo, dal quale non si potrà prescindere al momento della determinazione della sua entità, oltre agli altri pregiudizi per lesione dei diritti a contenuto non patrimoniale e a copertura costituzionale. La Corte nega invece la possibilità di ristoro quando la patologia (nel caso di specie era addirittura preesistente) non è connotata da quelle condizioni oggettive dovute alla insalubrità del luogo di lavoro “se non accompagnata da concrete condizioni che la qualifichino rispetto ad una mera sensibilità personale». E la conferma che le “condizioni oggettive” siano le “forche caudine” attraverso le quali possa o meno qualificarsi il timore di ammalarsi come “reasonable”, la si ricava altresì dalla sentenza n 23642, emessa il 6 novembre 2006 dalla Suprema Corte, in Sezione Lavoro[32], che, in un caso in cui i lavoratori avevano dedotto che il patema d’animo causato dalla consapevolezza della seria e concreta esposizione ultratrentennale all’amianto non poteva essere oggetto di accertamento o di riscontro medico legale, ma poteva essere desunto dai dati di comune esperienza, ha confermato la decisione della corte territoriale che aveva respinto la domanda di risarcimento per non avere i lavoratori fornito alcuna prova in ordine alla gravità dell’evento ed all’asserito turbamento, né alla dipendenza causale del turbamento dall’esposizione all’agente patogeno. In particolare la Cassazione ha statuito che “a situazione di turbamento psichico conseguente al proseguimento della prestazione lavorativa in ambiente inquinato, se non può formare oggetto di prova diretta, al pari di qualsiasi altro stato psichico interiore del soggetto, può essere tuttavia desunta da altre circostanze di fatto esterne, quali la presenza di malattie psico-somatiche, insonnia, inappetenze, disturbi del comportamento o altro. Conseguentemente, il lavoratore che, impiegato in cantiere esposto all’inalazione di polveri di amianto, chiede il risarcimento dei danni per l’esposizione ad agenti patogeni, pur non avendo contratto alcuna malattia, non è liberato dalla prova di aver subito un effettivo turbamento psichico e questa prospettata situazione di sofferenze e disagio non può essere desunta dalla mera prestazione lavorativa in ambiente inquinato”. Il Dott. Mauro di Marzio, magistrato del distretto giudiziario di Roma, con esaustivo commento, anche sotto un profilo di diritto comparato, su www.pluris-cedam.utetgiuridica.it, inizia la propria disamina dal c.d. «danno da pericolo», che “indica un danno attuale -distinto, così, dal pericolo di danno, che è solo un ipotetico danno futuro- determinato dal pericolo che un determinato accadimento abbia luogo. Il danno in questione può assumere le vesti del danno patrimoniale o non patrimoniale, secondo che vada a colpire il patrimonio o la persona”. Quale danno da pericolo, il dott. Di Marzio porta, quale esempio, “la costruzione di un inceneritore che faccia precipitare il valore degli immobili circostanti in ragione della pericolosità, vera o presunta, delle immissioni da esso prodotte”. Quale “pericolo di danno”, il magistrato porta, ad esempio, proprio il caso oggetto della sentenza della Corte di Appello di Roma, in cui il lavoratore, pur esposto a rischio amianto, non aveva contratto alcuna delle malattie professionali asbesto correlate ma viveva nel timore di ammalarsi, “tanto più che si tratta sovente di malattie lungo latenti (abbiamo visto con tempi che variano dai quindici anni per l’asbestosi ai trenta per il mesotelioma e il carcinoma polmonare), che può tradursi in una sindrome ansioso-depressiva, ma può anche non varcare la soglia della patologia”. Non è escluso che, accanto al prefigurarsi di un danno non patrimoniale, si possa richiedere anche il riconoscimento di un danno patrimoniale, rappresentato dal costo delle spese mediche sostenute per le visite, gli esami e le analisi alle quali il lavoratore non si sarebbe altrimenti sottoposto oltre il costo dei medicinali acquistati a seguito delle prescrizioni rilasciate dal medico. Senza dimenticare, in caso di disastro ambientale conseguente a esposizione da amianto, i costi economico sociali quali, l’abbattimento cautelativo di animali e il deprezzamento degli immobili. Il dott. Di Marzio passa poi all’analisi della giurisprudenza statunitense, che più volte si è pronunciata “sul danno da pericolo, e così sul fear of contracting disease, sotto forma di fear of cancer, fear of AIDS” e altre ipotesi. Dall’analisi dei casi emerge una sostanziale difformità nelle decisioni. Infatti, prosegue il commentatore, “a volte il danno viene riconosciuto e risarcito, con diversi gradi di severità, sia nel suo aspetto patrimoniale (expenses for medical monitoring), sia in quello non patrimoniale, generalmente come emotional distress (slegato da una lesione fisica), ma anche talora come pain and suffering (dipendente da una lesione fisica) o come lost quality of life. A volte, invece, prevalgono considerazioni di natura tecnica (la mancanza di un physical impact) o, soprattutto, di policy: il danno da pericolo è sfuggente, è difficile da accertare nella sua oggettività, si presta a strumentalizzazioni, rischia di spostare risorse a favore di soggetti non particolarmente colpiti e di sottrarne a chi si ammala davvero”. Per similarità con il caso deciso dalla Corte di Appello di Roma, il dott. Di Marzio cita il caso “Norfolk e Western Railway Co. vs Ayers, deciso nel 2003 dalla Supreme Court of the United States. Un gruppo di lavoratori esposti all’asbesto contrae l’asbestosi, e chiede il risarcimento non solo per la malattia contratta, ma anche per fear of cancer, assumendo che l’asbestosi aumenti il rischio di contrarre in cancro. La Supreme Court conferma la sentenza d’appello che aveva a propria volta confermato la decisione di accoglimento della domanda -e ritiene inapplicabile il proprio precedente del 1997 Metro-North Commuter Railroad Co. vs. Buckley, con il quale aveva escluso la risarcibilità in un caso in cui il soggetto esposto all’amianto non aveva contratto alcuna malattia- stabilendo che il danno è risarcibile «upon demonstrating a reasonable fear of cancer stemming from his present disease». Dunque, almeno se c’è una malattia dalla quale si genera la paura, basta che questa sia reasonable”.

17.18 Tribunale di Latina n 515/09: sì al danno post traumatico da stress: indennizzo INAIL e diritto del danneggiato al risarcimento dei danni differenziali e complementari

