LA RESPONSABILITA’ DEL PEDONE

Bologna : l’avvocato commenta

Sentenza n. 20931/2016 Trib. Bologna

La responsabilità esclusiva del pedone allora esiste!

L’importanza del ruolo degli avvocati in sede di discussione orale della causa

Il caso

Bologna, marzo 2013, ore 19.30, un pedone, in una giornata di pioggia ed in ora serale, si appresta ad attraversare, sulle strisce pedonali un viale ad alta densità di circolazione. Non appena mette il piede giù dal marciapiede, dopo alcuni passi, viene investito da un ciclomotore. A seguito dell’impatto, il pedone cade a terra e riporta lesioni, che ricadono nelle cosiddette macropermanenti, quantificate nella misura del 30% a titolo di invalidità permanente. Gli avvocati del conducente del ciclomotore e della compagnia di assicurazione hanno contestato la dinamica.

La decisione

Il Giudice, dopo aver concesso i termini di cui all’art. 183 sesto comma c.p.c., non ha ammesso le prove richieste dalla difesa di parte attrice e ha fissato udienza ex art. 281 sexies c.p.c. sulla base del “solo apporto documentale in atti”. Il Tribunale di Bologna, dopo discussione orale tra gli avvocati delle parti, nella quale gli avvocati della compagnia hanno portato all’attenzione del giudicante il negligente colposo posto in essere nell’occorso dal pedone, consistente in “colpa specifica” derivante dalla inosservanza delle comuni regole di prudenza e dei dettami delineati dal Codice della Strada, ha emesso sentenza, pubblicata nell’ottobre 2016, in cui ha rigettato la domanda dell’attrice con conseguente condanna della stessa, ex art. 91 c.p.c., alle spese di lite. La sentenza, seppur non notificata, è comunque passata in giudicato non essendo stato proposto appello nel termine di 6 mesi di cui all’art. 327 primo comma c.p.c.

Il commento

La decisione emessa dal Tribunale di Bologna è fondata sulle allegazioni prospettate in giudizio dalle parti e sulla documentazione presente in atti, in particolare con riferimento a quanto attestato nel rapporto redatto dalla Polizia Municipale di Bologna. Ricordiamo, ad abundantiam, che la Suprema Corte ha statuito come “l’atto pubblico (e, dunque, anche il rapporto della polizia municipale) fa piena prova, fino a querela di falso, solo delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti come avvenuti in sua presenza, mentre, per quanto riguarda le altre circostanze di fatto che egli segnali di avere accertato nel corso dell’indagine, per averle apprese da terzi o in seguito ad altri accertamenti, si tratta di materiale probatorio liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, unitamente alle altre risultanze istruttorie raccolte o richieste dalle parti” (ex plurimis Cass. Civ. 3 gennaio 2014 n. 38). E’ altresì emerso dal rapporto in atti e dalle dichiarazioni (aventi valenza confessoria ex art. 2735 c.c.), che il danneggiato, in sede di informazioni spontanee ai sensi dell’art. 351 c.p.p., aveva rilasciato agli agenti di polizia municipale durante la degenza in un noto nosocomio del capoluogo felsineo, quanto segue: 1) di aver inziato l’attraversamento anche se il semaforo proiettava, in quel momento, luce rossa; 2) di non essersi avveduto della presenza del ciclomotore, che proveniva dalla sua destra; 3) che era buio al momento dell’investimento; 4) che vi era pioggia in atto; 5) che non era in funzione l’illuminazione pubblica; 6) vi era intenso traffico sui viali di circolazione. Il Tribunale di Bologna, dopo aver individuato nel comportamento tenuto dal pedone la causa esclusiva della responsabilità del sinistro, ha analizzato comunque la fattispecie alla stregua dell’onere probatorio richiesto dall’art. 2054 c.c., dettata in tema di danno derivante dalla circolazione stradale. Il Giudice ha evidenziato come l’accertamento colposo del pedone investito non è di per sé sufficiente per l’affermazione della sua responsabilità, ma occorre pur sempre che l’investitore danneggiante vinca la presunzione di colpa di cui all’art. 2054 primo comma c.c. e cioè “di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno”. Ma passiamo all’esame della prova liberatoria richiesta dalla norma in esame. Statuisce il Tribunale di Bologna che detta prova non la si deve dare necessariamente “in modo diretto” (comportamento esente da colpa e adeguato alle regole del codice della Strada da parte del danneggiante) ma anche la si può dare anche “in modo indiretto” e cioè che il comportamento del danneggiato sia stato fattore causale esclusivo dell’evento dannoso (si dimostri cioè che l’improvvisa ed imprevedibile comparsa del pedone sulla traiettoria di marcia del ciclomotore ha reso inevitabile l’evento dannoso, tenuto conto della breve distanza di avvistamento, insufficiente per operare un’idonea manovra di emergenza, nello stesso senso Cass. Civ. n. 14064/2010). E il conducente del ciclomotore, alla luce delle risultanze istruttorie in atti, nulla ha potuto per evitare l’impatto, dato che, gli agenti di Polizia municipale hanno rilevato modeste tracce di frenata in prossimità dell’investimento (a dimostrazione della inevitabilità dell’impatto) nonché che il pedone aveva effettivamente compiuto pochi passi rispetto alla larghezza della carreggiata e come, la presenza della pioggia in atto, rendesse verosimile che il pedone, per non bagnarsi, non avesse atteso il verde per procedere all’attraversamento ma si fosse immesso nel flusso circolatorio in quel momento intenso. Per questi motivi il Tribunale ha ritenuto che, attese le concrete circostanze in atti, nel caso di specie, il comportamento della vittima è da considerarsi assorbente rispetto alla condotta di guida tenuta dal conducente del ciclomotore e sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso per cui è causa.

Avvocato Massimiliano Fabiani
Studio Legale Mazzucato Matassa & Tonioni
Associazione professionale fra avvocati
Bologna

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