Un’altra decisione, sempre emessa dalla giurisprudenza giuslavoristica laziale, questa volta con esito di accoglimento per il ricorrente, è quella assunta dal Tribunale di Latina, con la Sentenza n. 515/09, che, nel definire il giudizio promosso da un lavoratore esposto ad amianto nei confronti di INAIL, ha riconosciuto quale malattia professionale e condannato l’ente assicuratore ad erogare l’indennizzo del danno biologico, conseguente al disturbo “post traumatico da stress, legato alla costrizione esistenziale di paura conseguente alla lunga esposizione ad amianto, che ‘deve essere considerata malattia professionale in modo indiretto secondaria all’esposizione ad amianto… (poiché)  detta malattia va considerata come danno biologico in misura del 15%” con condanna dell’INAIL all’indennizzo, e il diritto della vittima ad ottenere il risarcimento dei danni differenziali e complementari. Infatti, come noto, spetta all’Istituto previdenziale procedere all’indennizzo del danno biologico, della inabilità temporanea assoluta, dei postumi di inabilità permanente e anche all’indennizzo del pregiudizio patrimoniale. Ai sensi dell’art. 13 comma 7 legge 257/92, se il lavoratore contrae una patologia asbesto correlata, l’INAIL rilascia altresì il relativo certificato di esposizione ex art. 13 comma 7 legge 257/92 e, se sussistono determinate condizioni, eroga la prestazione aggiuntiva del Fondo Vittime dell’amianto, e altre prestazioni sono a carico degli altri enti previdenziali e assistenziali presso i quali sono assicurati gli altri lavoratori che non appartengono al settore privato, oppure a quelli per i quali sono in corso convenzioni con questo istituto. Permane invece a carico del datore di lavoro l’integrale ristoro del danno patrimoniale, quale quello per perdita di chance, e il danno biologico residuale, e cioè quello non indennizzabile (perché fino al 6%) oppure la differenza tra il dovuto e le prestazioni erogate dagli enti assicuratori (c.d. danno differenziale), e il pregiudizio morale, esistenziale e per altri profili di costituzionale rilevanza (c.d. danni complementari). La valutazione dell’entità del pregiudizio (differenziale e complementare, rispetto a quanto eventualmente liquidato dall’Inail e/o da altri enti previdenziali e assistenziali) dovrà essere determinata con quantificazione equitativa secondo i parametri sanciti dalle note sentenze di “San Martino”, nell’ambito delle disposizioni normative di cui all’artt. 1226 del Codice civile, sotto un profilo di responsabilità contrattuale, e all’art. 2056 del Codice civile per quanto concerne la responsabilità extracontrattuale: ciò sempre che il ristoro avvenga in modo integrale “ma non oltre” [33], e non escluda il riconoscimento e la conseguente “risarcibilità di questi danni per effetto di un innesto dei suoi principi con il sistema indennitario di cui all’art. 13 del D.L.vo 38 del 2000, anche se alcuni Giudici di merito in alcuni casi relativi a infortuni sul lavoro e malattie professionali si erano pronunciati ritenendo che null’altro fosse dovuto al lavoratore malato oltre la rendita, sopravalutando la portata delle prestazioni assicurative Inail (che invece assicurano un mero indennizzo ex art. 38 della Costituzione) e non l’integrale risarcimento di tutti i pregiudizi che discendono dalla violazione delle norme di cui agli artt. 2, 3 e 4, 35, 36, 37 e 41 II comma piuttosto che dall’art. 32 della Costituzione, e dai diritti in esse contemplati, e che quindi in questo caso rimarrebbero senza tutela risarcitoria, che è la minima reazione dell’ordinamento per ristabilire l’equilibrio turbato dal fatto illecito altrui”[34]. Del resto come abbiamo già evidenziato nel paragrafo 17.9 (Corte di Cassazione n 9238/11: Industrie aeronautiche meccaniche e mesotelioma pleurico), anche nel caso della liquidazione di prestazioni INAIL in favore della vedova e agli altri congiunti, se dovute (e quindi anche nel caso in cui non ci sia la liquidazione di cui all’art. 13 del D.Lgs. 38/2000), gli eredi hanno comunque il diritto a vedersi integralmente risarciti tutti i danni, anche iure proprio, sofferti a causa dell’evento lesivo della vita del congiunto. Gli aspetti inerenti la sofferenza morale e i pregiudizi aredittuali del “non fare esistenziale” (il cosiddetto “peggioramento della qualità di vita”) devono essere tenuti in considerazione come “dovuta personalizzazione del danno” ai fini della determinazione dell’entità omnicomprensiva del “nuovo” danno non patrimoniale. Si tratta di danni che non possono e non debbono rientrare sotto l’”ombrello” della copertura assicurativa dell’INAIL, che, come è noto, indennizza ma non risarcisce il danno biologico del lavoratore, anche perché si limita al profilo psicofisico, senza alcuna connotazione dinamica di natura soggettiva; e non risarcisce la sofferenza morale e il pregiudizio al fare aredittuale e di altri interessi costituzionali della persona, che invece debbono trovare integrale risarcimento aliunde, proprio sulla base dei dettami sanciti dalle Sezioni Unite del 2008. E’ bene però precisare, in ordine ‘agli aspetti dinamico relazionali’[35] relativi alla tutela assicurativa, che l’art. 13 del D.Lgs. 38/2000 li concepisce solo con riferimento a criteri oggettivi e predeterminati, uguali per tutti e anche per questo aspetto copre solo i riflessi indotti dalla menomazione della capacità psicofisica in modo indifferenziato per tutti i soggetti infortunati o tecnopatici; mentre gli aspetti propriamente soggettivi e la c.d. personalizzazione del danno restano affidati alla tutela risarcitoria di diritto comune e non sono compresi nella tutela Inail[36]; ponendosi semmai il problema della loro risarcibilità come danno differenziale (rilevante per la sua diversa dimensione quantitativa) oppure come danno complementare (rilevante sotto il profilo qualitativo).

Ciò rende evidente la diversità (qualitativa, oltre che quantitativa),[37] delle due diverse dimensioni del danno biologico (indennizzato dall’Inail e risarcito dal diritto comune), che si traduce in diversità di criteri tabellari in concreto impiegati per la stima della percentuale invalidante (tabelle Inail; tabelle delle menomazioni c.d. micropermanenti di cui all’art. 5 della L. n. 57/01 e successive modificazioni limitatamente ai danni derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti; quelle per le menomazioni dal 10% al 100% di cui all’art. 138 del D.Lgs. n. 209/2005, con la ormai prossima pubblicazione della cosiddetta “tabella Unica” nazionale) ovvero per il diverso valore del punto percentuale, con risultati finali sensibilmente differenziati sia in ragione della non totale coincidenza della valutazione del danno conseguibile con l’impiego delle diverse tabelle, sia e soprattutto per la diversa entità del valore del punto[38]. L’obiettiva diversità funzionale del danno biologico indennizzo e del danno biologico – risarcimento è infatti confermata, oltre che dalla legge delega, dalla misura sensibilmente più elevata dei valori previsti per la liquidazione del punto di invalidità dalle tabelle per la liquidazione delle micro permanenti, [dall’art. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private peraltro ulteriormente maggiorabili dal giudice in sede di personalizzazione del danno (comma tre rispettivamente nella misura del 30% e di 1/5) rispetto a quelle di cui al decreto legislativo numero 38 del 2000)[39]: quindi nella determinazione del differenziale del danno biologico si dovrà tener conto di questi profili oltre a doversi risarcire tutti gli altri danni, a partire da quello morale, esistenziale, alla vita di relazione e per lesione di ogni altro diritto.

Le tesi che tendono ad escludere la risarcibilità dei danni differenziali e complementari sono pertanto prive di qualsiasi fondamento, poiché la Cassazione ha ribadito l’estraneità degli aspetti morali ed esistenziali del danno alla persona dal danno biologico standard, e dunque dalla stessa tutela indennitaria INAIL, e quindi è dovuto il differenziale del danno biologico, che colga gli aspetti dinamico-relazionali, e la sofferenza morale e il pregiudizio al fare areddituale e ad altri interessi costituzionali della persona che non considera mai, e che debbono essere integralmente risarciti.

 

17.19 Il Caso Seveso: tragedia italiana e la “morale” del “danno morale farsa”.

Ma il caso più emblematico, in tema di paura di ammalarsi, attiene a quello che comunemente viene definito il “Caso Seveso”. Ricordiamo il fatto. Nell’estate del 1976, a seguito della dispersione di una nube tossica contente diossina proveniente da una società di impianti chimici nell’interland milanese, rimangono intossicati numerosi abitanti delle zone interessate. Si procede addirittura all’evacuazione della popolazione, che viene immediatamente, proprio in considerazione del grado di tossicità della diossina, sottoposta a controlli e presidi medici presso i locali nosocomi. Gli abitanti vengono, da ultimo, invitati a non procreare fino a quando non saranno terminate le operazioni di bonifica dello stabilimento interessato e del limitrofo territorio. Da un punto di vista giudiziario l’iter processuale è particolarmente complesso. L’11 luglio 1991, il Tribunale di Milano[40], a seguito delle richieste di numerosi danneggiati alla stregua di una “class-action”, condanna le società ritenute responsabili del disastro ambientale al risarcimento del danno, all’epoca dei fatti qualificato come “danno morale” e quantificato nella somma di € 1.050,00 all’attualità (circa due milioni di lire per la moneta vigente all’epoca della statuizione) per ciascun danneggiato. Presupposto del riconosciuto ristoro per il Giudice di prime cure era che «l’esposizione a quantità imprecisate di diossina, le prescrizioni e le limitazioni alla libertà di azione e di vita (contatti con le cose contaminate), i controlli sanitari sostanzialmente coattivi ed il timore per il futuro costituiscono sicuramente ragioni di disturbo e di danno morale». Anche la Corte di Appello di Milano, con sentenza del 12 ottobre 1993[41], rilevando la correttezza del percorso motivazionale operato dal Tribunale, ha confermato il diritto al risarcimento del danno avente origine nella “sindrome di paura che ha umiliato e comunque condizionato gli abitanti della stessa zona in quanto soggetti sanitariamente a rischio». Le società convenute ricorrono in Cassazione e ottengono l’accoglimento dell’impugnazione proposta. La Suprema Corte, con le pronunce n 4631 del 24 maggio 1997 e n 5530 del 20 giugno 1997, nega la sussistenza del danno morale come danno-conseguenza, non sussistendo nel caso di specie alcun danno-evento atto a ledere l’integrità psicofisica o il patrimonio del danneggiato. La questione viene devoluta alle Sezioni Unite che, con sentenza n 2515 del 21 febbraio 2002[42], confermano il decisum del giudizio di merito, riconoscendo la risarcibilità del danno morale, anche in assenza della mediazione di un danno alla sfera psicofisica o patrimoniale. Il Tribunale di Milano, con pronuncia del 9 giugno 2003[43] è nuovamente intervenuto sulla “questione Seveso”, risarcendo la paura di ammalarsi come pregiudizio per la salute di natura morale, quantificando la somma in € 5.000,00. Con pronuncia n 11059 emessa dalla terza Sezione civile della Cassazione il 13 maggio 2009, con commento su www.personaedanno.it ad opera di Mazzola, la Suprema Corte ha confermato, nel “Caso Seveso”, la risarcibilità del danno non patrimoniale “consistente nel patema d’animo e nella sofferenza interna ben può essere provato per presunzioni e che la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza del verificarsi dell’altro secondo criteri di regolarità causale”. La pronuncia della Suprema Corte, che ha rigettato i sette motivi di ricorso proposti dalla società ricorrente e responsabile della fuoriuscita di diossina, ha confermato ancora una volta l’impianto logico giuridico svolto dal Tribunale di Milano in primo grado improntato, sotto il profilo dell’an, alla fattispecie penale di cui all’art. 449 c.p. come delitto colposo di pericolo presunto a carattere plurioffensivo. Quanto al danno non patrimoniale la Corte si è limitata a configurare interamente nel danno morale il patema d’animo e la preoccupazione subiti dagli abitanti della zona. La Corte non approfondisce invece a fondo la problematica degli ulteriori pregiudizi esistenziali patiti dagli abitanti di Seveso ed ecco perché, per dirla con le parole di Mazzola nel commento alla suddetta sentenza e che condividiamo, “proprio il caso Seveso abbia rappresentato un paradosso, poiché se da un lato è stato pienamente riconosciuto il danno non patrimoniale (peraltro modesto), dall’altro si è persa l’occasione di fare emergere tutto lo sconvolgimento esistenziale delle vittime, offrendo loro adeguata riparazione, pur se nell’ambito espressivo del danno non patrimoniale, ossia posto “tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, [di] un tipo di pregiudizio” (pag. 10 sentenza, anche se riferita alla componente morale). E’ infatti evidente come le gravissime immissioni intollerabili, quali le immissioni di diossina che hanno sconvolto l’habitat di centinaia e centinaia di persone, abbiano a lungo inciso sul normale fare delle persone, i quali non solo si son dovuti sottoporre “in quanto soggetti a rischio, a ripetuti controlli sanitari, sia nell’immediatezza dell’evento sia successivamente, per parecchi anni, almeno fino al 1984” (pagg. 7-8 sentenza) ma certamente non hanno più potuto fare quello che si erano prefissi di fare. Si pensi a chi ha rinunciato a concepire dei figli per il timore che nascessero malformati (si pensi a tutta la tematica del cosiddetto “diritto a nascere sani”, affrontata dalla giurisprudenza in tema di responsabilità medica) o a chi non si è sposato per la paura di lasciare il congiunto prematuramente o a chi ancora ha dovuto cambiare habitat negli anni successivi rinunciando alle proprie origini familiari. Ma gli esempi, ricavati dalla realtà, potrebbero essere innumerevoli”. La pronuncia, a sommesso avviso di chi scrive, difetta però di un adeguato approfondimento in tema di danno morale. E’ irrisoria la liquidazione in rapporto al peggioramento della qualità di vita dei soggetti interessati. Come insufficiente è la rilevanza data da parte dei Giudici alla sofferenza permanente e non transeunte patita da parte degli abitanti delle zone colpite dalla contaminazione gassosa. Ciò in quanto la Suprema Corte[44] ha avuto modo di precisare che nella valutazione del danno morale, contestuale alla lesione del diritto alla salute, la valutazione di tale voce, dotata di logica autonomi in relazione alla diversità del bene protetto, che pure attiene ad un diritto inviolabile della persona deve tener conto delle condizioni soggettive della persona umana e della gravità del fatto, senza che possa considerarsi il valore della integrità morale una quota minore del danno alla salute. Pertanto la liquidazione del danno non patrimoniale deve essere complessiva e cioè tale da coprire l’intero pregiudizio a prescindere dai “nomina iuris” dei vari tipi di danno.

 

17.20 Processo Eternit: una speranza per chi vive ogni giorno nel timore di ammalarsi.

Ma rimanendo in Italia, non lontano da Seveso, ecco che, con il processo “Eternit” di Torino per disastro doloso permanente e omissione di misure antinfortunistiche (dal nome del noto stabilimento, uno dei più importanti d’Europa, sito nelle vicinanze di Casale che dal 1906 al 1986 ha prodotto il cemento amianto), sono state ammesse circa seimila parti civili contro i due rappresentanti della corporation elvetica ritenuta responsabile della morte di oltre duemila persone in una delle zone a maggiore densità di inquinamento da amianto quale Casale Monferrato. La peculiarità sta nel fatto che il Tribunale ha ammesso non solo i familiari dei lavoratori scomparsi o i cittadini residenti che si sono ammalati per contaminazione da amianto ma, ed è qui la vera novità, sono stati ammessi come parti civili anche coloro che non avevano, al momento, contratto alcuna patologia asbesto correlata ma vivevano (e vivono) ogni giorno nella paura di contrarla. La vita di ogni cittadino casalese è stata e continua ad essere stravolta. La oncologa del nosocomio Santo Spirito di Casale, dott.ssa Daniela Degiovanni, che si è occupata degli aspetti diagnostici-terapeutici dei tumori da amianto dal 1982 al 2009, nel corso della relazione tenuta durante la trentasettesima udienza del processo, ha affermato che “la qualità della vita dei cittadini del casalese è da decenni inquinata dalla convivenza con il mesotelioma. Il bene primario della salute – secondo l’OMS come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia o di infermità” – da qualche decennio è fortemente compromesso”. La dott.ssa Degiovanni ha inoltre affontato la problematica del disagio che colpisce la cittadinanza per la stretta e inevitabile convivenza con i continui decessi e insorgenza delle patologie asbesto correlate. Per gli abitanti della zona si tratta, come evidente, di uno stato di prostrazione sia per la propria salute (Casale è un paese in cui ormai i cittadini sanno non solo tutto gli uni degli altri ma sanno altresì delle conseguenze nefaste provocate dall’amianto) sia per quella dei propri familiari come anche degli amici di una vita o di coloro con i quali si è lavorato fianco a fianco nel “boom economico” dell’Eternit. La stessa Azienda USL ha svolto, nel corso dell’anno 2006, una indagine affidata alla dott.ssa Antonella Granieri, che ha confermato un obiettivo stato di disagio psicologico definito clinicamente come “disturbo post-traumatico”, che “si verifica in condizioni precise e che ha una sintomatologia precisa, come il fatto di rivivere l’avvenimento che provoca dolore o paura, il fatto di evitare qualunque circostanza possa ricordare l’evento traumatico, «intorpidimento emozionale», una rinuncia a vivere nella sensazione di essere deprivati del futuro o – al contrario – una ipervigilanza, disturbi del sonno, rabbia immotivata, cefalee, vertigini. La recente sentenza n 565 del 13 febbraio 2012, emessa dal Tribunale del capoluogo piemontese, ha condannato gli imputati in solido con i responsabili civili (nei casi in cui le parti civili li abbiano regolarmente citati), con riferimento al delitto di cui all’art. 434 c.p., al risarcimento del danno in favore delle parti civili cittadini (sani) residenti in Casale Monferrato e Cavagnolo-Brusasco e/o dei loro eredi. Il Tribunale ha ritenuto che “sussiste, infatti, il diritto degli eredi legittimi della persona offesa dal reato alla costituzione di parte civile preordinata ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e morali richiesti “iure hereditatis”, in quanto nel patrimonio del “de cuius” rientrano anche i diritti patrimoniali scaturenti dai danni provocati dal reato e i danni morali, quantificabili in somme di denaro, per le sofferenze patite (così, da ultimo, Cass. Sez. V – sentenza n. 29729 del 4 maggio 2010 ud. – dep. 28 luglio 2010 – imp. Santini e altri – rv. 248259)”. Con riferimento al ‘danno da esposizione’, cioè al danno ricollegabile al timore dei residenti in Casale Monferrato (e dei Comuni della c.d. “area critica di Casale”) e in Cavagnolo-Brusasco, attualmente sani, di contrarre, in ragione dell’esposizione ambientale ad amianto, una patologia asbesto correlata, il Tribunale di Torino ha dapprima ripercorso l’evoluzione del panorama giurisprudenziale in materia di danno non patrimoniale, traendo le mosse dalla sentenza n 515 del 21 febbraio 2002 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che aveva optato per il principio opposto a quello affermato con le sentenze n. 4631 e 5530 del 1997, ritenendo che il danno morale soggettivo fosse risarcibile anche in assenza di danno biologico o di altro evento produttivo di danno patrimoniale. Il principio di diritto statuito, con tale sentenza, prevedeva infatti che “in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo, il danno morale soggettivo lamentato dai soggetti che si trovano in una particolare situazione (in quanto abitano e/o lavorano in detto ambiente) e che provino in concreto di avere subito un turbamento psichico (sofferenze e paterni d’animo) di natura transitoria a causa dell’esposizione a sostanze inquinamenti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita, è risarcibile autonomamente anche in mancanza di una lesione all’integrità psico­fisica (danno biologico) o di altro evento produttivo di danno patrimoniale, trattandosi di reato plurioffensivo che comporta, oltre all’offesa all’ambiente ed alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli, pregiudicati nella loro sfera individuale”. Si tratta di un turbamento psichico che se dopo le “sentenze novembrine”, ai fini liquidativi, ricade nella omnicomprensiva categoria del danno non patrimoniale, non può certo essere limitato al solo danno morale (peraltro con liquidazioni irrisorie e simboliche, come quelle liquidate dal Tribunale Milano e successiva Cassazione nel suddetto “Caso Seveso) ma deve valutare compiutamente tutte  ricadute sulla sfera esistenziale e sulla vita di relazione, determinando quello stress da amianto[45], quella paura di ‘ammalarsi’, che si traduce in una aspettativa di attesa della malattia, con conseguenze sulla sfera psichica, che ledono i diritti della persona, nella sua sfera morale e nella sua dignità (art. 2 della Costituzione), oltre che negli altri diritti di costituzionale rilevanza, e in quelli riconosciuti e tutelati dalle convenzioni internazionali e dai trattati di diritto comunitario. Si tratta di un disturbo che si verifica a fronte di situazioni traumatiche per un gruppo o una comunità: catastrofi o disastri naturali, disastri aerei, persecuzioni di massa, prigionia in campi di concentramento, attentati, esposizioni a nocività ambientali come Chernobyl o Seveso, osservato per la prima volta nei reduci delle guerre, dai due conflitti mondiali, al Vietnam, all’Irak. Nel caso di Casale Monferrato (come peraltro in ogni situazione di disastro ambientale asbesto correlata) la sola esposizione a polveri e fibre di amianto determina comunque di per sé un pregiudizio ingiusto, anche quando, come abbiamo visto, non sono ancora state diagnosticate delle patologie asbesto correlate poiché il turbamento psichico c’è sempre[46] anche in assenza del danno biologico, basti pensare che, come confermato dalla dott.ssa Degiovanni, si è dovuto istituire, in collaborazione all’Azienda USL del Monferrato e all’Università di Torino, un programma di supporto psicologico, con cadenza di incontri settimanali oltre la creazione di un numero telefonico di sostegno, per gli abitanti sani che temono di ammalarsi. Come osservato dal Prof. Cendon[47], la struttura del danno da pericolo è composta dal “35% (di) danno morale (le ombre di paura dentro di te); (e dal) 65% di danno esistenziale (perché quegli inganni e quelle ombre hanno determinato una nuova agenda quotidiana: non sei più andato di qua o di là, hai rifiutato inviti vari, hai comprato solo libri sul cancro, hai chiuso con amici fumatori, hai tagliato con la mondanità, hai chiuso con certi sport, sei sempre con la testa altrove e perdi a poker, ti sei messo a mangiare solo cose terapeutiche, la tua morosa di ha lasciato perché sei ossessionato, balbetti dieci volte più di prima, hai il triplo dei capelli bianchi, ha svenduto di brutto tutta la collezione di pipe di tuo nonno, fai ogni giorni dieci gesti da ipocondriaco, sei mezzo impotente, hai cominciato una terapia antistress); non sei semplicemente uno spaventato che fa la stessa vita di prima, sei uno spaventato che fa la stessa vita di prima, sei ben diversa, e ne fa di nuove un po’ bislacche”. Il pericolo di contrarre una malattia, dunque, modifica in senso peggiorativo le attività quotidiane e realizzatrici della persona, con la conseguenza che devono essere risarciti (ovviamente se supportati da adeguato riscontro probatorio, tutti i danni non patrimoniali, non solo quello biologico (quale danno biologico contratto a causa del semplice pericolo cagionato dall’alterazione), ma anche quelli legati alla ‘privazione della propria serenità e tranquillità’, in virtù “del principio della tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionali inviolabili”. Emerge pertanto tutta la difficoltà di prova e di riconoscimento, sotto il profilo probatorio, del danno conseguente ad esposizione in luoghi aperti ed extra lavorativi, ove l’”ombrello” dell’art. 2087 del Codice civile permette, quanto meno, una più facile individuazione di attribuzione di responsabilità.

17.21 Corte di Cassazione, Sezioni Unite, n 794/09: ambiente non salubre e privazione della serenità e tranquillità. Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n 20620/2012: asbestosi e perdita della serenità.

La Cassazione civile, con sentenza n 794 resa a Sezioni Unite il 15 gennaio 2009 (su www.cortedicassazione.it) ha accolto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, proposta da un lavoratore, identificata “nella privazione della propria serenità e tranquillità” derivante dall’avere lavorato in un ambiente non salubre (nel caso di specie si trattava dei cosiddetti “danni da fumo passivo). In ordine alla risarcibilità di tale voce di danno, la Suprema Corte ha richiamato le pronunce del novembre 2008, con particolare riferimento alla sentenza n. 26972/08, evidenziando ancora una volta come il danno non patrimoniale previsto dall’art. 2059 c.c. “si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica” e non è tutelato solo nei casi espressamente previsti dalla legge ma, “in virtù del principio della tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionali inviolabili, la tutela è estesa ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione”. Sotto il profilo della responsabilità del datore di lavoro, prefigurata ai sensi dell’art. 2087 del Codice civile, il Giudice di prime cure aveva fatto riferimento agli artt. 1, 2, 4, 32 e 35 del dettato costituzionale, da cui discenderebbe il diritto “costituzionalmente garantito” del lavoratore a svolgere le proprie mansioni in un ambiente di lavoro salubre e, come tale, risarcibile quale danno non patrimoniale subito dal dipendente che abbia visto tale diritto illegittimamente compromesso a prescindere da ogni effetto sul diritto alla salute. Il Tribunale aveva poi proceduto ad una liquidazione equitativa del danno sulla base dell’art. 1226 del Codice civile, quantificato nella somma di € 4.000,00, tenuto conto “non solo della natura del diritto leso ma anche della durata di tale lesione (che nella fattispecie si è protratta negli anni) e della gravità della stessa (anche per l’interferenza con il diritto alla salute)”.

Con sentenza n 20620 emessa il 22 novembre 2012 dalla Sezione Lavoro, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso promosso dalle Ferrovie dello Stato, confermando la statuizione della Corte di Appello di Napoli che aveva ritenuto, nel merito, correttamente allegata da parte del lavoratore la perdita del benessere psicofisico, derivante dalla contrazione della tecnopatia ascrivibile alla illecita condotta di parte datoriale, che aveva arrecato turbamento al di lui stato d’animo, menomando la serenità della sua condizione: la domanda di risarcimento del pregiudizio subito per il suddetto titolo era stata liquidata, con valutazione equitativa, in misura pari ad un terzo di quella del danno biologico (la sentenza della Corte territoriale era stata emessa nel dicembre 2006 e quindi prima dell’avvento delle note Sezioni Unite). Il caso attiene ad un lavoratore, impiegato con mansioni di tappezziere presso una officina delle Ferrovie dello Stato dall’anno 1973 al 1996 (per ben ventitre anni), era venuto a contatto con l’amianto. Il lavoratore lamentava l’assoluta mancanza di misure di protezione all’infuori dell’uso di una mascherina. In conseguenza di ciò aveva contratto l’asbestosi e gli era stata riconosciuta la rendita da malattia professionale da parte delle stesse Ferrovie dello Stato. Nel corso degli anni aveva subito un progressivo aggravamento della sua inabilità lavorativa. Nel corso del primo grado, egli aveva convenuto in giudizio l’INAIL al fine di ottenere una pronuncia di condanna dell’ente previdenziale al pagamento della rendita nella misura del 70%, e il datore di lavoro, nei cui confronti della quale aveva rivendicato il diritto al risarcimento del danno biologico e del danno morale. Espletata CTU medico legale, il Giudice di prime cure aveva riconosciuto soltanto che “l’infermità da cui era affetto il ricorrente comportava una riduzione della capacità lavorativa nella misura del 25% (maggiore di quella già in precedenza riconosciuta)”, respingendo invece le altre domande. La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza n 8201 del 5-22 dicembre 2006, in parziale accoglimento del gravame ed in parziale riforma dell’impugnata sentenza, condannò la Rete Ferroviaria Italiana spa al risarcimento del danno biologico e morale, per complessivi Euro 83.092,00, oltre accessori, e rigettò il gravame proposto nei confronti dell’Inail. Sulla fondatezza della domanda il Giudice di secondo grado aveva ritenuto sussistente la responsabilità delle Ferrovie sulla base della norma di chiusura del sistema infortunistico delineata dall’art. 2087 del Codice civile per non aver adottato tutte le misure che – in considerazione della peculiarità dell’attività e tenuto conto dello stato della tecnica – erano necessarie per tutelare l’integrità dei lavoratori. In particolare il Giudice del gravame aveva ritenuto “certamente assolti gli oneri probatori a carico del lavoratore (sussistenza del rapporto di lavoro, patologia e nesso causale tra quest’ultima e l’evento dannoso) alla luce della produzione documentale raccolta in prime cure, attestante lo svolgimento per oltre un decennio di attività di tappezziere espletata mediante lo smantellamento di carrozze ferroviarie, sia pur già scoibentate, nonché l’assunzione della patologia asbestosica ed il nesso eziologico fra esse, fonte di riconoscimento da parte datoriale di rendita da malattia professionale (in particolare il CTU aveva dato atto della natura delle prestazioni svolte dal ricorrente, consistenti nel rivestimento dei pavimenti e dei sedili delle carrozze, in contemporanea con quelle rese da altri artigiani e meccanici, che evidentemente comportava comunque una notevole dispersione di polveri e residui di amianto), con conseguente accoglimento della domanda intesa a conseguire il risarcimento del danno biologico conseguente alla tecnopatia contratta”. Sotto un profilo risarcitorio, con riferimento al danno biologico derivante da malattia professionale in epoca anteriore all’entrata in vigore del D.lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13, costituiva circostanza incontroversa fra le parti l’entità del pregiudizio risentito dal lavoratore alla propria integrità psicofisica, commisurato al 25%. La Corte di merito procedeva all’applicazione del criterio equitativo per la commisurazione del risarcimento del danno biologico, facendo ricorso alle note tabelle milanesi, “richiamate peraltro nelle proprie difese dallo stesso appellante, apparendo l’importo risultante del tutto proporzionato alla gravità delle lesioni subite, alle capacità di recupero dei soggetto, alla prognosi di vita del danneggiato (colpito in giovane età dall’evento pregiudizievole) ed alle sue condizioni socio- economiche, rapportate all’ambiente in cui egli proiettava le proprie aspirazioni di vita”. Il danno morale, alla luce della ampia dizione di cui all’art. 2087 del Codice civile, veniva riconosciuto al lavoratore senza necessità di “scomodare” alcun precetto della carta costituzionale. Ciò anche tenuto conto del fatto che il lavoratore, nel corso del giudizio, aveva comunque “allegato la perdita del benessere psicofisico, derivante dalla contrazione della tecnopatia ascrivibile alla illecita condotta di parte datoriale, avesse arrecato turbamento al proprio stato d’animo, menomando la serenità della sua condizione”. Il danno morale, con valutazione equitativa, era stato liquidato “in misura pari ad un terzo di quella del danno biologico”, ciò in virtù della prassi in uso presso la maggior parte dei Tribunali del Paese, prima della “tempesta” del novembre 2008. Avverso l’anzidetta sentenza della Corte d’Appello di Napoli la Rete Ferroviaria Italiana spa ha proposto ricorso per cassazione fondato su due motivi, che la Suprema Corte ha rigettato. Quanto al primo motivo, in cui la società ricorrente aveva denunciato la violazione di norme di legge (artt. 1218 e 2087 c.c.), per non avere il lavoratore dedotto e indicato specificamente le norme di legge e/o le misure tecniche che, nell’esercizio dell’impresa, avrebbero dovuto essere adottate dal datore di lavoro a tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore, la Suprema Corte ha ribadito il consolidato orientamento in tema di ripartizione degli oneri probatori, precisando che la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Napoli “ha correttamente fatto riferimento all’avvenuto riconoscimento, da parte delle Ferrovie dello Stato, della rendita da malattia professionale dipendente dalla medesima patologia per cui è causa; le differenze esistenti fra il danno indennizzabile in base alla legislazione previdenziale e quello civile risarcibile sotto il profilo della lesione della integrità psico-fisica hanno infatti in comune, quale presupposto necessario, che la patologia abbia tratto origine dall’attività lavorativa svolta, sicché il ricordato riconoscimento, da parte delle Ferrovie dello Stato, della rendita per malattia professionale contiene un’evidente valenza confessoria dell’esistenza della malattia e del nesso eziologico tra la stessa e l’attività lavorativa espletata”. Con il secondo motivo invece le Ferrovie dello Stato avevano censurato il decisum, sotto il profilo degli artt. 2059 e 2087 del Codice civile, del giudice di secondo grado che aveva “riconosciuto e liquidato il danno morale in assenza dell’accertamento dei requisiti di un’astratta figura di reato”. La Suprema Corte ha avuto modo di precisare che “l’avvenuto accertamento sia di un danno all’integrità fisica del lavoratore, sia dell’addebitabilità di tale danno all’insufficiente predisposizione di strumenti di sicurezza in violazione di un obbligo di legge (e, quindi, dell’attribuibilità al datore di lavoro di tale condotta omissiva), costituiscono implicita – ma assolutamente inequivoca – valutazione della ricorrenza nel caso all’esame dei presupposti astrattamente contemplati per la fattispecie penale del reato di lesioni (quanto meno) colpose”. Per questi motivi la Corte di Cassazione ha disatteso entrambi i motivi di gravame, condannando peraltro la società ricorrente alla refusione delle spese di lite in favore della difesa del lavoratore, compensando invece quelle tra ricorrente ed Ente previdenziale, che aveva a sua volta resistito con controricorso. Oggi, dopo l’intervento del novembre 2008 da parte delle Sezioni Unite, si potrebbe invece valutare se la privazione della serenità di vita non dovesse essere piuttosto riconosciuta come ulteriore personalizzazione del danno seppur all’interno di una liquidazione unitaria del danno non patrimoniale. Ma al di là di categorie meramente descrittive, è importante che la Suprema Corte abbia confermato la statuizione della Corte territoriale sulla sussistenza di perdita del benessere psicofisico da parte del lavoratore, come conseguenza della contrazione di una malattia tabellata quale l’asbestosi: malattia ascrivibile (implicitamente –si veda la statuizione della Suprema Corte sul rigetto del secondo motivo di gravame) “alla illecita condotta di parte datoriale, avesse arrecato turbamento al proprio stato d’animo, menomando la serenità della sua condizione” e liquidata con la considerevole somma di oltre ottantamila euro.

 

17.22 Epilogo: World Trade Center e Bane.

La storia dell’Amianto è una guerra. E’ una guerra la cui fine è ancora lontana. Possiamo definirla “Enduring Freedom”, per parafrasare, a sproposito, la guerra iniziata dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 al “World Trade Center” di New York. E’ richiamata a sproposito la guerra ma non l’episodio di tragedia mondiale che continua a causare, nella città di New York, ancora vittime tra i soccorritori (in primis i Vigili del Fuoco), che si sono ammalati in conseguenza della inalazione delle polveri disperse nell’aria dopo la caduta delle Twin Towers. Non dimentichiamo che, a seguito della densa nube di polvere sviluppatasi a seguito del crollo e che ancora rimane indelebile nella nostra memoria per le immagini trasmesse da parte delle televisioni di tutto il mondo, la città di New York si trovò esposta ad una serie di fattori altamente inquinanti, individuati in lamelle di silicati di alluminio e di magnesio, di asbesto crisotilo, di fosfato di calcio, e solfato di calcio. Furono altresì reperiti anche piccoli frammenti di vetro (le strutture esterne delle torri erano infatti rivestite da vetrate), contenenti soprattutto silicio e magnesio. Si parla di un “contagio” nei confronti di almento settantamila persone. Lo studio effettuato dal Centro Medico Mount Sinai su alcuni soggetti evidenziò nei predetti “una condizione clinica di grave o moderata riduzione funzionale respiratoria. L’esame istopatologico mise in luce “una pneumopatia interstiziale, consistente in sofferenze delle vie aeree di minor calibro, in sofferenza parenchimale bronchiolocentrica con formazioni granulomatose non necrotizzanti”.[48] Abbiamo percorso la giurisprudenza in tema di morte, perché purtroppo per le patologie asbesto correlate, è questo il triste epilogo che “spetta” a chi ha dedicato una vita al lavoro “come mezzo per vivere” e non “come mezzo per morire”. E’ una storia che non risparmia neppure le vittime da rimbalzo e cioè tutti coloro che, in particolar modo i familiari, hanno vissuto a stretto contatto con la vittima primaria. Si tratta per tutti di quelle che comunemente vengono definite non a caso “le morti bianche”: bianche perché avvengono nell’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito e per il quale lo Stato dovrebbe adoperarsi per “promuove(re) le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4 Carta costituzionale). Ma la storia dell’amianto, nei casi di disastro ambientale come Seveso e Casale Monferrato, tanto per citare quelli a noi più vicini, non ha risparmiato neppure intere popolazioni. Il riconoscimento di un diritto al risarcimento del danno anche a coloro che non hanno contratto alcuna patologia asbesto correlata ma vivono nel costante timore di ammalarsi è un notevole passo avanti e di civiltà. Preservare la serenità sociale delle persone deve essere un diritto. Lo abbiamo già detto: sotto questo profilo siamo in disaccordo con la statuizione delle Sezioni Unite sul mancato riconoscimento di un diritto alla felicità, diritto invece espressamente riconosciuto dal Presidente degli Stati Uniti Barak Obama il 22 gennaio 2013, nel momento del giuramento sulla scalinata di Capitol Hill, per il secondo mandato alla Casa Bianca, ha detto: “Noi riteniamo….che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità“.[49] Abbiamo diritto a che lo Stato tuteli se non un diritto alla felicità quanto meno un diritto dei propri cittadini ad una vita serena, soprattutto nel campo del lavoro. Siamo anche in disaccordo con quelle pronunce, inerenti in particolare al Caso Seveso, che hanno “liquidato” tutti quei pregiudizi esistenziali subiti dalla popolazione (esami, visite, analisi, astinenza dal procreare per paura di nascite affette da malformazioni) sotto la categoria del danno morale con un quantum irrisorio. Ma la storia dell’amianto è anche una “guerra fredda” fatta di cose non dette e di studiosi ingiustamente attaccati o fatti sparire nel dimenticatoio, come lo scienziato Irving Selikoff. La guerra all’amianto è una guerra in cui la verità giudiziaria deve ristabilire la verità fattuale. E’ una guerra in cui, almeno per quanto riguarda l’Italia, deve portare a sentenze di condanna che riconoscano quantomeno la sussistenza del dolo eventuale (come da sempre sostenuto dal Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, prof. avv. Ezio Bonanni) in capo ai responsabili (se non addirittura dello Stato stesso) per aver accettato il rischio morte e malattie asbesto correlate dei propri lavoratori: sapevano della nocività dell’amianto e l’hanno taciuto a tutti, avvalendosi spesso di periti di comodo e di studi “scientifici” pagati dalle stesse multinazionali volti a negare la pericolosità dell’asbesto. Le vittime di oggi sono i bambini di allora “che giocavano con i sacchi di amianto che venivano scaricati alla stazione e, lasciati lì per un po’, sollevavano nuvole che attiravano molto i bambini e che si divertivano molto a fare gli scivoli sul polverino”, come riferito sempre dalla oncologa Degiovanni. E allora torniamo al film “The Dark Knight rises”, dal quale avevamo tratto spunto per iniziare il nostro scritto e chiudiamo, scomodando la figura di Bane, colui che “nato nel buio ha visto la luce che era già uomo”, come baluardo dei lavoratori, per ribadire con forza ai responsabili delle fabbriche produttrici di amianto, “e Tu solo perché mi hai pagato pensi di avere il potere?”.

 

 

 

 

 

[1]
[1] nn. 26972-26973-26974 e 26975/08 in Danno e Responsabilità, IPSOA 11/08;
[2]
[2] Cass., Sez. III, 4 luglio 1953, n. 2085
[3]
[3] Cassazione civile, 2 aprile 2001 n 4783
[4]
[4] R. Pardolesi, frase poi ripresa da Caso in Uccidere è più conveniente che ferire: la distruzione della vita tra paradossi, irrazionalità e costi del sistema risarcitorio del danno non patrimoniale, in Dialoghi sul danno alla persona, a cura di Izzo, Trento, 2006, 211;
[5]
[5] Cooter – Ulen, Law&Economics, Boston e a., 2004, 372;
[6]
[6] n 8827 e 8828 del 31 maggio 2003;
[7]
[7] progetto di riforma del diritto delle obbligazioni e della prescrizione –artt. 1101/1386 e 2234/2281 del Code civil –redatto da una commissione di civilisti francesi diretta da Pierre Catala –in “Rassegna Forense –Quaderni 26”-diretta da Guida Alpa, Giuffré editore s.p.a.;
[8]
[8] peraltro tema oggetto di recente pubblicazione nel maggio 2012 da Giuffrè Editore s.p.a., nella collana di Medicina Legale “Criminologia e deontologia Medica”, autori Rocchi P. – Vergari B. “Il danno estetico: valutazione medico legale”, di cui ho redatto il capitolo “Il danno estetico nell’evoluzione giurisprudenziale: Giano bifronte”;
[9]
[9] pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 10 novembre 2008 n 263, che ratifica e dà esecuzione al Protocollo n 13 della Convezione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali fatto a Vilnius il 3 maggio 2002 (abolizione della pena di morte),
[10]
[10] Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza del 21.04.2011, n. 9238, conformemente a quanto altresì ribadito dalla Corte con la Sentenza n. 5086 del 2012.
[11]
[11]Cass. civ., sez. III 31-05-2003, n. 8827.  Non sussiste alcun ostacolo alla risarcibilità del danno non patrimoniale in favore dei prossimi congiunti del soggetto che sia sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti.  Nel vigente assetto dell’ordinamento, nel quale assume posizione preminente la Costituzione – che, all’art. 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo – , il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona, non esaurendosi esso nel danno morale soggettivo. Il danno non patrimoniale conseguente alla ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, non è soggetto, ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 cod. pen., e non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, giacché il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale.
[12]
[12] Cass. civ., sez. III 31-05-2003, n. 8828. Il danno non patrimoniale conseguente alla ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, non è soggetto, ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 cod. pen., e non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, giacché il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale.
[13]
[13] In modo più esteso: E. Bonanni e G. Ugazio, Patologie Ambientali e Lavorative, Ed. Minerva Medica, Torino, 2011.
[14]
[14] ex plurimis Cass. Civ. 18 maggio 2000 n 6480;
[15]
[15] per tutte Cass. Pen. Sez. quarta, n. 998 del 14.1.2003;
[16]
[16] tra le altre Cass. civ. S.U. n. 30328/02; Cass. Pen. Sez. IV, N. 988/2003 e Cass. Pen. Sez. IV n. 37432/03;
[17]
[17] così Cass. Pen. Sez. IV, 6.2.2001;
[18]
[18] tra le sentenze citate si vedano: Cass. civ., 17.1.2008 n. 870 in cui il decesso ha seguito di appena 3 giorni il sinistro; Cass. civ., 25.5.2007 n. 12253 in cui il decesso è stato istantaneo ed analogamente; Cass. civ., 22.3.2007 n. 6946, nonché Cass. civ. 30.1.2006 n. 1877 in cui il decesso si è verificato dopo 14 giorni dal sinistro e, da ultimo, Cass. civ., 28.4.2006 n. 9959 in cui il decesso è avvenuto dopo circa un mese dal sinistro;
[19]
[19] in tema di applicazione delle presunzioni e del processo logico, si segnala: Cass. civ. 28.11.1996 n. 10606, in MGI 1996; Cass. civ. 3.8.1995 n. 8502, in MGI 1995; Cass. civ.  29.4.1986 n. 2957, in MGI 1986; Cass. civ. 18.10.1984 n. 5259, in MGI 1984; Cass. civ. 3.7.1982 n. 3977, in MGI 1982; Cass. civ. 13.5.1982 n. 3000, in GI 1982, I, 1, 1413;
[20]
[20] ex plurimis Cass. civ. 27.12.1994 n. 11202;
[21]
[21] si segnalano, quali pronunce emesse dalla Giurisprudenza di legittimità: Cass. civ. 3.11.1998 n. 10966; Cass. civ. 2.11.1997 n. 9626; Cass. civ.  8.10.1996 n. 8784; Cass. civ. 16.9.1996 n. 8286; quali pronunce emesse dalla giurisprudenza di merito: Tribunale Terni 16.6.1995 in RGU 1996, 116; Giudice di Pace Pordenone 9.5.1996;
[22]
[22] Le SS.UU., con la Sentenza n. 26972 del 2008, riconoscono espressamente la risarcibilità del danno non patrimoniale causato da inadempimento di obblighi contrattuali e non più soltanto nel ristretto ambito della responsabilità per fatto illecito, visto il richiamo di cui all’art. 1173 del codice civile in tema di fonti delle obbligazioni e di cui all’art. 1174 del Codice civile in tema di “interesse anche non patrimoniale del creditore” alla prestazione oggetto dell’obbligazione.
[23]
[23] tra le altre: Cass. civ. 6 luglio 2007 n 15263; Cass. civ. 17 dicembre 2010 n 25569 e Cass. civ. 3 marzo 2011 n 5148;
[24]
[24] così Cass. civ. 17 aprile 2012 n 6002, Foro it, Mass., 312;
[25]
[25] nello stesso senso Cass. civ. 17 luglio 2011 n 15156 e Cass. civ. 14 gennaio 2005 n 644;
[26]
[26] in Foro It., 2012, I, 2147 con nota di richiami di G. Costantino e F. Aragona;
[27]
[27] ex plurimis Cass. civ. 7 giugno 2010 n 13762; Cass. civ. 30 ottobre 2009 n 23053 e Cass. civ. 28 novembre 2008 n 28423;
[28]
[28] si vedano Cass. civ. 16 gennaio 2009 n 975; Cass. civ. 16 ottobre 2007 n 21619; Cass. civ. 11 maggio 2009 n 10741; Cass. civ. 8 luglio 2010 n 16123 e, da ultimo, Cass. civ. 21 luglio 2011 n 15991;
[29]
[29] nel medesimo senso Cass. civ. 1 febbraio 2008 n. 2491 e  Cass. civ. 11 luglio 2011 n. 15156;
[30]
[30] così nella pubblicazione “Asbestos (chrysotile, amosite, crocidolite, tremolite, actinolite, and Anthophyllite) IARC 2010, nelle cui conclusioni di legge testualmente “All forms of asbestos (chrysotile, amosite, crocidolite, tremolite, actinolite, and Anthophyllite) are carcerogenic tu humans (Group 1) –cfr. pag. 294 di IARC Monograph -100C -2010).
[31]
[31] Il BAL è un’indagine endoscopica dell’albero tracheobronchiale tramite fibrobroncoscopio flessibile con prelievo di campione liquido broncoalveolare. La finalità è l’esplorazione delle vie aeree con prelievo di materiale biologico dal polmone profondo, nella diagnosi di patologia infiltrativi polmonare diffusa, malattia polmonare interstiziale, o nella patologia polmonare infettiva localizzata o diffusa. Gli standard di riferimento riguardo locali, strumentario, attrezzature, personale e tecnica di esecuzione sono gli stessi della broncoscopia ispettiva a fibre ottiche. Modalità di esecuzione: a fibroscopio incuneato (di preferenza il bronco lobare medio o il bronco lingulare), introduzione in un bronco lobare di 100-150 cc di soluzione fisiologica in aliquote di 30-50 ml, a cui segue un’aspirazione lenta per la raccolta del campione di liquido proveniente dalla regione broncoalveolare esplorata, per esame citologico e/o microbiologico. La fibrobroncoscopia deve essere sempre preceduta da un’attenta valutazione clinico-anamnestica del paziente. Si ritiene indispensabile la disponibilità di una radiografia biproiettiva del torace. La TAC del torace (meglio ad alta risoluzione – HRTC) è indispensabile nel caso di patologia infiltrativi polmonare diffusa. Sono richiesti: ECG, esame emocromocitometrico completo di conta piastrine, PT e PTT, azotemia, creatininemia, elettroliti sierici, EmoGasAnalisi arteriosa, prove di funzionalità respiratoria compreso test di diffusione (così in www.asmaeallergia.it)
 

[32]
[32]Mass. Giur. It.,2006 CED Cassazione, 2006; Danno e Resp., 2007, 3, 338; Dir. e Pratica Lav., 2007, 20, 1313; Lavoro nella Giur., 2007, 4, 407.
 

[33]
[33] Cass. Civ. SS. UU. 26972/08 cit.
[34]
[34] Prof. Avv. Ezio Bonanni, “La storia dell’amianto nel mondo del lavoro” –Rischi, Danni e Tutele: prestazioni previdenziali e risarcimenti; ONA Onlus Edizioni.
[35]
[35] l’art. 13 del D.Lgs. 38/2000 primo comma definisce, “ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, il danno biologico come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona”, analogamente a quanto poi disposto dall’art. 138 e dall’art. 139, comma due, lettera a), del D.lgs n 209/05 secondo cui “agli effetti della tabella per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”.
[36]
[36] Così, S. La Peccerella, Il danno alla persona tra indennizzo e risarcimento, relazione al corso di formazione del CSM, 2007.
[37]
[37] A. Leuzzi, I danni risarcibili anche alla luce di Cass. Sez. Un. 11 novembre 2008 n. 26972. Il danno differenziale ed il regresso INAIL, relazione al corso di formazione del CSM, 2009.
[38]
[38] A. Leuzzi, ult. cit.: «Si consideri, a titolo esemplificativo, che per un infortunio occorso a soggetto di 38 anni che abbia cagionato un danno biologico, valutato nelle sua componente statica pari al 9%, il ristoro patrimoniale conseguibile è pari ad euro 13.251,15 per effetto dell’adozione delle tabelle in uso presso il tribunale di Cagliari, euro 12.834,30 in base a quelle per la liquidazione delle c.d. micropermanenti ex art. 5 della legge n. 57/200 ed a euro 7.065,13 in base alle tabelle Inail 25 luglio 2000 per la liquidazione dell’indennizzo sociale; ancora per un infortunio avvenuto il 1° luglio 2005 che abbia cagionato un danno biologico, valutato nelle sua componente statica pari al 23%, nonché un danno alla concreta capacità di guadagno valutato nella medesima misura, a carico di lavoratore avente 40 anni al momento del fatto e con una retribuzione annuale pari a 13.899,90 euro netti, il danno civilistico risulterebbe pari a euro 112.284,50, di cui euro 66.849,50 per danno biologico a valori attuali per effetto dell’applicazione delle tabelle in uso presso il tribunale di Cagliari e 45.435,00 per danno patrimoniale liquidato in base ai criteri di cui al R.D. n. 1403 del 1922 [13.899,90 (reddito netto) X 16.720,00 (coefficiente di capitalizzazione riferito all’età) X 23 (postumi): 100 – 15% (scarto)], da maggiorarsi di interessi e danno da ritardo, oltre al danno biologico temporaneo ed alla eventuale maggiorazione per la componente personalizzata del danno, mentre l’indennizzo previdenziale ammonta, secondo i dati forniti dall’ufficio liquidazioni della sede INAIL di Cagliari, alla rendita capitalizzata di euro 86.024,87 (valore del rateo mensile 227,63), di cui 42.411,64 per danno patrimoniale e 43.613,23 per danno biologico oltre al valore dei ratei di rendita già corrisposti dalla data di decorrenza fino alla data di riferimento dei calcoli, maggiorati di interessi legali».
[39]
[39] A. Leuzzi, op. cit., 2009.
[40]
[40] in Resp. civ. prev., 1995, 136.
[41]
[41] in Arch. civ., 1994, 1269.
[42]
[42] in Foro It., 2002, I, 999.
[43]
[43] in Danno e resp., 2004, 73.
[44]
[44] Cass. civ. 12 dicembre 2008 n 29191 cit.
[45]
[45] R.L. Rabin, Esposizione ad amianto e “stress emozionale” per il timore di malattia futura, in Danno e Responsabilità, 1998, II, 757.
[46]
[46] G. Tagliagambe, Danno biologico e danno morale per esposizione all’amianto (nota a Pret. Torino 10 novembre 1995, Bonelli e altro c. Ferrovie dello Stato), in Riv. crit. dir. lav., 1996, II, 727.
[47]
[47] In Cendon 2005, in Di Marzio 2005, 32.
[48]
[48] come si evince dallo studio condotto Wu M., Gordon R.E., Herbert R., Padilla M., Moline J., Mendelson D., Litle V., Travis W.D., Gil J., Case report: Lung disease in World Trade Center responders exposed to dust and smoke: carbon nanotubes found in the lungs of World Trade Center patients and dust samples (Reperto clinico: pneumopatia in soggetti esposti nel World Trade Center a polvere e fumo: ritrovamento di nanotubi di carbonio nei polmoni e nei campioni di polvere), Environ Health Perspect. 118, 499-504, 2010. Questo studio è stato oggetto di esame da parte del Prof. Giancarlo Ugazio nella sua pubblicazione Asbesto/Amianto. Ieri, oggi, domani. Viaggio tra verità, ipocrisia, reticenza e dolore, Ed. Aracne, Roma, luglio 2012, pag. 59, citato.
 

[49]
[49] Each time we gather to inaugurate a president, we bear witness to the enduring strength of our Constitution. We affirm the promise of our democracy. We recall that what binds this nation together is not the colors of our skin or the tenets of our faith or the origins of our names. What makes us exceptional — what makes us American — is our allegiance to an idea, articulated in a declaration made more than two centuries ago:
“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable rights, that among these are life, liberty, and the pursuit of happiness.”

 

 

Posted in TUTELA AMIANTO and tagged , , , .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *