DANNO NON PATRIMONIALE

Criteri di personalizzazione del danno non patrimoniale

di Massimiliano Fabiani, Avvocato in Bologna

Studio legale Bologna Mazzucato Matassa & Tonioni

 

  1. La liquidazione del danno non patrimoniale: San Martino, Pavese e (forse) Baudelaire.

La Lunga Estate di San Martino. Mi permetto di prendere spunto dal Prof. Francesco Donato Busnelli – al quale esprimo ancora una volta il mio ringraziamento per essere stato relatore nella mia tesi di laurea, nel lontano 1998, presso l’Università degli Studi di Pisa – che ebbe a definire “l’Estate di San Martino” le ormai note pronunce del novembre 2008 emesse dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Sono passati tre anni e, quale operatore del diritto, ritengo che dall’analisi delle sentenze pronunciate dalla Giurisprudenza di merito e di legittimità che si sono succedute in questo non breve periodo quella “estate” sia ancora lunga. Per parafrasare Cesare Pavese possiamo aggiungere “La bella estate” ma con qualche nube all’orizzonte come nell’incipit dello “Spleen” di Charles Baudelaire (“Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle…”), dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri in data 3 agosto 2011 dello schema di decreto e dei relativi allegati, destinati a diventare il D.P.R. di attuazione dell’art. 138 del Codice delle Assicurazioni. Il perché di queste mie affermazioni in merito alla longevità de “La bella Estate” è papabile e percepibile nel recentissimo intervento della Cass. civ., Sez. III, 25 febbraio – 7 giugno 2011, n. 12408, in cui la Suprema Corte sopperisce all’inerzia del Legislatore (quanto meno a far data dall’entrata in vigore del noto “Codice delle Assicurazioni” – d.lgs. n. 209/2005), al fine di assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale” (così l’art. 65 dell’ordinamento giudiziario R.D. n. 12/1941). La Suprema Corte statuisce infatti che “i valori di riferimento per la liquidazione del danno alla persona adottati dal Tribunale di Milano (in uso in 60 Tribunali del Paese, aggiungiamo noi), dei quali è già nei fatti riconosciuta una sorta di vocazione nazionale, costituiscono d’ora innanzi, per la giurisprudenza di questa Corte, il valore da ritenersi “equo”, e cioè quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentare o ridurne l’entità”. Oggi la definizione e liquidazione del danno non patrimoniale è omnicomprensiva e le “sottocategorie” di danno hanno finalità puramente e meramente descrittiva. Ciò non significa dar credito a letture totalmente abolizioniste (rectius il c.d. “danno esistenziale” vero “Cavallo di Troia” dell’ordinanza di rimessione n. 4712/2008 relativa al ricorso n. 10517/2004 alle Sezioni Unite negli otto punti presentati dalla III Sezione civile nel lontano febbraio 2008) di poste di danno, quanto semplicemente evitare duplicazioni risarcitorie totalmente disancorate dal non jure e contra jus richiesti dall’Ordinamento. Autorevoli e insigni Professori di diritto hanno già esaustivamente espresso il loro commento sulle sentenze novembrine e sulla innovativa portata che, in questi tre anni, hanno avuto sulla natura del danno non patrimoniale. Ma, come suddetto, l’”Estate” riserva talvolta improvvise e inaspettate nubi foriere di pioggia all’orizzonte, in specie ad agosto nel periodo di maggior afa e siccità, come dimostra il recente intervento dell’allora Governo in carica (rectius il Consiglio dei Ministri), che ha emanato il Decreto 3 agosto 2011 con l’intento di dare il via libera alla nuova tabella unica nazionale sul danno biologico per i casi ricompresi nella lesione della integrità psico-fisica tra 10 e 100 punti di invalidità permanente. La presentazione del suddetto Decreto ministeriale, il cui futuro appare quanto mai incerto, ha suscitato immediate reazioni contrarie non solo in seno alla stessa Camera dei Deputati, che ha approvato in data 24 ottobre 2011 una mozione che impegna il Governo a ritirare il provvedimento, ma anche presso il Consiglio di Stato, che con il parere n 4209 del 17 novembre 2011, ha evidenziato che la tabella predisposta dal Governo è errata in quanto difforme da quanto previsto dal Codice delle Assicurazioni all’art. 139, sesto comma, dato che la curva attuariale impostata non sembra rispondere a quanto stabilito dall’art. 138, comma 2 lettera c) dal d.lgs n. 209/2005, con la conseguenza che su di essa grava il concreto rischio di venire disapplicata da parte del Giudice civile investito della domanda risarcitoria (così il Prof. Avv. Gianmarco Cesari, Avvocato della AIFVS, Presidente Osservatorio Vittime, nell’articolo “Tabella risarcitoria unica nazionale: facciamo il punto!”, pubblicato il 30 novembre 2011 su www.altalex.it). Il Consiglio di Stato evidenzia altresì che, come metteremo in luce nei paragrafi che seguono, l’applicazione della tabella ai soli sinistri stradali determina inoltre una ulteriore conseguenza non confacente all’inspiratore principio di uniformità e uguaglianza, da cui la Suprema Corte aveva preso le mosse: analoghe lesioni verrebbero infatti ad avere differenti trattamenti risarcitori, a seconda del solo fatto che l’evento sia avvenuto nell’ambito della circolazione stradale o meno. In conclusione, richiamando la strofa due di “Spleen”, non vorremmo trovarci nel prossimo futuro “en un cachot humide, Où l’Esperance, comme une chauve-souris, S’en va battant les murs de son alle timide Et se congnant la tete à des plafonds pourris”.

 

 

 

 Il Quesito

Che cosa è cambiato dopo l’“Estate di San Martino”?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dagli anni cinquanta ad oggi il risarcimento del danno alla persona, probabilmente insieme al diritto di famiglia, i cui provvedimenti sul piano processuale sono, non a caso, rebus sic stantibus, è forse la materia che ha subito così tante rivoluzioni che, senza timore di essere smentiti, possiamo definire “copernicane”. Visti i contrasti in seno alle Sezioni Semplici della Suprema Corte, a far data dalle statuizioni nn. 8827 e 8828 del maggio 2003 (c.d. “Sentenze gemelle”), la III Sezione, nel febbraio 2008, con l’ordinanza di rimessione n. 4712/2008 cit., ha invitato le Sezioni unite a pronunciarsi sui seguenti otto “quesiti”:

  1. Se sia concepibile un pregiudizio non patrimoniale, diverso tanto dal danno morale quanto dal danno biologico, consistente nella lesione del fare areddituale della vittima e scaturente dalla lesione di valori costituzionalmente garantiti.
  2. Se sia corretto ravvisare le caratteristiche di tale pregiudizio nella necessaria sussistenza di una offesa grave ad un valore della persona, e nel carattere di gravità e permanenza delle conseguenze da essa derivate.
  3. Se sia corretta la teoria che, ritenendo il danno non patrimoniale “tipico”, nega la concepibilità del danno esistenziale.
  4. Se sia corretta la teoria secondo cui il danno esistenziale sarebbe risarcibile nel solo ambito contrattuale e segnatamente nell’ambito del rapporto di lavoro, ovvero debba affermarsi il più generale principio secondo cui il danno esistenziale trova cittadinanza e concreta applicazione tanto nel campo dell’illecito contrattuale quanto in quello del torto aquiliano.
  5. Se sia risarcibile un danno non patrimoniale che incida sulla salute intesa non come integrità psicofisica, ma come sensazione di benessere.
  6. Quali debbano essere i criteri di liquidazione del danno esistenziale.
  7. Se costituisca peculiare categoria di danno non patrimoniale il c.d. danno tanatologico o da morte immediata.
  8. Quali siano gli oneri di allegazione e di prova gravanti sul chi domanda il ristoro del danno esistenziale.

Le Sezioni Unite hanno fornito le chiavi da cui prendere le mosse per procedere poi all’integrale (ma non oltre) ed equo ristoro dei danni subiti. In primis (punto 2) Il risarcimento del danno non patrimoniale viene ricompreso nell’alveo dell’art. 2059 del Codice civile (“Danni non patrimoniali”) secondo cui “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge”. Le Sezioni Unite, facendo propria la lettura espressa dalle sentenze del maggio 2003, statuiscono che (punto 3) il danno non patrimoniale di cui parla, nella rubrica e nel testo, l’art. 2059 del Codice civile si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica. Il suo risarcimento postula la verifica della sussistenza degli elementi nei quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’art. 2043 c.c..

 

RIFERIMENTI NORMATIVI       
ART. 1223 C.C.

RISARCIMENTO DEL DANNO.

1. Il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta.

Omissis

 

ART. 2043 C.C.

RISARCIMENTO PER FATTO ILLECITO.

Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

 

ART. 2059 C.C.

DANNI NON PATRIMONIALI.

1. Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.

Omissis

 

ART. 185 C.P.

RESTITUZIONI E RISARCIMENTO DEL DANNO.

1. Ogni reato obbliga alle restituzioni, a norma delle leggi civili.

2. Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui.

 

Come noto, l’art. 2059 del Codice civile non delinea una distinta fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale, ma consente la riparazione anche dei danni non patrimoniali, nei casi determinati dalla legge, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell’illecito civile, che si ricavano dalle norme dettata in tema di responsabilità extracontrattuale (art. 2043 c.c. e da altre norme, quali quelle che prevedono ipotesi di responsabilità oggettiva). Elementi che consistono nella condotta, nel nesso causale tra condotta ed evento di danno, connotato quest’ultimo dall’ingiustizia, determinata dalla lesione, non giustificata, di interessi meritevoli di tutela, e nel danno che ne consegue (danno-conseguenza), secondo opinione ormai consolidata: ex plurimis la nota sentenza della Corte Costituzionale n. 372/1994, che ha fissato la risarcibilità della lesione fisio-psichica subita dai famigliari delle vittime quale conseguenza del danno morale soggettivo e quindi in una concezione allargata dell’art. 2059 c.c.. Fino alla suddetta pronuncia si aderiva infatti ad una concezione assolutamente restrittiva del nesso di causalità delineato dagli artt. 40 e 41 del Codice penale, che avrebbe dovuto essere considerato recepito dall’art. 1223 del Codice civile. Alla luce di detto orientamento, i cosiddetti “danni riflessi”, poiché ontologicamente indiretti rispetto al soggetto leso (che non coincide necessariamente con la vittima dell’illecito), avrebbero dovuto essere considerati non risarcibili in quanto non compresi nell’art. 1223 c.c. che, come noto, limita il risarcimento solo ed esclusivamente a quei danni che sono conseguenza diretta ed immediata dell’illecito (sul punto, si vedano l’articolo sul Danno Morale, pubblicato nel numero 5/2009 de Il Civilista nonché l’articolo sul Danno catastrofico, danno non patrimoniale e dommages par ricochet, pubblicato nel numero 1/2010 de Il Civilista).

Le Sezioni Unite statuiscono altresì che l’art. 2059 del Codice civile è “norma di rinvio” alle leggi che determinano i casi di risarcibilità del danno non patrimoniale, individuando le norme che prevedono siffatta tutela. In primis l’art. 185 del Codice Penale che prevede la risarcibilità del danno patrimoniale conseguente a reato.

La Corte indica altresì altre aree che possiamo definire già “codificate” dal Legislatore in particolari dettati normativi, la cui violazione, conduce alla compromissione di valori personali: si pensi alla Legge n. 117/1998 – legge emanata in conseguenza del clamore suscitato dal famoso “Caso Tortora” – sulla responsabilità dei magistrati per i danni derivanti dalla privazione della libertà personale cagionati dall’esercizio di funzioni giudiziarie (per quanto mi consta si tratta di una legge sostanzialmente inapplicata); la legge n. 675/1996 – poi novellata dal d.lgs. 196/03 in materia di protezione del trattamento dei dati personali; il d.lgs. n. 286/1998 (in particolare art. 44, comma 7) inerente l’adozione di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi e, da ultimo, la nota “Legge Pinto” (L. n. 89/2001) sul mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo (la cui pronuncia favorevole sul quantum in favore del soggetto leso viene spesso vanificata dalla recente prassi di compensare le spese di lite –ex plurimis decreti rep. 279-280 e 281 del 28 gennaio 2011 emessi dalla Corte di Appello di Bologna). Al di fuori dei casi determinati dalla legge, in virtù del principio della tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionali inviolabili, la tutela è estesa ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione.

Dopo aver delineato l’area del danno risarcibile, le Sezioni Unite ci indicano quali pregiudizi non possono più trovare accoglimento: non sono meritevoli di tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed in ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale. Quindi al di fuori dei casi disciplinati e previsti dalla legge ordinaria, solo la lesione di un diritto inviolabile della persona concretamente individuato è fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale. È la gravità dell’offesa (delineata nel successivo paragrafo 3.11 della citata sentenza n. 26972/08) a costituire requisito ulteriore per l’ammissione al risarcimento dei danni non patrimoniali alla persona conseguenti alla lesione di diritti costituzionali inviolabili. In questa ottica si legge il “colpo di scure” adottato nei confronti dei Giudici di Pace (al precedente paragrafo 3.10 sempre sentenza cit.) in merito alla proliferazione delle c.d. liti bagatellari. Si tratta di quelle cause risarcitorie (proprio per il valore monetario richiesto € 2.500,00 circa all’epoca dei fatti, oggi € 5.000,00) in cui il danno consequenziale è futile o irrisorio, ovvero, pur essendo oggettivamente serio, è tuttavia, secondo la coscienza sociale, insignificante o irrilevante per il livello raggiunto. E infatti la conferma che il paragrafo 3.11 è in questo caso “prodromico” al 3.10 la si ricava dall’analisi svolta dalla Corte che statuisce come “in entrambi i casi deve sussistere la lesione dell’interesse in termini di ingiustizia costituzionalmente qualificata, restando diversamente esclusa in radice (al dei fuori dei casi previsti dalla legge) l’invocabilità dell’art. 2059 del Codice civile. La differenza tra i due casi è data dal fatto che nel primo, nell’ambito dell’area del danno-conseguenza del quale è richiesto il ristoro è allegato un pregiudizio esistenziale futile, non serio (non poter più urlare allo stadio, fumare o bere alcolici), mentre nel secondo è l’offesa arrecata che è priva di gravità, per non essere stato inciso il diritto oltre una soglia minima.

 

ESEMPIO

Questa seconda ipotesi si verifica nel caso del graffio superficiale dell’epidermide, del mal di testa per una sola mattinata conseguente ai fumi emessi da una fabbrica, del disagio di poche ore cagionato dall’impossibilità di uscire di casa per l’esecuzione di lavori stradali di pari durata (in quest’ultimo caso non è leso un diritto inviolabile, non spettando tale rango al diritto alla libera circolazione di cui all’art. 13 della Carta Costituzionale, che può essere limitato per varie ragioni).

 

Giurisprudenza Rilevante
DANNO NON PATRIMONIALE –LIQUIDAZIONE OMNICOMPRENSIVA

Tribunale Sulmona, 21.07.2010, «Redazione Giuffrè» 2010

Il danno non patrimoniale è costituito da una serie di espressioni non costituenti voci autonome di danno ma più elementi aventi una mera funzione descrittiva del tipo di pregiudizio subito e tali da assurgere ad unica voce di danno non patrimoniale.

 

DANNO NON PATRIMONIALE –NEGAZIONE DANNO ESISTENZIALE

Tribunale Bari, Sez. III, 17.03.2010 n. 968, «Giurisprudenzabarese.it» 2010

La lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059, c.c., induce a riportare il sistema della responsabilità aquiliana nell’ambito della bipolarità tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale. Infatti, se per un verso, il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, per altro verso devono evitarsi duplicazioni, considerata la circostanza che il danno non patrimoniale è una figura non suscettiva di suddivisione in sottocategorie, e che il riferimento al danno biologico od al danno morale non può che avere valore meramente descrittivo. Pertanto, non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria di un “danno esistenziale”, tenuto conto che ogni sofferenza, fisica o psichica conseguente alle lesioni non può che essere oggetto di considerazione unitaria. In punto di liquidazione va poi preso atto che ove per il ristoro di lesioni fisiche si utilizzino i criteri tabellari, deve comunque procedersi ad un’adeguata personalizzazione del danno, valutando nella loro consistenza le reali sofferenze patite dal danneggiato, giacché, se il pregiudizio biologico può facilmente accertarsi con strumenti medico-legali, il pregiudizio non biologico, attenendo ad un bene immateriale, ben può essere oggetto di valutazione equitativa.

 

PREGIUDIZI ESISTENZIALI –DANNO OMNICOMPRENSIVO –NO DANNO ESISTENZIALE

Tribunale Milano, Sez. V, 05.03.2009, n.3047, «Giustizia a Milano» 2009, 3, 21 (s.m.)

Nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione. Il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione di danno), deve procedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza. Per la valutazione bisogna tenere conto delle accertate invalidità, dell’età al momento dell’accadimento, del sesso e delle condizioni di vita dell’attore, delle risultanze probatorie, dell’espletata CTU, del disagio degli ulteriori interventi, dei criteri tabellari finora normalmente adottati da questo tribunale per la liquidazione del danno biologico permanente, temporaneo e morale, delle particolari sofferenze fisiche e psichiche che si accompagnano agli interventi odontoiatrici in esame che coinvolgono il nervo alveolare mandibolare e il trigemino. Circa il danno esistenziale giova richiamare quanto ritenuto dalla sentenza n. 26972/2008: “Il danno non patrimoniale è categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. In particolare, non può farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata “danno esistenziale”, perché attraverso questa si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell’atipicità”. In definitiva “di danno esistenziale come autonoma categoria di danno non è più dato discorrere”. In ogni caso, laddove il giudice abbia liquidato il danno biologico e le sofferenze conseguenti non residua spazio per il risarcimento di ulteriori pregiudizi esistenziali, perché tutti già ricompresi in quelli già liquidati, risultando altrimenti certa la duplicazione risarcitoria del medesimo danno. (Nel caso di specie, a fronte di postumi permanenti pari al 4 %, e a una temporanea al 75 % per sei mesi, al 50 % per due mesi, al 25 % per tre mesi e al 10% per un mese, è stato riconosciuto un danno di euro 5.000,00 per invalidità permanente e di euro 20.000,00 per inabilità temporanea).

 

PREGIUDIZI ESISTENZIALI DA INADEMPIMENTO CONTRATTUALE – NO RILEVANZA LESIONE DIRITTO INVIOLABILE

Tribunale Roma, Sez. XI, 21.07.2009, n.16202, «Giur. merito» 2009, 11, 2764 (s.m.) nota di Di Marzio

Il risarcimento del danno non patrimoniale determinato da inadempimento contrattuale non richiede che l’inadempimento abbia comportato la lesione di un diritto inviolabile o, comunque, costituzionalmente protetto e, in concorso col requisito della prevedibilità del danno, trova il suo fondamento giuridico nell’art. 1223 c.c., dovendosi interpretare la nozione di “perdita” ivi prevista come perdita patrimoniale e non patrimoniale. Determina pertanto pregiudizio morale ed esistenziale risarcibile la qualità particolarmente scadente del banchetto nuziale, dovuta alla scarsità del cibo, alla lentezza del servizio ed alla scortesia ed impreparazione dei camerieri.

 

 

MACROPERMANENTI-TABELLE MILANO-UNIFORMITÀ

Cass. civ., Sez. III, 7.06.2011, n. 12408, «De Jure» 2011

In tema di scontro tra veicoli e di applicazione dell’art. 2054 c.c., l’accertamento in concreto della colpa di uno dei conducenti non comporta di per sé il superamento della presunzione di colpa concorrente dell’altro non può essere inteso nel senso che, anche quando questa prova non sia in concreto possibile e sia positivamente accertata la responsabilità di uno dei conducenti per avere tenuto una condotta in sé del tutto idonea a cagionare l’evento, l’apporto causale colposo dell’altro conducente debba essere, comunque, in qualche misura riconosciuto. Poiché l’equità va intesa anche come parità di trattamento, la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psico-fisica presuppone l’adozione da parte di tutti i giudici di merito di parametri di valutazione uniformi che, in difetto di previsioni normative (come l’art. 139 del codice delle assicurazioni private, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla sola circolazione dei veicoli a motore e dei natanti), vanno individuati in quelli tabellari elaborati presso il tribunale di Milano, da modularsi a seconda delle circostanze del caso concreto”.

 

DANNO NON PATRIMONIALE –PERDITA ANIMALE D’AFFEZIONE-NEGAZIONE

Tribunale Roma, Sez. XIII, 19.04.2010 n. 8534, «Redazione Giuffrè» 2010

Il rapporto che si instaura con un animale domestico è privo di una copertura costituzionale e, di conseguenza si tratta di un pregiudizio non risarcibile. Considerato, infatti, che l’art. 2059 c.c. consente il risarcimento del danno non patrimoniale anche nel caso di danni conseguenti a inadempimenti contrattuali connessi a contratti di protezione, quali quelli che si instaurano anche con i medici veterinari, per la configurazione del danno è necessario che possa essere individuata la compromissione di un interesse costituzionale inerente alla persona, interesse individuarsi, evidentemente all’interno dei diritti fondamentali inviolabili dell’individuo.

1.1 Il danno all’integrità psicofisica

Quando la Cassazione a Sezioni Unite afferma che “è solo a fini descrittivi che, in dette ipotesi, come avviene, ad esempio, nel caso di lesione del diritto alla salute (art. 32 Cost.), si impiega un nome, parlando di danno biologico” (paragrafo 2.13 sentenza Sez. Un. n. 26972/2008) si riferisce  ad una figura che ha avuto espresso riconoscimento normativo nel d.lgs. n. 209/2005 agli artt. 138 e 139, recante il Codice delle assicurazioni private, che individuano il danno biologico nella “lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di reddito”, e ne danno una definizione suscettiva di generale applicazione, in quanto recepisce i risultati ormai definitivamente acquisiti di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale”.

 

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 32 COSTITUZIONE.

1. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

2. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

 

ART. 138 D.LGS. 209/2005 

DANNO BIOLOGICO PER LESIONI DI NON LIEVE ENTITÀ.

1. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro delle attività produttive, con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro della giustizia, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica: a) delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra dieci e cento punti; b) del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità comprensiva dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso.

2. La tabella unica nazionale è redatta secondo i seguenti principi e criteri: a) agli effetti della tabella per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito; b) la tabella dei valori economici si fonda sul sistema a punto variabile in funzione dell’età e del grado di invalidità; c) il valore economico del punto è funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato cresce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi; d) il valore economico del punto è funzione decrescente dell’età del soggetto, sulla base delle tavole di mortalità elaborate dall’ISTAT, al tasso di rivalutazione pari all’interesse legale; e) il danno biologico temporaneo inferiore al cento per cento è determinato in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno.

3. Qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali, l’ammontare del danno determinato ai sensi della tabella unica nazionale può essere aumentato dal giudice sino al trenta per cento, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.

4. Gli importi stabiliti nella tabella unica nazionale sono aggiornati annualmente, con decreto del Ministro delle attività produttive, in misura corrispondente alla variazione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall’ISTAT

 

ART. 139 D.LGS. 209/2005 

DANNO BIOLOGICO PER LESIONI DI LIEVE ENTITÀ.

1. Il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, è effettuato secondo i criteri e le misure seguenti: a) a titolo di danno biologico permanente, è liquidato per i postumi da lesioni pari o inferiori al nove per cento un importo crescente in misura più che proporzionale in relazione ad ogni punto percentuale di invalidità; tale importo è calcolato in base all’applicazione a ciascun punto percentuale di invalidità del relativo coefficiente secondo la correlazione esposta nel comma 6. L’importo così determinato si riduce con il crescere dell’età del soggetto in ragione dello zero virgola cinque per cento per ogni anno di età a partire dall’undicesimo anno di età. Il valore del primo punto è pari ad euro settecentocinquantanove euro virgola quattro centesimi *;

b) a titolo di danno biologico temporaneo, è liquidato un importo di euro quarantaquattro euro virgola ventotto centesimi per ogni giorno di inabilità assoluta; in caso di inabilità temporanea inferiore al cento per cento, la liquidazione avviene in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno **.

2. Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

3. L’ammontare del danno biologico liquidato ai sensi del comma 1 può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.

4. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con il Ministro della giustizia e con il Ministro delle attività produttive, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra uno e nove punti di invalidità.

5. Gli importi indicati nel comma 1 sono aggiornati annualmente con decreto del Ministro delle attività produttive, in misura corrispondente alla variazione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall’ISTAT.

6. Ai fini del calcolo dell’importo di cui al comma 1, lettera a), per un punto percentuale di invalidità pari a 1 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,0, per un punto percentuale di invalidità pari a 2 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 3 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,2, per un punto percentuale di invalidità pari a 4 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,3, per un punto percentuale di invalidità pari a 5 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,5, per un punto percentuale di invalidità pari a 6 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,7, per un punto percentuale di invalidità pari a 7 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,9, per un punto percentuale di invalidità pari a 8 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 9 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,3.

*L’importo di cui alla lettera a) comma 1 è aggiornato alla misura di seicentottantotto euro e ventotto centesimi dall’articolo 1 del D.M. 31 maggio 2006, successivamente l’articolo 1 del D.M. 12 giugno 2007, ha ulteriormente aggiornato l’importo, a decorrere dal mese di aprile 2007, alla misura di seicentonovantasette euro e novantadue centesimi; infine l’ articolo 1 del D.M. 24 giugno 2007, ha aggiornato l’importo in settecentoventi euro e novantacinque centesimi. Per l’ aggiornamento fino alla misura di settecentoventotto euro e sedici centesimi vedi l’articolo 1 del D.M. 19 giugno 2009. Per un ulteriore aggiornamento fino a settecentotrentanove euro e ottantuno centesimi, vedi l’articolo 1 del D.M. 27 maggio 2010.

**L’importo di cui alla lettera b) comma 1, è aggiornato alla misura di quaranta euro e sedici centesimi dall’ dall’articolo 1 del D.M. 31 maggio 2006, successivamente l’ l’articolo 1 del D.M. 12 giugno 2007, ha ulteriormente aggiornato l’importo, a decorrere dal mese di aprile 2007, alla misura di quaranta euro e settantadue centesimi; infine l’ articolo 1 del D.M. 24 giugno 2007 , ha aggiornato l’importo in quarantadue euro e sei centesimi . Per l’aggiornamento fino alla misura di quarantadue euro e quarantotto centesimi vedi l’ D.M. 19 giugno 2009. Per un ulteriore aggiornamento fino a quarantatre euro e sedici centesimi, vedi l’. D.M. 27 maggio 2010.

 

 

DANNO BIOLOGICO
DEFINIZIONE ·  lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito;

·  si differenzia poi nella quota parte di personalizzazione.

DI NON LIEVE ENTITÀ ·  menomazione accertata incidente in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali;

·  l’ammontare del danno determinato ai sensi della tabella unica nazionale può essere aumentato dal giudice sino al 30%, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato (art. 138, punto 3).

DI LIEVE ENTITÀ l’ammontare del danno biologico liquidato ai sensi del comma 1 può essere aumentato dal giudice in misura non superiore 1/5, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato (art. 139, punto 3).

 

Abbiamo più volte precisato che i limiti del 30% e del 1/5 sono da dirsi vincolanti per il Giudice – sempre che non decida, con adeguata motivazione e in considerazione della particolarità della fattispecie oggetto di pronuncia, di non attenersi alle Tabelle – ma non per lo specialista medico legale. Anche in materia di diritto del lavoro l’art. 13 del d.lgs. 23 febbraio 2000 n. 38, rubricato “Danno biologico”, prevede al primo comma che “in attesa della definizione di carattere generale di danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento, il presente articolo definisce, in via sperimentale, ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria conto gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona. Le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato”. La sentenza n. 26972/2008 cit. precisa che è comunque l’accertamento medico legale (vedremo meglio nel successivo paragrafo 2.1 del presente scritto in quali termini e limiti) a dover stabilire se il danneggiato, in ossequio ai dettami dell’art. 2697 c.c., abbia o meno subito una lesione all’integrità psicofisica e, in caso di accertamento positivo, in quali limiti debba essere risarcito.

La Corte ci indica anche quali casi ritiene fonte di duplicazione risarcitoria: il danno non patrimoniale da lesione della salute è delineato come una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale.

La successiva giurisprudenza di merito e di legittimità si è uniformata a tali linee guida. Vediamo tre sentenze rilevanti:

  • immediatamente il Tribunale di Trieste, con sentenza del 15 dicembre 2008, precisa che la personalizzazione del danno biologico si realizza anche considerando la sofferenza morale patita dalla vittima. La quantificazione di tale sofferenza deve essere svincolata da percentuali o frazioni del danno biologico, che rischiano di essere assolutamente inadeguate ad assicurare un risarcimento globale e unitario.
  • Con la sentenza della Cass. civ., Sez. III, 24 febbraio 2010, n. 4484, la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito che, in un caso di gravi lesioni subite da persona extracomunitaria, aveva riconosciuto il danno alla salute, ma non il danno morale, ritenendo che in caso di lesioni conseguenti a infortunio stradale, il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, rientrando tra i diritti fondamentali della persona, in quanto riguardante il diritto alla salute, spetta a tutte le persone, indipendente dalla cittadinanza (italiana, comunitaria ed extracomunitaria) e, quando il fatto illecito integri gli estremi di un reato, spetta alla vittima un risarcimento del danno nella sua più ampia accezione, comprensiva del danno morale, inteso come sofferenza soggettiva causata da reato, del quale il giudice dovrà tener conto nella personalizzazione del danno biologico, non essendo consentita una liquidazione autonoma.
  • Il Tribunale di Bari, Sez. III, con sentenza del 23 novembre 2010, n. 3514, in una fattispecie relativa al risarcimento dei danni cagionati per le lesioni fisiche subite dal danneggiato a causa della caduta di un pezzo di marmo staccatosi dal portone dell’immobile dal quale transitava, provocandosi un trauma cranio facciale-contusione gomito destro ed avambraccio destro trauma zigomo sinistro con ferita lacero contusa zigomo sinistro, ha ritenuto che, poiché il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale.

La centralità dell’art. 2059 del Codice civile viene ribadita anche nella sentenza della Cass. civ., Sez. III, del 17 settembre 2010, n.19816, emessa in un caso in cui il danneggiato/ricorrente aveva denunciato la violazione degli artt. 2059 del Codice civile e della allora vigente L. n. 57/2001 –in particolare l’art. 5 – meglio nota come “Legge sulle micro permanenti” nel capo in cui il giudice di appello gli ha negato il risarcimento dei danni morali – in relazione ad un sinistro ove aveva riportato lesioni personali – con la motivazione che detta legge, non prevede la liquidazione del danno morale. Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha cassato la pronuncia del Tribunale di Foggia, enunciando il seguente principio di diritto: il diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali deriva da una precisa norma del codice civile (art. 2059 c.c.), che la legge n. 57/2001 non ha certo abrogato. L’art. 5 della suddetta legge si è limitato a dettare i criteri di liquidazione del danno biologico – cioè di quell’aspetto del danno non patrimoniale che afferisce all’integrità fisica – senza per questo escludere che, nella complessiva valutazione equitativa circa l’entità della somma spettante in risarcimento, il giudice debba tenere conto anche delle sofferenze morali subite dal danneggiato. Le sentenze della Corte di Cassazione a Sez. Un., n. 26972 e 26973/2008 confermano tale principio, disponendo che non è ammessa la creazione di diverse tipologie autonome e a sé stanti di danno non patrimoniale (ed in particolare di quella del danno c.d. esistenziale), per attribuire una specifica somma in risarcimento di ognuna; ma che il giudice deve comunque tenere conto – nel liquidare l’unica somma spettante in riparazione – di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto.

 

 

ESEMPIO

Per i diversi aspetti assunti dal danno non patrimoniale si pensi al danno alla vita, alla salute, ai rapporti affettivi, ai rapporti familiari, alle sofferenze psichiche, ecc..

 

Dove, quindi, il giudice commisuri la liquidazione esclusivamente al c.d. danno biologico, escludendo espressamente la risarcibilità delle sofferenze morali conseguenti alle lesioni fisiche, questi commette erronea interpretazione di Legge. Nella sentenza n. 13431 emessa dalla Cass. civ, Sez. III, il 1 giugno 2010, inerente un caso di c.d. “malasanità”, l’illecito posto a base della domanda risarcitoria consisteva nel fatto che l’operazione a cui fu sottoposta una donna, minorenne all’epoca dell’intervento, aveva residuato un’infezione che aveva poi richiesto ulteriori ricoveri ed altri due interventi chirurgici, da cui sono derivate in seguito cicatrici pregiudizievoli sul piano estetico. Mentre il Tribunale di Napoli aveva respinto la domanda di risarcimento dei danni accogliendo l’eccezione preliminare ex adverso proposta di intervenuta prescrizione, la Corte di appello, respinta l’eccezione di prescrizione con sentenza non definitiva, aveva ravvisato nel merito la responsabilità del nosocomio per la infezione della ferita, quantificando equitativamente in Euro 15.000,00 complessivi l’entità dei danni (Euro 10.000,00 per il danno biologico ed Euro 5.000,00 per il danno morale), a fronte di una richiesta della ricorrente di Euro 45.000,00. La Corte di Appello ha liquidato dette somme, in considerazione degli esiti della espletata consulenza medico legale che avevano accertato una I.P. in misura non superiore al 6% e quindi compresa nelle “micro permanenti”, come tale da non incidere sulla capacità di produrre reddito. La difesa della danneggiata ha successivamente promosso ricorso in Cassazione sul presupposto della “errata motivazione in ordine alla quantificazione del danno biologico, estetico, morale ed esistenziale”. In particolare il Giudice di secondo grado nulla avrebbe liquidato per l’invalidità temporanea, assoluta e relativa, quantificando il danno biologico “in misura irrisoria”, rispetto a quella che sarebbe risultata dall’applicazione del calcolo tabellare, che avrebbe dovuto essere quantificato nell’importo di Euro 7.878,00 e che, con l’aggiunta di rivalutazione monetaria ed interessi, avrebbe dovuto comportare l’attribuzione di Euro 26.000,00 in risarcimento del solo danno biologico, trattandosi di illecito che risaliva al lontano anno 1982. Da ultimo la difesa della danneggiata ha lamentato anche che la Corte di Appello avrebbe liquidato in unica somma i danni biologici ed estetici, e i danni morali ed esistenziali, senza fornire alcuna specificazione circa l’incidenza e la quantificazione di ogni singola voce sull’importo complessivo. La Suprema Corte ha accolto in parte le censure mosse alla pronuncia di merito impugnata, evidenziando come effettivamente l’omessa liquidazione, senza alcuna motivazione, del danno biologico da invalidità temporanea, assoluta e relativa risulta invece avere avuto una certa consistenza, considerato che la ricorrente – che aveva all’epoca dell’intervento solo sette anni – ha dovuto poi subire altri due interventi chirurgici, dopo l’appendicectomia, a causa dell’infezione sviluppatasi da quest’ultima, e che il terzo intervento è stato reso necessario dalla cattiva esecuzione del secondo, con allungamento dei tempi della malattia e delle connesse sofferenze. La Corte di appello non ha affatto preso in esame questa voce di danno, né ha dichiarato di volerla includere nella somma complessivamente liquidata in via equitativa. Tralasciando la statuizione in merito al mancato riconoscimento di interessi e rivalutazione (seppur la censura è stata giustamente accolta) perché attinente ad un profilo patrimoniale, evidenziamo, ai fini di interesse del presente paragrafo, che la Suprema Corte ha censurato l’operato del Giudice dell’appello nella parte in cui, dopo avere rilevato che dalle operazioni subite dalla danneggiata è conseguita solo una c.d. piccola permanente – e che ciò consente la deroga alla rigida applicazione della liquidazione tabellare del danno biologico – non ha poi in alcun modo specificato in che misura ed in base a quali parametri – più o meno vicini a, o lontani da, quelli tabellari – sia pervenuta a quantificare l’importo capitale, sì da consentire alle parti di verificare che quanto meno l’importo di rivalutazione monetaria e di interessi fosse stato correttamente calcolato. La Suprema Corte ha invece rigettato l’ultimo motivo di doglianza avanzato dalla ricorrente (quello inerente la liquidazione omnicomprensiva dei danni biologici ed estetici, e i danni morali ed esistenziali, senza fornire alcuna specificazione circa l’incidenza e la quantificazione di ogni singola voce sull’importo complessivo, sul presupposto che “la più recente giurisprudenza di questa Corte ha ricondotto le voci di risarcimento dei danni alle sole fattispecie previste dalla legge -danni patrimoniali, danni biologici, danni non patrimoniali) escludendo l’ammissibilità delle molteplici, ulteriori voci di danno (estetico, esistenziale, alla vita di relazione, ecc), emerse negli ultimi tempi dalla dottrina e dalla prassi giurisprudenziale, che possono venire in considerazione solo in sede di adeguamento al caso specifico delle somme liquidate in risarcimento, ove il danno biologico o morale presenti molteplici aspetti e riflessi, in aggiunta a quelli tipici”. La causa è stata così rinviata alla Corte di appello, in diversa composizione, al fine di decidere anche sulle spese del presente giudizio.

 

Giurisprudenza Rilevante
 

DANNO CONSEGUENTE A REATO-LIQUIDAZIONE OMNICOMPRENSIVA

Cass. civ., Sez. III, 17.09.2010, n. 19816, «Giust. civ. Mass.» 2010, 9, 1237

La parte danneggiata da un comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, ai sensi dell’art. 2059 c.c., i quali debbono essere liquidati in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.).

 

 

1.2 Il danno morale

Nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata. Sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento. Infatti “la limitazione alla tradizionale figura del c.d. danno morale soggettivo transeunte va definitivamente superata. La figura, recepita per lungo tempo dalla pratica giurisprudenziale, aveva fondamento normativo assai dubbio, poiché né l’art. 2059 del Codice civile né l’art. 185 del Codice penale parlano di danno morale, e tantomeno lo dicono rilevante solo se sia transitorio, ed era carente anche sul piano della adeguatezza della tutela, poiché la sofferenza morale cagionata dal reato non è necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo (lo riconosceva quella giurisprudenza che, nel caso di morte del soggetto danneggiato nel corso del processo, commisurava il risarcimento sia del danno biologico che di quello morale, postulandone la permanenza, al tempo di vita effettiva: n. 19057/2003; n. 3806/2004; n. 21683/2005)” paragrafo 2.10. Le Sezioni Unite affermano che la figura del c.d. danno morale soggettivo transeunte deve intendersi abbandonata, la sofferenza (è questa la “nuova” accezione di danno) morale, senza ulteriori connotazioni in termini di durata, integra pregiudizio non patrimoniale. Deve tuttavia trattarsi di sofferenza soggettiva che possiamo definire “pura”: in sostanza si deve trattare di una sofferenza che non deve essere ricompresa e ristorata come parte dell’ormai omnicomprensivo “danno non patrimoniale”.

ESEMPIO

L’esempio formulato dalla Suprema Corte delinea due casi in cui deve o meno essere riconosciuto e liquidato il danno morale:

1) se il danneggiato fornisce adeguato riscontro probatorio (rectius “allegazione”) del “turbamento dell’animo, del dolore intimo sofferti, ad esempio, dalla persona diffamata o lesa nella identità personale, senza lamentare degenerazioni patologiche della sofferenza” siamo in presenza di una sofferenza (danno) morale permanente;

2) qualora invece dette sofferenze, dolori implichino e degenerino in uno stato patologico, allora in questo caso ci troviamo in presenza di quella lesione che attiene all’integrità psicofisica e che, pertanto, essendo accertabile a mezzo di consulenza medico legale, rientra nell’area del danno biologico.

 

Secondo la Corte, il Giudice, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie (danno biologico+danno morale), evitando la “antecedente” liquidazione del morale in percentuale del biologico (1/3 oppure 1/2 adottata dalle Tabelle Milano 2008) dovrà procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza. Con l’avvento delle Tabelle Milano 2009, l’Osservatorio per la Giustizia civile del Tribunale di Milano ha precisato che “onde consentire una adeguata personalizzazione complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato, in particolare, sia per quanto agli aspetti anatomo-funzionali e relazionali (ad es. lavoratore soggetto a maggior sforzo fisico senza conseguenze patrimoniali; lesione al “dito del pianista dilettante”), sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva (ad es. dolore al trigemino; specifica penosità delle modalità del fatto lesivo)”, ferma restando la possibilità di liquidare una somma oltre i valori massimi in relazione a fattispecie del tutto eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti”.

Dopo neppure un mese dall’“Estate di San Martino”, la Cass. civ., Sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29141 interviene immediatamente e statuisce che “nella valutazione del danno morale, contestuale alla lesione del diritto alla salute, la valutazione di tale voce, dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto, che pure attiene a un diritto inviolabile della persona, deve tener conto delle condizioni soggettive della persona umana e della gravità del fatto”. Subito l’uniformità ai principi delle Sezioni Unite, subito i due elementi cardine al fine di valutare la gravità della “sofferenza” lamentata dal danneggiato:

  1. le condizioni soggettive della “vittima”;
  2. la gravità del fatto.

Il dott. Giuseppe Buffone, in uno dei primi commenti conseguenti alle sentenze novembrine (febbraio 2009) sul sito www.altalex.com , dal titolo: Morale vs Biologico, cosa è cambiato?, ha giustamente messo in luce che le Sezioni Unite non hanno “cancellato l’autonomia del danno alla integrità morale, anzi ne ha(nno) ribadito l’ontologica autonomia; ne ha(nno) confermato la risarcibilità pur in presenza di presunzioni; ne ha(nno) “sganciato” la risarcibilità dall’accertamento incidentale della presenza di un reato e, da ultimo, ne ha(nno) tracciato la natura al vaglio delle Carte internazionali”. La II Sezione del Tribunale di Genova, con sentenza n. 1047 del 11 marzo 2010, inerente un caso in cui il danneggiato aveva richiesto il risarcimento del danno morale per lesione del diritto all’onore e alla reputazione, ha rigettato le domande di parte attrice non avendo ravvisato nelle espressioni indicate come ingiuriose e diffamatorie del convenuto una fonte di responsabilità penale dello stesso, statuendo che il danno morale viene generalmente ravvisato nell’ingiusto turbamento dello stato d’animo del danneggiato che deriva dall’illecito e la sua risarcibilità non richiede che il fatto illecito integri in concreto un reato, essendo sufficiente che vi sia stata una lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito. Ai fini della sua risarcibilità è, dunque, fondamentale la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito richiesti dall’art. 2043 c.c., ossia:

  • la condotta illecita,
  • l’ingiusta lesione di interessi tutelati dall’ordinamento,
  • il nesso causale tra condotta e lesione,
  • l’esistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso.

Ciò rilevato, costituendo l’onore e la reputazione diritti della persona costituzionalmente garantiti, la loro lesione legittima sempre la persona offesa, come nella specie, a chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale, al fine di bilanciare i contrapposti interessi delle parti e i beni tutelati. Su questo ultimo punto e cioè il legittimo diritto da parte del preteso danneggiato di adire il giudizio per la tutela di fattispecie costituzionalmente garantite, è bene ancora una volta prendere le mosse dalle Sezioni Unite: paragrafo 2.14 sentenza n. 26972/2008: “il catalogo dei casi in tal modo determinati non costituisce numero chiuso”.

 

Quesito:

Se la Cassazione nega l’esistenza del “numerus clausus” allora, parafrasando Marco Bona, dobbiamo chiederci: Quanto può dirsi esteso il catalogo dei diritti costituzionalmente garantiti?”

Il Tribunale di Rovigo, Sezione distaccata di Adria, Giudice dott. Mauro Martinelli, con la ordinanza di rigetto del 11 maggio 2010 (“Danno e responsabilità” 6/2011 con commento di S. Oliari), emessa a seguito di un invocato sequestro conservativo ante causam richiesto da una moglie a tutela e garanzia del preteso diritto di credito nei confronti del coniuge fedifrago, ha statuito che “l’art. 2 della Carta Costituzionale non tipizza i diritti inviolabili della persona, rimessi alla determinazione della coscienza sociale di cui la giurisprudenza sarebbe soggetto recipiente, né indica la soglia di lesione minima, la cui determinazione ancora una volta viene rimessa alla coscienza sociale”.

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 2 COST.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Omissis

 

Il Tribunale, in adesione ai principi delineati dalle Sezioni Unite nel novembre 2008 ritiene che “il monito della Corte andasse recepito non solo nello sforzo interpretativo di non duplicare le voci di danno, ma anche nella reiezione di categorie di pregiudizio prive di precisi limiti contenutistici e vacui riferimenti normativi”. Per tale motivo il Tribunale ha ritenuto non sufficiente “invocare genericamente la precettività dell’art. 2 della Costituzione per consentire l’integrazione dell’art. 2059 del Codice civile e rispettare la scelta normativa – più volte giustificata dalla Corte Costituzionale – di mantenere in subiecta materia la riserva di legge”. Ritiene pertanto il Tribunale che la violazione delle obbligazioni derivanti dagli artt. 143 e seguenti del Codice civile non integrino in sé una ipotesi di risarcibilità del prospettato “danno esistenziale”. L’ordinanza molto chiara dimostra però come in determinate materie (in questo caso il diritto di famiglia, materia che non a caso diede origine al leading case sul danno esistenziale con la sentenza della Cassazione n. 7713/2000) la realtà dei tribunali del Paese possa dirsi, in alcuni casi, frammentaria seppur in via di tendenziale uniformità. In particolare possiamo ormai, anche alla luce della sentenza n. 12408/2011 cit. della Suprema Corte, ritenere superati i primi dubbi sulla corretta liquidazione del danno non patrimoniale come ristoro del danno subito dal danneggiato nella sua integralità. Domenico Chindemi, nell’articolo pubblicato sul sito www.altalex.it nel febbraio 2011 dal titolo Il danno morale e il danno esistenziale dopo le sentenze di San Martino ha messo in luce come la Suprema Corte abbia “omesso di considerare una voce di danno areddituale, ormai di comune applicazione, quale il danno da perdita di chance non patrimoniale, che non appare inquadrabile, sotto il profilo concettuale e logico, all’interno del danno biologico. Quindi il giudice di merito, anche ove voglia liquidare l’intero pregiudizio areddituale sotto la sottovoce (ma vedremo che tale non può essere qualificata) del danno biologico, non deve limitarsi alla mera quantificazione tabellare, ben potendo, anzi dovendo procedere alla adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale prendendo in considerazione tutte le peculiarità della fattispecie che altro non sono (per comodità espositiva e concettuale derivante da una giurisprudenza ventennale) le nozioni di danno morale e esistenziale, così come elaborate dalla giurisprudenza e dalla dottrina. Resta da verificare l’opportunità che tali ulteriori pregiudizi siano liquidati all’interno del danno biologico che ha una sua autonomia concettuale e normativa, difficilmente estensibile ad altre categorie di pregiudizi, quale quello morale e esistenziale che hanno connotati diversi, a meno che non si voglia mutare (ma non vi è alcun orientamento al riguardo), la definizione e il contenuto del danno biologico che, ai sensi del’art. 138 e 139 del Codice della Assicurazioni è costituito dall’alterazione della integrità fisio-psichica accertabile con criterio medico legale, cioè il cd. danno alla salute”. Seppur il Codice civile all’art. 2059 non esplicita una definizione di danno morale o, dopo l’intervento delle Sezioni Unite, di “sofferenza soggettiva permanente” come invece avvenuto da parte del Legislatore dell’ultimo decennio per il danno biologico (si veda il paragrafo 1.1. del presente scritto), sono presenti, nel nostro Ordinamento, importanti dettati normativi in settori nevralgici e delicati, che disciplinano espressamente il danno morale come figura autonoma rispetto al danno biologico. In primis l’art. 1 del D.P.R. n. 181/2009, disciplina inerente le vittime del terrorismo e delle stragi di terrorismo che prevede:

  1. per danno biologico, si intende la lesione di carattere permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito;
  2. per danno morale, si intende il pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in sé considerato;
  3. per aggravamento fisico, si intende lo stato della menomazione dell’integrità psico-fisica complessiva derivante dall’evoluzione peggiorativa della patologia da cui è conseguita l’invalidità già riconosciuta ed indennizzata, nonché da ogni altra patologia per la quale risulti accertata una correlazione eziopatogenetica per interdipendenza o la cui insorgenza risulti determinata da cure praticate per la patologia già riconosciuta.

In secondo luogo l’art. 5 del D.P.R. n 37/2009 inerente i danni da uranio impoverito subiti dai militari impiegati nelle missioni all’estero che detta i criteri per la determinazione dell’invalidità permanente: art. 1 a) la percentuale d’invalidità permanente (IP), riferita alla capacità lavorativa, è attribuita scegliendo il valore più’ favorevole tra quello determinato in base alle tabelle per i gradi di invalidità e relative modalità d’uso approvate, in conformità all’art. 3 terzo comma della Legge 29 dicembre 1990 n. 407, con il decreto del Ministro della sanità 5 febbraio 1992 e successive modificazioni, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 47 del 26 febbraio 1992, e il valore determinato in base alle tabelle A, B, E ed F1 annesse al D.P.R. 23 dicembre 1978 n. 915 e successive modificazioni, e relativi criteri applicativi. Alla classifica di cui alle categorie della tabella A e della tabella B sono equiparate le fasce percentuali d’invalidità permanente, riferite alla capacità lavorativa, secondo le corrispondenze indicate nella tabella in allegato 1. Alle invalidità o mutilazioni di prima categoria della tabella A che risultino contemplate anche nella tabella E corrisponde una invalidità permanente non inferiore al cento per cento;

  1. b) la percentuale del danno biologico (DB) è determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri applicativi di cui agli art. 138 primo comma e art. 139 quarto comma del d.lgs. 7 settembre 2005 n. 209, e successive modificazioni;
  2. c) la determinazione della percentuale del danno morale (DM) viene effettuata, caso per caso, tenendo conto della entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all’evento dannoso, in una misura fino a un massimo di due terzi del valore percentuale del danno biologico;
  3. d) la percentuale di invalidità complessiva (IC), che in ogni caso non può superare la misura del cento per cento, è data dalla somma delle percentuali del danno biologico, del danno morale e del valore, se positivo, risultante dalla differenza tra la percentuale di invalidità riferita alla capacità lavorativa e la percentuale del danno biologico: IC= DB+DM+ (IP-DB). 2. Fino alla data di predisposizione delle tabelle di menomazione di cui agli art. 138 primo comma e 139 quarto comma cit., la percentuale del danno biologico è determinata in base alla tabella delle menomazioni e relativi criteri applicativi, approvata con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 12 luglio 2000, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 172 del 25 luglio 2000, e successive modificazioni. In merito ai devastanti danni e alle ingenti conseguenze subite dai militari impegnati all’estero, mi preme segnalare la sentenza del Tribunale di Firenze, Sez. II civile, 17 dicembre 2008 (già oggetto di un mio commento nel libro, di cui sono coautore unitamente a G. CHIESA-R. RIZZO-G. COSTA, dal titolo La misura del danno alla persona, Napoli 2010, 152) che “ha riconosciuto all’attore il danno non patrimoniale nella nuova ampia accezione”. In particolare “l’attore ha subito una intensissima sofferenza morale, costituita dal vedersi affetto da una patologia dall’esito ritenuto generalmente mortale, dal doversi sottrarre necessariamente al normale svolgimento della vita adeguato ad un ragazzo della sua età, dal vedersi successivamente affliggere da ulteriori patologie, tutte derivanti dall’esposizione ad agenti patogeni cui era stato sottoposto, dal vedere la propria vita ridotta ad un continuo ingresso in strutture sanitarie per fare argine alle disfunzioni ed al malessere organico che dalle malattie derivava”. La percentuale del danno biologico, così determinata, può essere aumentata, ai sensi degli artt. 138 terzo comma e 139 terzo comma cit., da parte dei competenti organismi sanitari di cui all’art. 6 terzo comma del presente regolamento. Se dunque il Legislatore ha definito e distinto il danno morale dal danno biologico in norme di legge, appare evidente che detta figura vive di “vita propria” e, come tale non può considerarsi abolita o ritenuta una “costola” del danno biologico. Gli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni prevedono espressamente la personalizzazione del danno e la misura “imposta” nel caso di micro e macro permanenti. L’autonomia del danno morale trova peraltro conferme in quasi la totalità delle pronunce successive al novembre 2008, tra le quali la recentissima sentenza n. 71 del 5 aprile 2011 emessa dal Tribunale di Rovigo, Sezione distaccata di Adria, Giudice dott. Martinelli. Partiamo dal caso al solo fine di comprendere le ragioni addotte dal Giudicante a fondamento della liquidazione del danno. Un danneggiato aveva convenuto in giudizio la compagnia assicurativa designata per il risarcimento dei danni posti a carico del Fondo di Garanzia Vittime della Strada, deducendo di essere rimasto vittima di un sinistro, causato da un veicolo non identificato, che avrebbe invaso la corsia di marcia percorsa dalla vettura condotta dall’attore, determinandone la perdita di controllo e la fuoriuscita dal manto stradale con conseguente pregiudizio al bene salute. Tralasciamo l’an di causa e l’esperita fase istruttoria per passare all’esame del ragionamento operato dal Giudice per il ristoro del riconosciuto danno non patrimoniale. Le valutazioni espresse dal CTU medico legale hanno accertato in capo all’attore un pregiudizio biologico permanente nella misura del 6%, un pregiudizio temporaneo pari a giorni 134, di cui 11 al 100%, 43 al 75%, 20 al 50% e 60 al 25% e un pregiudizio morale. Il pregiudizio biologico, in ossequio ai criteri equitativi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità e di merito ed in applicazione delle tabelle utilizzate dal Giudice, è stato quantificato in € 14.526,78 (€ 10.431,78 quello permanente e € 4.095,00 quello temporaneo, somma già attualizzata alla data di pubblicazione della sentenza). Quanto al pregiudizio morale il Giudice ha fatto propri i principi delineati dalle Sezioni Unite in tema di adeguati riscontri probatori alle poste di danno richieste: il Giudice ha verificato “come vi sia stata allegazione nell’atto introduttivo del giudizio (sebbene in via estremamente concisa) e prova presuntiva della sua verificazione. Sotto il primo aspetto, si ricorda e si tiene in considerazione che, prima delle pronunce delle Sezioni Unite del novembre 2008, vi era una sorta di automatismo giuridico tra il danno biologico e le implicazioni morali connesse, sicché nel valutare l’allegazione del relativo danno (comunque citato) dovrà procedersi con estrema cautela, in virtù di una sorta di affidamento che l’operatore del diritto faceva nel consolidato e protratto indirizzo giurisprudenziale. Sotto il secondo aspetto, si evidenza come, secondo la ricostruzione dogmatica operata da quest’autorità, nelle ipotesi di lesione del bene salute, il pregiudizio morale si inserisce quale ulteriore e diverso profilo del danno alla persona rispetto al quello biologico, rappresentando il pregiudizio morale la “sofferenza psicologica transeunte o permanente derivante dalla lesione subita non integrante una malattia” e quello biologico la “compromissione fisica o psichica del soggetto, accertabile dalla scienza medica, che dà luogo ad una malattia temporanea e/o permanente”. Dalla consulenza tecnica – che sotto questo profilo assume valenza anche percipiente e non solo deducente – possono evidenziarsi i riscontri oggettivi della sofferenza interiore provata dall’attore: insufficienza muscolare alla coscia sinistra dove è residuata una vasta cicatrice irregolare e biancastra in sede antero-mediale con sensazione di ridotta resistenza muscolare. È evidente, dunque, che questo menomazione fisica non può essere presa in considerazione solo sotto il profilo anatomo-funzionale, quale compromissione dell’integrità fisica, ma deve essere considerata quale ulteriore patimento, sofferenza del soggetto per il fatto di non essere pienamente libero di svolgere la propria vita come prima”. Sempre con riferimento al danno morale, Domenico Chindemi, nell’articolo sopra citato, segnala alcune pronunce emesse dalla Giurisprudenza amministrativa pugliese, in merito al riconoscimento del danno morale a carico della Pubblica Amministrazione, che non aveva eseguito una sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo regionale. L’inadempimento posto in essere dall’Ente a danno di un funzionario (con mansioni di dirigente) ha “inciso negativamente su un diritto costituzionalmente tutelato quale il diritto al lavoro (art. 4 Cost.), alla reputazione ed alla immagine (riconducibili, questi ultimi, entro l’alveo dei diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 Cost.) con una lesione di carattere non patrimoniale che si connota in termini di ingiustizia ex 2043 c.c., serietà dell’offesa e gravità delle conseguenze che ne sono derivate nella sfera personale del ricorrente ben oltre la soglia della normale tollerabilità, così comportando un peggioramento della qualità della vita dell’odierno ricorrente a causa della forzata rinuncia ad attività non remunerative fonti di benessere per il danneggiato e determinando altresì ripercussioni relazionali di segno negativo tali da capovolgere o quantomeno modificare in peggio l’esistenza del soggetto” (TAR Puglia Bari, Sez. II, 10 gennaio 2011, n. 19). Nel caso di specie il presidente di una nota commissione su base regionale e provinciale era stato improvvisamente destituito, comportando così al ricorrente un danno rilevante sul piano “dell’immagine”, del discredito sociale e in tema di “cursus honorum”: pregiudizi tutti connotati da “serietà e gravità” ricompresi nel danno non patrimoniale.
RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 4 COST.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Omissis

 

ART. 2054 C.C.

CIRCOLAZIONE DEI VEICOLI.

1. Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno .

2. Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.

3. Il proprietario del veicolo, o, in sua vece, l’usufruttuario o l’acquirente con patto di riservato dominio, è responsabile in solido col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà.

4. In ogni caso le persone indicate dai commi precedenti sono responsabili dei danni derivati da vizi di costruzione o da difetto di manutenzione del veicolo.

Quanto all’onere probatorio richiesto, il Consiglio di Stato, Sez. V, con la pronuncia 23 novembre 2010 n. 8142, ha statuito che “la domanda di risarcimento dei danni è regolata dal principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., in base al quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento, per cui grava sul danneggiato l’onere di provare, ai sensi del citato articolo, tutti gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento del danno per fatto illecito (danno, nesso causale e colpa); segue da ciò che il risarcimento del danno non è una conseguenza automatica e costante dell’annullamento giurisdizionale, richiedendo la positiva verifica, oltre che della lesione della situazione soggettiva di interesse tutelata dall’ordinamento, della sussistenza della colpa o del dolo dell’Amministrazione e del nesso causale tra l’illecito e il danno subito; in particolare il risarcimento del danno conseguente a lesione di interesse legittimo pretensivo è subordinato, pur in presenza di tutti i requisiti dell’illecito (condotta, colpa, nesso di causalità, evento dannoso), alla dimostrazione, secondo un giudizio di prognosi formulato ex ante, che l’aspirazione al provvedimento fosse destinata nel caso di specie ad esito favorevole, quindi alla dimostrazione, ancorché fondata con il ricorso a presunzioni, della spettanza definitiva del bene collegato a tale interesse, ma siffatto giudizio prognostico non può essere consentito allorché detta spettanza sia caratterizzata da consistenti margini di aleatorietà”.

Da ultimo analizziamo alcune pronunce emesse dai Giudici di Pace che, essendo stati bersaglio principale dei diktat delle Sezioni Unite sul ristoro di pretese prive di qualsivoglia giustificazione normative, hanno cercato di uniformarsi alle linee guida tracciate dalla Suprema Corte. Teniamo comunque conto che la maggioranza delle pronunce ricade nei casi di micropermanenti (con i limiti di cui all’art. 139 del Codice delle Assicurazioni), dato la competenza per valore è limitata ad € 20.000,00 in virtù dell’art. 7 primo comma, così come aggiornato dalla Legge 138/2011. Il Giudice di Pace di Bari, con la sentenza n. 8898 del 23 novembre 2010, in una fattispecie inerente un tamponamento multiplo e risoltosi con l’applicazione dell’art. 2054 secondo comma del Codice civile, ha rigettato la richiesta di risarcimento del danno morale visto che nella maggior parte dei casi di lesioni personali, l’esistenza del danno morale viene in buona sostanza considerata in re ipsa. Da un punto di vista pratico, la dimostrazione del danno morale si risolve di fatto, nella prova del danno biologico e dei fatti che, sempre sotto il profilo del danno biologico, hanno avuto luogo in seguito alle lesioni (periodi di degenza, cure, trattamenti medici e fisioterapici).

Sempre il Giudice di Pace di Bari, con la sentenza n. 4322 del 5 giugno 2009, in una fattispecie inerente il traffico aeroportuale ha accolto la domanda di rimborso, già cristallizzata nel Regolamento CE 261/04 secondo calcoli tabellari e ha rigettato quella di ristoro del danno morale, statuendo che la variazione nell’orario dei voli di partenza e di rientro, rispetto alla previsione iniziale, riducendo in maniera significativa la permanenza dell’interessato nella città di destinazione, rende inutile il volo stesso a norma del Regolamento Ce 261/04 e giustifica la richiesta di rimborso, avendo esercitato il diritto di recesso in termini. Per quanto riguarda il danno, mancando la prova, che deve essere fornita puntualmente, sia in ordine a quello patrimoniale, sia per quello morale, alla luce delle ultime decisioni della S.C., si rigetta la domanda relativa. Sempre l’articolo citato, tira le file in merito a possibili modi di liquidare il danno morale se vogliamo seguire (come del resto riteniamo corretto) la scelta di considerare detta “voce di danno” autonoma. In sostanza sei sono le possibili scelte:

  • liquidazione onnicomprensiva del danno biologico e del danno morale in un’unica voce di danno;
  • liquidazione pro-quota rispetto al danno biologico;
  • liquidazione autonoma personalizzata svincolata dalle tabelle;
  • personalizzazione delle tabelle, a seguito della valutazione del pregiudizio morale;
  • liquidazione personalizzata tabellare con percentuale non predeterminata rispetto al danno biologico;
  • aumento percentuale del danno morale limitato alla percentuale di aumento prevista per le micro e macropermanenti (rispettivamente 20% e 30%).

Con riferimento al criterio di cui al punto 6, segnaliamo che la scelta è stata operata dal Tribunale di Piacenza, con la recente sentenza 11 ottobre 2010 n. 645, che in un caso di liquidazione del danno ai sensi dell’art. 139 d.lgs. 7 settembre 2005 n. 209, per lesioni micropermanenti derivanti da sinistro stradale, ha risarcito la sofferenza morale, appesantendo il punto di risarcimento biologico in relazione alla concreta sofferenza patita. Appesantimento che può essere effettuato anche al di sopra dei limiti posti dagli artt. 138 e 139 Codice delle Assicurazioni, id est 20% per le micropermanenti e 30% per le macropermanenti, dovendo gli stessi essere unicamente riferiti alla personalizzazione inerente all’aspetto dinamico-relazionale del danno biologico, ma non anche al danno non patrimoniale inteso omnicomprensivamente. Se dunque le Sezioni Unite specificano che la formula “danno morale” non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata, spetterà al danneggiato allegare e provare tutte quelle circostanze che hanno causato il danno non patrimoniale richiesto. Ciò a maggior ragione del fatto che, come noto, prima dell’avvento delle pronunce del novembre 2008, la liquidazione del danno morale era sostanzialmente automatica mentre ora deve essere “personalizzata” con riferimento al reale pregiudizio subito dal danneggiato.

1.3 Il danno da lesione del rapporto parentale

La lesione da rapporto parentale con particolare riferimento al danno subito dalle vittime da rimbalzo è già stata oggetto di un mio commento nel numero 1/2010 de “Il Civilista” cit. e dell’intervento, in qualità di relatore, al Congresso Nazionale Medico-Legale SIMLA, tenutosi dal 26 al 28 novembre 2009 presso il Centro Congressi dell’Hotel Centergross Argelato in Bologna, dal titolo “Lo Specialista Medico-legale per la società civile” presieduto dal Prof. Benedetto Vergari.

Come punto di partenza occorre fare riferimento al paragrafo 4.9 della sentenza n 26972/2008: “Il Giudice potrà invece correttamente riconoscere e liquidare il solo danno morale, a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni fisiche, alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, e che sia rimasta lucida durante l’agonia, in consapevole attesa della fine. Viene così evitato il vuoto di tutela determinato dalla giurisprudenza di legittimità che nega, nel caso di morte immediata o intervenuta a breve distanza dall’evento lesivo, il risarcimento del danno biologico per la perdita della vita (sent. n.1704/1997 e successive conformi), e lo ammette per la perdita della salute solo se il soggetto sia rimasto in vita per un tempo apprezzabile, al quale lo commisura (sent. n. 6404/1998 e successive conformi). Una sofferenza psichica siffatta, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione (Cass. civ., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972)”.

La problematica è nota. Il leading case, Cass., Sez. III, 2 aprile 2001, n. 4783 (cui si sono uniformate Cass. civ. 25 gennaio 2002 n. 887; Cass. civ. 6 agosto 2007 n. 17177), lo si deve al Consigliere dott. Petti che, in funzione di relatore, delineò il cosiddetto “danno catastrofico”. In sostanza, in caso di danno da uccisione, viene riconosciuto ai famigliari il diritto di richiedere jure hereditatis il danno psichico subito dalla vittima, dopo il decorso di un intervallo di tempo anche molto breve tra le lesioni e la morte, quando si è accertata una sofferenza di tale intensità da configurare nella percezione della vittima un danno catastrofico, consistente nella lucida percezione della morte imminente. Secondo la Cassazione la valutazione sulla configurabilità del diritto al risarcimento del danno biologico eventualmente sopportato dalla vittima deve prendere in considerazione l’aspetto fisico e l’aspetto psichico, e quando il primo non sia rilevabile nei fatti, a causa del brevissimo lasso di tempo intercorso, deve in ogni caso estendersi a rilevare l’aspetto psichico della intensità della sofferenza, che, anche se circoscritta in un periodo temporale breve, può determinare nella vittima una profonda disperazione sulla sua condizione. Infatti secondo la esperienza medico legale e psichiatrica le lesioni mortali, conducono, secondo la esperienza medico legale e psichiatrica, alla presenza di un danno “catastrofico”, per intensità, a carico della psiche del soggetto che attende lucidamente l’estinzione della propria vita (danno considerato dalla psichiatria nordamericana nella scala DSM III degli eventi psicosociali stressanti, di sesto livello, che è quello più elevato) la cui intensità può essere apprezzata dalla vittima, pur nel breve intervallo delle residue speranze di vita. Nel danno psichico non è solo il fatto durata a determinare la patologia, ma è la stessa intensità della sofferenza e della disperazione. Anche il Tribunale di Milano, con la sentenza del 24 ottobre 2003 ha ribadito che “il danno psichico, a differenza di quello biologico, è trasmissibile ai familiari “iure ereditario” anche se tra le lesioni e la morte sia intercorso solo un brevissimo intervallo di tempo, purché sia accertata una sofferenza di tale entità da configurare nella percezione della vittima un danno “catastrofico” e cioè la percezione di una morte imminente e inesorabile”. In questo caso il Tribunale ha liquidato la considerevole somma di euro 1.254.753 quale danno non patrimoniale subito dai familiari – padre, madre e sorella – della vittima da omicidio doloso. Sempre la Suprema Corte, con la sentenza n 3766 del 23 giugno 2006, n. 3766 ha ulteriormente precisato che se è vero che “l’evento morte” non rileva di per sé ai fini del risarcimento, atteso che la morte (e cioè: la perdita della vita) è fuori dal danno biologico, poiché il danno alla salute presuppone pur sempre un soggetto in vita, è altrettanto vero che nessun danno alla salute è più grave, per entità ed intensità, di quello che, trovando causa nelle lesioni che esitano nella morte, temporalmente la precede. In questo caso, infatti, il danno alla salute raggiunge quantitativamente la misura del 100%, con l’ulteriore fattore “aggravante”, rispetto al danno da inabilità temporanea assoluta, che il danno biologico terminale è più intenso perché l’aggressione subita dalla salute dell’individuo incide anche sulla possibilità di essa di recuperare (in tutto o in parte) le funzionalità perdute o quanto meno di stabilizzarsi sulla perdita funzionale già subita, atteso che anche questa capacità recuperatoria o, quanto meno stabilizzatrice, della salute risulta irreversibilmente compromessa. La salute danneggiata non solo non recupera (cioè non “migliora”) né si stabilizza, ma degrada verso la morte; quest’ultimo evento rimane fuori dal danno alla salute, per i motivi sopra detti, ma non la “progressione” verso di esso, poiché durante detto periodo il soggetto leso era ancora in vita. Ma è con la sentenza n 3260 del 14 febbraio 2007 che la Corte di Cassazione ha statuito “l’irrilevanza del lasso di tempo intercorrente fra il sinistro e l’evento letale” atteso che “sussiste in capo alla vittima che abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della morte, un danno biologico di natura psichica, la cui entità non dipende dalla durata dell’intervallo tra lesione e morte, bensì dell’intensità della sofferenza provata dalla vittima dell’illecito ed il cui risarcimento può essere reclamato dagli eredi della vittima”. Anche la Dottrina, con un interessante e acuto intervento di Luigi Viola su www.altalex.it a commento della sentenza n 6946/07 della Suprema Corte, ha evidenziato che “ritenere che è possibile risarcire il danno biologico da morte solo se vi è un apprezzabile lasso di tempo tra lesione e morte, significa negare, a priori, la possibile risarcibilità del danno tanatologico, ovvero quel danno che comporta una morte immediata, con la conseguenza applicativa che si ritiene risarcibile solo la salute e non anche la vita; più chiaramente, lo spatium vivendi dovrebbe giustificare un risarcimento del danno biologico, ma senza negare il danno da morte immediata (danno tanatologico) ovvero danno mortale privo di un sufficiente spatium vivendi: se c’è apprezzabile lasso di tempo tra lesione e morte (spatium vivendi, appunto) dovrebbe trovare tutela risarcitoria il danno biologico (iure successionis) che tutela la salute (ex art. 32 Cost.), ma nell’ipotesi in cui tale lasso di tempo manchi non dovrebbe escludersi una tutela risarcitoria collegata al bene vita (desumibile da tutte le norme costituzionali e giuridiche che presuppongono la vita stessa dell’individuo). D’altronde, accogliere la tesi del necessario spatium vivendi perché, diversamente, non vi è lo spazio per una tutela risarcitoria non patrimoniale, vorrebbe dire, in concreto, che al danneggiante converrebbe uccidere piuttosto che ferire mortalmente (come già abbiamo evidenziato a pag. 3 della memoria ex art. 183 sesto comma n. 1 c.p.c.), perché nel secondo caso si aprirebbe la tutela risarcitoria iure successionis idonea ad aumentare, in modo significativo, il quantum debeatur, in contrasto con principi elementari di proporzionalità tra danno cagionato e conseguenze risarcitorie”.

Oggi il terror vacui viene colmato dall’intervento delle Sezioni Unite e da recenti pronunce di legittimità, Cass. civ., Sez. III, 8 aprile 2010, n. 8360 e di merito, tra le quali Tribunale di Venezia, sentenza n. 2168 del 21 ottobre 2010: quest’ultima ha riconosciuto la sussistenza e il conseguente diritto al risarcimento del danno c.d. catastrofico o da agonia jure hereditatis in capo ai famigliari di passeggero deceduto in conseguenza di un incidente aereo, quantificandolo in via equitativa nella somma di € 50.000,00 per ciascun famigliare per un solo minuto di volo e sempre il Tribunale di Venezia, sentenza 15 giugno 2009, che ha riconosciuto in capo agli eredi sia il risarcimento del danno tanatologico sia il danno subito dalla vittima primaria per le sofferenze patite durante il breve periodo intercorrente l’evento e il decesso (nella fattispecie 5 giorni) ha finalmente aperto una new deal evolutiva in tema di danno alla persona volta a concedere piena tutela, sotto il profilo risarcitorio, della lesione del bene primario per eccellenza di ogni individuo (id est la vita), superando così il tradizionale orientamento, radicato presso i giudici di legittimità, secondo il quale la perdita della vita, in quanto strettamente connessa alla vittima, non si presta ad autonomo ristoro quando il suo titolare abbia cessato di esistere, giungendo agli ormai noti paradossi fortunately for my client, the victim died (COOTER – ULEN, Law&Economics, Boston e a., 2004, 372) e “uccidere è più conveniente che ferire” (R. PARDOLESI, frase poi ripresa da CASO in Uccidere è più conveniente che ferire: la distruzione della vita tra paradossi, irrazionalità e costi del sistema risarcitorio del danno non patrimoniale, in Dialoghi sul danno alla persona, a cura di IZZO, Trento, 2006, 211). In sostanza il nuovo orientamento giurisprudenziale ha finalmente dato ingresso alla “domanda di risarcimento del danno da perdita del diritto alla vita, o danno tanatologico, proposta jure hereditatis dagli eredi del de cuius, in quanto i chiamati all’eredità divengono titolari di una pretesa risarcitoria ereditaria in relazione alla privazione del bene vita della vittima nei confronti del responsabile dell’illecito da costui commesso a danno del congiunto, dal momento che quel che si trasmette con il decesso della vittima non è il diritto assoluto della persona ma quello patrimoniale del risarcimento del danno cosicché a seguito della morte della persona si verifica l’apertura della successione (artt. 5 e 456 c.c.)”. Del resto le Sezioni Unite, sensibili al tema, molto dibattuto nell’ultimo decennio, avevano già avuto modo di precisare che la perdita di una persona cara implica necessariamente una sofferenza morale la quale, seppur non costituisce un danno autonomo, rappresenta però un aspetto – del quale tenere conto, unitamente a tutte le altre conseguenze, nella liquidazione unitaria ed omnicomprensiva – del danno non patrimoniale.

Proprio con riferimento alla percezione della morte da parte della vittima, mi preme far notare che tutte le pronunce della Cassazione in merito a detta posta di danno traggono origine, principalmente, da situazioni inerenti i sinistri stradali e cioè con riferimento a casi in cui il soggetto si trova “a terra”: in tali casi la percezione dell’imminente impatto e la consapevolezza di poter tentare di porre in essere ogni manovra per evitare il peggio (o eventualmente per limitarne le conseguenze) rientrano tra le normali possibilità che il soggetto si prefigura nel momento del percepito pericolo. Ma nel caso dei disastri aerei, il soggetto si trova, al contrario, “in volo” e quindi in una situazione in cui sa che eventuali situazioni “anomale” come movimenti innaturali dell’aeromobile (ancor di più per l’elicottero, che viaggia a quote di gran lunga inferiori) portano il soggetto stesso a “prendere in considerazione il possibile esito nefasto” in modo reale: il margine di errore, in considerazione del limitato intervallo psicotecnico di reazione, è ridotto al minimo per non dire nullo. In sostanza il pilota, a differenza del passeggero, si prefigura immediatamente la concreta possibilità che non solo spesso non è possibile eseguire alcuna manovra diversiva ma anche che, qualora eseguita, detta manovra non sia sufficiente ad evitare l’inevitabile. Spesso dall’esame dei rottami del velivolo e dalla registrazione del “Data Flight Recorder” (quando presente) traiamo ulteriori indici del fatto che il Comandante pilota hanno impostato una ultima disperata manovra elusiva: si pensi ad esempio alla posizione di passo massimo delle pale delle elicottero che sono indice di un estremo tentativo da parte del pilota di acquistare quota nel tentativo di evitare l’urto oppure dall’esame visivo e dalle misurazioni inerenti la distanza orizzontale tra le prime tracce di impatto sul terreno (o l’inizio della fase di stallo involo con le turbine del motore al massimo) fino al punto finale di quiete spesso distante centinaia di metri, in cui il velivolo perde progressivamente pezzi della fusoliera. Parla di “pregiudizio di tipo esistenziale” la sentenza del 26 maggio 2010 emessa dal Tribunale di Bari, riconosciuto in favore del figlio (peraltro trasportato e definito “vittima secondaria”) del conducente deceduto e oltretutto responsabile del sinistro. Il Tribunale pugliese riconosce il “risarcimento del danno conseguente alla perdita del rapporto parentale, quale tipologia di danno non patrimoniale, la cui configurabilità consiste in un pregiudizio di tipo esistenziale, indipendentemente dal configurarsi di un reato, il quale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia, ed al cui riconoscimento, nel caso in cui la vittima terzo trasportato sia figlio del conducente, alcun ostacolo pone la previsione dell’art. 4 della l. n. 990/69 (oggi rifluito nell’art. 129, Cod. Ass.). Questa disposizione prevede che non è considerato terzo e non ha diritto ai benefici derivanti dal contratto di assicurazione obbligatoria solo il conducente del veicolo responsabile del sinistro, mentre i discendenti legittimi del conducente non hanno diritto al risarcimento limitatamente ai danni alle cose. Tale disposizione impedisce dunque che il conducente che sia deceduto a seguito del sinistro e ne sia stato il responsabile possa trasmettere per via ereditaria ai trasportati le proprie ragioni risarcitorie, ma poiché il danno da perdita parentale, inteso come dolore sofferto per la perdita di un parente (diverso dal biologico), è una voce di danno che il trasportato che sia parente del conducente vanta iure proprio (cd. vittima secondaria) e non jure hereditario, ed essendo egli escluso solo dal risarcimento dai danni alle cose, si deve senz’altro ammettere il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale in favore del trasportato figlio del conducente responsabile del sinistro che sia deceduto”.

In tema di decesso di familiare in un sinistro causato in occasione della circolazione di natanti da diporto, ci preme segnalare la recentissima sentenza n. 82 del 28 aprile 2011 emessa dal prolifero Tribunale di Rovigo, Sezione di Adria, Giudice dott. Mauro Martinelli. Nel caso di specie, la moglie convivente, il fratello convivente, i figli e i nipoti del de cuius hanno convenuto in giudizio Caio e la di lui compagnia assicurazione per sentirli dichiarare tenuti e conseguentemente condannati al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non subiti in conseguenza del decesso del proprio caro. Fonte dell’obbligo risarcitorio extracontrattuale è stato individuato nel fatto che Caio portò con sé il familiare degli attori su un natante da diporto, in una giornata nella quale vi erano condizioni metereologiche avverse, con conseguente perdita di vita del terzo trasportato a seguito del rovesciamento della imbarcazione. Tralasciato ancora una volta l’an di causa, ci preme evidenziare solamente che il Tribunale ha ritenuto impegnata la responsabilità del convenuto sotto il profilo della colpa e conseguentemente ha riconosciuto in favore degli attori il risarcimento del danno secondo i parametri orientativi dati dalle tabelle di riferimento in uso presso questa autorità (somme già attualizzate e rivalutate alla data di pubblicazione della sentenza). Il Giudice, nella parametrazione della somma, ha tenuto in debita considerazione il rapporto di convivenza (si vedano ad esempio le tabelle predisposte dal Tribunale di Firenze) che dava luogo ad un nucleo familiare, e ha dato per presupposto gli elementi di sofferenza psicologica derivanti dalla perdita del rapporto parentale (peraltro non contraddetti da alcun elemento neppure allegato dalla parte convenuta), secondo il principio presuntivo dell’id quod plerumque accidit, quantificando in € 130.000,00 il danno in favore della moglie convivente, in € 70.000,00 quello in favore del fratello convivente, in € 100.000,00 i danni subiti dai figli e, da ultimo, in € 10.000,00 i danni in favore dei nipoti. Rispetto a questi ultimi si ricorderà come la perdita di un rapporto parentale – tutelato e garantito dagli artt. 29, 30, 2 Cost.- esistente o anche solo potenziale, come è quello tra un nonno e i nipoti, determini in sé un danno alla persona, la quale è privata di un supporto morale e materiale importante nello sviluppo della personalità, sicché non si può, in nessun caso, escludere una tutela risarcitoria anche di tale danno.

RIFERIMENTI NORMATIVI

ART. 29 COST.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

 

ART. 30 COST.

E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.

Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.

La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Il Tribunale di Monza, con la sentenza del 29 luglio 2010 ha statuito che il risarcimento del danno non patrimoniale, patito in via indiretta dai prossimi congiunti del soggetto danneggiato, deve essere accordato non soltanto in caso di decesso, ma anche in caso di lesioni del danneggiato primario di gravità tale da determinare il fenomeno di cd. propagazione intersoggettiva delle conseguenze dannose. La Cass. civ., Sez. III, del 5 ottobre 2010, n. 20667, emessa in un caso di malasanità ove gli attori in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale avevano convenuto in giudizio una casa di cura, i dottori e l’ostetrica, in qualità di responsabili delle gravi lesioni personali riportate da un minore (con esiti di inabilità permanente) in occasione della nascita, ha deciso che ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire iure proprio contro il responsabile. La liquidazione di tale tipologia di danno deve avvenire in via equitativa, in forza di una sua valutazione complessiva, potendosi ricorrere a presunzioni sulla base di elementi oggettivi, forniti dal danneggiato, quali le abitudini di vita, la consistenza del nucleo familiare e la compromissione delle esigenze familiari.

Segnaliamo la recentissima sentenza della Cass., Sez. III, 9 maggio 2011, n. 10107, Presidente dott. Preden, inerente il decesso della moglie e madre degli attori in conseguenza di un sinistro stradale. Il caso di specie attiene all’investimento di pedone (sulle strisce pedonali e quindi senza alcun profilo di apporto colposo della vittima-danneggiato) che, subite gravissime lesioni fisiche, è poi deceduta dopo una degenza ininterrotta di ventuno giorni. Il Tribunale di prime cure aveva accolto la domanda attorea riconoscendo le somme di € 113.142,00, in favore del coniuge, e di € 86.208,00 in favore del figlio a titolo di danno morale. Gli attori avevano proposto appello e il Giudice di secondo grado aveva condannato i convenuti in solido al pagamento della ulteriore somma di € 840,00 a titolo di danno biologico jure hereditatis. Analizziamo solamente i profili non patrimoniali oggetto di censura da parte degli odierni ricorrenti innanzi alla Suprema Corte:

1.      il mancato riconoscimento del danno esistenziale, ritenuta tardivamente proposta dal Giudice di secondo grado la domanda inerente detta voce di danno;

2.      insufficiente determinazione quantitativa del danno morale da parte del Tribunale, che aveva applicato criteri genericamente automatici, senza tener conto della particolare gravità del fatto, del lungo periodo di sofferenze sopportate dalla vittima tra l’evento dannoso e la morte, e del danno morale riflesso che ad essi ne era derivato.

Il giudice di merito, a detta dei ricorrenti, avrebbe segnatamente altresì trascurato la lesione dell’affettività conseguente a una perdita repentina e irreversibile.

La Cassazione ha ritenuto fondate le doglianze proposte per le seguenti ragioni:

·         “il danno da perdita del rapporto parentale è ontologicamente diverso da quello che consegue alla lesione della integrità psicofisica (danno lato sensu, biologico), e si collega alla violazione di un diritto di rilevanza costituzionale diverso dal diritto alla salute tutelato dall’art. 32 Cost., l’uno e l’altro, peraltro, definitivamente trasmigrati – non come autonome categorie di danno, ma come entità descrittive della conformazione che l’unitaria figura del danno non patrimoniale di volta in volta assume in concreto – nell’area normativa dell’art. 2059 c.c.   (cfr. Cass. civ., Sez. III, 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828; Corte cost. 11 luglio 2003, n. 233; Cass. civ., Sez. Un., 11 novembre 2008, nn. 26972, 26973, 26974, 26975), dopo che per anni avevano trovato copertura nell’ambito dell’art. 2043, in combinato disposto con i diritti fondamentali costituzionalmente tutelati (cfr. Cass., Sez. Un., 22 maggio 2002, n. 7470). Più nello specifico, il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”.

·         i criteri di liquidazione di tale profilo del danno non patrimoniale non possono ignorare la complessiva risposta che il diritto vivente da all’esigenza di ristoro fatta valere dai prossimi congiunti della vittima primaria. Costituiscono invero massime ormai consolidate nella giurisprudenza di questa Corte:

a)      che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, si da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (cfr. Cass. civ., Sez. III, 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ., Sez. III, 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);

b)      che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorché essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (cfr. Cass. civ., Sez. III, 28 novembre 2008, n.28423; Cass. civ., Sez. III, 24 marzo 2011, n. 6754);

c)      che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (cfr. Cass. civ., Sez. III, 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ., Sez. III, 16 maggio 2003, n. 7632);

·         in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (cfr. Cass. civ., Sez. III, 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

L’irriducibile e somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, l’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare, mentre disvelano la finalizzazione degli opposti orientamenti al contingente e pur encomiabile obiettivo di far conseguire più denari) ai congiunti (Cass. civ., Sez. III, n. 6754/2011), confermano la validità di scelte decisorie basate sulla massima emersione possibile del rapporto parentale, come bonum in sé materialmente esistente prima dell’evento lesivo, irrimediabilmente da questo leso, concretamente passibile di consolazione pecuniaria”. A questo punto la Suprema Corte compie una valutazione in merito alla adesione che la Corte di Appello ha formulato in merito alla liquidazione del danno morale operata da Giudice di primo grado. Il Giudice di secondo grado ha ritenuto detta somma “non meramente simbolica, ma adeguata al caso concreto, e segnatamente alla circostanza che gli appellanti potevano contare sull’appoggio di più familiari superstiti; opportunamente diversificata tra coniuge e figlio”. La Suprema Corte censura detto ragionamento, evidenziando come la Corte di Appello abbia palesemente sottovalutato il danno da lesione del rapporto parentale sia sotto il profilo di un vizio di motivazione per “la complessiva inadeguatezza dell’apparato giustificativo della decisione, formulato in termini puramente assertivi e senza neppure esplicitare i parametri tabellari probabilmente applicati” sia sotto il profilo di “una inemendabile violazione del disposto dell’art. 2059 c.c.  , nella portata innanzi precisata”. La Suprema Corte ha statuito che “il giudice di merito ha invero ignorato il principio per cui il danno da perdita del rapporto parentale deve si essere risarcito mediante il ricorso a criteri di valutazione equitativa, rimessi alla prudente discrezionalità del giudice di merito, ma esplicitando le regole di equità applicate (combinato disposto degli artt. 1226 e 2056 c.c.) e, nello specifico, tenendo conto dell’irreparabilità della perdita della comunione di vita e di affetti e della integrità della famiglia subita dai prossimi congiunti della vittima, di talché la relativa quantificazione esige un’attenta considerazione di tutte le circostanze idonee a lumeggiare la pregnanza, in concreto, dell’entità della lesione subita dai superstiti”.

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 2056 C.C.

VALUTAZIONE DEI DANNI.

1. Il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli articoli1223, 1226 e 1227.

2. Il lucro cessante è valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso.

 

ART. 1226 C.C.

VALUTAZIONE EQUITATIVA DEL DANNO.

1. Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa.

Omissis

 

Sostanzialmente in pari data (3 maggio 2011) la Cass., Sez. III, in questo caso il Presidente è il dott. Filadoro, con la sentenza n. 9700, pronuncia altra sentenza emessa sempre in un caso di decesso conseguente a sinistro stradale. L’importanza del decisum che andiamo a commentare (con nota di Laura Biarella, nell’articolo del 12 maggio 2011 su www.altalex.it e in www.ilcivilistagiuffre.it ), per valutare i criteri di riconoscibilità e personalizzazione del danno in capo ai famigliari, si segnala per il riconoscimento (solamente in Cassazione) del danno da lesione parentale in favore della figlia del de cuius non ancora nata al momento della morte del padre naturale. Infatti il Tribunale di prime cure aveva accolto le richieste di ristoro in capo ai genitori, alla sorella e alla moglie, in proprio e quale esercente la potestà genitoriale, ma non in capo alla figlia, non ancora nata al momento della morte del padre sul presupposto che “ella non potesse essere titolare di alcun diritto al risarcimento in caso di lesione” in quanto priva della capacità giuridica alla data dell’evento dannoso. La madre aveva proposto appello sul punto e il Giudice di secondo grado aveva negato ancora una volta il ristoro del danno alla figlia sul sostanziale rilievo che “al riconoscimento di un autonomo diritto al risarcimento per la morte di un genitore, avvenuta nel periodo intercorrente tra il concepimento e la nascita, è di ostacolo insormontabile la duplice circostanza dell’inesistenza al momento del sinistro del soggetto danneggiato e della mancanza di una norma specifica che gli attribuisca siffatto diritto, pur subordinato nel suo concreto esercizio all’evento della nascita”. Il ricorso in Cassazione avanzato da parte della madre attiene alla violazione e falsa applicazione dell’art. 462 c.c. (profilo che la Corte vedremo riterrà infondato) e della norma di portata generale del neminem laedere ovvero l’art. 2043 del Codice civile. Il richiamo è alla Cass. Pen., Sez. IV, 23 giugno 2000, n. 11625, secondo cui chi sia nato successivamente alla morte del padre può ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali “verificatisi in contemporanea alla nascita o posteriormente a questa”, essendo irrilevante la non contemporaneità fra la condotta dell’autore dell’illecito ed il danno. La difesa della ricorrente ha censurato la sentenza della Corte di Appello per aver fatto riferimento come “precedente” ad una Cassazione risalente a quasi quaranta anni prima (la n. 3467/1973), ritenendo inapplicabile alla fattispecie in esame il più recente indirizzo giurisprudenziale (di cui a Cass. civ., n. 10741 del 2009, emessa sulla scia di Cass. civ., nn. 14488 del 2004 e 11503 del 2003, tutte della III sezione civile) “secondo il quale il concepito, pur non avendo una piena capacità giuridica, è comunque un soggetto di diritto, perché titolare di molteplici interessi personali riconosciuti dall’ordinamento sia nazionale che sopranazionale, quali il diritto alla vita, alla salute, all’onore, all’identità personale, a nascere sano; diritti questi rispetto ai quali l’avverarsi della condicio iuris della nascita è condizione imprescindibile per la loro azionabilità in giudizio ai fini risarcitori”. Si afferma che tali principi sono applicabili anche alla perdita del rapporto parentale. La Corte ha accolto il gravame solamente sotto il profilo dell’art. 2043 del Codice civile. Secondo la Suprema Corte il motivo di discussione giuridica non attiene alla soggettività del concepito bensì sotto il profilo del diritto di credito “vantato dalla figlia in quanto nata orfana del padre, come tale destinata a vivere senza la figura paterna. La circostanza che il padre fosse deceduto prima della sua nascita per fatto imputabile a responsabilità di un terzo significa solo che condotta ed evento materiale costituenti l’illecito si erano già verificati prima che ella nascesse, non anche che prima di nascere potesse avere acquistato il diritto di credito al risarcimento. Il quale presuppone la lesione di un diritto (o di altra posizione giuridica soggettiva tutelata dall’ordinamento), che nel caso in scrutinio è da identificarsi con il diritto al godimento del rapporto parentale (Cass. civ., nn. 8827 e 8828 del 2003 e Cass. civ., Sez. Un., n. 26972 del 2008), certamente inconfigurabile prima della nascita. Così come solo successivamente alla nascita si verificano le conseguenze pregiudizievoli che dalla lesione del diritto derivano. Del rapporto col padre e di tutto quanto quel rapporto comporta la figlia è stata privata nascendo, non prima che nascesse. Prima, esistevano solo le condizioni ostative al suo insorgere per la già intervenuta morte del padre che la aveva concepita, ma la mancanza del rapporto intersoggettivo che connota la relazione tra padre e figlio è divenuta attuale quando la figlia è venuta alla luce. In quel momento s’è verificata la propagazione intersoggettiva dell’effetto dell’illecito per la lesione del diritto della figlia (non del feto) al rapporto col padre; e nello stesso momento è sorto il suo diritto di credito al risarcimento, del quale è dunque diventato titolare un soggetto fornito della capacità giuridica per essere nato. Non è revocato in dubbio il nesso di causalità fra illecito e danno, inteso come insieme di conseguenze pregiudizievoli derivate dall’evento (morte del padre), sicché non può disconoscersi il diritto al risarcimento della figlia. La relazione col proprio padre naturale integra, invero, un rapporto affettivo ed educativo che la legge protegge perché è di norma fattore di più equilibrata formazione della personalità. Il figlio cui sia impedito di svilupparsi in questo rapporto ne può riportare un pregiudizio che costituisce un danno ingiusto indipendentemente dalla circostanza che egli fosse già nato al momento della morte del padre o che, essendo solo concepito, sia nato successivamente”. La Corte passa poi ad esaminare le modalità di insorgenza del diritto al risarcimento del danno e ritiene che ci si possa riferire alle ipotesi –più volte portate all’attenzione dalla giurisprudenza di legittimità – di lesione colposamente cagionata al feto durante il parto (prima della nascita) e (dopo la nascita) del diritto “del nato al risarcimento per il patito danno alla salute: danno da lesione del diritto alla salute, dunque, e non già del cosiddetto “diritto a nascere sano”, che costituisce soltanto l’espressione verbale di una fattispecie costituita dalla lesione provocata al feto, ma che non è ricognitiva di un diritto preesistente in capo al concepito, che il diritto alla salute acquista solo con la nascita. Così come, in altro ambito, null’altro che espressiva di una particolare fattispecie è la locuzione “diritto a non nascere se non sano”, alla cui mancanza questa corte ha, in passato (cfr. Cass. civ., 29 luglio 2004, n. 14488, seguita da Cass. civ., 14 luglio 2006, n. 16123), correlato la risposta negativa al quesito relativo al se sia configurabile il diritto al risarcimento del nato geneticamente malformato, nei confronti del medico che non abbia colposamente effettuato una corretta diagnosi in sede ecografica ed abbia così precluso alla madre il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, che ella avrebbe in ipotesi domandato. La diversa costruzione che il collegio ritiene corretta consentirebbe invece, nel caso sopra descritto, una volta esclusa l’esigenza di ravvisare la soggettività giuridica del concepito per affermare la titolarità di un diritto in capo al nato, di riconoscere il diritto al risarcimento anche al nato con malformazioni congenite e non solo ai suoi genitori, come oggi avviene, sembrando del tutto in linea col sistema e con la diffusa sensibilità sociale che sia esteso al feto lo stesso effetto protettivo (per il padre) del rapporto intercorso tra madre e medico; e che, come del resto accade per il padre, il diritto al risarcimento possa essere fatto valere dopo la nascita anche dal figlio il quale, per la violazione del diritto all’autodeterminazione della madre, si duole in realtà non della nascita ma del proprio stato di infermità (che sarebbe mancato se egli non fosse nato)”. Per la Corte, seppur gli interessi di cui sopra nascono da diverse fattispecie e situazioni giuridiche soggettive, la tutela degli stessi trova la propria fonte nel “Dettato costituzionale” agli artt. 32, primo (salute) e secondo comma (autodeterminazione), 29, primo comma (famiglia) e 30, primo comma (rapporto genitori-figli).
 

La formula

Fattispecie inerente domanda di risarcimento jure proprio e jure hereditatis

Tribunale civile di………………….

Atto di citazione

Il sottoscritto avv………………… (codice fiscale:…………………………..PEC:…………….), del Foro di…………, rappresentante, difensore e domiciliatario dei sigg…………, nato a…………. il………………… e ivi residente in……………………., codice fiscale:…………………….., ………………………….., nata a……………….. il…………………….., residente in…………………………., codice fiscale:………………………………….., il tutto come da procura in calce al presente atto

premettono:

Il giorno……………ad ore………………..in località…………….. è avvenuto un incidente stradale in seguito al quale il sig………………….. ha subito gravissime lesioni. Lesioni che ne hanno poi comportato il decesso. Il sig…………………….. viaggiava in qualità di trasportato sul sedile anteriore destro, con le cinture di sicurezza regolarmente allacciate, sull’autovettura di sua proprietà …………….., targata…………………….., condotta nel frangente dalla moglie sig.ra…………………..La sig.ra…………………, giunta in prossimità del civico…………… di Via………………..in……………, rallentava in quanto sulla corsia di marcia di pertinenza si era immessa, con improvvisa manovra di retromarcia, l’autovettura……………… targata…………., di proprietà della Società……………. e assicurata………………., condotta dal sig……………. In quel frangente sopraggiungeva da tergo a forte velocità l’autovettura…………….., targata…………, di proprietà del sig……………….. e assicurata …………………………, condotta dalla sig.ra……………………………….., che tamponava violentemente la……………….In conseguenza dell’urto la sig.ra…………………………….. veniva trasportata presso l’Ospedale civile di………….ove le veniva riscontrato un “trauma da cintura regione sternale” e dimessa con prognosi di giorni 5, mentre al sig…………………….., trasportato anch’egli presso il medesimo nosocomio in conseguenza delle gravi lesioni subite, veniva diagnosticata “Contusione gomito destro e distrazione rachide dorsale in paziente in tao” e dimesso con prognosi di giorni 10. Causa il perdurare di forti dolori alla testa, in data……………………….., il sig. ……………. veniva ricoverato nuovamente presso l’Ospedale di…………………. ove, sottoposto a indagini strumentali, gli veniva riscontrato “Ematoma cerebrale subdurale post-traumatico in paziente in trattamento con a.c. orali” e trasferito al reparto……………….dell’Ospedale di………… ove, anche in questo caso, i sanitari diagnosticavano “ematomi subdurali post-traumatici in paziente Tao”. Sottoposto ad intervento chirurgico di craniotomia urgente e svuotamento dell’ematoma sottodurale acuto sinistro in data………………, il sig……………. decedeva in data ……………….(dopo circa 8 giorni dall’ultimo intervento e a circa 20 giorni dal sinistro n.d.r.). Con l’instaurato procedimento penale n…………. R.G.N.R. –R.G. G.I.P………………. avanti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di…………….., è stata emessa in data………………. sentenza di primo grado, a seguito di giudizio abbreviato, che ha dichiarato……………….. colpevole del reato di omicidio colposo con conseguente condanna al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile (sig. …………. –fratello del de cuius) da liquidarsi in separato giudizio oltre al riconoscimento di una provvisionale dell’importo di € 20.0000,00……. Con raccomandata del…………… gli odierni attori, a mezzo del sottoscritto avvocato, hanno inoltrato richiesta di risarcimento di tutti i danni morali, materiali e non patrimoniali subiti in conseguenza della perdita del proprio caro danni a tutti i soggetti coinvolti nel sinistro e alle di loro rispettive compagnie di assicurazione Vista la rigida posizione di chiusura tenuta dalla odierna convenuta, non resta pertanto che agire giudizialmente.

***** ***** *****

L’esperito procedimento penale ha confermato la responsabilità della sig.ra………………… nella causazione del sinistro. Con sentenza emessa a seguito di giudizio abbreviato del…………………….. (di cui si attende il deposito delle motivazioni che si produrranno nel corso del presente giudizio) emessa dal Tribunale di…………, Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari, la sig.ra …………………. è stata dichiarata colpevole del delitto previsto e punito dall’art. 41 comma I e art. 589 commi 1 e 2 perché con autonoma condotta caratterizzata da imprudenza, negligenza e imperizia, ha cagionato la morte di……………… In particolare la sig.ra………………………….., alla guida del veicolo…………………, targato………., avente la stessa direzione di marcia della……………, targata……….. condotta da…………………, con a bordo sul sedile anteriore destro il consorte……………….., e che la seguiva da tergo, ometteva di usare la massima prudenza ovvero non manteneva la distanza di sicurezza, violando così la disposizione dell’art. 146 comma I del Codice della Strada e quindi urtava violentemente il citato veicolo……………..La consulenza tecnica espletata in sede penale dall’ing……………………….. ha appurato che l’urto impresso alla…………..da parte della………………….. condotta dalla sig.ra …………………… fu “particolarmente violento” (pag…. dell’elaborato peritale). Basti pensare che il corpo del sig………………….. fu “sospinto all’indietro unitamente allo schienale che si è completamente ribaltato all’indietro a seguito della rottura del sistema di posizionamento e di aggancio del sedile (pag….. dell’elaborato peritale) e che, “a causa del tamponamento il corpo del trasportato è stato sottoposto ad una accelerazione di picco dell’ordine dei 13 – 14 g. Si tratta di un valore considerevole, atteso il fatto che la letteratura medica indica in 4 g il valore minimo di soglia lesiva. Il capo del trasportato fu soggetto ad una forza di ben 47,25 kg. Si tratta di un valore elevato che durante il moto rototraslatorio post-urto della vettura ha portato il capo del sig…………….ad urtare violentemente contro le strutture laterali interne del veicolo e, in particolare, contro il montante centrale (pag. ……dell’elaborato peritale). Ciò significa, in definitiva, che il capo del sig…………. urtò la parte interna dell’autovettura subendo, sotto l’aspetto dinamico al momento dell’impatto, un peso di circa mezzo quintale al solo colpo. Naturalmente subì una oscillazione la massa encefalica stessa, essendo, a sua volta, assoggettata alla stessa forza di circa 50 kg. A ciò si aggiunga che le conclusioni cui sono pervenuti i consulenti del Pubblico Ministero, Prof……………………………… e dott…………………………., nell’espletata consulenza medico legale nel citato procedimento penale, sono tombali: “gli ematomi sottodurali acuti rilevati dalla TC del……….. sono stati provocati con elevata probabilità da un trauma da contraccolpo conseguente all’incidente stradale del…………………. La dinamica del sinistro, pur senza trauma cranico diretto, può essere, infatti, sufficiente a spiegare la lenta formazione di un ematoma sottodurale acuto in un paziente di oltre settantanni in terapia con anticoagulanti orali” (pag….. elaborato peritale). Gli attori, rispettivamente, come detto, moglie, figli e sorella del defunto, hanno diritto ad ottenere il risarcimento di tutti i gravissimi danni subiti, sia a titolo ereditario sia a titolo proprio; sia i danni patrimoniali e biologici (attualmente in corso di quantificazione da parte del Prof……………………, come da perizie che verranno prodotte nel corso del giudizio), sia quelli morali e non patrimoniali.

  1. A) Danno Jure Hereditatis

A proposito del danno a titolo ereditario essi hanno diritto al risarcimento del danno biologico subito dal defunto sotto il profilo del danno “catastrofico” così come individuato da Cassazione civile 2 aprile 2001 n. 4783 (in senso conforme: Cass. civ., 25 gennaio 2002, n. 887; Cass. civ., 6 agosto 2007, n. 17177). Oggi, dopo l’intervento della Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 11 novembre 2008 n. 26972, il danno cosiddetto catastrofico – distinto ontologicamente dal danno tanatologico – si deve ricondurre nella dimensione del danno morale, inteso nella sua più ampia accezione, come sofferenza della vittima che lucidamente assiste allo spegnersi prematuro ed inevitabile della propria vita. Tale pronuncia ha affermato che in caso di danno da uccisione è risarcibile ai famigliari jure hereditatis il danno psichico subito dalla vittima, dopo il decorso di un intervallo di tempo anche molto breve tra le lesioni e la morte, quando si è accertata una sofferenza di tale intensità da configurare nella percezione della vittima un danno catastrofico. Secondo la Cassazione la valutazione sulla configurabilità del diritto al risarcimento del danno biologico eventualmente sopportato dalla vittima deve prendere in considerazione l’aspetto fisico e l’aspetto psichico, e quando il primo non sia rilevabile nei fatti, a causa del brevissimo lasso di tempo intercorso, deve in ogni caso estendersi a rilevare l’aspetto psichico della intensità della sofferenza, che, anche se circoscritta in un periodo temporale breve, può determinare nella vittima una profonda disperazione sulla sua condizione. Nel caso di specie tra il sinistro avvenuto il giorno………………….e il decesso del sig……………………. avvenuto il giorno……………. sono trascorsi 23 giorni. Ventitre giorni nei quali il sig…………………… ha avuto continui dolori alla testa e il quadro clinico è andato giorno dopo giorno aggravandosi. Dolori talmente forti che già il giorno successivo hanno costretto il sig………………….. a dover ricorrere all’uso di calmanti, come gli era stato prescritto dai sanitari del Pronto Soccorso dell’Ospedale di……………….. Le sofferenze del sig…………… aumentavano di intensità e, decorso ……………., la domenica del………………….., il sig……………… veniva nuovamente ricoverato sempre presso l’Ospedale di ……………., ove i medici decidevano di sottoporlo ad una TAC che, purtroppo, confermava la presenza di un “Ematoma cerebrale subdurale post-traumatico in paziente in trattamento con a.c. orali”. Diagnosi confermata anche dai sanitari dell’Ospedale……………….. di……………….. Il………………… il sig…………… venne sottoposto ad intervento chirurgico di craniotomia urgente e svuotamento dell’ematoma sottodurale acuto sinistro. Nella fase di degenza dell’intervento, il sig………………. decedeva in data……………………..È dunque evidente, vista la successione temporale degli eventi, come il sig…………….. abbia avuto, fin dal giorno successivo al sinistro, la percezione di tale “danno catastrofico”, sopportando dolori e sofferenze che lo hanno visto costretto dapprima a sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico alla testa e, nella fase di degenza, a dover convivere lucidamente con la pressoché certezza di non riuscire, come purtroppo è poi avvenuto, a evitare più gravi e infauste conseguenze. Per la Giurisprudenza di merito, la vittima che subisce un danno catastrofico trasmette ai suoi eredi il diritto al risarcimento del danno biologico subito per la lesione (totale) della salute, danno che generalmente viene liquidato nella misura del 100% con o senza un abbattimento (cfr. ex plurimis Trib. Roma 24.05.1988; Trib. Massa Carrara 16.12.1997 n. 670; Appello Roma 02.06.1994; Trib. Massa Carrara 19.12.1996; Trib. Vibo Valentia 28.05.2001; Trib. S. Maria C. V. Sez. I, 14.01.2003, n. 40; Trib. Roma 16.01.2004 (dep.), e trasmette anche il diritto al risarcimento del danno morale soggettivo parimenti subito. Tale danno della vittima, nel nostro caso, andrà liquidato tenendo in conto l’assoluta mancanza di responsabilità del sig…………..(semplice soggetto trasportato-incolpevole), il grado rilevante di colpa che connota la condotta dei soggetti responsabili e l’età del sig………………, che al momento del sinistro aveva………………..ed era un uomo attivo per se stesso e per la famiglia. Per inciso segnaliamo che la Giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., 8 aprile 2010, n. 8360) e di merito (Tribunale di Venezia, con la recentissima sentenza n. 2168 del 21 ottobre 2010 che ha riconosciuto la sussistenza e il conseguente diritto al risarcimento del danno c.d. catastrofico o da agonia jure hereditatis in capo ai famigliari di passeggero deceduto in conseguenza di un incidente aereo, quantificandolo in via equitativa nella somma di € 50.000,00 per ciascun famigliare per un solo minuto di volo e sempre Tribunale di Venezia, sentenza 15 giugno 2009, che ha riconosciuto in capo agli eredi sia il risarcimento del danno tanatologico sia il danno subito dalla vittima primaria per le sofferenze patite durante il breve periodo intercorrente l’evento e il decesso – nella fattispecie 5 giorni -) ha finalmente aperto una “new deal” evolutiva in tema di danno alla persona volta a concedere piena tutela, sotto il profilo risarcitorio, della lesione del bene primario per eccellenza di ogni individuo (id est la vita), superando così il tradizionale orientamento, radicato presso i giudici di legittimità, secondo il quale la perdita della vita, in quanto strettamente connessa alla vittima, non si presta ad autonomo ristoro quando il suo titolare abbia cessato di esistere, giungendo agli ormai noti paradossi “fortunately for my client, the victim died” (Cooter –Ulen, Law&Economics, Boston e a., 2004, 372) e “uccidere è più conveniente che ferire” (R. Pardolesi, frase poi ripresa da Caso in “Uccidere è più conveniente che ferire: la distruzione della vita tra paradossi, irrazionalità e costi del sistema risarcitorio del danno non patrimoniale”, in Dialoghi sul danno alla persona, a cura di Izzo, Trento, 2006, 211). In sostanza il nuovo orientamento giurisprudenziale ha finalmente dato ingresso alla “domanda di risarcimento del danno da perdita del diritto alla vita, o danno tanatologico, proposta jure hereditatis dagli eredi del de cuius, in quanto i chiamati all’eredità divengono titolari di una pretesa risarcitoria ereditaria in relazione alla privazione del bene vita della vittima nei confronti del responsabile dell’illecito da costui commesso a danno del congiunto, dal momento che quel che si trasmette con il decesso della vittima non è il diritto assoluto della persona ma quello patrimoniale del risarcimento del danno cosicché a seguito della morte della persona si verifica l’apertura della successione (artt. 5 e 456 Codice civile)”.

  1. B) Danno Jure proprio

Gli attori hanno diritto innanzitutto al risarcimento dei danni non patrimoniali, e in particolare, come mera sintesi descrittiva, al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, del danno biologico e del danno morale. Circa il danno da perdita del rapporto parentale (artt. 2, 29, 30 Cost.), nel nostro caso, la morte improvvisa e inattesa del congiunto ha certamente sconvolto ed alterato tutti i familiari in maniera permanente e duratura, determinando la necessaria dolorosa creazione di nuovi equilibri al suo interno: tutti gli attori sono stati privati della futura possibilità di potere godere delle relazioni affettive, culturali, e personali con la persona scomparsa. Nel volgere di una giornata di…………….e in meno di un mese trascorso peraltro tra corridoi di ospedali fatto di speranze e ricadute, un sereno e affiatato nucleo familiare, composto dalla moglie, dai……… figli e dai………fratelli, che si sono alternati e stretti insieme per fronteggiare l’inaspettata situazione verificatasi, è stato definitivamente sconvolto dalla morte improvvisa del sig…………..: la sig.ra …………, all’epoca…………, è stata privata di colpo del compagno di una vita, con il quale viveva e con il quale, fino al delittuoso evento, aveva condiviso tutto e aveva cresciuto……….figli, e con il quale del tutto legittimamente pensava di potere trascorrere ancora molti anni insieme. La sig.ra………………….. aveva conosciuto……………….. in giovane età. Dopo il fidanzamento si erano sposati ed era arrivata, all’età di………., la prima figlia………., due anni dopo………. e, ormai…………….., l’ultimagenita………. Il sig…………………………. si era sempre occupato dell’andamento famigliare e con la sig.ra………………… e i figli formavano un nucleo molto unito, fino al momento in cui i figli avevano poi lasciato il focolare domestico per formarsi una propria famiglia. Alla sig.ra…………………… dovrà essere altresì riconosciuta e risarcita la lesione all’integrità psicofisica per le lesioni fisiche subite in conseguenza del sinistro per cui è causa, così come accertate dai sanitari del nosocomio di…………., nel referto di Pronto Soccorso del……………..I figli, con le rispettive famiglie, andavano spesso a trovare i genitori nella casa di Via………….in………., ove spesso venivano lasciati i nipotini, che erano molto legati al nonno. La famiglia, così riunita, era solita trascorrere insieme i periodi di vacanze estivi, le festività natalizie e pasquali, riunendosi per incontri conviviali in casa o presso ristoranti, a cui prendevano parte anche i fratelli del sig………………..E come la moglie e i……….figli, così anche la sorella del de-cuius sig.ra…………………….., ha diritto, a titolo proprio, innanzitutto ai danni morali e non patrimoniali, estremamente rilevanti in considerazione del fatto che il sig…………….. era il fratello intermedio tra……………….e…………………. (costituitosi parte civile nel procedimento penale), che fin dalla adolescenza in anni difficili, essendo il primo maschio della famiglia, era solito proteggerla, con la quale aveva mantenuto un assiduo rapporto, oltre al fatto che, nel caso di specie, vi è stata lesione quantomeno dei diritti di rilevanza costituzionale riconosciuti alla famiglia. Ricordiamo che i famigliari della vittima da uccisione hanno diritto al risarcimento del danno in quanto conseguenza immediata e diretta del fatto lesivo, così come stabilito, fra gli altri, da Corte Costituzionale con sentenza 372/94. Tale decisione ha fissato la risarcibilità della lesione fisio – psichica subita dai famigliari delle vittime quale conseguenza del danno morale soggettivo e quindi in una concezione allargata dell’art. 2059 del Codice civile. Il danno psichico permanente che i genitori hanno subito in conseguenza della morte tragica del figlio va risarcito come danno diretto, diretta conseguenza dell’evento dannoso in quanto direttamente incidente sul legame che unisce i famigliari alla vittima, legame giuridicamente rilevante e protetto. Ricordiamo che la famiglia è riconosciuta dall’art. 29 della Costituzione come società naturale fondata sul matrimonio. E come società naturale è una formazione sociale nella quale si esplica, nell’aspetto della vita famigliare, la personalità di ciascuno dei componenti della famiglia, estrinsecandosi in diritti inviolabili, costituzionalmente riconosciuti e garantiti, non soltanto nei rapporti famigliari ma anche di fronte ai terzi. Per questi motivi, e non solo, il sig…………………….. era l’orgoglio e il punto di riferimento della moglie, dei figli e dei fratelli. Vi è, infine, da risarcire il danno patrimoniale. Il sig……………………devolveva in famiglia tutto il proprio reddito per il mantenimento della famiglia, moglie e figlia, e sulla base delle sue dichiarazioni fiscali, che si produrranno, andrà calcolato il danno patrimoniale subito dalla sig.ra…………………………. Da ultimo sono dovute le spese funerarie affrontate dai familiari del sig……………………………….., oltre il ristoro di tutte le spese mediche sostenute per le cure, risultate poi purtroppo vane, e per gli esborsi sostenuti nell’instaurato procedimento penale.

***** ***** *****

Tutto ciò premesso, il sottoscritto avvocato, a nome e per conto,

cita

-il sig. ………………, residente in………………(…) in Via …………., ….. –CAP…………….;

la sig.ra…………….residente in……………….(…) in Via……………….. –CAP…………..;

-la SOC…………………………………S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, con sede in………………………….. –CAP………………..

a comparire

avanti l’intestato Tribunale, giudice designando, all’udienza del ……………………. ad ore di rito con invito a costituirsi e comparire nei modi e termini di legge e con avvertimento che in mancanza si procederà in contumacia, con invito comunque a costituirsi nel termine di 20 giorni prima dell’udienza indicata e a comparire avanti al giudice designato e con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implica le decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c.

per ivi

sentire accogliere le seguenti conclusioni:

in via principale e nel merito: -previa declaratoria di esclusiva responsabilità della sig.ra………………….. nella causazione dell’incidente, sentirsi i convenuti dichiarare solidalmente tenuti e condannati al risarcimento di tutti i danni cui gli attori hanno diritto sia a titolo proprio che a titolo ereditario, materiali, morali, biologici patrimoniali e non patrimoniali ed esistenziali, nella misura che risulterà in corso di causa o che parrà di giustizia, con valutazione, occorrendo, anche equitativa, ed al rimborso di tutte le spese mediche e non sostenute. Il tutto oltre rivalutazione monetaria dalla data dell’evento ed interessi legali sulla somma rivalutata dalla data dell’evento stesso al saldo.

-in via istruttoria: con ogni più ampia riserva di ulteriormente dedurre, indurre e produrre, si chiede sin d’ora che il Giudice voglia disporre l’acquisizione integrale del procedimento penale n ………………. R.G.N.R. –R.G. G.I.P. ……………………. avanti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna. Si chiede ammettersi CTU medico legale sulla persona degli attori.

Si offrono in comunicazione a mezzo di deposito i seguenti documenti in copia:

1)

***** ***** *****

Ai sensi e per gli effetti dell’art. 14 del DPR n. 115 del 2002 e successive modificazioni si dichiara che il presente procedimento è di valore indeterminabile e pertanto è dovuto un contributo unificato di €……………

Con vittoria di spese, competenze ed onorari.

…………….., li……………….

Avv……………………

*****  ***** *****

PROCURA

Informato ai sensi dell’art. 4, comma 3 del d.lgs. 4 marzo 2010 n. 28 della possibilità di ricorrere al procedimento di mediazione ivi previsto e dei benefici fiscali di cui agli artt. 17 e 20 del medesimo decreto, come da atto allegato, si delega alla rappresentanza e difesa nel presente giudizio, in ogni fase, stato e grado, anche di appello, di opposizione e di esecuzione, gli avv.ti…………………… di………… con ogni più ampia facoltà di legge, compresa quella di eleggere domicili, di chiamare terzi in causa, integrare il contraddittorio, proporre domande riconvenzionali e autonome, fare ed accettare rinunzie agli atti, conciliare e transigere. Si elegge domicilio presso il loro studio in……………………………….

………………………………………………

Sono autentiche

Avv.…………………………………

*****  ***** *****

INFORMATIVA EX ART. 4, COMMA 3, D.LGS. 28/2010

Con il presente documento, in ossequio a quanto previsto dall’art. 4 comma 3 del d.lgs. 4 marzo 2010 n. 28, contestualmente al conferimento dell’incarico, i sigg.ri………….nati il…a……e residenti in………………(codice fiscale…………..)

vengono informati che

1) hanno la possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione disciplinato dal d.lgs. n. 28/2010, atteso che “chiunque può accedere alla mediazione per la conciliazione di una controversia civile e commerciale vertente su diritti disponibili”, senza che ciò precluda l’accesso al servizio pubblico di Giustizia. In tal senso, ha la facoltà di proporre istanza ad un organismo di conciliazione iscritto nel Registro istituito con decreto ministeriale: dal momento della comunicazione alle altre parti, la domanda di mediazione produce sulla prescrizione i medesimi effetti della domanda giudiziale. Dalla stessa data, la domanda di mediazione impedisce altresì la decadenza per una sola volta. Il procedimento di mediazione ha una durata non superiore a quattro mesi;

2) avvalendosi della procedura di mediazione sarà tenuto a versare una indennità ai mediatori, ma tale versamento gode delle agevolazioni fiscali previste dall’art. 20 del d.lgs. n. 28/2010. Ed, infatti, alle parti che corrispondono l’indennità ai soggetti abilitati a svolgere il procedimento di mediazione presso gli organismi di conciliazione di cui all’art. 60 della Legge 18 giugno 2009 n 69, è riconosciuto un credito d’imposta commisurato all’indennità stessa, fino a concorrenza di € 500,00, determinato secondo quanto disposto dai commi 2 e 3 del suddetto art. 20;

3) tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura e che il verbale di accordo è esente dall’imposta di registro entro il limite di valore di € 51.646,00;

4) la mediazione è obbligatoria nei casi previsti dall’art. 5 del d.lgs. n. 28/2010 e precisamente in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari;

5) quando al mediazione è condizione di procedibilità della domanda ai sensi dell’art. 5, comma 1 del d.lgs. n. 28/2010, all’organismo non è dovuta alcuna indennità dalla parte che si trova nelle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ai sensi dell’art. 76 (L) del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002 n. 115. A tale fine la parte è tenuta a depositare presso l’organismo apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, la cui sottoscrizione può essere autenticata dal medesimo mediatore, nonché a produrre, a pena di inammissibilità, se l’organismo lo richiede, la documentazione necessaria a comprovare la veridicità di quanto dichiarato;

6) all’atto del conferimento dell’incarico, vengono altresì informati della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione del presente decreto e delle agevolazioni fiscali di cui agli artt. 17 “Regime fiscale. Indennità” e 20 “Credito d’imposta”. Il presente documento viene letto agli assistiti, i quali vengono resi edotti di tutto quanto esplicitamente indicato e viene sottoscritto in due originali: uno rimane presso questo studio legale e uno viene consegnato ai clienti.

…………….. li,………………………………

……………………………………………..

Avv………………………………………..

GIURISPRUDENZA RILEVANTE
DANNO DA MORTE-LESIONE RAPPORTO PARENTALE

Cass. civ., Sez. III, 14.12.2010, n. 25264, «Diritto e Giustizia» 2010

Non hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale a titolo ereditario i parenti della vittima di un sinistro stradale quando la vittima sopravvive solo mezzora al sinistro, senza peraltro riprendere conoscenza. In un caso come quello di specie il danno da morte va preso in considerazione in qualità di peculiare voce dei pregiudizi di natura non patrimoniali patiti in prima persona dai congiunti, fra cui rientra anche quello dovuto alla perdita del rapporto parentale; si tratta, infatti, del dolore provato in proprio dai parenti della vittima ma “di riflesso” rispetto alla consapevolezza del male che il loro congiunto ha dovuto subire per via dell’incidente.

 

DANNO DA MORTE-LESIONE RAPPORTO PARENTALE-LESIONE DIGNITÀ

Tribunale Roma, 10.06.2010, «Foro it.» 2010, 10, I, 2849

Ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale risentito dai prossimi congiunti di una persona deceduta, alla quale in un articolo giornalistico era stata erroneamente attribuita la sindrome da Hiv, senza peraltro alcun riferimento alla malattia denominata Aids, occorre tener conto della puntuale smentita intervenuta a distanza di dieci giorni, nonché della riscontrata tossicodipendenza della vittima, che vale ad attenuare la portata dell’errore (nella specie, il pregiudizio risentito, a detto titolo, dal convivente “more uxorio” e dai due figli è stato complessivamente quantificato in dodicimila euro).

 

DANNO BIOLOGICO-TIMORE DI DANNO FUTURO

Cass. civ., Sez. III, 2.04.2009, n.7999, «Diritto & Giustizia» 2009, «Ragiusan» 2010, 315-316, 242

Deve escludersi un risarcimento a titolo di danno morale per il paziente a cui viene erroneamente diagnosticato di essere affetto da Aids se, subito dopo, viene smentita tale diagnosi; in tal caso, infatti, il paziente non subisce una permanente e significativa modificazione in pejus della serenità familiare, ma solo una gravissima agitazione (nella specie, ad un paziente ricoverato in una casa di cura, sottoposto a sua insaputa al test dell’Hiv, era stato comunicato di essere affetto da Aids. Dopo sette gironi tale diagnosi era stata smentita. La Corte ha confermato il risarcimento a titolo di danno biologico, escludendo, invece, quello per il danno morale, atteso che il danno biologico era stato liquidato tenendo conto della particolarità della fattispecie concreta come il fondato timore per la propria vita e i pesanti riflessi sulla serenità familiare. Tali ripercussioni si erano prolungate fino alla ripetizione del test, ingenerando nel degente una comprensibile e gravissima agitazione, ma la sua serenità e soprattutto le sue abituali condizioni di vita non ne erano state scalfite).

 

 

1.4 Le c.d. Micropermanenti

È evidente che le micro permanenti, le cui tabelle normative sono state predisposte con atto amministrativo, pongono la giurisprudenza di legittimità in una posizione di dubbio in merito alle modalità di applicazione. Ciò in considerazione del dettato di cui all’art. 139 secondo comma del d.lgs. n. 209/2005 che, come noto, prevede che “agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”. La prima censura di incostituzionalità la si deve al Giudice di Pace di Torino, Sez. V, con l’ordinanza del 30 novembre 2009 (ricordiamo che sotto la vigenza della abrogata Legge 57/2001, già i Giudici di Conegliano e Roma sollevarono questione di costituzionalità con riferimento ai parametri di cui all’art. 5).

Il Giudice ha in sostanza ritenuto che il risarcimento stabilito per le “micro permanenti” sarebbe contrario, in primis, al dettato costituzionale, in tema di integralità del danno con riferimento ai diritti fondamentali dell’individuo; in secondo luogo (l’annoso problema è stato in verità oggi risolto dalla citata sentenza n. 12408/2011 della Cassazione in senso di divieto di applicazione analogica alle altre fattispecie –dictum che non riteniamo di condividere perché oggettivamente in contrasto con la ratio di uniformità espressa dalla Suprema Corte in merito all’applicazione delle Tabelle Milano) il fatto che l’applicazione dei parametri di cui all’art. 139 Codice delle Assicurazioni al solo settore della circolazione stradale rispetto alle altre lederebbe il principio di uguaglianza e, da ultimo, detti parametri sarebbero fonte di eccessivo limite al potere di liquidazione equitativo di cui all’art. 1226 del Codice civile. Diciamo subito che la Corte Costituzionale si è pronunciata con ordinanza del 28 aprile 2011 dichiarando inammissibile la questione sollevata dal Giudice di Pace senza entrare nel merito. Occorrono però alcune riflessioni. Sulla mancata applicazione analogica ad altre fattispecie fonte di danno diverse dalla responsabilità derivante da circolazione dei veicoli la Corte di Cassazione ha preso posizione. Sotto questo profilo, condividiamo le critiche espresse da Marco Ridolfi nel commento alla suddetta sentenza nell’articolo “Personalizzazione non superiore ad un quinto”, “Guida al Diritto”, Milano, 2011, 30, secondo cui “la soluzione adottata dalla Corte di liquidare in modo difforme lesioni della stessa entità patite da persone della medesima età e con conseguenze identiche, soltanto perché riconducibili etiologicamente a fatti illeciti di diversa natura suscita perplessità”: la Suprema Corte ha seguito l’orientamento maggioritario espresso dalla giurisprudenza di merito ma, a nostro avviso, ha “tradito” proprio quell’art. 3 della Carta Costituzionale, invocato invece in tema di uniformità di giudizio sul territorio nazionale. Posizione condivisa, come detto in premessa del presente articolo, dalla Camera dei Deputati prima (approvazione “mozione 1-00743 “Pisicchio, Lanzillotta, Mosella, Tabacci, Vernetti, Brugger”) nella seduta n 542 del 26 ottobre 2011 e dal Consiglio di Stato con successivo parere del 8-17 novembre 2011 n 4209.

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 3 COST.

1. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

2. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 

Vediamo le altre due censure, ovviamente sotto il profilo del merito. Quanto al primo profilo e cioè se i limiti posti dall’art. 139 non consentano una integrale riparazione del danno subito dal danneggiato (ricordiamo che le Sezioni Unite parlano di integrale risarcimento del danno ma non oltre) e al terzo profilo e cioè se detti parametri sarebbero fonte di eccessivo limite al potere di liquidazione equitativo di cui all’art. 1226 del Codice civile, il problema, a mio modesto avviso, deve essere visto sotto diverso aspetto. Sappiamo che le micro permanenti sono quelle lesioni che incidono maggiormente sul “portafoglio” delle compagnie di assicurazione. Si dice che la Legge n 57/2001 venne emanata come “contraltare” al blocco delle tariffe assicurative avvenuto l’anno precedente da parte del Governo. Certo è che la stragrande maggioranza delle lesioni si attesta sul 2/3% con la conseguenza che, secondo la maggior parte del medici legali stessi, la liquidazione di una ulteriore e automatica somma (oltre quella inerente la I.P.) per la sofferenza permanente provata appare eccessiva. Sappiamo, per prassi, che in microlesioni quali il noto e “omnipresente” trauma da rachide cervicale, la “sofferenza morale” in fase stragiudiziale mai viene provata e allegata e, in fase giudiziale, è spesso frutto di calcoli automatici, come se le Sezioni Unite del 2008 nulla avessero espresso in tema di autonomia e prova e/o principio di prova sul danno morale (n.d.r. condizioni soggettive della vittima e gravità del fatto). È allora, e qui torniamo al perché riteniamo la questione “malposta”, forse dobbiamo valutare la problematica dei limiti posti dal Legislatore soprattutto per quelle lesioni che si attestano tra il 5% e il 9%. Diciamo questo perché, già dalla Relazione del Prof. Benedetto Vergari al Convegno UNARCA del 13 marzo 2009, apprendiamo che, ad esempio, in tali ranges sono comprese lesioni che, oltreché sotto il profilo anatomico, comportano per il danneggiato una rilevantissima sofferenza che necessita di una adeguata “personalizzazione”, che potrebbe essere riduttivo “contenere” in un aumento massimo di 1/5. Ecco alcuni esempi sottoposti all’attenzione dei presenti al Convegno dal Prof. Vergari, che riportiamo al fine di meglio comprendere l’importanza della adeguata personalizzazione del danno e/o della particolare attenzione, in sede di liquidazione dell’aspetto dinamico relazionale:

  • la perdita dell’olfatto vale nella tabella otto punti;
  • la perdita del gusto cinque punti;
  • la perdita di un testicolo, badate bene, in età post-puberale vale dai cinque agli otto punti;
  • la perdita di un ovaio in età fertile dai cinque agli otto punti.

Si tratta di casi che rientrano e sono trattati tutti come micropermanenti. In sostanza il rischio, messo in luce nella citata ordinanza di rimessione della questione al vaglio della Consulta da parte del Giudice di Pace di Torino sotto il problema del limite, è quello da parte dei Giudici dei Tribunali del Paese di applicare il valore risultante dalla tabella in vigore presso il distretto di Corte di appello, senza procedere al risarcimento integrale del danno non patrimoniale anche da un punto di vista dinamico relazionale e/o personalizzato al caso concreto. Non si dimentichi che la sentenza n. 26972/2008 cit. è stata chiara in merito alla doverosa personalizzazione del danno che deve tenere conto delle sofferenze fisiche e psichiche subite dal danneggiato, in caso di applicazione delle tabelle.

Il problema, non è di poco conto, proprio adesso dopo che la sentenza n. 12408/2011 cit. ha indicato come drittwirkung l’applicazione delle Tabelle milanesi al fine di garantire uniformità nel risarcimento. Diciamo questo in quanto, come noto, le tabelle 2009, rielaborate dall’Osservatorio, dopo le sentenze novembrine, prevedono la personalizzazione del danno solamente in presenza di particolari situazioni, dato che nel valore tabellare sono ricompresi «gli aspetti relazionali e di sofferenza soggettiva» medi. Interessante la soluzione prospettata da Domenico Chindemi in un articolo dal titolo “Il danno morale e il danno esistenziale dopo le sentenze di San Martino”, pubblicato su www.altalex.it, che, al fine di contemperare le linee guida tracciate dalle Sezioni Unite – che qualificano il danno morale come componente del danno biologico – con la liquidazione del danno biologico secondo le tabelle normative delle micro permanenti, prospetta le seguenti soluzioni affinché il risarcimento del danno possa dirsi integrale:

  1. una prima soluzione potrebbe essere rappresentata nel determinare la liquidazione del danno biologico secondo la tabella legale e individuare anche l’importo risarcibile per le sofferenze fisiche e psichiche (danno morale): liquidando unitariamente la somma dei due importi, a titolo di danno non patrimoniale, così come previsto, peraltro, dalle tabelle del Tribunale di Milano. In tale evenienza l’aumento fino al 20%, previsto dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni, non riguarderebbe il danno morale, ma solo aspetti dinamico-relazionali personali (in parallelo con la disposizione dell’art. 138 d.lgs. n. 209/2005 cit.);
  2. in alternativa a tale criterio appare possibile individuare l’importo del danno biologico secondo la tabella legale, aumentando il punto di invalidità indicato dal CTU nella misura ritenuta adeguata a risarcire il danno morale (c.d. “personalizzazione verticale”).

Per il Chindemi la “soluzione più logica, rispettosa del principio dell’integrale risarcimento del danno, che evita censure di costituzionalità, è ricomprendere sia il pregiudizio morale che quello esistenziale, inglobati entrambi nel risarcimento del danno biologico, con una maggiorazione del punto di invalidità per il danno esistenziale e con l’aumento fino al 20% per il danno morale, calcolato sulla percentuale costituita dalla somma del biologico puro e dell’esistenziale”. Analizziamo comunque alcune pronunce per comprendere come la Giurisprudenza ha affrontato il problema. La Cassazione, Sez. III, con la sentenza n. 13431 del 1 giugno 2010, rigetta il ricorso avanzato dagli attori in seguito ad impugnazione proposta avanti il Tribunale di una pronuncia emessa dal Giudice di Pace. Entrambi i giudici di merito avevano ritenuto satisfattorie le somme corrisposte ai danneggiati, vittima di un classico caso di sinistro stradale, dalla compagnia del convenuto ritenuto responsabile. Il Giudice di secondo grado aveva fatto proprie le conclusioni espresse dal consulente medico-legale, ritenendo l’elaborato peritale, chiaro, esaustivo e adeguatamente motivato: il CTU aveva determinato il danno alla persona subito dall’attore in gg. 12 di I.T.T., gg. 20 di I.T.P. al 50%; gg. 20 di I.T.P. al 25% e nella percentuale del 2,5% il danno biologico permanente, determinato con riferimento alle tabelle dell’anno 2000 e il danno morale nella misura di 1/3. Si tratta di un classico caso liquidato secondo le tabelle delle micro permanenti vigenti all’epoca del fatto. I motivi del rigetto vengono enucleati dalla Cassazione sul presupposto che i postumi d’invalidità personale di piccola entità (c.d. micropermanente) – in quanto non superiori al 10% – non incidendo sulla capacità del danneggiato di produrre reddito, non hanno rilevanza sul danno di natura patrimoniale, ma riguardando la menomazione del bene salute possono essere valutati soltanto sotto l’aspetto del danno biologico, salva la prova contraria, fondata su specifiche circostanze, che essi abbiano prodotto conseguenze anche sulla capacità lavorativa specifica e, quindi, anche un danno patrimoniale, il quale, però, non può essere allegato con argomentazioni apodittiche ed astratte e, come tali, inammissibili. Anche il Tribunale di Varese, con la sentenza del 8 aprile 2010, emessa anche in questo caso in conseguenza di un sinistro stradale ha ritenuto che le tabelle delle cd. micropermanenti non riconoscono alcun valore al danno conseguente alle sofferenze fisiche e psichiche patite dalla vittima. Laddove la sofferenza soggettiva non sia adeguatamente apprezzata con la sola applicazione dei valori monetari, essa debba trovare riconoscimento attraverso quell’ampia opera di personalizzazione del punto percentuale, che, nella prospettiva del Supremo Consesso, rappresenta un meccanismo di emersione di tutte le differenti componenti del pregiudizio non patrimoniale sofferto e non semplicemente un adeguamento del danno biologico – così come tradizionalmente definito – alle peculiarità del caso concreto. Spetta dunque al Giudice procedere ad un’adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale – personalizzazione, che si ribadisce, non deve essere confusa con quella prevista dal Codice delle Assicurazioni – al fine di liquidare, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma complessiva che ristori integralmente il pregiudizio subito dalla vittima, che altrimenti non troverebbe tutela in violazione del disposto dell’art. 32 cost.

Il Tribunale di Piacenza, con la sentenza n. 645 del 11 ottobre 2010, proprio con riferimento ad un caso di liquidazione del danno ai sensi dell’art. 139 d.lgs. 7 settembre 2005 n. 209, per lesioni micropermanenti derivanti da sinistro stradale, la sofferenza morale, se sussistente, può essere ristorata appesantendo il punto di risarcimento biologico in relazione alla concreta sofferenza patita. Appesantimento che può essere effettuato anche al di sopra dei limiti posti dagli art. 138 e 139 Codice delle Assicurazioni, id est 20% per le micropermanenti e 30% per le macropermanenti, dovendo gli stessi essere unicamente riferiti alla personalizzazione inerente all’aspetto dinamico-relazionale del danno biologico, ma non anche al danno non patrimoniale inteso omnicomprensivamente.

La Cass. civ., Sez. III, 14 settembre 2010, n. 19517, con lucido ed esaustivo commento del dott. Giuseppe Buffone su “Il Civilista” 2010, 11, 22 Giuffré Milano, statuisce che il danno non patrimoniale può essere liquidato adottando il criterio equitativo puro, ossia il criterio di liquidazione svincolato da tabelle standardizzate e criteri automatici, tenendo però presente le circostanze oggettive e soggettive del caso concreto.

Da ultimo segnaliamo che il Ministero dello sviluppo economico ha emesso in data 17 giugno 2011, con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 27 giugno 2011, l’aggiornamento annuale degli importi per il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti. L’art. 1 del decreto prevede che «a decorrere dal mese di aprile 2011, gli importi indicati nel comma 1, dell’art. 139 del codice delle assicurazioni private e rideterminati, da ultimo, con il decreto ministeriale 27 maggio 2010, sono aggiornati nelle seguenti misure: (€ 759,04) settecentocinquantanove euro e quattro centesimi per quanto riguarda l’importo relativo al valore del primo punto di invalidità, di cui alla lettera a); (€ 44,28) quarantaquattro euro e ventotto centesimi per quanto riguarda l’importo relativo ad ogni giorno di inabilità assoluta, di cui alla lettera b)».

 

Giurisprudenza Rilevante
DANNO NON PATRIMONIALE –LIQUIDAZIONE EQUITATIVA

Cass. civ., Sez. III, 14.09.2010, n. 19517, «Il civilista» 2010, 11, 23

Il danno non patrimoniale può essere liquidato adottando il criterio equitativo puro, ossia il criterio di liquidazione svincolato da tabelle standardizzate e criteri automatici, tenendo però presente le circostanze oggettive e soggettive del caso concreto.

 

MICROPERMANENTI-PERSONALIZZAZIONE-POTERE GIUDICE

Tribunale Varese 8.04.2010, «Giur. merito» 2010, 12, 3021

In tema di liquidazione dei danni derivanti da sinistri stradali, le tabelle delle cd. micropermanenti non riconoscono alcun valore al danno conseguente alle sofferenze fisiche e psichiche patite dalla vittima. Laddove la sofferenza soggettiva non sia adeguatamente apprezzata con la sola applicazione dei valori monetari, essa debba trovare riconoscimento attraverso quell’ampia opera di personalizzazione del punto percentuale, che, nella prospettiva del Supremo Consesso, rappresenta un meccanismo di emersione di tutte le differenti componenti del pregiudizio non patrimoniale sofferto e non semplicemente un adeguamento del danno biologico – così come tradizionalmente definito – alle peculiarità del caso concreto. Spetta dunque al Giudice procedere ad un’adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale – personalizzazione, che si ribadisce, non deve essere confusa con quella prevista dal codice delle assicurazioni – al fine di liquidare, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma complessiva che ristori integralmente il pregiudizio subito dalla vittima, che altrimenti non troverebbe tutela in violazione del disposto dell’art. 32 cost..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.5 Le macropermanenti

Il paragrafo sulle macropermanenti non può che prendere le mosse dalla recentissima pronuncia n. 12408/2011, di cui abbiamo fatto menzione nell’introduzione al presente libello a proposito della “discoverta” funzione nomofilattica della Suprema Corte con l’intento di “sopperire all’inerzia legislativa”.

RIFERIMENTI NORMATIVI

 

ART. 1225 C.C.

PREVEDIBILITÀ DEL DANNO.

Se l’inadempimento o il ritardo non dipende da dolo del debitore, il risarcimento è limitato al danno che poteva prevedersi nel tempo in cui è sorta l’obbligazione.

Omissis

 

ART. 2057 C.C.

DANNI PERMANENTI.

Quando il danno alle persone ha carattere permanente la liquidazione può essere fatta dal giudice, tenuto conto delle condizioni delle parti e della natura del danno, sotto forma di una rendita vitalizia. In tal caso il giudice dispone le opportune cautele .

 

ART. 1227 C.C.

CONCORSO DEL FATTO COLPOSO DEL CREDITORE.

1. Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate.

2. Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza.

 

 

Anche in questo caso desideriamo partire dall’analisi del fatto da cui trae origine la sentenza che andiamo a commentare.

Tizio, a seguito di incidente stradale, in qualità di conducente di una autovettura che si scontrava con un furgone, riportava gravissime lesioni fisiche che ne provocarono l’invalidità permanente totale (grave tetraparesi spastica, turbe mnesiche, disordini del linguaggio, importanti turbe di tipo vegetale indotte da un grosso infarto celebrale che occupa quasi tutto l’emisfero di destra). Definito con sentenza di patteggiamento il procedimento penale instaurato a carico del conducente del furgone ex art. 590 del Codice penale, Tizio ha successivamente adito il giudizio civile con notifica dell’atto di citazione per il risarcimento dei danni subiti, chiedendo alla di lui compagnia di assicurazione la condanna al pagamento di ulteriori € 159.964,26 (all’epoca dei fatti £ 308.310.000) rispetto al massimale di 1 miliardo di lire versato e nei confronti del conducente del furgone il ristoro del danno residuo, quantificato in € 698.922,36 (£ 1.347.075.000). Il Giudice di primo grado ha respinto la domanda di Tizio sul rilievo che, dovendosi presumere il paritetico apporto causale colposo dei due conducenti in difetto dell’accertamento in concreto delle rispettive condotte, la somma già riscossa dall’attore dovesse considerarsi ampiamente satisfattiva, pur computando svalutazione ed interessi per il tempo intercorso tra sinistro e pagamento. A seguito della impugnata sentenza, la Corte di appello ha determinato nel 75% la percentuale di responsabilità dell’appellato ma, riconosciuto nel minore importo di € 496.014,97 (£ 955.999.420) la somma in tale frazione dovuta all’appellante a titolo di risarcimento del danno “biologico, morale e patrimoniale”, ha a sua volta ritenuto che quanto già ricevuto avesse estinto il suo credito complessivo. Tizio ha proposto ricorso in Cassazione con due motivi: la Suprema Corte ha integralmente accolto il primo inerente l’apporto causale nel sinistro e, per quanto di ragione, il secondo che è quello che, in questa sede interessa, in quanto attinente il profilo della liquidazione del danno con riferimento agli artt. 1223, 1225, 1227 e 2056 del cod. civ. Il ricorrente ha impugnato la decisione della Corte di Appello in tema di liquidazione del danno, lamentando tre profili. Per ciò che attiene al danno non patrimoniale, esaminiamo solo i primi due:

  1. che la corte d’appello, “in accoglimento dell’appello incidentale del convenuto, si sarebbe discostata dai parametri di liquidazione del danno generalmente adottati (ossia le cd. tabelle di Milano) in favore del criterio di calcolo del punto unico nazionale”;
  2. nulla ha riconosciuto per danno “esistenziale”.

La doglianza (sub 3b) relativa al mancato riconoscimento del danno ed. “esistenziale” quale autonoma voce di danno è infondata alla luce di quanto chiarito da Cass. civ., Sez. Un., 11 novembre 2003, nn. 26972, 26973, 26974 e 26975, cui s’è uniformata la giurisprudenza successiva. La Corte ha invece ritenuto fondata quella relativa alla liquidazione del lucro cessante da mancalo reddito da lavoro, determinato in € 338.400,00 al lordo della quota del 25% da detrarre, “sulla base del reddito percepito dal danneggiato nel ’91, senza tenere conto di eventuali successivi incrementi incerti nell’an e nel quantum“, in quanto la motivazione addotta dal Giudice di secondo grado è effettivamente insufficiente ad escludere, sulla base delle nozioni di comune esperienza delle quali il giudice deve tener conto in quanto integranti una regola, di giudizio (Cass. civ., 28 ottobre 2010, n. 22022), che fosse possibile il ricorso alla presunzione in ordine all’incremento nel futuro dei guadagni di un agente di commercio di 24 anni. La Corte passa al’esame del profilo sub a) e statuisce la parte di maggiore rilevanza per le pronunce a venire in tema all’uniformità del risarcimento del danno. La Corte d’Appello aveva affermato che “le c.d. tabelle milanesi non costituiscono criterio codificato per la liquidazione del danno biologico pur venendo applicate in diversi tribunali (oltretutto, come sappiamo, il Giudice può discostarsi dal metodo tabellare, fornendone adeguata motivazione). In particolare la Corte d’appello non le utilizza, facendosi carico delle differenze oggettive riscontrabili tra le condizioni di vita a Milano e quelle locali, con la conseguenza di reputare maggiormente equo il criterio del calcolo di punto unico nazionale, elaborato attraverso la comparazione delle liquidazioni espresse da numerosi tribunali, equamente distribuiti tra nord, centro, sud e isole”. Applicando il suddetto metodo, il Giudice del grado ha provveduto a liquidare il danno biologico, in relazione all’epoca del fatto, nella sua interezza, in € 313.382,03 (£ 604.000.000) [a fronte della somma di € 484.016,99 (£ 932.875.000) che sarebbe risultata dall’applicazione delle tabelle milanesi], riconoscendo al danneggiato € 453.000,000 (pari al 75%) e liquidando il danno morale spettantegli in 1/3 del predetto importo, dunque in € 78.345,00 (£ 151.000.000). Partendo da detta premessa, la Corte di Cassazione osserva che la giurisprudenza di merito mostra marcate disparità non solo nei valori liquidati a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale da lesione dell’integrità psicofisica (e, a favore dei congiunti, da morte), ma anche nel metodo utilizzato per la liquidazione: infatti taluni distretti di Corte di appello si avvalgono del criterio equitativo puro mentre altri liquidano il danno in esame col sistema “а punto”, prevalentemente ricavato dalla media delle precedenti decisioni pronunciate in materia.

Nonostante i “diktat” delle Sezioni Unite, alcuni tribunali liquidano unitariamente il danno non patrimoniale (come effettivamente dovrebbe avvenire) mentre altri distinguono più voci; taluni pongono un tetto massimo ed uno minimo alla personalizzazione del risarcimento (evidentemente in ossequio a quanto previsto dagli artt. 138 e 139 del d.lgs. n. 209/05), altri non lo fanno. Ma le differenze operano anche sul piano dei valori tabellari di punto, in considerazione del fatto che le molte delle notevoli differenze in tema di quantum rilevate, di fatto danno luogo ad una “giurisprudenza per zone”, difficilmente compatibile con l’idea stessa dell’equità, nel senso che sarà appresso chiarito: accade, ad esempio, che ad un giovane macroleso invalido all’80% si possa riconoscere, in base alle diverse tabelle in uso ad indipendentemente dalla personalizzazione, un risarcimento che oscilla tra i 430.000 ed i 700.000 euro; che per la morte di un figlio la forbice possa variare da 30,000 a 300.000 euro; che alcuni tribunali attribuiscano maggior peso alla morte di un figlio rispetto a quella della moglie e che altri facciano il contrario. La Cassazione si sente di prendere posizione proprio perché queste sperequazioni incidono sui fondamentali diritti della persona, vengono minati elementari principi di eguaglianza (si pensi all’art. 3 della Carta Costituzionale), con la conseguenza che la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia viene inevitabilmente a scemare, ledendo la certezza del diritto: non vanno a buon fine le conciliazioni e le composizioni transattive in sede stragiudiziale per violazione della aspettativa da parte dei danneggiati, alimentando di contro le liti, non di rado fomentando domande pretestuose (anche in seguito a scelte mirate: cosiddetto forum shopping) o resistenze strumentali. È noto che gli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private (di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209) dettano criteri per la liquidazione del danno biologico per lesioni da sinistri stradali, rispettivamente, di non lieve e di lieve entità, queste ultime concernenti i postumi pari o inferiori al 9% della complessiva validità dell’individuo; e che, mentre l’art. 139 ha ricevuto attuazione ed è stato, talora, analogicamente applicato alle lesioni derivate anche da cause diverse dalla circolazione stradale, non è stata per contro mai emanata la pur prevista “specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica”, che avrebbe dovuto indicare (ex art. 138, primo comma, d.lgs. cit.) sia le “menomazioni all’integrità psicofisica comprese tra dieci e cento punti” che il “valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità, comprensiva dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso”- della perdurante mancanza di riferimenti normativi per le invalidità dal 10 al 100% e considerato che il legislatore ha comunque già espresso, quanto meno per le lesioni da sinistri stradali, la chiara opzione per una tabella unica da applicare su tutto il territorio nazionale, la Corte di Cassazione ritiene (ecco la funzione nomofilattica) che sia suo specifico compito, al fine di garantire l’uniforme interpretazione diritto (che contempla anche l’art. 1226 c.c. , relativo alla valutazione equitativa del danno), fornire ai giudici di merito 1’indicazione di un unico valore medio di riferimento da porre a base del risarcimento del danno alla persona, quale che sia la latitudine in cui si radica le controversia. La Suprema Corte pone poi l’accento sull’importanza del concetto di equità, che non significa certo arbitrio, perché quest’ ultimo, non scaturendo da un processo logico deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Preliminarmente la Suprema Corte definisce la nozione di “equità” recepita dall’ordinamento nell’art. 1226 c.c..

Riportiamo ancora una volta per esteso il ragionamento della Suprema Corte. “Il concetto di equità ricorre in numerose norme del codice civile: oltre al già ricordato art. 1226 – che, come l’art. 2056, consente la liquidazione equitativa del danno quando non sia possibile provarne il preciso ammontare – l’art. 1374 include l’equità tra le fonti di integrazione del contratto, l’art. 1450 consente la riduzione ad equità del contratto per evitarne la rescissione, l’ultimo comma dell’art. 1467 permette la riduzione ad equità del contratto risolubile per eccessiva onerosità sopravvenuta, gli artt. 1733, 1748 e 1755 c.c.   consentono di fissare secondo equità la misura della provvigione dovuta al commissionario all’agente ed al mediatore, gli artt. 2045 e 2047 attribuiscono alla vittima di illeciti causati in stato di necessità o dall’incapace il diritto ad un’equa indennità, gli artt. 2263 e 2500 quater fissano secondo equità la ripartizione dei guadagni e delle perdite nei confronti del socio d’opera nella società semplice e la quota spettante al socio d’opera nel caso di fusione societaria. Il principio di equità è altresì richiamato da numerose, ulteriori disposizioni: così, l’art.2, secondo comma, lettera e), del menzionato Codice del Consumo (d.lgs n. 206/05) riconosce il diritto “all’equità nei rapporti contrattuali” come diritto fondamentale del consumatore; l’art. 7, comma 1, d.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 (sul ritardo di pagamento nelle transazioni commerciali) commina la sanzione della nullità all’accordo sulla data del pagamento o sulle conseguenze del ritardato pagamento che risulti “gravemente iniquo” in danno del creditore; l’art. 493 cod. nav. prevede l’erogazione di un indennizzo equitativo a chi abbia effettuato il salvataggio di persona in mare. Dalle previsioni che precedono scaturisce un concetto di equità che racchiude in sé due caratteristiche. La prima è l’essere essa uno strumento di adattamento della legge al caso concreto». La norma giuridica infatti, in quanto astratta, non può mai prevedere tutte le ipotesi concretamente verificabili: il che si designa con la tradizionale affermazione secondo la quale l’equità sarebbe la regola del caso concreto, individuata non attraverso un’interpretazione o estrapolazione del testo della legge, ma dello spirito di quest’ultima, inteso quale regola di adeguatezza della fattispecie astratta al caso sub iudice. Ma l’adattamento dell’ordinamento al caso concreto, attraverso la creazione di una regola ad hoc in difetto della quale pretese meritevoli di tutela resterebbero insoddisfatte (come avviene per gli artt. 1226, 1374 e 2056 del Codice civile) non esaurisce il senso ed il contenuto della nozione di equità. Essa – ed è la caratteristica che viene qui specificatamente in rilievo – ha anche la funzione dì garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale, o viceversa; sotto questo profilo l’equità vale ad eliminare le disparità di trattamento e le ingiustizie. Alla nozione di equità è quindi consustanziale non solo l’idea di adeguatezza, ma anche quella di proporzione. Lo attestano inequivocabilmente, tra gli altri, gli artt. 1450, 1467, 1733, 1748, 1755, 2045, 2047, 2263 e 2500 quater del Codice civile che consentono tutti di ristabilire un equilibrio turbato, quindi una “proporzione” tra pretese contrapposte. Così intesa, l’equità costituisce strumento di eguaglianza, attuativo del precetto di cui all’art. 3 Cost., perché consente di trattare i casi dissimili in modo dissimile, ed i casi analoghi in modo analogo, in quanto tutti ricadenti sotto la disciplina della medesima norma o dello stesso principio. Equità, in definitiva, non vuol dirà soltanto “regola del caso concreto”, ma anche “parità di trattamento”. Se, dunque, in casi uguali non è realizzata la parità di trattamento, neppure può dirsi correttamente attuata l’equità, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo della inappropriatezza della regola applicata. Ciò è tanto più vero quando, come nel caso del danno non patrimoniale, ontologicamente difetti, per la diversità tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrità morale) e lo strumento compensativo (il denaro), la possibilità di una sicura commisurazione della liquidazione al pregiudizio areddituale subito dal danneggiato; e tuttavia i diritti lesi si presentino uguali per tutti, sicché solo un’uniformità pecuniaria di base può valere ad assicurare una tendenziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garanzia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilità imposta dalla considerazione del particolare. La regola della proporzione, intesa quale parità di trattamento, è già stata affermata in numerose occasioni sia dalla Corte costituzionale che dalla Corte di cassazione, con riferimento alla liquidazione del danno biologico. Nella motivazione della sentenza 14 luglio 1986, n. 184 (con nota del Prof. Giulio Ponzanelli sul Foro Italiano), la Consulta chiarì che nella liquidazione del danno alla salute il giudice deve combinare due elementi: da un lato una “uniformità pecuniaria di base”, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto; dell’altro elasticità e flessibilità, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione sulle attività della vita quotidiana. Il criterio della compresenza di uniformità e flessibilità è stato condiviso da questa Corte, la quale ha ripetutamente affermato che nella liquidazione del danno biologico il giudice del merito deve innanzitutto individuare un parametro uniforme per tutti, e poi adattare quantitativamente o qualitativamente tale parametro alle circostanze del caso concreto”. La Corte, dopo questa lunga la esaustiva digressione, sancisce alcune precisazioni, al fine di anticipare il “fianco” a possibili obiezioni sul fatto che la tanto auspicata uniformità di giudizio non consentirebbe una giusta personalizzazione del danno case by case. Si verificherebbero in conclusione due soluzioni estreme, che la Corte vuole evitare:

  • che i criteri di liquidazione siano rigidamente fissati in astratto e sia sottratta al giudice qualsiasi seria possibilità di adattare i criteri legali alle circostanze del caso concreto (in questo modo l’ordinamento garantirebbe sì la massima uguaglianza, oltre che la prevedibilità delle decisioni, ma impedirebbe nello stesso tempo un’adeguata personalizzazione del risarcimento);
  • che il giudizio di equità sia completamente affidato alla intuizione soggettiva del giudice, al di fuori di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parità di lesioni (sarebbe, infatti, bensì teoricamente assicurata un’adeguata personalizzazione del risarcimento, ma verrebbe meno la parità di trattamento e, con essa, la prevedibilità dell’esito del giudizio, costituente uno dei più efficaci disincentivi alle liti giudiziarie).

Il conseguimento di una ragionevole equità nella liquidazione del danno deve perciò ubbidire a due principi che, essendo tendenzialmente contrapposti (la fissazione di criteri generali e la loro adattabilità al caso concreto), non possono essere applicati in modo “puro”. Il contemperamento delle due esigenze di cui si è detto richiede sistemi di liquidazione che associno all’uniformità pecuniaria di base del risarcimento ampi poteri equitativi del giudice, eventualmente entro limiti minimi e massimi, necessari al fine di adattare la misura del risarcimento alle circostanze del caso concreto. Non sarebbe infatti possibile ritenere rispettata la regola di uguaglianza per il solo fatto che i criteri standard per la liquidazione del danno non patrimoniale risultino uniformi per le controversie decise dal medesimo ufficio giudiziario o dal medesimo giudice. Senza dimenticare che costituirebbe una “contradictio in adiecto” l’affermare che l’equità in linea di principio esige (anche) parità di trattamento e l’accettare poi che tale parità possa appagarsi di un’uniformità solo locale. La circostanza che lesioni della stessa entità, patite da persone della stessa età e con conseguenze identiche, siano liquidate – come sopra s’è rilevato – in modo fortemente difforme non può ritenersi una mera circostanza di fatto, come tale indeducibile al cospetto della Corte di cassazione e da questa incensurabile; deve, al contrario, apprezzarsi come violazione della regola di equità, per come sopra ricostruita, in quanto tale soggetta al giudizio di legittimità: come l'”equità-adeguatezza” costituisce esclusivo appannaggio del giudice di merito quale organo giudicante chiamato ad apprezzare tutte le peculiarità del caso concreto, sicché quell’apprezzamento è incensurabile in sede di legittimità se correttamente motivato, cosi spetta alla Corte di cassazione stabilire quali siano i criteri generali cui i giudici di merito devono attenersi nel loro delicato ufficio per far si, da un lato, che l’equità non rischi di trasmodare in involontario arbitrio e, dall’altro, che cessi finalmente l’insopportabile disparità di trattamento tra cittadino e cittadino. Ne discendono tre principi:

  • intesa l’equità anche come parità di trattamento, non può essere sottratta al sindacato in sede di legittimità la corretta applicazione da parte del giudice del merito delle regole di equità di cui agli artt. 1226 e 2056 del Codice civile, come sopra ricostruite;
  • il rispetto dei principi di adeguatezza e di proporzione di cui si è detto presuppone l’adozione di un parametro di liquidazione uniforme, che possa essere modulato a seconda delle circostanze del caso concreto;
  • poiché, ai sensi dell’art. 65 dell’Ordinamento giudiziario approvato con r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, è compito della corte di cassazione assicurare l’esatta osservanza, “l’uniforme interpretazione della legge” e “l’unità del diritto oggettivo nazionale”, non esula dai suoi poteri-doveri quello di dettare i criteri necessari affinché sia garantita l’interpretazione uniforme delle menzionate disposizioni normative, riguardate come affermative anche del principio della parità di trattamento.

La correttezza della conclusione in ordine al potere della Corte di dettare valori medi di riferimento per la stima del danno alla persona a seguito dell’operata interpretazione dell’art. 1226 c.c. è avallata:

  1. dall’art. 3 Cost. che, imponendo la parità di trattamento tra i cittadini, non consento interpretazioni della legge che quella parità violino proprio in materia di diritti fondamentali;
  2. dall’art. 32 Cost. che, proclamando solennemente la inviolabilità del diritto alla salute, non sarebbe coerentemente applicato se il ristoro del danno derivato dalla sua lesione ubbidisse a diversi criteri in relazione alla localizzazione del giudice competente;
  3. dal novellato art. 111, comma 2, Cost., volta che la prevedibilità delle decisioni giudiziarie, garantita dall’esistenza di un minimo comune denominatore dell’equità risarcitoria, è il principale strumento in grado di deflazionare il contenzioso, smorzando da un lato appetiti indebiti, dall’altro resistenze ingiustificate.

Questa Corte del resto, nella parte in cui ha ammesso, sia pure sotto il profilo del vizio di motivazione, che la liquidazione equitativa compiuta dal giudice di merito possa essere sindacata se incongrua e quindi “sproporzionata” rispetto al caso concreto, ha in qualche modo già riconosciuto quanto si è venuti fin qui dicendo; che, cioè, l’equità è anche “proporzione” e che non possono essere accettate liquidazioni equitative che si discostino da un minimo comune denominatore dell’equità risarcitoria (cfr., tra le tante, Cass. civ., 12 dicembre 2009, n. 21191, 28 novembre 2008, n. 28407; 29 settembre 2005, n. 19171; 3 agosto 2005, n. 16225; 23 febbraio 2005, n. 3766; 21 maggio 1996, n. 4671).

Quesito

La Corte, dopo aver compiuto un deciso passo verso “l’unificazione tabellare” nel caso delle macropermanenti, si chiede: per i danni alla salute che abbiano causato soltanto postumi temporanei, ovvero postumi permanenti pari o inferiori al 9% della complessiva validità dell’ individuo, si deve operare l’applicazione analogica dell’art. 139 del codice delle assicurazioni, dettato per il ristoro dei danni alla persona causati da sinistri stradali?

La risposta al quesito passa attraverso tre possibili vie:

  • in primis la cosiddetta “via analogica”, secondo cui tra lesioni derivanti dalla circolazione stradale e lesioni derivanti da altre cause non v’è altra differenza che il mezzo col quale le lesioni sono state inferte; e proclama tale differenza giuridicamente irrilevante, salva la valutazione di conformità della disposizione citata alla Costituzione nella parte in cui pone un tetto alla personalizzazione del danno e rende potenzialmente inadeguata la somma complessivamente riconoscibile a titolo di risarcimento (la Corte Costituzionale, investita dal giudice di pace di Torino della relativa questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 2, 3, 24 e 76 Cost., l’ha dichiarata manifestamente inammissibile con ordinanza 23 aprile 2011, n. 157 per ravvisate carenze di prospettazione da parte del giudice di pace a quo).
  • La seconda, cosiddetta “restrittiva”, ritiene non possibile l’applicazione analogica ad altre ipotesi della responsabilità civile delle norme dettate in tema di R.C.A., partendo da una analisi di ordine logico sistematico: è sufficiente verificare la collocazione dalla disposizione nel “Codice delle assicurazioni private” e, in particolare, nel “Titolo X: Assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore e i natanti”, e sulla ratio legis, volta a dare una risposta settoriale al problema della liquidazione del danno biologico al fine del contenimento dei premi assicurativi, specie se si considera che, nel campo della R.C.A., i costì complessivamente affrontati dalle società di assicurazione per l’indennizzo delle cosiddette micropermanenti sono di gran lunga superiori a quelli sopportati per i risarcimenti da lesioni comportanti postumi più gravi.
  • La terza si fonda sul riferimento del codice delle assicurazioni al solo danno “biologico”, sicché resterebbero comunque estranei all’ambito applicativo della disposizione in commento i pregiudizi di carattere non patrimoniale consistenti nelle sofferenze fisiche o psichiche patite dalla vittima (il “vecchio” danno morale), che sarebbero indennizzabili anche in ambita di R.C.A., mediante il riconoscimento di una somma ulteriore a titolo di personalizzazione del risarcimento.

La Corte ritiene corretta la soluzione restrittiva (sub. 2), negando la possibilità di applicazione analogica (sul punto –e non siamo i soli- abbiamo già espresso le nostre perplessità): per i postumi di lieve entità non connessi alla circolazione varranno dunque i criteri di cui al paragrafo successivo, indipendentemente dalla gravità dei postumi (inferiori o superiori al 9%), e non quelli posti dall’art. 139 del codice delle assicurazioni. Quanto ai postumi di lieve entità derivati invece da lesioni verificatesi per sinistri stradali, il citato art, 139 va applicato in linea coi principi enunciati dalle Sezioni unite del 2008, le quali (al paragrafo 4.9 delle sentenze più volte citate) hanno affermato che costituisce componente del danno biologico “ogni sofferenza fisica o psichica per sua natura intrinseca”; che determina dunque duplicazione del risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale inteso come turbamento dell’animo e dolore intimo; che il giudice che si avvalga delle note tabelle dovrà procedere ad un’adeguata personalizzazione del risarcimento al fine di indennizzare le sofferenze fisiche o psichiche patite dal soggetto leso. Ora, l’art. 139, secondo comma del Codice delle Assicurazioni, stabilendo che “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medicolegale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato…”, ha avuto riguardo ad una concezione del danno biologico anteriore alle citate sentenze del 2008 nel quale il limite della personalizzazione – costituente la modalità attraverso la quale, secondo le Sezioni unite, è possibile riconoscere le varie “voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico” – è fissato dalla legge: e lo è in misura non superiore ad un quinto”. Quante volte, dunque, la lesione derivi dalla circolazione di veicoli a motore e di natanti, il danno non patrimoniale da micro permanente non potrà che essere liquidato, per tutti i pregiudizi areddituali che derivino dalla lesione del diritto alla salute, entro i limiti stabiliti dalla legge mediante il rinvio al decreto annualmente emanato dal Ministro delle attività produttiva (ex art. 139, comma 5), salvo l’aumento da parte del giudice, “in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato” (art. 139, comma 3). Solo entro tali limiti il Collegio ritiene di poter condividere il principio enunciato da Cass. civ., 17 settembre 2010, n. 19816, che ha accolto il ricorso in un caso nel quale il risarcimento del danno “morale” era stato negato sul presupposto che la tabella normativa non ne prevede la liquidazione. In un sistema caratterizzato da divergenti applicazioni del concetto di equità, la Corte di cassazione è dunque chiamata ad effettuare un’opzione tra i tanti criteri concretamente adottati dalla giurisprudenza. Criteri che si pongono tutti su un piano di pari dignità concettuale e che costituiscono il frutto degli spontanei, lodevoli e spesso assai faticosi sforzi dei giudici di merito volti al perseguimento, in ambito necessariamente locale, degli stessi scopi che si intende ora realizzare sul piano nazionale. Il criterio della media aritmetica, al quale vien fatto immediatamente di pensare e che in teoria consentirebbe di indicare come equo un valore rispetto al quale le liquidazioni previgenti presentano il minore scostamento in termini assoluti, trova molteplici e determinanti controindicazioni.

  • La prima è che la media sarebbe arbitrariamente effettuata tra valori con pesi ponderali assai diversi. Ignoto sostanzialmente essendo il numero delle precedenti decisioni alla quali ciascun ufficio giudiziario ha fatto riferimento per elaborare le proprie tabelle, sta il fatto che ogni ufficio ha un suo proprio organico di magistrati, che il numero del casi decisi è profondamente diverso tra i vari tribunali, che gli ambiti territoriali dei vari circondari e distretti presentano marcatissime differenze, cosi come il numero degli abitanti e quello degli avvocati in ognuno di essi operanti. Sarebbe, cosi, privo di qualsiasi senso logico fare una media, considerando paritetica l’incidenza dei valori indicati in ciascuna tabella, fra quelle elaborate da tribunali cui siano addetti poche decine di giudici e quelle adottate presso uffici giudiziari dove operino diverse centinaia di magistrati. Difettano, del pari, indici di sicura attendibilità al fine dell’attribuzione di pesi ponderali diversificati.
  • La Seconda controindicazione è insita nel rilievo che una media è possibile solo tra valori aritmetici e non anche tra criteri di liquidazione, spesso non omogenei.
  • La terza controindicazione è costituita dalla inopportunità che la Corte di legittimità contrapponga una propria scelta a quella già effettuata dai giudici di merito di ben sessanta tribunali, anche di grandi dimensioni (come, ad esempio, Napoli) che, al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali, hanno posto a base del calcolo medio ì valori di riferimento per la liquidazione del danno alla persona adottati dal Tribunale di Milano, dei quali è dunque già nei fatti riconosciuta una sorta di vocazione nazionale. Essi costituiranno d’ora innanzi, per la giurisprudenza di questa Corte, il valore da ritenersi “equo”, e cioè quello in grado di garantite la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non preganti circostanze idonee ad aumentarne o ridurne l’entità.

Consta, d’altronde, che anche delle menzionate diversità l’Osservatorio sulla giustizia civile del Tribunale di Milano ha tenuto conto allorché, a seguito di un dibattito al quale hanno partecipato giudici ed avvocati (taluni anche fiduciari di importanti compagnie assicurative), il 25 giugno 2009 ha adottato la nuova tabella, significativamente denominata – in ossequio ai principi enunciati dalle sezioni unite del 2008, dunque considerati, in una alle conseguenze macroeconomiche delle decisioni assunte, in termini di costi e benefici sia sociali che assicurativi – non più “Tabella per la liquidazione del danno biologico”, bensì “Tabella per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica”, di recente aggiornata (il 23.3.2011) in riferimento alle variazioni del costo della vita accertate dall’ISTAT. nel periodo 1.1.2009 – 1.1.2011. Sono stati contestualmente approvati i nuovi “Criteri orientativi per liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica e dalla perdita/grave lesione del rapporto parentale”, ai quali pure occorrerà fare riferimento, anche per quanto attiene alla personalizzazione del risarcimento. La Suprema Corte chiarisce che l’avere assunto, con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056, primo comma, codice civile non comporterà la ricorribilità in cassazione, per violazione di legge, delle sentenze d’appello che abbiano liquidato il danno in base a diverse tabelle per il solo fatto che non sia stata applicata la tabella di Milano e che la liquidazione sarebbe stata di maggiora entità se fossa stata effettuata sulla base dei valori da quella indicati. Pertanto, in conclusione la Suprema Corte delinea il principio di diritto, cui la Corte di Appello, in diversa composizione, dovrà poi uniformarsi: “poiché l’equità va intesa anche come parità di trattamento, la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psico-fisica presuppone l’adozione da parte di tutti i giudici di merito di parametri di valutazione uniformi che, in difetto di previsioni normative (come l’art. 139 del codice delle assicurazioni private, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla sola circolazione dei veicoli a motore e dei natanti), vanno individuati in quelli tabellari elaborati presso il tribunale di Milano, da modularsi a seconda delle circostanze del caso concreto”. Certamente dopo questa sentenza, diviene superfluo riportare le decisioni in tema di lesioni superiori al 9% espresse dalla Suprema Corte prima del giugno di quest’anno e dalla giurisprudenza di merito. L’integralità del testo riportato della suddetta decisione ci permette di evitare riferimenti dottrinari che, nel volgere di un estate (si intende quella 2011) sembrano lontani anni luce. La scelta però da parte della Cassazione di adottare le tabelle di Milano non sposta comunque alcunché in merito alla personalizzazione che lo stesso art. 139 consente, in considerazione del caso concreto. Vediamo come alcuni Tribunali hanno deciso. Il Tribunale di Milano, Sez. X, 18 febbraio 2009 n 2157, con interessante pronuncia emessa a ridosso delle Sezioni Unite, ritiene che proprio in ossequio alla risoluzioni emesse in campo europeo, si debba valutare nello specifico quanto incida nella attività quotidiana del soggetto e nei prossimi congiunti una lesione superiore al 60%. Il Tribunale meneghino rileva che la casistica giurisprudenziale, sia di merito che di legittimità, in materia di danno da lesioni del congiunto fa prevalente riferimento a casi di macrolesioni (intese come quelle menomazioni, indicativamente individuate in menomazioni dell’integrità psicofisica valutate con percentuali uguali o superiori al 60%) che per loro natura comportano un danno importante per i soggetti che le patiscono, incidendo in maniera rilevante sulla loro qualità di vita intesa nel senso più ampio del termine e cioè sugli atti quotidiani, sull’autonomia individuale, sui rapporti interpersonali, sulla sfera degli affetti e della sessualità. Più volte la Cassazione, ripercorrendo la via indicata a livello europeo dal principio XIII della Risoluzione 7-75 del Consiglio di Europa, ha escluso che le lesioni minime o prive di postumi possano rendere configurabile una sofferenza psicologica dei congiunti o compromettano di fatto lo svolgimento delle relazioni affettive tra queste ultime e la persona offesa, così facendo riferimento esclusivamente a lesioni seriamente invalidanti. Sul punto, peraltro, il tribunale ritiene che la sussistenza di macrolesioni intesa nel senso esposto dalle pronunce della Cassazione non rappresenti l’unico elemento cui ricondurre la risarcibilità del danno da lesione del congiunto e che possa assegnarsi rilievo anche a concrete circostanze che accompagnano il fatto illecito lesivo e le sue conseguenze e che siano tali da giustificare e rendere apprezzabili le sofferenze morali dei congiunti, dovendosi in tal senso operare una valutazione più specifica delle menomazioni subite dalla vittima del sinistro per poterne dedurre il reale impatto sui suoi congiunti e le alterazioni del quadro relazionale familiare. Si tratta, secondo il tribunale, di valutare nel caso concreto se vi sia una menomazione che, per quanto non comprometta lo svolgimento autonomo di attività vitali e non abbia un impatto travolgente sulle molteplici sfere della esistenza della persona, si caratterizza per sintomi che possono incidere apprezzabilmente, più di quanto incidano menomazioni fisiche della stessa entità, sull’assetto delle relazioni familiari con i conviventi proprio perché alterano, da molteplici punti di vista, la relazione stessa e vanno a compromettere diritti che per la loro natura consentono la risarcibilità in via equitativa del danno non patrimoniale.

 

Giurisprudenza Rilevante
POTERI DEL GIUDICE-MASSIME DI ESPERIENZA-RILEVANZA

Cass. civ., Sez. III, 28.10.2010, n. 22022, «Giust. civ. Mass.» 2010, 10, 1377

Il giudice è tenuto ad avvalersi, come regola di giudizio destinata a governare sia la valutazione delle prove, che l’argomentazione di tipo presuntivo, delle massime d’esperienza (o nozioni di comune esperienza), da intendersi come proposizioni di ordine generale tratte dalla reiterata osservazione dei fenomeni naturali o socioeconomici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.6 Il danno psichico

Siamo sempre nel campo della lesione all’integrità psicofisica di cui, per la prima volta, la stessa Corte Costituzionale con la citata sentenza n. 184/86, fa menzione: “la distinzione tra il danno biologico e il danno morale subiettivo va individuata nella struttura del fatto realizzativo della menomazione dell’integrità bio-psichica: il danno biologico costituisce l’evento del fatto lesivo della salute mentre il danno morale subiettivo (come anche il danno patrimoniale) appartiene alla categoria del danno-conseguenza in senso stretto. La risarcibilità per sé, in ogni caso, del danno biologico, trova il suo fondamento nell’art. 2043 del Codice civile che, correlato all’art. 32 della Costituzione, va necessariamente esteso fino a comprendere il risarcimento, non solo dei danni in senso stretto patrimoniali, ma di tutti i danni che ostacolano le attività realizzatrici della persona umana”. Infatti il danno psichico, da molti erroneamente incorporato all’interno dell’area del danno biologico –come se fosse una “costola” dello stesso-, in verità ne costituisce un ulteriore risvolto in cui la dimensione biologica è, spesso, invece proprio una degli elementi di detto danno. Danno, che nel suo complesso non può prescindere dalla storia clinica del soggetto e del mondo di conoscenze e relazioni sociali di cui fa parte. È chiaro che per accertare una lesione psichica, una eventuale patologia o una iniziale semplice fobia poi sfociata in degenerazione patologica, non si può, seppur in presenza di doverose allegazioni da parte del danneggiato, prescindere dall’accertamento medico legale. Ma prima ancora di formulare giudizialmente istanza di consulenza, è la fase preliminare di preparazione al giudizio che non può fare a meno di un consulto con uno specialista in materia che sia in grado di delineare il quadro psichico del soggetto. Si badi bene che sovente i Giudici del merito potrebbero non disporre consulenza medico legale sui pretesi danneggiati, ritenendo la prodotta relazione di uno specialista nel campo della Psichiatria, non accompagnata da prescritta terapia farmacologica, insufficiente a “dimostrare” il danno psichico richiesto. E’ evidente che la situazione merita di essere affrontata da un punto di vista medico. Infatti sovente accade che un soggetto che ha subito un lutto, ad esempio in ambito famigliare, accetti di seguire un percorso di aiuto con uno psicologo e magari si sottoponga ad un consulto con uno psichiatra, il quale gli prescrive una terapia farmacologica, e il soggetto rifiuti di assumere farmaci, riuscendo nel futuro a “superare” il lutto subito. Non è che la mancata assunzione di farmaci debba far supporre al Giudicante che la prodotta relazione di parte possa considerarsi a mero parere (come sappiamo essere le consulenze di parte, secondo la costante giurisprudenza) e lasci l’attore sfornito di adeguato riscontro probatorio al fine di evitare la CTU come meramente esplorativa. Sappiamo infatti che, ad esempio in conseguenza del decesso dell’unico figlio, padre e madre potrebbero reagire in modo diametralmente opposto: supporto psichiatrico e dipendenza sempre più gravosa da farmaci, ansiolitici da parte della madre, spesso casalinga, con rifiuto di ogni forma di partecipazione alla vita sociale (cosiddetto “ripiegamento interiore”); iperattività e rifiuto di qualsivoglia aiuto e supporto da parte del padre (in ipotesi manager, direttore, imprenditore) quale “capo famiglia” con sempre maggiore occupazione del tempo dedicato al lavoro. Non è che in questo secondo caso la figura del padre possa considerarsi più forte o in grado di avere, rispetto alla madre (moglie) superato il lutto per il solo fatto di avere non solo continuato la propria attività ma magari di avere assunto maggiori incarichi e magari, da un punto di vista patrimoniale, ottenuto maggiore soddisfazione economica.

In proposito, vengono in rilievo i punti di cui al documento consensus conference di cui diremo al punto 2.1 e dobbiamo allora fare riferimento a quanto hanno delineato gli esperti della materia. Con un esaustivo e molto dettagliato articolo dal titolo “la complessità del danno psichico”, in www.personaedanno.it, il dott. Angelo Bianchi, del “Dipartimento Salute Mentale USL 8” di Arezzo, ha messo in luce come il danno subito dalla psiche, rispetto a quello fisico, sia un particolare danno, che per la peculiare tipologia dello stesso, sia difficilmente inquadrabile secondo i metodi della tradizionale medicina legale, sempre che non si voglia cadere in semplificazioni non suffragate e corroborate da basi scientifiche. Il dott. Bianchi ha precisato che i quadri clinici che insorgono in conseguenza dei traumi estremi sono chiamati, nel DSM-IV-TR, Disturbo acuto da stress (la risposta acuta) e Disturbo post-traumatico da stress (la risposta post-acuta, che può cronicizzarsi come tale o sfociare in altri tipi di disturbi, più o meno gravi). In queste situazioni l’impatto del trauma è così preponderante da rappresentare il fattore causale sicuramente principale, se non unico, rispetto allo sviluppo dei disturbi, anche a distanza di anni dall’evento traumatico. Ancora peggio vanno le cose quando il trauma colpisce in età infantile, o nella prima adolescenza, nel periodo cioè di maggiore plasticità cerebrale. Con questo termine, proprio della neurobiologia, si indica la capacità del cervello di modificarsi – transitoriamente o stabilmente – in risposta agli eventi. La stessa proprietà viene chiamata, in termini psicologici, apprendimento. La letteratura scientifica sulle conseguenze del trauma infantile è particolarmente vasta ed autorevole, avendo preso le mosse da osservazioni ed esperimenti condotti su animali, riguardanti soprattutto le reazioni agli eventi di separazione e perdita, e successivamente estesi agli effetti delle esperienze negative infantili nell’uomo. L’insieme di queste ricerche ha chiarito in modo inequivocabile “che esiste una stretta relazione tra traumi infantili ed il conseguente sviluppo in età adulta di disturbi psichiatrici maggiori, in particolare disturbi d’ansia e disturbi depressivi”. Gli studi neuroendocrini hanno mostrato che lo stress precoce induce cambiamenti a lungo termine in vari sistemi neurotramettitoriali, e che l’attività del fattore di rilascio della corticotropina (CRF) è aumentato in pazienti che soffrono di disturbi ansiosi e depressivi. Studi preclinici condotti su roditori e primati non umani, d’altra parte, indicano che gli eventi stressanti durante un periodo critico dello sviluppo conducono ad un aumento persistente di CRF e ad una sensibilizzazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) in risposta allo stress. Risultati simili in adulti sopravvissuti ad abusi infantili supportano ulteriormente l’ipotesi ed indicano che gli individui esposti a traumi infantili diventano maggiormente vulnerabili in età adulta, anche in risposta a stress di moderata entità, aumentando quindi il rischio di sviluppare disturbi ansiosi e depressivi”. Proprio in considerazione della complessità della valutazione e della quantificazione del danno psichico, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nell’anno 2001, ha proposto l’utilizzo della I.C.F., il cui acronimo sta per Classificazione Internazionale del Funzionamento della Salute e della Disabilità (di cui parleremo nel paragrafo 1.9), che ha permesso agli esperti in materia di poter determinare il quadro psichico e lo stato di salute completo del soggetto oggetto di esame sia nella fase “pre” che nella fase post-traumatica, al fine di valutare compiutamente le conseguenze che il fatto dannoso ha prodotto sulla psiche del soggetto. Come avviene per la “mera” lesione fisica in cui, in fase di anamnesi, il medico chiede al periziando quali altri traumi lo abbiano interessato prima dell’evento per cui è causa, in sede di accertamento del danno psichico, diviene necessaria e imprescindibile, la “storia” del soggetto e l’eventuale stato preesistente di malattia psichica, al fine di verificare e valutare poi una eventuale incidenza causale con l’evento da cui è scaturito il disagio psichico. Ulteriori strumenti necessari per lo specialista psichiatra sono sia l’uso di eventuali test, che però devono poi essere valutati insieme ai colloqui psicologici, quali quelli, ad esempio, volti a delineare la personalità del periziando, tra cui spicca il Minnesota Multiphasic Personality Inventory, il cui acronimo è MMPI, a cui sono stati sottoposti coloro che effettuavano –almeno nei miei anni- la visita di leva per il servizio militare e il noto DSM (“Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali”) che, fin dagli anni ottanta, è il manuale più in voga tra gli psichiatri. Il Dott. Francesco Maurizio Calcaterra, Specialista in Neurochirurgia e in Neurologia, Dirigente Medico presso la Struttura Complessa di Neurochirurgia Nuovo Ospedale S.Agostino-Estense di Modena (Baggiovara) ci ha segnalato alcuni casi che, per la storia clinica del paziente e del tipo di trauma subito in conseguenza del sinistro, meritano particolare attenzione.

Un primo caso attiene alla malpractice sanitaria. Una giovane donna, nel 2006, riporta una lesione del cono midollare in seguito ad anestesia spinale. La lesione si è verificata per l’introduzione dell’ago in regione lombo-sacrale e il riscontro clinico immediato è stato “intensa sintomatologia dolorosa a scossa elettrica ad entrambi gli arti inferiori ed estensione degli stessi con esiti soggettivi e obbiettivi permanenti” riscontrati a distanza di anni dall’evento acuto e tuttora presenti. La Risonanza Magnetica Nucleare ha documentato in modo inequivocabile la presenza di un’unica lesione interpretata come esito di contusione a livello del cono midollare posteriore sinistra. Si tratta di una lesione iatrogena, che ha comportato un quadro clinico complesso caratterizzato da disturbi soggettivi e obbiettivi. Basti pensare che la paziente, per due mesi dopo la procedura anestesiologica, ha presentato un deficit stenico all’arto inferiore sinistro, che la limitava in modo significativo nella deambulazione; il primo mese non riusciva e deambulare senza appoggio, successivamente la motilità dell’arto è progressivamente migliorata fino a completa ripresa della forza e della governabilità. Attualmente la motilità dell’arto inferiore sinistro è nella norma. I disturbi attuali riportati dalla paziente sono principalmente di tipo sensitivo-sensoriale con un riscontro evidente all’esame obbiettivo neurologico. La paziente presenta nel corso della sua giornata frequenti momenti di intensa sintomatologia dolorosa “scatenata” da semplici attività quotidiane, queste normali e necessarie attività, come lavarsi, sedersi, salire le scale che ovviamente si ripetono molte volte tutti i giorni sono causa, senza variazioni di rilievo, degli stessi disturbi. Questa intensa sintomatologia dolorosa viene riferita come “scossa elettrica” o come sensazioni “trafittive”, sono aghi che pungono quando prende in braccio il figlio, quando sale le scale, e soprattutto quando urina; la minzione è dolorosa tutte le volte in maniera ugualmente intensa, avviene molte volte nella giornata e questo normale atto fisiologico ed è caratterizzato da “penosa attesa”. Lo stimolo ad urinare ha carattere d’ urgenza e gli episodi di incontinenza urinaria sono tutt’altro che sporadici. Sia l’allodinia (normali stimolazioni avvertite come dolorose) sia i disturbi urinari sono diretta conseguenza della lesione midollare riportata in seguito alla procedura anestesiologica. L’allodinia, le algie trafittive e a scossa elettrica sono componenti note e riconoscibili di quello che viene definito “dolore neuropatico centrale”. Tutti gli sepcialisti, purtroppo, concordano che queste sindromi non sono risolvibili e non esiste trattamento efficace. I sintomi soggettivi che affliggono la paziente hanno un riscontro importante nella sfera sessuale della paziente. I rapporti sessuali sono “estremamente dolorosi”, e costantemente dolorosi. Questo ha portato ad una situazione psichica dove il sesso non ha più posto neanche a livello di “fantasia”. Il pensare ad un rapporto fisico porta immediatamente ad evocare il ricordo di dolore intenso, e questo la porta ad evitare, a fuggire o a rimandare. Se si può un penoso dovere non lo si assolve, i ricordi piacevoli sono sempre più lontani, la possibilità di un rapporto doloroso è invece attuale e crea ansia, conflitto. Purtroppo il sesso coinvolge inevitabilmente un’altra persona, il partner, e le conseguenze esistenziali e affettive sono facilmente immaginabili. In un quadro clinico di tale gravità, il dott. Calcaterra conclude la propria relazione specialistica affermando che un siffatto danno midollare irreversibile, grave, condiziona globalmente la sfera esistenziale della paziente e la condizionerà negli anni a venire con dubbi e scarsi miglioramenti. Il danno biologico è causa di danno psicologico ed entrambi hanno importante riscontro nella vita di relazione e soprattutto affettiva della paziente. Il danno riportato è “esistenziale” e deve essere compreso e affrontato in senso olistico, nel senso che la valutazione rimessa al medico legale dovrà inevitabilmente tenere conto di tutti i pregiudizi esistenziali subiti dalla paziente.

Un altro caso assolutamente interessante attinente ad un fatto di malasanità avvenuto nel 2002, con consulenza medico legale depositata nel 2008, i cui esiti vengono confutati dal dott. Calcaterra, nel maggio di quest’anno, a seguito di ulteriori indagini supplementari, in cui egli si è avvalso di una Professoressa di psicologia clinica e di un professore associato di fisiologia che ha sottoposto la paziente ad una Risonanza magnetica funzionale. Il caso è il seguente. Una donna, nel dicembre del 2002, viene sottoposta a intervento di isterectomia, in conseguenza del quale, riporta gravi lesioni. Cita in giudizio l’Azienda ospedaliera al fine di richiedere e ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti. Il Giudice dispone CTU medico legale e, il nominato consulente, chiede di potersi avvalere dell’ausilio di uno specialista in considerazione della complessità del caso. Il CTU, nell’elaborato peritale, riporta le valutazioni tecniche e medico-legali di specialisti che hanno spiegato e interpretato l’eziopatogenesi e l’attuale patologia della paziente (queste valutazioni risalgono al 2008 n.d.r.): sottoposta nel dicembre 2002 ad intervento chirurgico di isterectomia totale nonché uretrocistopessi secondo la tecnica di Burch. Al risveglio la paziente accusava un dolore acuto e insopportabile in corrispondenza dell’inguine sinistro; dopo essere stata sottoposta alla somministrazione di analgesici, il mattino successivo l’intervento i medici accertavano che la paziente non riusciva a muovere la gamba sinistra circostanza che induceva gli stessi medici a ritenere che durante l’operazione fosse stato leso il nervo con il divaricatore; stante la gravità della situazione i medici del nosocomio decidevano di tentare un nuovo intervento chirurgico eseguito sempre nello stesso mese a distanza di soli sei giorni che comportava la riapertura della sutura, l’asportazione di un punto, riapponendolo in posizione più mediale. Tuttavia il secondo intervento non portava agli esiti sperati, così che la paziente veniva dimessa il giorno successivo con la seguente diagnosi “ paresi del quadricipite femorale sinistro a seguito di intervento di isterectomia”. Dalla data del detto intervento la paziente è stata costretta su una sedia a rotelle fino al Febbraio 2003. Il giorno successivo l’intervento chirurgico la paziente dimostrò dolore all’arto inferiore sinistro con difficoltà all’estensione ed ipostenia al sostentamento. Il neurologo fece diagnosi di paresi del nervo femorale sinistro da compressione della valva del divaricatore. Nel gennaio 2003 l’EMG documentava “segni di neuropatia assonale L3-S1 a sinistra: plessopatia lombo-sacrale o poliradicolopatia”. Nell’aprile 2003 il fisiatra annotava l’impossibilità alla completa estensione, paresi in territorio di L5 con deficit di flessione dorsale, EPA e ECD prescriveva terapie fisiche. Nell’aprile 2004 l’esame EMG evidenziava reperti strumentali sostanzialmente invariati rispetto al controllo del Gennaio 2003. Nel maggio 2005 l’ortopedico annotava quanto segue. “ a mio avviso sono interessate le radici di L3 (in parte) L4,L5. Non escluderei compressioni lombari che sarà opportuno indagare più avanti con RMN del tratto lombare”. L’EMG mostrava reperti nella norma a parte la difficoltà nel reclutamento del P.U.M all’attività volontaria propendendo allo stato attuale per un quadro di tipo funzionale. Sempre nel maggio la RMN della colonna risultava negativa. Il CTU conclude nel seguente modo: emerge chiaramente come il deficit funzionale della paziente sia da interpretare su base psicogena; la perizianda, stante la precarietà che ha caratterizzato la sua vita personale, affettiva e lavorativa, presenta infatti un substrato sicuramente “fragile” sul quale alcuni accadimenti possono ( più o meno consapevolmente) scatenare risposte che acquisiscono un rappresentazione anche distorta e sproporzionata rispetto alle premesse. In particolare nel caso in questione è possibile identificare come primum movens del quadro psicopatologico (disturbo di conversione o disturbo fittizio) “un’affezione”, che è stata descritta come immediata, dapprima come dolore e successivamente come deficit motorio. Lo specialista di cui si è avvalso il consulente tecnico, nell’esaustiva relazione tecnica, ha ritenuto che il quadro clinico della attrice sia maggiormente compatibile con un Disturbo Fittizio. Per quanto riguarda i disturbi fittizi gli autori (Buzzi, Vanini, Bargagna) affermano che essi sono rappresentati da un complesso sintomatologico prodotto intenzionalmente dal soggetto che peraltro non è in grado di controllare il comportamento a causa di una compulsività di base. I sintomi sono rappresentati dalla produzione cosciente, volontaria e finalizzata, sia pure non controllabile, bensì compulsava, dei sintomi fisici. Il soggetto manifesta una serie di disturbi somatici che hanno lo scopo di ottenere e/o mantenere il ruolo di malato. Egli è consapevole di farlo, ma a causa della sua compulsività di base, non è in grado di controllare e indirizzare correttamente le spinte volitive. Queste sindromi, per loro natura sono al di fuori di ipotesi risarcitorie, per cui non viene prevista alcun danno risarcibile all’integrità psico-fisica”. Attualmente a distanza di più di otto anni dall’intervento di isterectomia l’esame obbiettivo neurologico ed i principali disturbi soggettivi relativi alla danneggiata , in sintesi, sono i seguenti: Con una frequenza di tre quattro episodi a settimana la paziente avverte intensa sintomatologia dolorosa in regione inguinale sinistra, il dolore è acuto, a “colpo di pugnale” ed è irradiato anteriormente all’arto inferiore sinistro in regione crurale fino al ginocchio e talvolta fino al dorso del piede. La sintomatologia algica si attenua in circa 30 min. e lascia una sensazione di “alterata sensibilità” per circa due ore. Questa è in estrema sintesi l’attuale “fotografia” delle condizioni cliniche della paziente; condizioni stabili da tempo e sicuramente “permanenti”. Sottoposta a ulteriore visita da parte di una professoressa di psicologia clinica, emergono tre aspetti che il dott. Calcaterra ritiene importante evidenziare al fine di confutare le conclusioni cui è pervenuto il consulente tecnico nel 2008:

    • la paziente non presenta in anamnesi pregressi disturbi della personalità e psicopatologici”. In altri termini non si evidenzia alcun “substrato” psicopatologico dal quale possano scaturire sindromi psichiatriche;
    • non emerge che i sintomi riferiti siano prodotti o simulati intenzionalmente. La persistente limitazione funzionale è sottesa dagli esiti del quadro neurologico insorto dopo l’intervento” Si afferma che la paziente “non produce” i sintomi neurologici, questi sono esito dell’intervento;
    • la progettualità del funzionamento globale (personale, sociale e lavorativo) della paziente risultano essere conseguenti all’intervento” Per la specialista in psicologia clinica non è il “malfunzionamento” dell’esistenza della paziente a provocare la sintomatologia neurologica, bensì il quadro clinico ad essere causa della compromissione della sua vita reale.

Nel novembre 2010 il dott. Calcaterra indirizza la paziente anche presso uno specialista, con qualifica di professore associato di fisiologia del Dipartimento di Scienze Biomediche che la sottopone a Risonanza magnetica funzionale. (La FMRI con tecnica BOLD- blood oxygenation level dependent – fornisce una “mappa” ad alta risoluzione delle funzioni cerebrali corticali tramite la misurazione degli effetti di suscettibilità magnetica indotti da cambiamenti del livello di ossigenazione dell’emoglobina durante l’attività neurale). L’esito di questa indagine altamente specialistica evidenza che la lesione periferica ed il conseguente deficit di motilità sono stati causa di alterazioni importanti di tipo centrale. Il movimento che la paziente riusciva a compiere con il piede sinistro evidenziava nella corteccia dell’emisfero destro un attivazione corticale assolutamente anomala rispetto all’emisfero “sano” L’attivazione corticale , l’immagine è chiaramente esplicativa, in caso di movimento distale sinistra è diffusa in molteplici aree “non motorie”; nell’area sensomotoria “buona” in segnale è debole e appena accennato. A parere del dott. Calcaterra il deficit di motilità relativo all’arto inferiore sinistro di cui la paziente è portatrice trova la sua “spiegazione” in una importante e irreversibile alterazione di attivazione corticale. Il caso oggetto di commento, come si può comprendere, ci induce a rimeditare l’importanza della figura dello specialista e dell’importanza degli strumenti a sua disposizione al fine di valutare la sussistenza e poi (compito del medico legale) quantificare l’entità del danno subito dai danneggiati, soprattutto in casi, come quello di specie, in cui si tratta di macropermanenti che, per il lungo calvario subito dalla vittima, necessitano di adeguata personalizzazione. A proposito di immagini e altre prove neurologiche, segnaliamo l’interessante articolo di Michael Gazzaniga, direttore del SAGE Center per lo studio della mente al’Università della California a Santa Barbara, pubblicato sul mensile “Le Scienze” nel giugno 2011, dal titolo “Neuroscienze in Tribunale”, in cui l’autore auspica che “una maggiore influenza delle neuroscienze sul diritto potrebbe derivare da una conoscenza più profonda delle cause neurologiche dei comportamenti antisociali e illegali”.

L’ultimo caso oggetto di relazione da parte del dott. Calcaterra attiene ad un danno rientrante nelle macropermanenti. Nel 1999, mentre era alla guida della propria autovettura, una donna è stata investita da un’automobile riportando un urto di notevole intensità in direzione latero-frontale rispetto alla sua posizione. L’impatto, che ha provocato un ingente danno al veicolo (superiore ai nove milioni delle vecchie lire), è stato causa di trauma cranico non seguito da perdita di coscienza, ma da breve periodo di obnubilamento del sensorio, di trauma distorsivo del rachide cervicale tipo “colpo di frusta” con ampia e brusca oscillazione del capo e del collo a direzione latero-laterale e di trauma dorso lombare destro. Durante la notte successiva ha presentato forte cefalea ed intensa sintomatologia dolorosa in regione cervicale irradiata ad entrambe le spalle, da subito si è accorta di avere minor forza al braccio destro e alla mano destra, il deficit era maggiormente evidente nelle manovre di afferramento. Cefalea, sintomatologia dolorosa al rachide cervicale irradiata ad entrambe le spalle, deficit di forza all’arto superiore destro ed instabilità nella stazione eretta e nella deambulazione sono i disturbi somatici scaturiti dall’evento traumatico che si sono prolungati negli anni successivi fino ad oggi. L’attuale valutazione compiuta dal dott. Calcaterra non prescinde dalla lunga vicenda clinica della paziente e dalla premessa secondo cui normalmente i traumi sia cranici sia cervicali, isolati o associati presentano un momento iniziale acuto, un successivo momento di miglioramento, ma di persistenza dei sintomi e una successiva e graduale risoluzione dei disturbi obbiettivi e soggettivi. In questo caso dopo il periodo acuto e quello di parziale miglioramento con persistenza della sintomatologia, si è verificato un peggioramento complessivo della sintomatologia clinica (instabilità, cervicobrachialgia) documentato dagli esami strumentali, il riferimento è all’ultimo test stabilometrico, e dal vissuto della paziente che è stata costretta da circa un anno ad abbandonare completamente la sua attività lavorativa. Il dott. Calcaterra ha ritenuto che l’intero decorso, anche nel suo recente peggioramento, è imputabile all’evento traumatico pregresso. Il trauma cervicale, nella sua particolare configurazione di impatto laterale ha comportato una sofferenza grave dei legamenti a sua volta causa di progressiva procidenza discale che nel tempo ha peggiorato la brachialgia con associata l’ipostenia dell’arto superiore destro. L’instabilità è peggiorata in quanto la subentrata patologia discale ha reso meno valide le afferenze propiocettive cervicali agli apparati dell’equilibrio. La paziente sia nei primi tempi dopo il trauma sia ai giorni nostri dopo più di otto anni è preoccupata maggiormente di quello che lei ritiene l’esito più grave. Quest’insieme di sintomi sia obbiettivi sia soggettivi che potrebbero essere definiti somatici sono complessivamente causa di un unico deficit importante che riguarda un aspetto delle personalità e del profilo psichico della paziente ritenuto dalla danneggiata fondamentale. Per descrivere e comprendere il danno subito dalla paziente o meglio il “danno” più grave è necessario riflettere sul tipo di vita, di obbiettivi e sulle caratteristiche della sua personalità come si sono consolidate nel corso degli anni. Per la danneggiata l’attività lavorativa è al centro della sua esistenza e la sua occupazione è di alto profilo economico, questo ha comportato l’abitudine ad affrontare e risolvere continuamente problemi pratici e di relazione spesso molto impegnativi in un ambiente lavorativo dove la tensione e il controllo della stessa sono un esercizio quotidiano. Lunghi percorsi in automobile o definire accordi commerciali con clienti impegnativi sono aspetti della sua attività che implicano tensione forte tensione e la sua quotidiana gestione. Affrontare difficoltà e risolverle nel tempo crea una “routine”, atteggiamenti mentali consolidati e strategie di comportamento presenti nella coscienza, ma anche border line con gli automatismi inconsci presenti in ognuno di noi quando siamo di fronte alle difficoltà quotidiane. Per la perizianda il trauma e le sue conseguenze interferiscono in modo importante ed in buona parte “distruttivo” con questa routine, sulle sue abituali capacità di affrontare e risolvere difficoltà, problemi e a gestire la tensione quotidiana. La paziente è diversa , si sente diversa e non alla altezza delle situazioni; se lavora, se continua a lavorare come ha fatto per diversi anni fino al maggio del 2007 il rendimento è nettamente diminuito; la sua convinzione di inadeguatezza non è un idea sua non una patologia psichiatrica reattiva a sintomi clinici ben precisi, ma una ben precisa realtà. Nella documentazione clinica è presenta una lettera informativa della ditta presso la quale l’odierna attrice svolgeva finzioni di collaboratrice – dal momento dell’incidente cominciò ad accusare forti dolori al collo e al capo che la portarono a chiederci aiuto in quanto aveva forti difficoltà ad eseguire il suo lavoro. Sintentizziamo il contenuto della missiva inviata alla perizianda: purtroppo nell’autunno del 2000 la danneggiata iniziò ad accusare perdita di memoria e quindi a richiedere da parte nostra un controllo sugli ordinativi. Oltretutto si riscontravano errori. A tutt’oggi non può effettuare lunghi tragitti in auto- un’altra lettera della ditta ancora più drammatica- la paziente accusa spesso forti emicranie che la rallentano molto nello svolgimento del lavoro e poiché la zona di cui la signora ha l’esclusiva è una zona proficua ci dobbiamo avvalere di un nuovo agente se le condizioni della signora persisteranno ancora per molto. Non riusciamo più con la signora ad acquisire nuova clientela poiché i nuovi clienti hanno bisogno di essere convinti ed occorre un’energia che purtroppo la signora non possiede più. Dopo l’incidente dopo pochi mesi la paziente si impegna a riprendere l’attività lavorativa, ma la cefalea, le algie cervicali, l’instabilità, la difficoltà nella memoria e nell’attenzione rendono inefficace e inefficiente il suo operato. Ne nasce una senso di inadeguatezza e di insicurezza che tende a cronicizzate e a perdurare anche quando successivamente le condizioni cliniche migliorano. Il dott. Calcaterra, al momento della perizia, ritiene che la paziente non è affetta da una sindrome depressiva, non presenta particolari e gravi deficit nell’ambito delle abilità cognitive, ma non riesce a mantenere il suo coping styles per motivi oggettivi, veri; non mantenere il “suo stile” nell’affrontare le difficoltà e a risolvere i problemi poteva avere due possibili conseguenze; o “evitava” psicologicamente le difficoltà e si rifugiava in fantasie e abitudini compensatorie o abbandonava. Lo specialista stima il danno da invalidità permanente subito dall’attrice nella misura del 22%. Negli ultimi trentanni, la giurisprudenza si è spesso occupata, in particolare quella di merito, della natura e della quantificazione del danno psichico. Quella di legittimità, con la recentissima Cass. civ., Sez. lav., 18 gennaio 2011, n. 1072, emessa in un caso di morte con lucida agonia, trae origine da un grave infortunio sul lavoro subito da un dipendente di un pastificio che, nel corso della effettuazione di un ponte elettrico di collegamento tra due serbatoi, a causa dell’esplosione dell’olio combustibile contenuto in uno dei serbatoi predetti, aveva subito gravissime lesioni da cui in seguito ne era derivata la morte. I familiari del deceduto proponevano ricorso nei confronti del datore di lavoro del de cuius volto ad ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti a titolo proprio e a titolo ereditario e il Tribunale adito condannava la società convenuta e la di lei compagnia di assicurazione, chiamata in causa a manleva, quest’ultima nei limiti del massimale assicurativo, al pagamento, in favore del familiare superstite della somma di Euro 158.200,00 a titolo di danno non patrimoniale iure proprio, Euro 164,00 a titolo di danno da invalidità temporanea iure successionis, Euro 693.020,00 a titolo di danno biologico iure successionis, Euro 175.269,00 a titolo di danno morale iure successionis, oltre agli interessi legali dalla data dell’evento sul capitale devalutato ed annualmente rivalutato in base agli indici Istat. La società convenuta proponeva appello che veniva rigettato e, in parziale accoglimento dell’appello proposto dall’attrice in primo grado, condannava le controparti al pagamento della ulteriore somma di Euro 100.000,00 a titolo di danno esistenziale, oltre agli interessi legali. La società, di cui il de cuius era dipendente, ha proposto ricorso in Cassazione, deducendo nove motivi. Diciamo subito che la Suprema Corte ha accolto il quinto, sesto, settimo ed ottavo motivo di ricorso; ha cassato parzialmente la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, ha rigettato la domanda del familiare superstite volta al pagamento del danno esistenziale, quantificato nell’impugnata sentenza nei a misura di Euro 100.000,00, e del danno morale iure successionis, quantificato in sentenza nella misura di Euro 175.296,00, confermando nel resto l’impugnata sentenza. In questa sede analizzeremo solamente i profili che interessano la liquidazione del danno, con particolare riferimento a quello psichico. Tralasciando il primo e secondo motivo, con il terzo motivo la difesa della ricorrente ha denunciato la violazione o falsa applicazione degli artt. 2043, 2059, 2087 e 2697 c.c. e art. 116 c.p.c. in tema di successione e quantificazione del danno biologico e morale terminale in un caso di evento letale susseguito a breve distanza dall’infortunio. In particolare le censure all’operato del Giudice del secondo grado di giudizio attengono alla errata quantificazione del risarcimento della danno biologico iure successionis nell’importo spropositato di Euro 693.020,00, disattendendo il principio posto dalla Suprema Corte secondo cui ai fini del risarcimento del danno biologico in caso di infortunio seguito da morte assume preminente rilievo il trascorrere di un lasso di tempo apprezzabile fra il sinistro e l’evento letale, dando per contro rilievo alla situazione di massima sofferenza fisica e psichica in cui la vittima era venuto a trovarsi nei 5 giorni intercorsi fra l’incidente e la morte, così pervenendo al risarcimento del suddetto danno biologico per intero, nella misura del 100%, come se il lavoratore fosse sopravvissuto alle lesioni per il tempo corrispondente alla sua ordinaria speranza di vita. Con il quarto motivo di ricorso la società ha lamentato carenza di motivazione su un fatto controverso e decisivo, rappresentato dalla rilevanza ai fini della determinazione dell’entità del danno biologico terminale da risarcire dell’arco temporale intercorrente tra fatto lesivo ed evento letale. La Corte ha ritenuto infondati detti motivi di doglianza che il Collegio ha ritenuto di dover trattare in maniera unitaria. Innanzi tutto osserva la Corte che l’evento morte non rileva di per sé ai fini del risarcimento, atteso che la morte (e cioè: la perdita della vita) è fuori dal danno biologico, poiché il danno alla salute presuppone pur sempre un soggetto in vita; ma è altrettanto vero che nessun danno alla salute è più grave, per entità ed intensità, di quello che, trovando causa nelle lesioni che esitano nella morte, temporalmente la precede. In questo caso, infatti, il danno alla salute raggiunge quantitativamente la misura del 100%, con l’ulteriore fattore “aggravante”, rispetto al danno da inabilità temporanea assoluta, che il danno biologico terminale è più intenso perché l’aggressione subita dalla salute dell’individuo incide anche sulla possibilità di essa di recuperare (in tutto o in parte) le funzionalità perdute o quanto meno di stabilizzarsi sulla perdita funzionale già subita, atteso che anche questa capacità recuperatoria o, quanto meno stabilizzatrice, della salute risulta irreversibilmente compromessa. La salute danneggiata non solo non recupera (cioè non “migliora”) né si stabilizza, ma degrada verso la morte; quest’ultimo evento rimane fuori dal danno alla salute, per i motivi sopra detti, ma non la “progressione” verso di esso, poiché durante detto periodo il soggetto leso era ancora in vita (in tal senso, Cass. civ., Sez. III, 23 giugno 2006, n. 3766). Posto ciò ritiene il Collegio di dover aderire al principio secondo cui, in caso di lesione che abbia portato a breve distanza di tempo ad esito letale, sussiste in capo alla vittima che abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della morte, un danno biologico di natura psichica, la cui entità non dipende dalla durata dell’intervallo tra lesione e morte, bensì dell’intensità della sofferenza provata dalla vittima dell’illecito ed il cui risarcimento può essere reclamato dagli eredi della vittima (Cass. civ., Sez. III, 14 febbraio 2007, n. 3260; Cass. civ., n. 4783/2001 cit., che in maniera incisiva fa riferimento alla “presenza di un danno “catastrofico” per intensità a carico della psiche del soggetto che attende lucidamente l’estinzione della propria vita”). Ritenuta pertanto l’irrilevanza del lasso di tempo intercorrente fra il sinistro e l’evento letale, osserva il Collegio che la giurisprudenza di questa Corte ha posto in rilievo che il giudice, nel caso ritenga di applicare i criteri di liquidazione tabellare o a punto, deve procedere necessariamente alla cd. “personalizzazione” degli stessi, costituita dall’adeguamento al caso concreto atteso che, siccome più volte ribadito da questa Corte, la legittimità dell’utilizzazione di detti ultimi sistemi liquidatori è pur sempre fondata sul potere di liquidazione equitativa del giudice. E la liquidazione del quantum, se supportata da una motivazione congrua e coerente sul piano logico, e rispettosa dei principi giuridici applicabili alla materia, è sottratta a qualsiasi censura in sede di legittimità. Orbene, nel caso di specie la Corte territoriale, nel confermare la statuizione sul punto del primo giudice, ha rilevato, riportandosi agli esiti della consulenza medico legale effettuata, che la vittima, nei quattro giorni precedenti il decesso, aveva “subito un danno psichico totale per la presenza di una sofferenza e di una disperazione esistenziale di tale intensità da determinare nella percezione del defunto un danno catastrofico”, in una situazione di “attesa lucida e disperata dell’estinzione della vita”. Alla stregua di quanto sopra i suddetti motivi di gravame non possono trovare accoglimento. Da ultimo la Corte ha richiamato le Sezioni Unite del 2008 in tema di duplicazione risarcitoria, con riferimento alla congiunta attribuzione al soggetto del risarcimento sia per il danno biologico, inteso per come detto quale danno alla salute, che per il danno morale, inteso, nel caso di specie, quale intensa sofferenza psichica. Non può invero dubitarsi che quest’ultima fattispecie di danno costituisce necessariamente una componente del primo, atteso che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza psichica. E quindi, ove siano dedotte sofferenze di natura psichica, si rientra nell’ambito del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca, costituisce componente (Cass. civ., Sez. Un., n. 26972/2008 cit.). Segnaliamo altresì il Tribunale di Vigevano, 30 novembre 2009 n 93, inerente un caso di lesioni gravissime subite da un soggetto in conseguenza di un sinistro stradale con perdita della salute, oltreché della perdita della capacità lavorativa totale, sia per la capacità generica (concorrenziale) che per quella specifica, ove il danno biologico è stato necessariamente personalizzato calcolando anche la componente della capacità lavorativa e del danno psichico, sicché ai valori tabellari della stima statica della gravità del danno sono state aggiunte in aumento le altre componenti, secondo un prudente apprezzamento.

E ancora il Tribunale di Torino, Sez. VII, 5 novembre 2009, con riferimento alla sofferenza psichica, quale danno non patrimoniale, derivante dalla pubblicazione di fotografie che avevano fornito un’immagine fuorviante di un personaggio dello spettacolo, che il Giudice ha ritenuto sussistente in re ipsa, nel senso che dalla condotta diffamatoria non poteva non discendere un’incidenza negativa sul patrimonio morale e psichico della persona offesa.

Singolare ma interessante sotto il profilo del riconoscimento del danno psichico, la Cass, Sez. III, 30 ottobre 2009, n. 23059, in un caso in cui il Tribunale, pronunciando in relazione all’incendio sviluppatosi all’interno di un immobile, condannava il convenuto, il Comune, un funzionario, che aveva verosimilmente falsamente attestato la conformità dell’albergo alle misure prevenzione incendi, e il curatore dell’eredità giacente dell’amministratrice della società che gestiva l’albergo al pagamento in solido in favore delle attrici della somma di € 48.252,53 (L. 93.000.000), oltre accessori, a titolo di risarcimento del danno conseguente al decesso della propria madre. Analizziamo l’unica censura ritenuta degna di accoglimento da parte della Suprema Corte che è la denuncia di violazione e falsa applicazione (che, peraltro, non essendo sinonimi, dovevano essere specificate) dell’art. 2043 del Codice civile. Ma anche questa parte della censura poggia su argomentazioni generiche, con riferimenti astratti alla giurisprudenza di questa Corte in tema di sussistenza e di prova del nesso di causalità, senza addurre specifici elementi idonei a dimostrare l’inadeguatezza della motivazione della sentenza impugnata, la quale ha rilevato che rimane una mera asserzione che l’incendio sviluppatosi nell’albergo si fosse propagato all’abitazione della vittima terrorizzandola e quindi determinandone l’infarto. L’accertamento autoptico ha attribuito il decesso ad edema polmonare acuto in donna anziana affetta da cardiopatia ipertensiva e diabete mellito. Il perito ha ritenuto che l’intenso trauma psichico (spavento ed emozione) provato dalla vittima fosse concausa nel determinismo della morte in considerazione della malattia sofferta e dell’epoca del decesso. La Corte territoriale ha ritenuto che il ragionamento del perito fosse teoricamente possibile ma privo della necessaria dimostrazione concreta e specifica del nesso di causalità’. Ha aggiunto che esso può essere dimostrato anche in via di “qualificata probabilità”, ma che la stessa va verificata attraverso ulteriori elementi idonei a tradurre in certezza giuridica le conclusioni espresse in termini probabilistici e che invece nella specie non vi era prova (e neppure deduzione) in ordine all’influenza, anche solo acceleratoria, esercitata dall’apporto umano sul preesistente fattore, patogenetico, costituente la causa clinica del decesso. Sotto il profilo giuridico le affermazioni della Corte territoriale sono in armonia con l’orientamento di questa Corte che ha ripetutamente enunciato il principio (Cass. civ., n. 22894/2005 e n. 13092/2007) secondo cui il nesso di causalità può essere riconosciuto anche in base ad un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, che però deve essere “qualificata” da ulteriori elementi idonei a tradurre in certezze giuridiche le conclusioni astratte svolte in termini probabilistici. In altri termini (vedi Cass. civ., n. 14759/2007) il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile, non già una mera possibilità astratta. Sulla rilevanza e esatta individuazione del reale danno psichico subito e non del mero disagio, sul quale abbiamo posto l’accento in premessa del presente paragrafo, segnaliamo la Cass. civ., Sez. Un., 19 agosto 2009, n. 835, che cassa la pronuncia n 835 del 22 agosto 2005 emessa dal Giudice di Pace di Benevento, decidendo peraltro sul merito e con riferimento al pagamento del canone RAI, ha stabilito che il danno non patrimoniale consistito nel mero disagio psichico, sofferenza o stress, là dove non ricorra alcuna delle ipotesi in cui la legge consente espressamente la risarcibilità del danno non patrimoniale, è risarcibile alla sola condizione che l’interesse leso dal fatto illecito (e non il pregiudizio derivatone) abbia rilievo costituzionale, la sua lesione sia stata grave e le conseguenze derivatene siano state serie. Non è, pertanto, meritevole di tutela risarcitoria il disagio causato dalla ricezione di reiterati avvisi di pagamento del canone Rai , per quanto illegittimamente inviati. Segnaliamo altresì la pronuncia del Tribunale di Pisa, 2 aprile 2009, in un caso di responsabilità ex art. 2087 del Codice civile, come fatto costitutivo del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale la condizione di intenso e protratto disagio fisico e psichico che la condotta datoriale ha procurato alla lavoratrice madre e che ha dato luogo non solo a un pregiudizio interiore di tipo emotivo, ma anche ad alterazioni della vita di relazione derivanti dall’aver indotto scelte personali e familiari diverse, rispetto a quelle che sarebbero state espressive della personalità della lavoratrice qualora avesse potuto godere liberamente e senza ritorsioni dei suoi diritti quale madre. Il risarcimento può essere liquidato in via equitativa.

 

Giurisprudenza rilevante
DANNO PSICHICO-CRITERIO PROBABILISTICO

Cass. civ., Sez. III, 30.10.2009, n. 23059, «Red. Giust. civ. Mass.» 2009, 10

In tema di illecito extracontrattuale, il nesso di causalità, dovendo essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa considerarsi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile, può essere riconosciuto anche in base ad un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, che deve però risultare qualificata da ulteriori elementi idonei a tradurre in certezze giuridiche le conclusioni astratte svolte in termini probabilistici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.7 I danni agli occhi

Lo storico trattato di “Anatomia Umana” scritto dai Proff. Antonio Pensa e Giuseppe Favaro (UTET, 1970, II Vol., 796) ci insegna che “l’organo (o apparecchio) della vista è formato essenzialmente dall’occhio, che raccoglie e trasmette al cervello gli stimoli luminosi, e secondariamente da un insieme di organi accessori dell’occhio, rappresentati da un apparecchio motore e da un apparecchio protettore, i quali servono a farlo muovere ed a proteggerlo dagli agenti esterni. L’organo della vista è pari e simmetrico, situato nell’orbita, sotto la fronte e di lato alla radice del naso. L’occhio è costituito da una parte recettiva specifica (retina) che è un’appendice del diencefalo, circondata da capsule di natura connettivale omologhe alle meningi, le quali racchiudono altre formazioni connettivali ed una di natura epiteliale, la lente cristallina. Consta di una porzione terminale rigonfiata detta “bulbo oculare” o più semplicemente “occhio sensu stricto”, e di un peduncolo intermedio tra esso e il cervello, detto nervo ottico”. Oggi la scienza medica ha compiuto grandi progressi nel campo dell’oculistica. Si pensi alla frequenza con la quale vengono compiute operazioni con il laser (cosiddetta laser eccimeri) volte a eliminare la miopia. La salvaguardia per il medico è in questi casi, il più delle volte rappresentata dal consenso informato. Chi si è sottoposto a laser non è al riparo da eventuali e futuri afflizioni dell’occhio che naturalmente lo colpiscono nel tempo come il glaucoma, la cataratta e problemi alla retina. Infatti interventi di cheratectomia con laser ad eccimeri tendono a porre rimedio a difetti del campo visivo ma nulla hanno a che vedere con eventuali patologie del bulbo oculare. Trattandosi di operazioni che ormai possiamo definire routinarie, molto spesso le persone che desiderano migliorare la propria vista e non indossare più gli occhiali, sono portate a sottoporsi a detto intervento senza previa adeguata informazione sui rischi che in concreto possono verificarsi. La mancata adeguata informazione sui rischi e sulle possibili complicanze espone il medico alla richiesta di ristoro dei danni patrimoniali e non. Le operazioni al cristallino, eseguite ormai da anni in anestesia locale, interessano pazienti anche molto anziani. Ciò nonostante, anche sotto questo profilo, si sono verificati errori professionali che hanno comportato conseguenze a volte gravissime per i pazienti. La Cass. civ., Sez. III, 6 giugno 2011 n. 11005 ha confermato le statuizioni della Corte di Appello che aveva ritenuto il medico responsabile di aver prescritto un farmaco, rivelatosi poi controproducente al paziente, procurando a quest’ultimo un danno alla vista. Vediamo il caso tratto dal sito www.ordinemedct.it. Un medico viene condannato dalla Corte di Appello al risarcimento dei danni in favore del paziente per responsabilità professionale costituita dall’aver prescritto un’errata terapia – in particolare l’assunzione di un determinato farmaco – che aveva cagionato gravi danni alla vista. La Corte di Cassazione, tra i vari aspetti evidenzia che quanto all’obbligo d’informazione ed all’onere della relativa prova, la responsabilità professionale del medico – ove pure egli si limiti alla diagnosi ed all’illustrazione al paziente delle conseguenze della terapia o dell’intervento che ritenga di dover compiere, allo scopo di ottenerne il necessario consenso informato – ha natura contrattuale, con la conseguenza che se il paziente contesta il corretto adempimento dell’obbligo di informazione, è il medico che deve fornire la prova di aver adempiuto esattamente. Il medico ricorrente propone ricorso sulla base di quattro motivi. Analizziamo solamente i primi tre, in quanto inerenti il nesso causale e il cosiddetto consenso informato. E infatti, con il primo motivo, la difesa del professionista critica la sentenza nel punto in cui ha riconosciuto sussistere il nesso di causalità tra l’attività svolta dal professionista ed i danni lamentati dalla vittima, soprattutto con riferimento a prescrizioni del farmaco da parte di medici diversi dal ricorrente; il secondo motivo censura la sentenza per essersi limitata ad accertare la causalità astratta, senza aver proceduto ad accertare quella concreta (ossia, che l’attore fosse effettivamente affetto da maculopatia, che questa fosse effettivamente dipesa dall’assunzione dello specifico farmaco prescritto dal medico ricorrente, che il farmaco fosse stato assunto in modo prolungato e che questa prolungata assunzione fosse da ascriversi alla condotta del medico); il terzo motivo sostiene che la sentenza avrebbe omesso, nell’affermare il mancato assolvimento dell’obbligo di informazione, di considerare “la natura occasionale e diluita” delle prestazioni del medico. Come detto i motivi di ricorso vengono respinti sia per inammissibilità in quanto tendono, in sede di legittimità, ad una nuova valutazione della prova e ad un diverso accertamento dei fatti, sia per infondatezza lamentano violazioni di legge e vizi della motivazione. In particolare la Suprema Corte, con riferimento al nesso causale, rileva che il professionista non ha mai posto in discussione né l’affezione da parte dell’attore della maculopatia, né il rapporto eziologico tra questa malattia e l’assunzione dello specifico farmaco prescritto dal medico; a tal riguardo è dato conto della comparsa di risposta del medico in primo grado; la derivazione causale in questione è dimostrata dalla documentazione medica prodotta dall’attore. Inoltre, la sentenza contiene la decisiva e corretta affermazione secondo cui l’eventuale responsabilità di altri medici che abbiano prescritto o fornito il farmaco in questione non esclude la responsabilità concorrente e solidale del ricorrente, il quale non ha fornito la prova che quelle condotte furono da sole sufficienti a cagionare il danno; quanto alla causalità astratta e concreta alla quale fa riferimento il secondo motivo, occorre ribadire che la sentenza di condanna generica pronunciata nel corso di un giudizio di risarcimento del danno aquiliano di norma presuppone il positivo accertamento del nesso di causalità cosiddetta “materiale” (ex art. 40 c.p.) tra la condotta e l’evento produttivo di danno, sicché nel successivo giudizio sul quantum resta da accertare soltanto il nesso di causalità cosiddetta “giuridica” (ai sensi dell’art. 1223 c.c.) tra l’evento di danno ed i pregiudizi che ne sono derivati (tra le più recenti, cfr. Cass. civ., n. 3357/09); quanto all’obbligo d’informazione ed all’onere della relativa prova basta ricordare che la responsabilità professionale del medico – ove pure egli si limiti alla diagnosi ed all’illustrazione al paziente delle conseguenze della terapia o dell’intervento che ritenga di dover compiere, allo scopo di ottenerne il necessario consenso informato – ha natura contrattuale e non precontrattuale; ne consegue che, a fronte dell’allegazione, da parte del paziente, dell’inadempimento dell’obbligo di informazione, è il medico gravato dell’onere della prova di aver adempiuto tale obbligazione (Cass. civ., n. 2847/10). La Cass. civ., Sez. III, 1 luglio 2009, n. 14482 ha statuito che l’azienda non è sempre tenuta a risarcire i danni alla vista dei dipendenti addetti al videoterminale. Infatti, se riesce a provare che il tipo di attività nonostante sia al monitor, non provoca problemi di salute, si libera da ogni responsabilità. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di una società che era stata condannata a risarcire un dipendente addetto al videoterminale del danno biologico e morale in seguito a dei gravi problemi di vista. La Cass, Sez. III, 9 febbraio 2010 n. 2847 ha stabilito che
anche in caso di sola violazione del diritto all’autodeterminazione, pur senza correlativa lesione del diritto alla salute ricollegabile a quella violazione per essere stato l’intervento terapeutico necessario e correttamente eseguito, può dunque sussistere uno spazio risarcitorio; mentre la risarcibilità del danno da lesione della salute che si verifichi per le non imprevedibili conseguenze dell’atto terapeutico necessario e correttamente eseguito secundum leges artis, ma tuttavia effettuato senza la preventiva informazione del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli e dunque senza un consenso consapevolmente prestato, necessariamente presuppone l’accertamento che il paziente quel determinato intervento avrebbe rifiutato se fosse stato adeguatamente informato. Il relativo onere probatorio, suscettibile di essere soddisfatto anche mediante presunzioni, grava sul paziente in virtù dei seguenti principi:

    • la prova di nesso causale tra inadempimento e danno comunque compete alla parte che alleghi l’inadempimento altrui e pretenda per questo il risarcimento;
    • il fatto positivo da provare è il rifiuto che sarebbe stato opposto dal paziente al medico;
    • si tratta pur sempre di stabilire in quale senso si sarebbe orientata la scelta soggettiva del paziente, sicché anche il criterio di distribuzione dell’onere probatorio in funzione della “vicinanza” al fatto da provare induce alla medesima conclusione;
    • perché il discostamento della scelta del paziente dalla valutazione di opportunità del medico costituisce un’eventualità che non corrisponde all’id quod plerumque accidit.

Con riferimento al consenso informato, deve ribadirsi che la relativa esigenza del suo “realizzarsi” trova riscontro, oltre che in quanto previsto in tema di Codice deontologico dei medici (dapprima nella versione del 1998 agli artt. 30 e 32 e in seguito in quella del 2006 agli artt. 33 e 35, per cui il medico deve correttamente ed esaurientemente informare il paziente in ordine alle terapie praticate al fine di ottenere il consenso), principalmente nell’art. 32, secondo comma della Costituzione (a norma del quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), nell’art. 13 della Costituzione (che garantisce l’inviolabilità della libertà personale con riferimento anche alla libertà di salvaguardia della propria salute ed integrità fisica), nella Legge n 833 del 1978, art. 33 (che esclude trattamenti salutari contro l’assenso del paziente se questo non è in grado di esprimerlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità ex art. 54 del Codice penale). Detto consenso ha come presupposto una attività di corretta informazione, sia nella fase di formazione del consenso, sia nella fase antecedente che in quella di esecuzione del contratto, riconducibile (come in altri settori) alla clausola generale di buona fede del nostro ordinamento civilistico ex artt. 1175, 1337 e 1375 del Codice civile. La violazione di tale obbligo comporta, consistendo in un dovere di comportamento, non un vizio (nullità) del contratto stesso, in mancanza di una esplicita previsione in tal senso, bensì il risarcimento del danno, come di recente affermato da questa Corte a Sezioni Unite (con la sentenza n. 26724/2007).

Giurisprudenza rilevante
CHIRURGIA LASER-NESSO CAUSALE

Tribunale Roma, Sez. XIII, 16.04.2007, «Redazione Giuffrè» 2008

In caso di danno lamentato da una paziente che a seguito di intervento di chirurgia laser per riduzione di miopia, abbia riportato subito dopo disturbi visivi, da ascrivere alla tipologia di operazione subita, è evidente la sussistenza di un valido nesso causale tra l’intervento ed il danno alla salute. Qualora il medico sul quale incombe l’onere di dimostrare che il danno non sussiste o che non sia dipeso da propria colpa sia rimasto contumace, non può superare la presunzione posta a suo carico dall’art. 1218 c.c., pertanto ne va ascritta la propria responsabilità.

 

CHIRURGIA LASER-ONERE PROBATORIO

Tribunale Roma, Sez. XII, 25.01.2004, «Redazione Giuffrè» 2005 (s.m.)

Del danno lamentato da paziente a seguito di intervento oculistico eseguito con tecniche laser occorre stabilire se il pregiudizio lamentato dall’attrice sia causalmente riconducibile al personale sanitario o alla struttura sanitaria e se vi sia stata condotta colposa. Posto che il personale sanitario e la struttura non hanno dimostrato la preesistenza in capo alla paziente dei disturbi lamentati, si presume che gli stessi siano stati causati dall’intervento in questione. Quanto alla colpa trova applicazione in materia di danno da attività medica il generale principio di responsabilità del debitore per inadempimento dal quale consegue che è onere del medico dimostrare che il danno non è dipeso da sua colpa. Dall’assenza di prova consegue la responsabilità del sanitario.

1.8 I danni all’apparato uditivo

Il citato trattato di “Anatomia Umana” scritto dai Proff. Antonio Pensa e Giuseppe Favaro (UTET, 1970, II Vol., 873) ci dice che “l’organo (o apparecchio) dell’udito è formato dall’orecchio, suddiviso in tre parti: l’orecchio esterno, avente l’ufficio di raccogliere le onde sonore; l’orecchio medio, destinato a ricevere ed a trasmettere le vibrazioni prodotte da tali onde all’orecchio interno, e precisamente a quella parte di esso (organo acustico), ove le predette vibrazioni danno luogo a stimoli, i quali vengono trasmessi all’encefalo dove generano le sensazioni acustiche. Altra parte dell’orecchio interno serve invece al senso dell’equilibrio (organo statico). L’organo dell’udito è pari e simmetrico, situato nella regione auricolare del capo, in parte all’esterno, ma in prevalenza nello spessore dell’osso temporale”. La scienza medica considera la perdita dell’udito o i gravi deficit fisiologici o patologici fonte di grave lesione dello sviluppo dell’individuo. Basti pensare che chi si trova nella impossibilità di ascoltare suoni, di percepire la sonorità dell’ambiente che lo circonda ma, soprattutto, di non sentire la propria voce, non vivrà uno sviluppo della propria personalità né da un punto di vista psico-intellettivo né potrà rapportarsi con gli altri nelle relazioni sociali. Rispetto ai danni alla vista, che notoriamente sono più immediati, i danni all’apparato uditivo sensoriale vengono percepiti e compresi spesso dopo molto tempo da quando se ne è in verità già colpiti. I primi sintomi prendono le mosse dalla incapacità a sentire o a distinguere tutti o alcuni suoni in una o entrambe le orecchie, dalla difficoltà a capire una conversazione quando ci sono molte persone che parlano contemporaneamente e, come spesso succede ai più anziani, dalla necessità di aumentare il volume della televisione o della radio più di quanto gli altri ritengano utile. I problemi dell’udito sono talvolta accompagnati da vertigini, mal d’orecchio, secrezioni o sanguinamento dalle orecchie, rumori rimbombanti nelle orecchie o in casi più rari paralisi dei muscoli facciali. Non dimentichiamo che il deficit uditivo è fonte di perdita di equilibrio con tutte le conseguenze del caso sia nella gestione delle attività giornaliere sia nella praticabilità di sport e hobby. L’ipoacusia da trauma acustico può essere di due tipi:

  • acuto in conseguenza di esposizioni improvvise a rumori molto violenti, quali le deflagrazioni;
  • cronico e colpisce in particolare soggetti che sono spesso esposti nel corso della giornata, solitamente durante il lavoro (si pensi ad esempio agli operai dei cantieri) a rumori con particolari caratteristiche (soprattutto nella attività lavorativa).

Le norme speciali dettate in materia giuslavoristica considerano l’ipoacusia di cui al punto 2) alla stregua di malattia professionale se contratta nell’esercizio ed a causa delle lavorazioni indicate al punto 44 dell’allegato n. 4 al D.P.R. 9 giugno 1975, n. 482 o anche nell’espletamento di lavorazioni accessorie o complementari di quelle previste nelle tabelle di legge, purché svolte nello stesso ambiente. I ranges di riferimento sono i seguenti:

  1. in caso di perdita totale monolaterale della funzione uditiva, l’invalidità lavorativa generica sarà del 15% nell’industria e del 20% nell’agricoltura;
  2. se la perdita è totale bilaterale il valore è comunque sempre pari al 60 %.

La medicina legale prevede che la perdita di un senso deve essere valutata anche con riferimento alle funzioni che detto organo svolge da un punto di vista dinamico funzionale. Sia in sede penale che civile, la Suprema Corte ha dettato il principio secondo cui la menomazione anatomica deve essere accompagnata da quella funzionale al fine di integrare il danno al sistema uditivo con la conseguente possibilità di poter richiedere il risarcimento dei danni.

 

 

 

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 78 D.P.R. 30/06/1965, N. 1124

Nei casi d’inabilità permanente previsti nella tabella allegato n. 1, l’attitudine al lavoro, agli effetti della liquidazione della rendita, si intende ridotta nella misura percentuale indicata per ciascun caso. L’abolizione assoluta della funzionalità di arti o di organi o di parti di essi è equiparata alla loro perdita anatomica. Quando gli arti o gli organi o parte di essi abbiano perduto soltanto parzialmente la loro funzione, il grado di riduzione dell’attitudine al lavoro si determina sulla base della percentuale d’inabilità stabilita per la loro perdita totale, ed in proporzione del valore lavorativo della funzione perduta. In caso di perdita di più arti, od organo, o di più parti di essi, e qualora non si tratti di molteplicità espressamente contemplata nella tabella, il grado di riduzione dell’attitudine al lavoro deve essere determinato di volta in volta tenendo conto di quanto, in conseguenza dell’infortunio, e per effetto della coesistenza delle singole lesioni, è diminuita l’attitudine al lavoro.

 

L’art. 78, trentesimo comma del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, allorché il legislatore ha voluto escludere dal diritto alla rendita ogni condizione che non interessi la funzione dell’organo. Si consideri che il tasso soglia medio per le frequenze di voce è stato fissato in 25 db. Come segnalato da Rossi in un articolo su www.otorinolaringoiatria.org «dal 10 gennaio 1980 i compiti dell’Ispettorato del Lavoro, in materia di prevenzione e di controllo sullo stato di salute dei lavoratori, sono stati trasferiti a funzionari delle AUSL, cui sono state attribuite funzioni di ufficiale di polizia giudiziaria. Ne deriva pertanto che la trasmissione del referto al Servizio di Igiene e Sicurezza del Lavoro dell’AUSL costituisce adempimento sia degli obblighi previsti dall’art. 365 del Codice Penale (referto n.d.r.) sia in quelli contemplati dal D.M. 18 aprile 1973 (denuncia all’ispettorato del Lavoro n.d.r.). Sulla base delle segnalazioni del medico che ha accertato l’esistenza di una ipoacusia professionale, il datore di lavoro entro 5 giorni deve denunciare il caso all’Istituto Nazionale Assicurazioni Infortuni sul Lavoro (INAIL), cui spetta l’accertamento definitivo della malattia e la corresponsione di una rendita quando l’invalidità lavorativa generica sia superiore al 10%. La segnalazione all’INAIL, avendo esclusivamente finalità assicurative, dovrebbe essere limitata ai casi verificatisi nell’esercizio ed a causa delle lavorazioni indicate al punto 44 dell’allegato 4 al D.P.R. 9 giugno 1975, n. 482 (tab. XXXVII). Questa segnalazione dovrebbe essere eseguita, in ossequio alla risalente sentenza della Corte di Cass., Sez. II,  26 ottobre 1972, n. 3288, recepita dall’INAIL con lettera circolare n. 111 dell’11 dicembre 1973, anche nei confronti dei lavoratori “che abbiano contratto l’otopatia anche se addetti a lavorazioni accessorie o complementari delle lavorazioni tabellate, purché svolte nello stesso ambiente in cui vengono effettuate le lavorazioni principali e in presenza quindi dello specifico rischio professionale di cui trattasi” (così detto “rischio ambientale”)». La Cass. civ., Sez. III, 13 aprile 2007, n. 8826, con riferimento ad intervento routinario di settorinoplastica effettuato in struttura sanitaria pubblica, ha cassato la sentenza della Corte d’appello, che, pur dando atto esserne conseguito un esito di “inalterazione” – e quindi di sostanziale “insuccesso”- non aveva poi provveduto a risarcire il danno patito dal lavoratore sotto il profilo del pieno recupero psicofisico, contravvenendo così al precetto costituzionale di piena tutela del diritto alla salute.

La recente sentenza emessa da Cass. civ., Sez. lav., 30 marzo 2011, n. 7272 è inerente un caso in cui un lavoratore, dipendente di una società, aveva promosso nell’anno 2000 ricorso innanzi al Giudice di prime cure al fine di richiedere e ottenere il risarcimento da parte del datore di lavoro per il danno all’udito conseguente alla rumorosità dell’ambiente di lavoro. Il Tribunale aveva rigettato la domanda per eccepita intervenuta prescrizione (secondo la difesa del datore di lavoro, il dipendente aveva avuto conoscenza della sua malattia e della sua origine professionale nel 1977 onde doveva ritenere decorsa la prescrizione decennale del diritto al risarcimento del danno per inadempienza dell’obbligo, imposto al datore di lavoro dall’art. 2087 c.c., di tutelare la salute del dipendente. Anche la Corte di Appello aveva confermato la decisione di primo grado). Il ricorso in Cassazione proposto dal dipendente è stato invece accolto e la Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 7272 del 30 marzo 2011, Presidente dott. Roselli, Relatore dott. Di Cerbo) ha accolto il ricorso e ha cassato la sentenza impugnata con rinvio ad altro giudice, il quale dovrà applicare il seguente principio di diritto: “In tema domanda di risarcimento del danno subito dal lavoratore per effetto della mancata tutela da parte del datore delle condizioni di lavoro, domanda quindi basata sulla responsabilità del datore di lavoro derivante dall’inadempimento degli obblighi allo stesso imposti dall’art. 2087 c.c., la prescrizione decennale, applicabile a tale fattispecie, decorre dal momento in cui il danno si è manifestato, divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile e non dal momento di un successivo aggravamento che non sia dovuto ad una causa autonoma, dotata di propria efficienza casuale. Ove peraltro il suddetto inadempimento da parte del datore di lavoro si sia protratto oltre il momento come sopra individuato, il termine prescrizionale inizia a decorrere al momento della definitiva cessazione della condotta inadempiente.”

 

 

1.9 L’handicap e i danni conseguenti a malformazioni del feto e a nascita indesiderata

 

Nella classificazione dell’OMS ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps, classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap) del 1980 si definiva con il termine “handicap” lo svantaggio sociale della persona con disabilità. Quest’ultimo termine si riferiva invece alla menomazione alla base dell’handicap. Questo documento è ora superato dall’“International Classification of Functioning Disability and Health (ICF)”, classificazione internazionale del funzionamento, disabilità e salute) del 2001, dove il termine disabilità comprende le difficoltà sia a livello personale che sociale, mentre il termine handicap viene sostituito dal concetto di restrizione della partecipazione sociale.

In genere la disabilità che causa l’handicap è rappresentata da difficoltà sensoriali o legate alla mobilità o alle relazioni con il prossimo. Alcuni esempi di handicap fisico oltre alla sordità (si veda il paragrafo 1.8) o la cecità (si veda il paragrafo 1.7) possono essere la paraplegia, la distrofia muscolare, la paralisi celebrale infantile (detta anche paresi spastica). In campo psichiatrico possono essere persone affette da schizofrenia, ritardo mentale, autismo, sindrome di Down. Il termine “handicappato” nel linguaggio corrente viene usato come sinonimo di disabile, che prevale ad esempio nel linguaggio burocratico, ma è forse ritenuto troppo crudo (per via del prefisso dis-) per essere usato altrove; recentemente persino il termine “handicappato” è stato oggetto di contestazione e se ne è proposta la sostituzione con “diversamente abile” o “diversabile”. Storia dell’inserimento sociale in Italia. Il problema dell’inserimento sociale dei portatori di handicap si è posto nel nostro Paese a partire dagli anni ’60. In particolare la problematica maggiore non era quella fisica (ciò che sarà esplicitato poi nella Legge sull’abolizione delle barriere architettoniche), quanto il problema dell’handicap psichico, che ha avuto come precursore Franco Basaglia, che si è battuto per la chiusura e abolizione dei manicomi. La legislazione in materia a tutela delle persone portatrici di handicap è molto variegata. Tra le più importanti, segnaliamo: la legge 13 maggio 1978 n 180 in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, nota anche come “Legge Basaglia”; la Legge 9 gennaio 1989, n. 13 inerente le “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”; la Legge 5 febbraio 1992, n. 104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, punto di riferimento per l’integrazione scolastica; la legge 12 marzo 1999, n. 68, su le “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” che ha riformato il collocamento obbligatorio e, da ultimo il Decreto presidente della Repubblica 24 luglio 1996, n. 503 recante “Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici.” Anche se non dettata in materia, ma inerente la problematica dell’handicap/malformazione sotto altro profilo (libertà di scelta e di autodeterminazione da parte della gestante) è la Legge 22 maggio 1978, n. 194 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, 22 maggio, n. 140), disciplinante le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, che all’art. 4 testualmente dispone: “Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’art. 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia. L’inciso che interessa ai fini del presente paragrafo e del riconoscimento al ristoro del danno non patrimoniale sia dei genitori sia del concepito è “previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. Analizziamo la giurisprudenza sotto il profilo della responsabilità del medico e/o della struttura ospedaliera e sotto quello del riconoscimento e della liquidazione del danno non patrimoniale. Il Tribunale Bari, Sez. II, 13 ottobre 2009 n 3032, dopo aver accertato la colpevole inadempienza del medico e dell’azienda ospedaliera in relazione al dovere di compiuta informazione della paziente titolare del diritto di interrompere la gravidanza nei primi novanta giorni, ha escluso la risarcibilità del danno non patrimoniale e patrimoniale, non avendo la stessa fornito prova dell’insorgenza di un effettivo pregiudizio alla sua salute fisio-psichica, conseguente al fallito intervento ovvero alla nascita indesiderata.

Sempre la giurisprudenza di merito pugliese, con sentenza quasi contemporanea del 1 settembre 2009, emessa questa volta dal Tribunale di Brindisi, ha ritenuto che, poiché il diritto all’interruzione della gravidanza è riconosciuto solo in ragione della tutela della salute della donna, in caso di accertata responsabilità del sanitario per la mancata interruzione della gravidanza, il risarcimento del danno potrà essere riconosciuto alla donna non per il solo fatto dell’inadempimento dell’obbligazione che il sanitario era tenuto ad adempiere ma se sia anche provata la sussistenza della messa in pericolo o di un danno effettivo alla salute fisica o psichica della madre.

Il Tribunale di Lecco, Sez. II, con sentenza del 9 novembre 2009, ha ritenuto che spetta il risarcimento integrale dei danni, e dunque anche di quello non patrimoniale, alla madre che non ha potuto sottoporsi all’aborto terapeutico a causa dell’inadempimento dei medici: non avendo i sanitari rilevato le gravi malformazioni del feto, hanno contravvenuto al dovere di informare la paziente. Compete alla donna (danneggiata ndr), tuttavia, dimostrare la sussistenza del diritto a interrompere la gravidanza ex art. 6 lett. b) l. n. 194 del 1978.

Da ultimo, la Cass., Sez. III, 11 maggio 2009, n. 10741. Le problematiche e i profili in tema di responsabilità del medico, del diritto di autodeterminazione, della prova in carico alla gestante e dei diritti del nascituro sono trattati in modo così esaustivo che meritano di essere portati all’esame degli operatori del diritto. Il caso attiene ad una coppia che, dopo che non era riuscita ad avere figli in quanto la moglie aveva problemi di “annidamento”, si era rivolta ad un centro specializzato. Alla donna veniva prescritto un medicinale denominato “Clomid” e, dopo alcuni mesi, era rimasta in stato interessante. A seguito di ciò, il medico sospendeva la cura a base di Clomid e prescriveva altra terapia a base di Progesteronum. Durante la terapia, la gestante veniva sottoposta ad indagini ed accertamenti, senza però il rilascio di relativa certificazione medica. La paziente partoriva presso detto Centro un bambino, il quale presentava gravissime malformazioni (consistenti in ectrodattilia del tipo monodactilus agli arti superiori, lobster olge agli arti inferiori, ipospadia ed atresia anale). Gli accertamenti avevano escluso che dette malformazioni fossero di origine ereditaria e che, pertanto, le stesse erano dipese dalla somministrazione dei suddetti medicinali e non erano state rilevate nel periodo di gravidanza e di sviluppo del feto, con grave responsabilità dei medici curanti. I genitori, in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale del minore, convenivano in giudizio il Centro specializzato nonché i dottori per sentirli dichiarare responsabili dei fatti in questione, con condanna al risarcimento di tutti i danni patiti. Si costituiva il Centro specializzato, deducendo di non avere alcuna responsabilità contrattuale o extracontrattuale nei confronti della signora (che si era affidata alle cure degli altri convenuti e non aveva partorito nel Centro). La difesa dei convenuti sosteneva inoltre che, presso detto Centro, la signora era stata solo in alcune occasioni visitata da uno dei medici convenuti, al quale era permesso di ricevere i pazienti nella sola giornata di sabato, usando però ricettali suoi personali. Si costituivano altresì gli altri medici che svolsero le rispettive difese sui seguenti punti:

  • il di loro ruolo era stato solo quello di meri esecutori delle direttive del Centro e del tutto privi di autonomia terapeutica;
  • la gestante non aveva avuto problemi di annidamento bensì di ovulazione (con conseguente prescrizione del Clomid, sospeso dopo l’inizio della gravidanza);
  • sia il Clomid che il Progesteronum non avevano natura teratogena e, comunque, le denunziate malformazioni non potevano essere accertate, mediante ecografia, prima del quinto mese di gravidanza.

Il Tribunale aveva disposto due consulenze medico legali, aveva assunto prove testimoniali e, in giudizio, erano state prodotte dagli attori copiose documentazioni comprovanti gli assunti sostenuti. Il Tribunale dichiarava la esclusiva responsabilità del Centro, condannandolo al pagamento, in favore dei genitori, nell’interesse del minore della somma di € 1.111.621,82 (all’epoca dei fatti £. 2.152.400.000), nonché in favore della madre in proprio della somma di € 40.302,74 (£. 78.037.000) e del padre in proprio della somma di € 21.437,09 (£. 41.508.000), oltre interessi e spese di lite. Riteneva invece non provata la responsabilità dei due medici e, pertanto rigettava la domanda attorea. Proponeva appello il Centro, il quale contestava che vi fosse prova della prescrizione alla paziente di due cicli di Clomid, come ritenuto dal Tribunale, e deduceva che l’unica prescrizione di tale farmaco risultava in data antecedente a quella erroneamente ritenuta dal Giudice di prime cure (per cui la relativa assunzione era avvenuta in epoca lontana dalla gravidanza) e che non era necessario in proposito richiedere alcun “consenso informato”. La difesa dell’appellante precisava altresì che il Clomid era privo di effetti teratogeni e che essendo stato prescritto in epoca in cui non vi era gravidanza non era possibile prevedere eventuali malformazioni del feto, teoricamente rilevabili in epoca in cui non si poteva più procedere all’aborto terapeutico. Censurava, infine, la mancata declaratoria di responsabilità dei dottori convenuti in primo grado. Si costituivano i due medici, che contestavano la natura teratogena del Clomid ed affermavano nuovamente che le malformazioni non potevano essere rilevate in tempo utile per praticare un aborto terapeutico. La Corte d’Appello, con sentenza n. 995/20004, così statuiva: “in parziale accoglimento dell’appello principale, nonché dell’appello incidentale dei coniugi, dichiara anche uno dei dottori responsabile dei danni subiti dai predetti coniugi e dal loro figlio e lo condanna, in solido con il Centro, al pagamento, in favore dei coniugi in proprio e nella qualità, delle somme già liquidate dal Tribunale a titolo di danni, con detrazione degli importi già ricevuti dai danneggiati, nonché alle rifusione delle spese di lite di primo grado già liquidate in favore degli attori”. Avverso detta pronuncia hanno proposto ricorso sia il Centro, in persona del dottore legale rappresentante sia il medico condannato in secondo grado. Si sottolinea che, oltre i genitori che hanno resistito con controricorso, si è costituito autonomamente il figlio divenuto nel frattempo maggiorenne.

Analizziamo, more solito, solamente i motivi che interessano perché attinenti al tema della sussunzione di responsabilità e al profilo quantitativo, procedendo a enucleare i due ricorsi separatamente.

1) Quanto al ricorso proposto dal Centro:

  • con il primo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 1223 e 2056 del Codice civile, nonché dei principi in materia di rapporto di causalità; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. Si censurano due profili argomentativi della Corte territoriale, in ordine al disposto risarcimento dei danni: A) la violazione dell’obbligo informativo nei confronti della madre da parte dei medici curanti, “che non potevano essere all’oscuro dei rischi rappresentati dal farmaco prescritto”; B) l’assunzione da parte della madre di clomifene (contenuto nel Clomid), causa delle malformazioni del figlio. Si afferma che “la conclusione è infondata. La Corte napoletana non imputa ai medici di aver prescritto un farmaco erroneo, cioè incapace di curare la sterilità, ma di aver violato il dovere informativo circa i rischi di esso. L’obbligazione di curare è stata esattamente e diligentemente adempiuta. I medici non hanno prescritto un farmaco erroneo, e dunque, sotto questo riguardo, non sono responsabili né verso i genitori né verso il minore”.
  • Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115, e 191 e seguenti del Codice di rito e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Si afferma che, in ordine alla ritenuta somministrazione del Clomid in due cicli (uno anteriore alla gravidanza, l’altro “più prossimo”), gli attori non hanno fornito alcuna prova (al di fuori della sola dichiarazione resa dalla gestante al consulente tecnico d’ufficio).
  • Con il terzo motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 32 della Costituzione, art. 5 del Codice civile, nonché dei principi della Legge n 197/1978 (cd “Legge sull’aborto) e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Si deduce che “la sentenza impugnata omette di motivare intorno al titolo di risarcimento accordato al minore. Posto che esso non è riconducibile all’inadempimento del dovere informativo, è altresì da escludere che discenda da violazione del diritto a non nascere”.
RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 2055 C.C.

RESPONSABILITÀ SOLIDALE.

1.Se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno.

2. Colui che ha risarcito il danno ha regresso contro ciascuno degli altri, nella misura determinata dalla gravità della rispettiva colpa e dalla entità delle conseguenze che ne sono derivate.

3. Nel dubbio, le singole colpe si presumono uguali.

 

2) Quanto al ricorso incidentale promosso dal medico:

  • tralasciamo il primo motivo;
  • con il secondo il medico ricorrente ha dedotto la violazione dell’artt. 1228, 1299, 2055 e 2232 del Codice civile, in quanto “del tutto illegittimamente la Corte d’Appello di Napoli ha condannato il medico al risarcimento dei danni nei confronti degli attori senza considerare che, essendosi formato il giudicato sulla circostanza che il contratto d’opera professionale era sorto direttamente tra la madre ed il dottore legale rappresentante del Centro nonché in ordine alla sussistenza di un rapporto di collaborazione retribuita tra quest’ultimo e il medico ricorrente, la fattispecie rientrava nella previsione dell’art. 2232 del Codice civile, con la conseguente non configurabilità di una responsabilità diretta dei collaboratori nei confronti dei clienti del professionista, dovendo essi rispondere soltanto in sede di eventuale rivalsa esercitata dal professionista titolare, ove ne sussistano le condizioni di legge”.
  • Con il terzo motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 2056 del Codice civile per la determinazione dei danni. Quanto all’omessa motivazione, si afferma che “la Corte d’Appello è incorsa in un’ulteriore grave violazione nel punto in cui, condannando il medico al risarcimento dei danni liquidati dal Tribunale, ne ha condiviso l’errore, consistente nell’inammissibile superamento, per di più senza la benché minima motivazione, delle indicazioni quantitative fornite dagli attori in ordine al danno biologico ed al danno morale”.
  • Con il quarto motivo si deducono sempre la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 1228, 2043, 2232 e 2236 del C.c.   nonché degli artt. 113, 115, 116 e 132 del Codice di rito, nonché dell’art. 118 delle disposizioni di attuazione al Codice di procedura civile, concernenti norme di legge su procedimento e sulla valutazione delle prove per superamento delle risultanze processuali e omessa motivazione in quanto si afferma che “manca agli atti il benché minimo elemento per ritenere che il medico non avesse provveduto ad informare la paziente in ordine ai rischi potenziali dell’utilizzazione del farmaco e, stante la natura extracontrattuale dell’asserita responsabilità verso gli attori di tale medico collaboratore del dottore legale rappresentante del Centro., l’onere della prova incombeva ai coniugi”.
  • Con il quinto motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1225, 2043, 2056 e 2697 del Codice civile. Violazione degli artt. 112, 115, 116 e 132 del Codice di procedura civile nonché 118 delle disposizioni di attuazione al Codice di procedura civile, concernenti norme di legge sul procedimento e sulla valutazione delle prove, Omessa motivazione perché si afferma che “in ogni caso, la sentenza impugnata è palesemente illegittima là dove la Corte d’Appello, pur individuando la fonte della responsabilità dei medici unicamente nell’asserita omissione dell’informativa alla paziente sui rischi dell’utilizzazione del farmaco, ha poi disposto la condanna al risarcimento anche in favore del minore per le malformazioni con cui è nato, quasi che le stesse potessero ritenersi cagionate dall’omessa informativa”.

 

 

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 112 C.P.C

CORRISPONDENZA TRA IL CHIESTO E IL PRONUNCIATO.

Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa; e non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte solo dalle parti.

 

ART. 113 C.P.C.

PRONUNCIA SECONDO DIRITTO.

1. Nel pronunciare sulla causa il giudice deve seguire le norme del diritto, salvo che la legge gli attribuisca il potere di decidere secondo equità.

2. Il giudice di pace decide secondo equità le cause il cui valore non eccede millecento euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all’articolo 1342 del codice civile.

 

ART. 115 C.P.C.

DISPONIBILITÀ DELLE PROVE.

1. Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita.

2. Il giudice può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza.

 

ART. 116 C.P.C

VALUTAZIONE DELLE PROVE.

1. Il giudice deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge disponga altrimenti.

2. Il giudice può desumere argomenti di prova dalle risposte che le parti gli danno a norma dell’articolo seguente, dal loro rifiuto ingiustificato a consentire le ispezioni che egli ha ordinato e, in generale, dal contegno delle parti stesse nel processo.

 

La Corte, dopo aver disposto la riunione dei procedimenti ex art. 335 del Codice di procedura civile, ha ritenuto che, in relazione al ricorso principale il primo motivo presenta profili, da un lato, di inammissibilità e, dall’altro, di infondatezza.

Sub 1) inammissibilità: detta doglianza non individua la ratio decidendi dell’impugnata decisione sul punto perché, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, il Giudice di secondo grado non si limita a ritenere violato il dovere informativo in ordine ai rischi connessi all’assunzione, da parte della madre, di clomifene ma imputa ai medici anche la prescrizione, ai fini dell’ovulazione, di detto farmaco con proprietà teratogene, sulla base di quanto specificamente asserito in una delle espletate consulenze tecniche di ufficio e dei dati statistici in essa indicati. Ciò risulta in modo evidente dalla motivazione della pronuncia in esame in cui, dopo aver premesso non rispondere al vero “che l’unica prescrizione del Clomid alla paziente sia stata fatta in epoca lontana dall’ovulazione”, si afferma che il consulente “ha descritto una casistica di malformazioni su nati da donne, che avevano assunto il clomifene; in particolare il CTU ha riportato che, su 2269 gravidanze associate con somministrazione di tale farmaco, si sono avuti 58 prodotti del concepimento malformati ed ha descritto le malformazioni riscontrate, fra le quali ci sono anche quelle di cui è affetto il minore, l’ipospadia, la sindattilia e le lesioni congenite intestinali. Ha aggiunto che, in otto madri del gruppo di 58, il farmaco fu assunto durante le prime 6 settimane di gravidanza. Ha evidenziato, inoltre, che nei primi 42 mesi di commerciabilità della sostanza si era avuta notizia di 7 infanti malformati su 7 gravidanze. Tali dati statistici sono incontrovertibili e, come ha assunto il primo ausiliare, la considerazione della scarsa frequenza della teratogenicità non giustifica certo la nescienza sulla pericolosità del farmaco, già evidenziata dalla letteratura all’epoca dell’assunzione da parte della madre, né l’aver trascurato, da parte dei medici, le precauzioni necessarie per la somministrazione. Si noti a tale ultimo proposito che anche il secondo ausiliario, che pure ha assunto una posizione più cauta sulla capacità teratogena del Clomid, non l’ha negata recisamente …”. Ed è proprio sulla ritenuta, in premessa, potenzialità dannosa del farmaco in questione, che la Corte di merito configura la sussistenza di colpevolezza in ordine al mancato esercizio di una corretta informazione, sostenendo che “da tutto quanto osservato discende innanzitutto la considerazione che i medici curanti, che non potevano essere all’oscuro dei rischi rappresentanti dal farmaco prescritto per la presenza di studi scientifici in proposito anche all’epoca della prescrizione, sono colpevoli in quanto non hanno reso edotta la donna di tali rischi, anche se non frequenti; la conoscenza di essi avrebbe consentito ai coniugi di valutare appieno la scelta di ricorrere o meno a tale farmaco per indurre l’ovulazione, ben consapevoli delle possibilità, a cui andavano incontro, di insorgenza di malformazioni nel feto”.

Sub 2) infondatezza: il primo motivo è infondato là dove prospetta che la mancata corretta informazione in questione ha inciso esclusivamente sul “potere di scelta” spettante i genitori sul “se assumere o non assumere il farmaco” per cui “la violazione del dovere informativo può dar luogo a risarcimento del danno soltanto in favore dei genitori, nel senso che “la condotta emissiva dei medici determina la perdita del potere di scelta ma non presenta alcun rapporto di causalità con le menomazioni del bambino. Altro è non informare, non trasmettere dati conoscitivi, che consentirebbero una scelta consapevole; altro, determinare un danno fisico a soggetto diverso dalle parti negoziali”. Tale tesi non può assolutamente essere condivisa: ritiene, infatti, la Corte che, limitatamente alla titolarità di alcuni interessi personali protetti, vada affermata la soggettività giuridica del nascituro, e, in via consequenziale, il nesso di causalità tra il comportamento dei medici (di omessa informazione e di prescrizione dei fermaci dannosi) e le malformazioni dello stesso nascituro che, con la nascita, acquista l’ulteriore diritto patrimoniale al risarcimento. L’asserzione della configurabilità del nascituro quale soggetto giuridico comporta lo sviluppo di due ineludibili premesse argomentative:

  • l’attuale modo di essere e di strutturarsi del nostro ordinamento, in particolare civilistico, quale basato su una pluralità di fonti, con conseguente attuazione di principi di decodificazione e depatrimonializzazione
  • la funzione interpretativa del giudice in ordine alla formazione della giurisprudenza-normativa, quale autonoma fonte di diritto.

È bene leggere con attenzione questi passaggi di storia del diritto e di diritto comparato tra diversi ordinamenti al fine di individuare norme transnazionali direttamente applicabili nel nostro ordinamento (si veda l’art. 10 della Carta Costituzionale), in modo da offrire piena tutela a tutte le forme di manifestazione della personalità dell’individuo. È indubbio che il vigente codice civile, contrariamente alle sue origini stanche sulla scia delle codificazioni europee ottocentesche che videro nel Code napoleon la più evidente manifestazione, non rappresenta oggi più l’unica fonte di riferimento per l’interprete in un ordinamento caratterizzato da più fonti, tra cui una posizione preminente spetta alla Costituzione repubblicana del 1948 (che ha determinato il passaggio dallo Stato liberale allo Stato sociale, caratterizzato da un punto di vista giuridico dalla cd. centralità della persona), oltre alla legislazione ordinaria (finalizzata anche all’adeguamento del testo codicistico ai principi costituzionali), alla normativa comunitaria, ed alla stessa giurisprudenza normativa; tale pluralità di fonti (civilistiche) ha determinato i due suddetti fenomeni, tra loro connessi, della decodificazione e della depatrimonializzazione, intendendosi la prima come il venir meno della tradizionale previsione di disciplina di tutti gli interessi ritenuti meritevoli di tutela in un unico testo normativo, a seguito del subentrare di altre fonti, e la seconda nell’attribuzione alla persona (in una prospettiva non individuale ma nell’ambito delle formazioni sociali in cui estrinseca la propria identità e l’insieme dei valori di cui è espressione) una posizione di centralità, quale portatrice di interessi non solo patrimoniali ma anche personali (per quanto esplicitamente previsto, tra l’altro, nello stesso testo costituzionale, con particolare riferimento agli artt. 2 e 32). In tale assetto ordinamentale, il ruolo della giurisprudenza, in specie di legittimità nell’espletamento della funzione di “nomofilachia” (vale a dire di indirizzo ai imi di un’uniforme interpretazione delle norme) della Corte di Cassazione, assume sempre più rilievo nel sistema delle fonti in linea con la maggiore consapevolezza dei giudici di operare in un sistema ordinamentale che, pur essendo di civil law e, quindi, non basato su soli principi generati come avviene nei paesi di common law (Inghilterra, Stati Uniti ed altri), caratterizzati dal vincolo che una determinata pronuncia giurisprudenziale assume per le decisioni successive, si configura come semi-aperto perché fondata non solo su disposizioni di legge riguardanti settoriali e dettagliate discipline ma anche su cd. clausole generati, e cioè su indicazioni di “valori” ordinamentali, espressi con formule generiche (buona fede, solidarietà, funzione sociale della proprietà, utile sociale dell’impresa, centralità delta persona) che scientemente il legislatore trasmette all’interprete per consentirgli, nell’ambito di una più ampia discrezionalità, di “attualizzare” il diritto, anche mediante l’individuazione (là dove consentito, come nel caso dei diritti personali, non tassativi) di nuove aree di protezione di interessi. In tal modo, con evidente applicazione del modello ermeneutico tipico della “interessenjurisprudenz” (cd. giurisprudenza degli interessi, in contrapposizione alla “begriffsjurisprudenz” o giurisprudenza dei concetti quale espressione di un esasperato positivismo giuridico) si evita sia il rischio, insito nel cd. sistema chiuso (del tutto codificato e basato sul solo dato testuale delle disposizioni legislative senza alcun spazio di autonomia per l’interprete), del mancato, immediato adeguamento all’evolversi dei tempi, sia il rischio che comporta il cd. sistema aperto, che rimette la creazione dette norme al giudice sulla base anche di parametri socio-giuridici (ordine etico, coscienza sociale etc.), la cui valutazione può diventare arbitraria ed incontrollata. La funzione interpretativa del giudice, i suoi limiti, la sua vis expansiva sono, dunque, funzionalmente collegati all’assetto costituzionale del nostro ordinamento quale Stato di diritto anch’esso caratterizzato dal Rule of law (vale a dire dal principio di legalità), assetto in cui il primato detta legge passa necessariamente attraverso l’attività ermeneutica del giudice. Pertanto, proprio in virtù di una interpretazione basata sulla pluralità delle fonti e, nel caso in esame, sulla clausola generale della centralità della persona, si addiviene a ritenere il nascituro soggetto giuridico. Tale tesi trova conforto in numerose disposizioni di legge, oltre che in precedenti giurisprudenziali di questa Corte e della Corte Costituzionale:

  • la Legge n 40/2004, all’art. 1, nell’indicare le finalità della procreazione medicalmente assistita statuisce la tutela dei diritti “di tutti i soggetti coinvolti compreso il concepito” (tra l’altro, la Corte costituzionale ha dichiarato con sentenza n. 45/2005 inammissibile la richiesta di sottoporre a referendum abrogativo detta intera legge perché “costituzionalmente necessaria” in relazione agli interessi tutelati, anche a livello internazionale, con particolare riferimento alla Convenzione di Oviedo del 4-4-1997);
  • la Legge n. 194/1978, art. 1 prevede testualmente che “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”;
  • l’art. 254 primo comma del Codice civile prevede che il riconoscimento del figlio naturale può effettuarsi non solo a favore di chi è già nato ma anche dopo il solo concepimento;
  • la Legge n. 405 del 1975, nel disciplinare l’istituzione dei consultori familiari, afferma esplicitamente l’esigenza di protezione della salute del “prodotto del concepimento”;
  • l’art. 32 della Costituzione (che oltre a prevedere come fondamentale il diritto alla salute e che ha costituito norma primaria di riferimento per l’interprete in relazione all’evoluzione dei diritti della persona), riferendosi all’individuo quale destinatario della relativa tutela, contempla implicitamente la protezione del nascituro;
  • “il diritto alla vita”, quale spettante ad “ogni individuo”, è esplicitamente previsto non solo dall’art. 3 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 (approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 novembre1948) ma anche dall’art. 2 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000 (poi inglobata nella Costituzione europea), alla quale il recente Trattato di Lisbona (con il quale in data 13 dicembre 2007 i capi dei governi europei hanno deciso di dotare l’Unione europea di nuovo assetto istituzionale) ha riconosciuto l’efficacia, negli ordinamenti degli Stati-membri, propria dei Trattati dell’Unione europea;
  • la Corte Costituzionale con la sentenza n. 35/1997 attribuisce al concepito il diritto alla vita, dando atto che il principio della tutela della vita umana è stato oggetto anche di un riconoscimento nella Dichiarazione sui diritti del fanciullo (approvata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1959 a New York e nel cui preambolo è previsto che “il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale, necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita”).

Deve, quindi, oggi intendersi per soggettività giuridica una nozione senz’altro più ampia di quella di capacità giuridica delle persone fisiche (che si acquista con la nascita ex art. 1 , primo comma del Codice civile), con conseguente non assoluta coincidenza, da un punto di vista giuridico, tra soggetto e persona, e di quella di personalità giuridica (con riferimento agli enti riconosciuti, dotati conseguentemente di autonomia “perfetta” sul piano patrimoniale): sono soggetti giuridici, infatti, i titolari di interessi protetti, a vario titolo, anche sul piano personale, nonché gli enti non riconosciuti (che pur dotati di autonomia patrimoniale “imperfetta” sono idonei a essere titolari di diritti ed a esercitarli a mezzo dei propri organi rappresentativi; sul punto, Cass. civ., n. 8239/2000). In tale contesto, il nascituro o concepito risulta comunque dotato di autonoma soggettività giuridica (specifica, speciale, attenuata, provvisoria o parziale che dir si voglia) perché titolare, sul piano sostanziale, di alcuni interessi personali in via diretta, quali il diritto alla vita, il diritto alla salute o integrità psico-fisica, il diritto all’onore o alla reputazione, il diritto all’identità personale, rispetto ai quali l’avverarsi della condicio iuris della nascita ex art. 1 secondo comma del Codice civile (sulla base dei due presupposti della fuoriuscita del feto dall’alveo materno ed il compimento di un atto respiratorio, fatta eccezione per la rilevanza giuridica del concepito, anche sul piano patrimoniale, in relazione alla successione mortis causa ex art. 462 del Codice civile ed alla donazione ex art. 784 del Codice civile) è condizione imprescindibile per la loro azionabilità in giudizio a fini risarcitori. Su tale punto non può non rilevarsi come la questione della soggettività del concepito sia stata già posta più volte all’attenzione del legislatore italiano con alcuni disegni e proposte di legge (tra cui in particolare il disegno di Legge n 436 del 1996, di iniziativa di alcuni senatori e la proposta di L. n. 2965 del 1997 di iniziativa di alcuni deputati). Ne deriva che, se da un lato, per quanto esposto, appaiono condivisibili le asserzioni già in precedenza espresse dalla Corte di Cassazione e di cui alla sentenza n. 11503/1993 (poi pedissequamente fatte proprie dalla sentenza n 14488/2004) secondo cui “lo stesso diritto alla salute che trova fondamento nell’art. 32 Costituzione, per il quale la tutela della salute è garantita come fondamentale diritto dell’individuo, oltre che interesse della collettività, non è limitato alle attività che si esplicano dopo la nascita od a questa condizionate, ma deve ritenersi esteso anche al dovere di assicurare le condizioni favorevoli per l’integrità del nascituro nel periodo che la precedono. Numerose norme prevedono del resto forme di assistenza sanitaria alle gestanti non al solo fine di garantire la salute della donna ma altresì al fine di assicurare il miglior sviluppo e la salute stessa del nascituro”, non altrettanto può dirsi, dall’altro lato, in ordine alle ulteriori affermazioni (sempre in dette sentenze) secondo cui “attraverso tali norme non viene ovviamente attribuita al concepito la personalità giuridica, ma dalle stesse si evince chiaramente che il legislatore ha inteso tutelare l’individuo sin dal suo concepimento, garantendo se non un vero e proprio diritto alla nascita, che sia fatto il possibile per favorire la nascita e la salute”. Ciò in quanto, a parte la considerazione che attualmente l’espressione “personalità giuridica” ha acquisito uno specifico significato tecnico (come sopra già detto) con riferimento alla sola categoria degli enti riconosciuti (perché è proprio il riconoscimento che attribuisce personalità, ma non soggettività, e con essa un particolare regime di responsabilità patrimoniale), non si può riconoscere all’individuo-concepito la titolarità di un interesse protetto senza attribuirgli soggettività. Con specifico riferimento al thema decidendum in esame il nascituro ha, dunque, il diritto a nascer sano, in virtù, in particolare, degli artt. 2 e 32 Costituzione (senza dimenticare l’art. 3 detta citata Dichiarazione di Diritti fondamentali dell’Unione europea che esplicitamente prevede il diritto di ogni individuo all’integrità psicofisica). Su tale aspetto, la relativa lesione in questione a carico del figlio risulta correttamente affermata e motivata sulla base dell’inadempimento detto specifico obbligo a carico sia del Centro, nella qualità, che del dottore di non somministrare medicinali potenzialmente dannosi, anche dal punto di vista teratogeno nonché dell’obbligo di corretta informazione, ai fini del consenso, nei confronti della madre in ordine ai rischi della terapia adottata (obbligo, quest’ultimo, che “si riflette” anche nei confronti del figlio, quale terzo destinatario di effetti protettivi in relazione al rapporto madre-medico).

La Corte territoriale, infatti, sulla base delle risultanze processuali e della discrezionale valutazione dei dati delle espletate consulenze tecniche d’ufficio, non ulteriormente esaminabili nella presente sede di legittimità, dopo aver premesso che “il dottore legale rappresentante del Centro ha dichiarato nel suo atto di appello di non impugnare la sentenza, nella parte in cui ha riconosciuto che la gestante si rivolse al suo studio (e non al medico) per la cura della sua sterilità ed ha, conseguentemente, dichiarato resistenza di un rapporto contrattuale tra l’appellante e la donna, da cui è derivata la responsabilità del detto medico per le malformazioni del minore”, ha statuito che “da tutto quanto osservato discende innanzitutto la considerazione che i medici curanti, che non potevano essere all’oscuro dei rischi rappresentati dal farmaco prescritto per la presenza di studi scientifici in proposito anche all’epoca della prescrizione, sono colpevoli in quanto non hanno reso edotta la dorma di tali rischi, anche se non frequenti; la conoscenza di essi avrebbe consentito ai coniugi di valutare appieno la scelta di ricorrere o meno a tale farmaco per indurre l’ovulazione, ben consapevoli delle possibilità, a cui andavano incontro, di insorgenza di malformazioni nel feto. In secondo luogo, considerato che non può escludersi la capacità teratogena del clomifene, la sua presenza in circolo all’epoca del concepimento, l’assenza di aberrazioni cromosomiche nei genitori del piccolo e di altre cause scatenanti, nonché il verificarsi proprio di alcune di quelle malformazioni evidenziate dalla letteratura scientifica e dalla stessa casa farmaceutica produttrice della sostanza, deve riconoscersi che le malformazioni da cui è affetto il minore fin dalla nascita vadano ascritte alla assunzione, da parte della madre, di clomifene”. Detto argomentare evidenzia che il comportamento posto in essere dal Centro e dal medico ha riguardato, provocando i danni per cui è causa, il minore oggi maggiorenne, dopo il suo concepimento (questione di fatto non ulteriormente valutabile da questa Corte) e risulta in linea con quanto già asserito dalla giurisprudenza di legittimità sulla responsabilità medica nei confronti del nascituro in ordine alla somministrazione di farmaci anche potenzialmente dannosi per la salute, e indipendentemente da una corretta informazione ai fini del consenso. Deve premettersi, in generale che, sia il contratto che la paziente pone in essere con la struttura sanitaria sia il contratto della stessa con il singolo medico risultano produttivi di effetti, oltre che nei confronti delle stesse parti, anche di ulteriori effetti, cd. protettivi, nei confronti del concepito e del genitore, come terzi (sul punto, tra le altre, Cass. civ., n. 14488/2004, n. 698 del 2006, n. 13953/2007 e n. 20320/2005). Ciò in quanto, con specifico riferimento al tema in esame, l’efficacia del contratto, che si determina in base alla regola generale ex art. 1372 del Codice civile ovviamente tra le parti, si estende a favore di terzi soggetti, più che in base alla pur rilevante disposizione di cui all’art. 1411 del Codice civile, in virtù della lettura costituzionale dell’intera normativa codicistica in tema di efficacia e di interpretazione del contratto, per cui tale strumento negoziale non può essere considerato al di fuori della visione sociale (e non individuale) del nostro ordinamento, caratterizzato dalla centralità della persona. Se, in tale prospettiva, causa del contratto (sia tipico che atipico) è la sintesi degli interessi in concreto dei soggetti contraenti, quale fonte dei cd. effetti essenziali che lo stesso produce, non può negarsi all’accordo negoziale che intercorre tra una paziente-gestante, una struttura sanitaria ed i medici l’idoneità a dar luogo a conseguenze giuridiche riguardo al soggetto nascituro e all’altro genitore, nella sua qualità di componente familiare; detto accordo, infatti, “si proietta” nei confronti del destinatario “finale” del negozio (il concepito che poi viene ad esistenza) come anche nei confronti di chi (genitore), insieme alla madre, ha i diritti ed i doveri nei confronti dei figli di cui all’art. 30 della Costituzione ed alla connessa normativa codicistica ed ordinaria. Come bene messo in evidenza nella decisione impugnata, nella vicenda in esame la mancata osservanza dell’obbligo dei salutari del consenso informato ha riguardato esclusivamente la somministrazione a fini terapeutici di medicinali poi rivelatisi dannosi per il concepito e non l’eventuale esercizio del diritto all’interruzione di gravidanza. In proposito il Giudice del merito ha affermato che “non appare rilevante la censura dell’appello principale riguardante l’omessa rilevazione e comunicazione alla gestante delle malformazioni del feto, onde consentirle di ricorrere all’aborto terapeutico … non potrebbe, a prescindere dalla sussistenza o meno di tali requisiti, comunque riconoscersi un risarcimento a tale titolo, poiché la donna non ha dimostrato che essa avrebbe effettivamente esercitato il diritto all’interruzione di gravidanza, se fosse stata esattamente informata dal medico sulle malformazioni del feto”: è dunque evidente che detta mancanza di consenso (ai fini della terapia e non dell’interruzione di gravidanza), in relazione anche agli effetti nei confronti del nascituro, ha determinato l’obbligo a carico del responsabile al risarcimento del danno. Non sfugge, infatti, a questo Collegio che la mancanza di consenso informato, nella diversa fattispecie da quella in esame con riguardo alla interruzione volontaria di gravidanza (e non in relazione alla sola effettuazione di una terapia), non può dar luogo a risarcimento anche nei confronti del nascituro poi nato con malformazioni, oltre che nei confronti della gestante-madre; ciò perché, in base alla condivisibile giurisprudenza di questa Corte (sul punto, tra le altre, la già citata sentenza n. 14488 del 2004, la n. 6735/2002 e la n. 16123/2006) non è configurabile nel nostro ordinamento un diritto “a non nascere se non sano” perché, in base alla Legge n 194 del 1978, sull’interruzione volontaria di gravidanza, e in particolare agli artt. 4 e 6 nonché all’art 7, comma 3, che prevedono la possibilità di interrompere la gravidanza nei soli casi in cui la sua prosecuzione o il parto comportino un grave pericolo per la salute o la vita della donna, deve escludersi nel nostro ordinamento il ed. aborto eugenetico. Pertanto il concepito, poi nato, non potrà avvalersi del risarcimento del danno perché la madre non è stata posta nella condizione di praticare l’aborto; tale circostanza non è in contrasto con la tutela riconosciuta al nascituro, quale soggetto giuridico, ed ai suoi interessi e non prospetta profili di incostituzionalità per quanto affermato anche dalla Corte Costituzionale, con la pronuncia n. 27/1975 (anche se antecedente alla legge sulla interruzione volontaria di gravidanza), secondo cui, pur sussistendo una tutela costituzionale del concepito, deducibile dall’art. 31 della Costituzione, comma due, e dall’art. 2 sempre della Carta Costituzionale, gli interessi dello stesso possono venire in collisione con altri beni anch’essi costituzionalmente tutelati (come, nel caso di specie, la salute della madre).

Del pari entrambi i Giudici del merito hanno ritenuto la responsabilità dei medici curanti in ordine alla somministrazione di un farmaco dannoso, e ciò sulla base di una valutazione in fatto non ulteriormente censurabile nella presente sede di legittimità; ha affermato in proposito detta Corte: “né può il dottore legale rappresentante del Centro asserire che, poiché il parto fu preso dai soli dottori Tizio e Caio, ogni responsabilità sia da ascrivere esclusivamente ai detti medici. Invero, innanzitutto è dimostrato con i testi e la documentazione delta camere di commercio che il reparto della Clinica, ove partorì la donna, è riservato alle partorienti in cura presso il Centro e che il dottore legale rappresentante è azionista della detta Clinica; in secondo luogo, le malformazioni al minore non sono derivante da una cattiva conduzione del parto, bensì dalla somministrazione del clomifene, avvenuta durante il periodo in cui la gestante era in cura presso il Centro ed affidata al dottore. Deve, dunque, ritenersi la responsabilità concorrente di entrambi i dottori per i danni causati agli attori”.

Altresì infondata è l’ulteriore censura, sempre espressa nel primo motivo, in ordine alla dedotta violazione “dei principi in materia di rapporto di causalità”. Sul punto, deve ribadirsi quanto già statuito da questa Corte, secondo cui la valutazione del nesso di causalità (materiale), in sede civile, pur ispirandosi ai criteri di cui agli artt. 40 e 41 del Codice penale (per cui un evento è da considerarsi causato da un altro se il primo non può verificarsi in assenza del secondo), fatte salve alcune peculiarità, presenta una rilevante differenza in relazione ai parametri probatori. Infatti, stante la diversità dei valori in gioco tra la responsabilità penale (in cui principale punto di riferimento per il legislatore è l’autore del reato, in relazione a fattispecie tipiche) e quella civile (in cui il legislatore è di regola equidistante dalle parti contendenti, con particolari situazioni di tutela del danneggiato, e vige, per l’illecito aquiliano, la regola generale del neminem laedere), nel primo caso occorre che sia fornita la prova “oltre ogni ragionevole dubbio” (in tal senso l’ormai consolidato indirizzo della giurisprudenza penale di questa Corte), mentre in materia civile vige il diverso principio del “più probabile che non”, ovvero della prevalenza probabilistica, rispetto alla (quasi) certezza (sul punto, di recente Cass. civ., Sez. Un., n. 576/2008 nonché Cass. civ., n. 21619/2007). Deve aggiungersi, poi, che in tema è responsabilità contrattuale (o da “contatto sociale”, spesso configurabile, sulla base della giurisprudenza di questa Corte, in caso di attività medico-chirurgica nell’ambito di strutture sanitarie), come nel caso in esame, rileva in particolar modo l’oggettiva “inesattezza” dell’adempimento da parte del debitore da compararsi al soggettivo criterio di valutazione del suo operato in base alla diligenza media o “rafforzata” di cui, rispettivamente, all’art. 1176 primo e secondo comma del Codice civile.

In definitiva, diversi sono i criteri di indagine in ordine alla responsabilità penale ed alla responsabilità civile, perché, con riferimento a quest’ultima, l’illecito extracontrattuale è “sanzionato” con il risarcimento del danno ove il fatto sia oggettivamente probabile e soggettivamente prevedibile, mentre la responsabilità contrattuale, anch’essa fonte in primis dell’obbligo risarcitorio, sussiste se la prestazione eseguita non corrisponde a quanto pattuito (per qualità, quantità, vizi, ritardo ed altro) in stretta connessione con il grado di diligenza richiesto nel caso di specie. Ciò premesso, nella vicenda in esame, risultando comunque l’accertamento della sussistenza del nesso di causalità come quaestio facti, è da rilevare che logica e sufficiente è la motivazione sul punto: sia il dottore direttore del Centro che il medico sono stati ritenuti responsabili contrattualmente perché, da un lato, non hanno informato compiutamente la madre in relazione alla pericolosità dei fermaci prescritti, con ciò venendo meno allo specifico dovere di comportamento sopra richiamato (sul rapporto di causalità in tema di obbligo informativo, Cass. civ., n. 14638) e, dall’altro, hanno “inesattamente” adempiuto la prestazione a loro carico, in modo non diligente ai sensi dell’art. 1176, comma due del Codice civile prescrivendo un farmaco dannoso per il nascituro (sul tema, Cass. civ., n. 11316/2003). In entrambe dette ipotesi è evidente la sussistenza del nesso di causalità: il comportamento omissivo ha impedito alla gestante di acconsentire al trattamento (o di negarlo) in piena consapevolezza dei rischi connessi; la prescrizione del Clomid, sulla base di un’evidente e grave negligenza (per quanto accertato dalla Corte territoriale), ha determinato le lesioni e le malformazioni in oggetto. In relazione a tale ultimo punto in ordine alla diligenza professionale del medico-chirurgo, la sentenza in esame risulta in linea con quanto più volte affermato di recente dalla Corte di Cassazione (tra le altre, Cass. civ., n. 12273/2004), secondo cui, in linea con la decisione della Consulta n. 1667/1973, deve affermarsi che la limitazione stabilita dall’art. 2236 del Codice civile, della responsabilità del prestatore d’opera intellettuale alla colpa grave, configurabile nel caso di mancata applicazione della cognizioni fondamentali attinenti alla professione, è applicabile soltanto per la colpa da imperizia nei casi di prestazioni particolarmente difficili. Non possono invece mai difettare, neppure nei casi di particolare difficoltà, nel medico gli obblighi di diligenza del professionista che è un debitore qualificato, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma del Codice civile, e di prudenza, che pertanto, pur in casi di particolare difficoltà, risponde per colpa lieve. In parte infondato e in parte inammissibile è il secondo motivo (del ricorso principale) in ordine alla prova “offerta” dagli attori, con specifico riferimento alla “duplice” somministrazione del farmaco, nonché in ordine all’accoglimento “acritico” da parte della Corte del merito del contenuto della relazione tecnica. Infondata è la censura sul regime probatorio nella controversia in esame: in proposito deve ribadirsi quanto già statuito in modo consolidato da questa Corte di Cassazione (tra le altre Cass. civ., n. 9471/2004) che, dando luogo la relazione che si instaura tra medico (nonché la struttura sanitaria) e paziente ad un rapporto di tipo contrattuale (quand’anche fondato su solo contatto sociale), in base alla regola di cui all’art. 1218 del Codice civile compete non già al paziente “allegarne” e provarne la sussistenza, ma al medico ed alla struttura sanitaria dimostrarne la mancanza; il paziente ha l’onere di “allegare” l’inesattezza dell’adempimento non la colpa né tanto meno la gravità della colpa. Per il resto detto secondo motivo è inammissibile là dove tende ad un non consentito riesame delle risultanze di causa (modalità di somministrazione del Clomid) o dei dati della consulenza di ufficio, discrezionalmente valutabili dal giudice di merito. Va detto che la Corte di Appello, al fine di ritenere sussistente la responsabilità del medico, ha compiuto un approfondito esame delle risultanze processuali e con ampia e logica motivazione ha dedotto che: il medico “seguì la donna nell’ambito della struttura del Centro per tutto il periodo della gravidanza e quello precedente, le prescrisse i fermaci e gli esami necessari e la operò al momento del parto, avvenuto con taglio cesareo … egli non ha dimostrato la assunta imposizione del protocollo da seguire e dei formaci da prescrivere da parte del dottore direttore del Centro; … dagli atti di causa è emerso che egli collaborava con il Centro da alcuni anni come assistente del titolare, era inserito nella struttura e veniva retribuito regolarmente per l’opera professionale prestata in favore delle pazienti del Centro (cfr. deposizioni dei testi di parte attrice e dei medici convenuti, nonché ricevute di pagamento degli emolumenti prodotti dal medico.). Ma l’inserimento di un medico in una struttura pubblica o privata non lo esime certamente da responsabilità personale per l’opera professionale prestata ai pazienti, in considerazione del fatto che è proprio il medico che valuta il caso del paziente, decide il programma terapeutico da attuare e ne controllo l’evolversi nel tempo”. In conclusione, deve affermarsi, stante la soggettività giuridica del figlio sul piano personale (nei limiti indicati), quale concepito, il suo diritto a nascere sano ed il corrispondente obbligo di detti sanitari di risarcirlo (diritto al risarcimento che per il nascituro, avente carattere patrimoniale, è condizionato, quanto alla titolarità, all’evento nascita ex art. 1, comma due del Codice civile, ed azionabile dagli esercenti la potestà genitoriale) per mancata osservanza sia del dovere di una corretta informazione (ai fini del consenso informato) in ordine alla terapia prescritta alla madre (e ciò in quanto il rapporto instaurato dalla madre con i sanitari produce effetti protettivi nei confronti del nascituro), sia del dovere di somministrare fermaci non dannosi per il nascituro stesso. Non avrebbe invece quest’ultimo avuto diritto al risarcimento qualora il consenso informato necessitasse ai fini dell’interruzione di gravidanza (e non della mera prescrizione di formaci), stante la non configurabilità del diritto a non nascere (se non sano). Ancora, e sempre sulla base del nesso di causalità quale prospettabile nella vicenda in esame ai sensi dell’art. 1218 c.c. e dell’art. 1176, secondo comma del Codice civile, risulta dovuto, come stabilito nella sentenza impugnata, il risarcimento in questione nei confronti dei coniugi.

Giurisprudenza Rilevante
MALFORMAZIONI-OBBLIGHI DI INFORMAZIONE

Tribunale Novara 25.10.2010, n.984, «Giur. merito» 2011, 5, 1276

Il sanitario curante che accerti l’esistenza, a carico della gestante, di una patologia tale da poter determinare l’insorgenza di gravi malformazioni a carico del nascituro, è tenuto ad informare la donna di tale situazione e della possibilità di svolgere indagini prenatali, benché rischiose per la sopravvivenza del feto, onde consentire l’esercizio della facoltà di procedere all’interruzione della gravidanza; ove, peraltro, siano decorsi più di novanta giorni dall’inizio della gravidanza per ottenere il risarcimento del danno conseguente alla violazione di tale diritto, la donna è tenuta a dimostrare – con riguardo alla sua concreta situazione e secondo la regola causale del più “probabile che non” – che l’accertamento dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la sua salute fisica o psichica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.10 I danni agli arti

Preliminarmente è opportuno delineare in generale da un punto di vista anatomico la definzione di arti. Secondo lo storico “Trattato di Anatomia Topografica” del Prof. L. Testut e del Prof. O. Jacob, (con traduzione italiana del Prof. Romeo Fusari, nella seconda edizione aggiornata dai Proff. Lorenzo Bianchi e Antonio Bobbio, all’epoca rispettivamente Direttore dell’Istituto di Anatomia Umana nell’Università di Catania e Direttore della 1° Clinica Chirurgica nell’Università di Parma, III Volume “Bacino-Arti”, UTET, 1987, 305) “gli arti sono lunghe appendici annesse al tronco che servono a compiere i più importanti movimenti, specialmente quelli della locomozione e della prensione. In numero di quattro e simmetricamente disposti da ciascun lato della linea mediana, essi si distinguono in “arti superiori o toracici” ed in “arti inferiori”. Questi ultimi per la loro connessione con il bacino o pelvi sono chiamati “arti pelvici”. Sotto un profilo di “importanza chirurgica” va detto che gli arti, a causa stessa della loro situazione e delle funzioni, sono particolarmente esposti ai traumi. Le lesioni agli arti, seppur meno gravi rispetto alle lesioni del tronco, che come noto contiene visceri e cavità sierose, lasciano comunque nel soggetto danneggiato conseguenze che variano a seconda che colpiscono l’arto superiore o inferiore, determinando un diverso disturbo funzionale. L’arto superiore, essendo un organo di “presa” e di “tatto”, per assolvere alla funzione che gli è propria, necessita principalmente della mobilità, con la conseguenza che ogni lesione da cui deriverà un arto raccorciato o deviato, ma mobile, apporterà un disturbo ben minore rispetto a quella che interessa gli arti inferiori. Questi ultimi, essendo invece organi che hanno una precipua funzione di locomozione e sostegno, hanno bisogno di solidità con evidenti più gravi conseguenze sull’integrità psicofisica del soggetto. Federico Amadei, nel cap. XIX, “I danni alle braccia ed alle mani”, “Il Trattato dei nuovi danni”, a cura del Prof. Cendon, Padova 2011, definisce la  gamba come una regione anatomica del corpo umano, che costituisce un segmento dell’arto inferiore. È la porzione compresa fra il ginocchio e il collo del piede. Il suo scheletro è costituito dalla tibia (collocata anteromedialmente) e dalla fibula (o perone) collocata lateralmente. Le due ossa sono unite tramite una membrana interossea, per cui possiamo distinguere nella gamba una loggia anteriore ed una posteriore. Il muscolo che troviamo nella loggia posteriore è il tricipite della sura, costituito superficialmente dal gastrocnemio (presentante 2 capi, i cosiddetti “gemelli”) ed in profondità dal muscolo soleo. La mano viene invece descritta come “un organo assai complesso costituto da un sistema sinergico di ossa, vasi articolazioni, muscoli e tendini dotato di una ricca innervazione sensitiva e motoria, tale da permettergli tutta la motilità e funzionalità nei lavori manuali pesanti e precisi”. Per quanto appena detto, ben si comprende quale ripercussione su tutta la sfera psico-socio affettiva del soggetto danneggiato, comporti una lesione alla mano o alla gamba. L’impatto sociale e le conseguenze che può generare una lesione agli arti superiori e/o inferiori sia a livello personale che collettivo, conferiscono a tale argomento un’importanza assoluta. Si pensi, ad esempio, che la scelta di compiere atti di terrorismo è spesso giustificata dal’arrecare a carico dello Stato maggiori costi sociali: lasciare “vivo” un soggetto gravemente mutilato costituisce un monito sempre presente nella mente di coloro che si trovano di fronte soggetti deturpati in conseguenza di attentati. Quando detta lesione, a volte solo come esito cicatriziale seppure importante, a volte in casi ben più gravi in cui si deve ricorrere ad una amputazione, colpisce un bambino, un adolescente o un uomo nel pieno della maturità, la vita ne viene inevitabilmente sconvolta. Non possono più praticarsi quelle attività che si amava compiere, che venivano condotte con entusiasmo e che rappresentavano, fino a quel momento, la ragione di vita: quella vita sociale che consente all’uomo di realizzare se stesso come singolo e nelle formazioni sociali (artt. 2 e 29 della Carta Costituzionale). Improvvisamente, a seguito dell’evento, la vita viene irrimediabilmente sconvolta non solo da un punto di vista professionale (le cui conseguenze, sotto il profilo del danno patrimoniale, sono facilmente intuibili), ma anche, e soprattutto, da un punto di vista strettamente personale. Dette lesioni comportano, senza dubbio, anche una compromissione della quotidianità della vita, sia essa una compromissione delle attitudini lavorative, sia essa una riduzione delle capacità quotidiane extralavorative oppure delle attività voluttuarie, hobby, passioni come l’esercizio di determinati sport; le abitudini quotidiane, che si è portati molto e troppo spesso a dare per scontate, come allacciarsi le scarpe, chiudersi i bottoni di una camicia, tagliarsi il cibo nel piatto, diventano improvvisamente difficoltosi se non impossibili, costringendoci a chiedere l’aiuto dei nostri cari, dipendendo così da loro ogni giorno, volenti o nolenti. Anche un gesto spontaneo, ad esempio, per un padre, come sollevare il proprio figlio o giocare con lui, diventa impossibile e questo crea un’indubbia sofferenza. Nel risarcimento dei cosiddetti “pregiudizi esistenziali”, cui fanno riferimento le Sezioni Unite, dovranno essere presi in considerazione anche la possibilità di giocare con i figli, di essere in grado di poterli portare in vacanza, offrendo loro il giusto grado di protezione, insegnare loro a praticare gli sports, vestirli e prepararli per la scuola. Quando si subisce una lesione grave ad un braccio o ad una gamba, ogni movimento deve essere effettuato con la massima attenzione per evitare di lesionare ulteriormente l’arto già fortemente compromesso per sottrarsi al dolore. Ma in primis, non va dimenticato che è il soggetto danneggiato a dovere innanzitutto forzatamente abbandonare qualsiasi attività sportiva praticata con passione, spesso fin dall’adolescenza. Da ultimo non si possono dimenticare che la presenza delle spesso numerose cicatrici deturpano ulteriormente il normale aspetto dell’arto: sotto quest’ultimo profilo assume rilievo l’importanza della pelle per il nostro organismo che, di fatto, è la nostra “carta di identità” quando ci rapportiamo agli altri. Spesso il soggetto danneggiato deve inoltre cambiare impiego professionale, soprattutto quando inevitabilmente deve, suo malgrado, rapportarsi con la gente. Senza necessariamente pensare alle professioni che fanno dell’apparenza del corpo la propria ragione lavorativa, si pensi a coloro che svolgono attività di vendita al dettaglio e al pubblico. Dopo quanto accaduto, il danneggiato prova spesso vergogna, non vuole mostrare alle persone che lo circondano le cicatrici o peggio ancora la grave menomazione, si sente diverso ed ha paura del giudizio degli altri, con al conseguenza che è quindi portato ad isolarsi e ad uscire poco. Ciò inasprisce drasticamente il suo carattere, rendendo il soggetto, vittima di lesione, spesso schivo ed introverso. Questo aspetto va sicuramente valutato anche sotto il profilo patrimoniale, tanto è vero che la giurisprudenza ha creato una autonoma categoria di danno, quello estetico, che viene fatto appunto rientrare nel danno patrimoniale. Si afferma cioè, che il danno estetico, pur non incidendo sulla capacità lavorativa, influisce negativamente sulle possibilità future di occupazione. Quindi il danno estetico è risarcibile non solo se viene compromessa la capacità di lavoro, ma anche se vengono compromesse le relazioni interpersonali e sociali.

Vediamo come la giurisprudenza provvede a liquidare e in quale misura i danni agli arti.

Una vetusta sentenza emessa dal Tribunale di Monza il 5 maggio 1987 [la Corte Costituzionale si era da poco tempo espressa con la sentenza 184/1986 cit., con nota del prof. G. Ponzanelli in Foro It. 1986, I, 2053, sulla distinzione tra danno biologico e danno morale subiettivo, da individuarsi “nella struttura del fatto realizzativo della menomazione dell’integrità bio-psichica: il danno biologico costituisce l’evento del fatto lesivo della salute mentre il danno morale subiettivo (come anche il danno patrimoniale) appartiene alla categoria del danno-conseguenza in senso stretto. La risarcibilità per sé, in ogni caso, del danno biologico, trova il suo fondamento nell’art. 2043 c.c. che, correlato all’art. 32 della cost., va necessariamente esteso fino a comprendere il risarcimento, non solo dei danni in senso stretto patrimoniali, ma di tutti i danni che ostacolano le attività realizzatrici della persona umana”], in una ipotesi di postumi di carattere permanente valutabili nella misura dell’8% sopportati da un minore, aveva escluso le voci di danno concretantesi nell’inabilità temporanea e nell’invalidità permanente, essendo la minore all’epoca del fatto studentessa di scuola media e dovendosi ragionevolmente negare che la perdita del dito mignolo della mano sinistra potesse incidere negativamente sulla futura capacità lavorativa. Il Tribunale ha invece ritenuto che detta lesione dovesse essere valutata, invece, dal punto di vista della compromissione dell’integrità fisica del soggetto, particolarmente significativa in considerazione della giovane età della stessa, e del danno estetico e di quello della vita di relazione consistente non solo nella intuibile difficoltà di competere con i terzi nelle relazioni sociali e di acquistare posizioni anche economicamente rilevanti, ma altresì nella evidente alterazione della gradevolezza dell’aspetto esterno della persona. Il Tribunale aveva altresì riconosciuto e liquidato a favore della minore, il danno morale consistente nelle sofferenze che l’evento ha già causato alla minore ed ancor più causerà il futuro con l’accresciuta consapevolezza che il proprio aspetto non è più normale.

L’allora Pretura di Terni, con sentenza del 13 dicembre 1995, ha liquidato con criterio equitativo il danno biologico subito da un lavoratore per effetto delle lesioni ad una mano, precisando che equità non significa arbitrio, per cui il giudice deve determinarlo tenendo conto dell’entità della lesione, delle conseguenze dirette di tale danno sul patrimonio della vittima, del danno patrimoniale effettivamente risarcito. Il quantum del danno biologico è inversamente proporzionale al danno patrimoniale risarcibile.

Una risalente pronuncia della Cass., Sez. III, 29 maggio 1998, n. 5366, si riferisce ad un caso di investimento di una persona ferma sul ciglio della strada da parte di un carro armato, a seguito del quale la vittima, aveva subito l’amputazione della gamba e vari interventi chirurgici successivi, riportando un’invalidità transitoria totale per duecentoquaranta giorni ed un’invalidità permanente pari all’80%, decedendo poi in corso di giudizio, per cause indipendenti dal sinistro. La Suprema Corte ha annullato la sentenza emessa dalla Corte di appello, che aveva liquidato a titolo di danno morale la somma di € 8.263,31 (all’epoca dei fatti lire sedici milioni) in base al testuale, sul rilievo che “di solito questo tipo di danno è contenuto tra un quinto ed un sesto del danno biologico permanente”. La Cassazione ha ritenuto che la liquidazione del danno morale da fatto illecito, benché rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, non si sottrae alla esigenza di una motivazione adeguata che tenga conto delle effettive sofferenze patite dall’offeso, della gravità dell’illecito e di tutti gli elementi della fattispecie concreta in modo da garantire l’adeguatezza del risarcimento. Pertanto solo nella effettiva considerazione di ogni aspetto del caso concreto, la quale poi abbia, riscontro, sia pur sintetico nella motivazione della sentenza, e, perciò, al di fuori di ogni automatismo, può considerarsi legittimo il ricorso da parte del giudice del merito al criterio di determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno morale in una frazione dell’importo riconosciuto per il risarcimento del danno biologico.

Il Tribunale di Ivrea, con sentenza del 3 aprile 2004 (da appena un anno la Cassazione e la Corte Costituzionale si erano pronunciate sul “danno esistenziale” –rispettivamente Sentenze 8827-8828/2003 e 233/2003 cit.), in un caso in cui il minore danneggiato aveva perso il pieno utilizzo della mano destra, trovandosi così limitato a svolgere per il futuro tutta una serie di attività, ha riconosciuto il danno esistenziale, in aggiunta al danno biologico ed al danno morale, nel caso in cui la lesione all’integrità fisica della persona vada a pregiudicare anche il suo diritto, garantito dall’art. 2 cost., alla più ampia e libera scelta delle modalità di estrinsecazione e realizzazione della propria personalità e quindi dei propri talenti. Oggi, in considerazione del venir meno della categoria del “danno esistenziale”, detta voce di danno rientrerebbe nella più ampia nozione di danno non patrimoniale, sotto un profilo di maggiorazione conseguente ad una dovuta personalizzazione del danno, per il comprensibile peggioramento della qualità di vita del soggetto sotto un profilo dinamico-relazionale.

La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 13 settembre 2005, ha statuito che “in caso di lesioni alla persona, il danno patrimoniale non può essere provato per testi, posto che la sussistenza di un rapporto di lavoro e quella di un reddito rispetto al quale stabilire la diminuzione sono fatti che possono e devono essere provati documentalmente. L’insussistenza della prova sul danno rende superflua l’analisi della possibilità, oppure no, di rifarsi al criterio del triplo della pensione sociale, perché la possibilità di un teorico criterio di quantificazione non può essere usata per superare la tematica dell’ an debeatur. Il danno morale liquidato in rapporto proporzionale al danno biologico può aver riguardo anche al danno temporaneo oltre che permanente quando un giovane infortunato abbia subito ricovero ospedaliero con intervento chirurgico, successiva rimozione dello schiniere, necessità di utilizzazione di due stampelle, per un tempo certamente non modesto, varie cicatrici alla gamba sinistra”.

Un caso assolutamente interessante è quello preso in esame dalla Cass. civ., Sez. III, 7 febbraio 1996, n. 969, che ha ritenuto il
conducente di un veicolo, che aveva colposamente investito una persona, provocandole gravi lesioni ad una gamba, responsabile dell’alterazione psichica transitoria insorta nell’investito e del conseguente suicidio posto in essere da quest’ultimo. In sostanza Tizio, alla guida della propria auto, aveva investito Caio, che si accingeva a salire sul proprio veicolo in sosta. In conseguenza dell’urto Caio aveva riportato la frattura e, a partire dal terzo medio, lo sfracellamento della gamba sinistra. Caio, caduto a terra, in conseguenza dello shock, aveva estratto la propria pistola di ordinanza e si era sparato. I famigliari del de cuius (genitori e fratello) avevano convenuto in giudizio il conducente il proprietario e la compagnia di assicurazione di quest’ultimo, chiedendo il risarcimento dei danni patiti in conseguenza del fatto lesivo subito dal congiunto. Il Tribunale aveva accolto la domanda e aveva liquidato il danno cagionato agli attori dalla morte del congiunto, avendo ritenuto che la reazione del giovane e il suicidio fossero causati da nesso di causalità con l’investimento, che aveva determinato nella vittima una alterazione psichica transitoria che, pur connessa a una sua particolare reattività agli eventi traumatici, era la causa o quanto meno una delle cause dell’atto autolesionistico. Tizio aveva impugnato la sentenza innanzi la Corte di Appello che lo aveva dichiarato inammissibile. Tizio allora ricorre in Cassazione, che rigetta il ricorso, ritenendo condivisibili le argomentazioni svolte dal Giudice di secondo grado, che avevano dato conto della ricostruzione della dinamica dei fatti, del collegamento causale tra il fatto colposo imputabile a Catalano (investimento e ferimento del danneggiato) e il successivo atto autolesivo. La Suprema Corte ha infatti ritenuto, avvalendosi dei dati medico-legali acquisiti con consulenza tecnica di ufficio, che lo sfacelo della gamba e del piede, determinato dal fatto colposo dell’autore del danno, era stato l’evento esogeno, che aveva determinato nella vittima una alterazione psichica transitoria connessa alla concausa preesistente di una sua particolare disponibilità a rispondere in modo abnorme agli eventi psicotraumatizzanti. Nel caso di specie, proprio per la particolare struttura psicoreattiva del soggetto, il dolore fisico, la immediata consapevolezza della gravità della lesione e la subitanea prefigurazione della futura menomazione avevano causato in lui una reazione psicogena abnorme di trasformazione degli impulsi etero-aggressivi in impulsi auto-aggressivi, così da determinarlo in modo incoercibile al suicidio. E in particolare i Giudici hanno precisato che quella insorta nel soggetto doveva “essere inquadrata fra le reazioni primitive a corto circuito, caratterizzate nella maggior parte di casi da istantaneità e che non implicano una particolare predisposizione caratteriale”, tali da potersi verificare in qualsiasi soggetto, per effetto di eventi à tonalità catastrofica, che suscitino panico e terrore. In questi comportamenti, pressoché automatici, non interviene la personalità del soggetto e in essi si passa direttamente dallo stimolo alla risposta attraverso meccanismi psicologici elementari.

GIURISPRUDENZA RILEVANTE

DANNO ESTETICO

Cass. civ., Sez. III, 12.10.2010, n.21012, «Arch. giur. circol. e sinistri» 2010, 12, 999

In tema di risarcimento del danno alla persona, i postumi di carattere estetico, in quanto incidenti in modo negativo sulla vita di relazione, possono ricevere un autonomo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, allorché, pur determinando una c.d. “micropermanente” sul piano strettamente biologico, eventualmente provochino negative ripercussioni non soltanto su un’attività lavorativa già svolta, ma anche su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato ed ad ogni altra utile circostanza particolare.

 

DANNO DI RILEVANZA ESTETICA-PERSONALIZZAZIONE

Cass. civ., Sez. III, 22.04.2009, n.9549, «Giust. civ.» 2009, 6, I, 1227 (s.m.) nota di ROSSETTI

La circostanza che da una lesione della salute siano derivati postumi di rilevanza estetica impone al giudice di merito di personalizzare adeguatamente il relativo risarcimento. (Cassa Trib. Gela 3 novembre 2004).

1.11 I danni subiti dagli esposti all’amianto

Preliminarmente mi preme ringraziare il Prof. Avv. Ezio Bonanni del Foro di Roma che svolge attività di docenza universitaria presso l’Università degli Studi di Siena, è componente del comitato scientifico ed è direttore della sezione di Diritto Comunitario del Lavoro del Centro Studi “Diritto dei Lavori” fondato e diretto dal Prof. Gaetano Veneto, nell’ambito della prima cattedra di diritto del lavoro della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari. L’Avv. Bonanni è autore di diverse pubblicazioni, tra le quali “Lo Stato dimentica l’amianto killer” e “Patologie ambientali e lavorative” redatto insieme al Prof. Giancarlo Ugazio. Insieme al Collega Bonanni abbiamo partecipato alla “ASTM Johnson Conference 2011”, tenutasi nel luglio 2011 presso la “University of Vermont, in Burlington VT” negli Stati Uniti, per affrontare questo delicato tema, traendo spunto dalla interdisciplinarietà della materia alla luce degli studi compiuti in questo ultimo anno dagli USA. L’avv. Bonanni ha tenuto la sua relazione giovedi 28 luglio 2011 dal titolo “Asbestos, the killer for Humans and the Environmental” alla “Billings Library”, cui ho fornito supporto tecnico logistico, in cui egli ha evidenziato innanzi a oltre 123 relatori provenienti da tutti i paesi del Mondo la imprescindibile necessità di praticare la “Zero tollerance” verso l’amianto in tutte le sue forme, portandone il relativo rischio “tendente allo zero”. L’esperienza statunitense ci ha indicato come il problema debba essere risolto partendo da un risanamento ambientale da intendersi in senso ampio e cioè sotto il profilo della bonifica dei siti naturali sia sotto il profilo della salubrità degli ambienti di lavoro. La valutazione sulla pericolosità dell’”asbestos” negli USA viene affrontata principalmente in tema di costi per la Nazione. Il profilo di pericolosità, oggetto di studi da parte dei numerosi compartimenti delle Agenzie ambientali dislocate nei vari Stati (EPA U.S. Environmental Protection Agency), deve essere monitorato e valutato per rispondere, in termini di necessario intervento, alle conseguenze che gli abitanti delle zone in cui sono presenti siti altamente dannosi (si pensi alle miniere di Libby nel Montana -MT) subiscono sotto il profilo della salute. L’attività di ricerca delle varie agenzie è capillare e per ottenere un risultato certo di pericolosità dell’amianto vengono impiegati specialisti nel campo della chimica, della biologia, nonché mezzi e laboratori dotati di tecnologie all’avanguardia. Al contrario, nel nostro Paese, seppur per la evidente minore disponibilità economica, è mancata e manca ancora oggi, la cultura di voler affrontare questo delicato problema in modo unitario, con la conseguenza che i costi, a differenza che negli Stati Uniti, ricadono sul Sistema Sanitario Nazionale: in sostanza la stessa collettività che, con una effettiva tutela preventiva, dovrebbe esserne protetta, in primis, sotto il profilo della salute, in secondo luogo, si vede vessata sotto il profilo del costo sociale. E’ su questo delicato profilo che l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) si batte fin dalla nascita, sotto la spinta del Prof. Bonanni che ha stretto rapporti con medici legali specialisti del settore che monitorano, con cadenza semestrale, presso i centri permanenti di osservazione della salute istituiti presso le ASL regionali.

Ecco che allora mai come questa materia e i terribili danni, che ne derivano anche solamente sotto il non trascurabile “fondato timore di ammalarsi”, sono oggetto di studi che interessano, in primis, la medicina (si pensi ai centri di osservazione permanente della salute), in secondo luogo i consulenti tecnici, chiamati ad appurare l’insalubrità degli ambienti di lavoro e, da ultimo, gli operatori del diritto, Giudici e avvocati. Ciò senza dimenticare l’importanza di un richiesto e doveroso intervento politico. Diciamo questo perché la norma cardine di tutela dei lavoratori che dapprima si ammalano e poi muoiono è presente proprio nel cosiddetto “zoccolo duro della Costituzione: l’art. 4, che riportiamo, dato che è bene sempre tenere presente: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Senza dimenticare comunque l’art. 32, che ugualmente riportiamo nella parte che interessa, che impone allo Stato regole e norme di salvaguardia: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Prima di evidenziare le pronunce che hanno riconosciuto danni da amianto, è necessaria una brevissima premessa. L’amianto, detto anche asbesto, è un minerale costituito sostanzialmente da silicati di varia composizione chimica. Questa diversità condiziona sia la forma delle fibrille (strutture con una lunghezza tre volte maggiore del diametro), sia la loro denominazione, sia ancora la loro nocività per l’uomo e per animali sinantropici, come il cane. L’azione patogena, oltre ad una prima fase prodromica irritativo-flogistica sulle strutture dell’organismo di primo impatto, implica effetti cancerogeni a carico di diversi tipi cellulari, tessutali, e d’organo. L’azione cancerogena dell’amianto era già nota, per molti versi e ad opera della ricerca biomedica, quasi contemporaneamente alla sua introduzione come materia prima in parecchie tecnologie richieste dalla rivoluzione industriale che fu attuata a cavallo tra XIX e XX secolo. Successivamente sono intervenuti provvedimenti normativi allo scopo di prevenire l’esposizione a rischio e per proteggere la salute della collettività (lavoratori e popolazione generale). In molti paesi il minerale è stato bandito dal tardo XX secolo (anni 1980-1990). Parecchi altri paesi continuano ad estrarre il minerale naturale, a lavorarlo, e a venderlo. Oggigiorno, i limiti di legge prescritti sembrano dare sicurezza agli esposti, ed a chi controlla la loro salute, ma generalmente non si tiene conto che anche pochissime fibrille assunte quotidianamente, col tempo, si sommano nel nostro organismo, raggiugendo il carico (c.d. “body burden” dei ricercatori anglosassoni) di rottura del tiro-alla-fune tra cancerogeni e difese dell’organismo contro il cancro. A questo proposito, già fin d’ora, è utile rammentare il monito di René Truhaut, secondo cui non esistono limiti ammissibili per i cancerogeni, ciò significa: “rischio zero”. Come noto la grave forma di neoplasia maligna di membrane sierose particolarmente suscettibili di tale tipo di cancerogenesi sono i mesoteliomi, che colpiscono la pleura (sierosa che avvolge il polmone), il pericardio (che avviluppa il cuore), il peritoneo (sierosa che avvolge tutti i tratti del tubo gastroenterico, tenue e crasso) e la tonaca vaginale del testicolo, che è una derivazione embrionaria del peritoneo. La lunghezza del tragitto da superare, chilometri di capillari, venule, arteriole, vene, arterie, interposta tra narici e/o bocca da un lato e sierosa colpita, dall’altro, non è certo una difficoltà insormontabile. Infatti, dobbiamo considerare che il tempo di circolo si aggira normalmente attorno a pochi minuti secondi. Tra l’altro, la letteratura scientifica biomedica segnala casi clinici che si pongono fuori dai novero dei fenomeni morbosi piu’ frequentemente descritti come tipici all’amianto. Si tratta dei danni diretti sulla molecola del DNA nucleare dei leucociti circolanti di lavoratori esposti, e di mesotelioma primitivo dell’ovaio in lavoratrici esposte ad amianto, oltre a casi di carcinoma ovarico in operaie che, nelle loro mansioni, avevano usato talco contaminato con il minerale killer. Queste indagini riferiscono casistiche rare, generalmente imprevedibili, ma dimostrano in un modo ancora più completo la pericolosità ubiquitaria dell’amianto per la salute umana. Il nostro ordinamento giuridico include un provvedimemento legislativo che configura un limite soglia di concentrazione di fibrille d’amianto nell’aria in ambiente occupazionale, quale livello di riferimento quale prova di responsabilità, o meno. Tale limite è stato localizzato dal DM 6 settembre 1994, e dagli artt. 24 e 31 del d.lgs. 277/91, in 100 fibrille per litro d’aria, anche con riferimento alle condizioni storiche – pregresse dell’ambiente di lavoro. È intuitivo come sia estremamente difficile, “contare” strumentalmente, e l’unica valutazione può essere quella presuntiva che si fonda sui parametri sanciti dal successivo D.M. 27 ottobre 2004, all’art. 3, e cioè dalla letteratura scientifica, dai casi analoghi, dagli studi epidemiologici.

Fatta questa doverosa premessa analizziamo le sentenze che hanno riconosciuto i danni subiti dai lavoratori in primis e, in alcuni casi, dagli stretti parenti degli stessi –è il caso delle mogli che lavavano le tute dei mariti e si sono ammalate fino a, purtroppo, decedere. Il primo profilo da appurare, data la difficoltà della prova – è sempre questo il nodo più delicato per ottenere poi una pronuncia favorevole – è l’accertamento del nesso causale. Se nel diritto penale il nesso di causalità (materiale) si fonda sulla regola della prova oltre il ragionevole dubbio (cfr. Cassazione Penale, SS UU, 11 settembre 2002 n. 30328, cosiddetta “sentenza Franzese”), nel diritto civile, secondo quanto precisato dalla Corte di Cass. civ., Sez. Un., 11 gennaio 2008, n. 581, “vige la regola della preponderanza dell’evidenza o «del più probabile che non» stante la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa, e l’equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti contendenti, come rilevato da attenta dottrina che ha esaminato l’identità di tali standard delle prove in tutti gli ordinamenti occidentali, con la predetta differenza tra processo civile e penale (in questo senso si vedano: Cass. civ., 16 ottobre 2007, n. 21619; Cass. civ., 18 aprile 2007, n. 9238; Cass. civ., 5 settembre 2006, n. 19047; Cass. civ., 4 marzo 2004, n. 4400; Cass. civ., 21 gennaio 2000, n. 632)”. Successivamente, “in altri termini, nel cosiddetto sottosistema civilistico, il nesso di causalità (materiale) – la cui valutazione in sede civile è diversa da quella penale (ove vale il criterio dell’elevato grado di credibilità razionale che è prossimo alla “certezza”) – consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio (ispirato alla regola della normalità causale) del “più probabile che non” (Cass. civ., 16 gennaio 2009, n. 975).

Una prima sentenza degna di nota è la n 257/2003 del 29 gennaio 2003, emessa dal Tribunale di Bologna, in composizione monocratica, prima sezione penale, che ha condannato il responsabile del Servizio Sanitario Centrale delle Ferrovie dello Stato, imputato del reato punito e previsto dall’art. 589 commi 1,2 e 3 del Codice penale, per aver cagionato il decesso di due dipendenti delle FFSS, in servizio presso l’ORG di Bologna, quali addetti ad operazioni comportanti esposizione, diretta ed indiretta, all’amianto, per colpa consistita genericamente in negligenza, imprudenza e imperizia e specificatamente per inosservanza delle norme in materia di sicurezza e igiene sul lavoro ed in particolare degli art. 5 Legge 455/43; art. 2087 del Codice civile, artt. 4 lett. a), b), c) e d) –21-63 DPR 303/56, 377 e 385 DPR 547/558 e 157-176 DPR 1124/65. Il Giudice, dott.ssa Donatella Santini, con una sentenza dettagliatamente motivata (ben 152 pagine) e attenta sia sotto il profilo della capillare ricostruzione del fatto e delle cause che hanno comportato la genesi della malattia prima e del conseguente decesso poi dei due lavoratori, sia sotto il profilo della nocività dell’amianto sotto un profilo scientifico, ha accertato la responsabilità del capo del Servizio Sanitario delle FFSS per avere omesso di sottoporre i due lavoratori (dipendenti dal 1972/1974 delle Ente e poi deceduti nei primi anni novanta uno per “carcinoma polmonare” e l’altro per “mesiotelioma pleurico”) ad adeguato controllo sanitario mirato sul rischio specifico da amianto, di informare tempestivamente i lavoratori e i responsabili delle Ferrovie dello Stato circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e circa le misure necessarie per ovviare a tali rischi, di sollecitare i responsabili delle Ferrovie dello Stato affinché adottasse tutti i provvedimenti tecnici, organizzativi procedurali, necessari per contenere l’esposizione all’amianto, quali regolare e sistematica pulitura dei locali, delle attrezzature e degli impianti localizzati di aspirazione, limitazione dei tempi di esposizione, delle procedure atte ad evitare la manipolazione manuale, lo sviluppo e la diffusione dell’amianto. I dati accertati con riferimento alle storie lavorative e cliniche dei due lavoratori –tempi e modalità dell’esposizione, totalmente non protetta almeno sino agli inizi degli anni ’80, tipologia delle attività lavorative comportanti l’esposizione, diagnosi delle patologie che comportano i due lavoratori al decesso in relazione all’accertata esaustività degli strumenti diagnostici utilizzati e al tipo di tumori riscontrati, tempi di latenza, tipo di fibre alle quali erano esposti –rientrano perfettamente tutti nelle coordinate concordemente riconosciute ed utilizzate secondo gli orientamenti scientifici maggiormente condivisi ed accreditati all’attuale stato delle conoscenze scientifiche, quali variabili per l’accertamento del nesso causale tra esposizione all’amianto e tumori ad essa correlati (così pag. 136 sentenza cit.). I periti hanno, pregevolmente saputo spiegare in modo altamente convincente e chiaro, il funzionamento del processo cancerogenetico applicabile ai tumori dei casi concreti sub judice, ed altresì illustrato superamento del vecchio modello “a due stadi”, secondo il quale, specie con riferimento al mesotelioma, si riteneva che il meccanismo, si riteneva che il meccanismo, una volta innescato (stadio 1- iniziatore), venisse portato a compimento autonomamente e indipendentemente da ulteriori esposizioni. Il modello maggiormente oggi condiviso nel mondo scientifico, ovvero il “multistadio”, spiega che, attraverso l’esposizione all’agente cancerogeno amianto, i proto-oncogeni vengono attivati ad oncogeni attivi, stimolano la proliferazione cellulare, e svolgono nel contempo, una importantissima funzione di “inibizione” dei geni soppressori, sino a condurre alla loro mutazione in oncogeni attivi, ed a “neutralizzarne” quindi, l’effetto contrastante lo sviluppo del processo maligno (così pag. 138 sentenza cit.).

Quanto alla Giurisprudenza di legittimità, la Cassazione civile, Sez. lav., 8 maggio 2007, sentenza n. 10441, ha rigettato il ricorso promosso da una società che era stata condannata in secondo grado a rifondere al lavoratore-dipendente la somma di € 178.887,75 (£. 346.375.000) a titolo di danno biologico e morale conseguenti alla malattia professionale contratta (asbestosi), già accertata e riconosciuta dall’INAIL con una rendita nella misura del 66%. In sostanza la Corte di Appello aveva rigettato il gravame proposto dalla società si sotto il profilo della eccepita e infondata prescrizione sulla consapevolezza della patologia e della eziologia professionale sia (e in questa sede è il profilo che ci interessa) sotto la sussistenza del danno morale, in quanto trattandosi di responsabilità contrattuale, la prescrizione era decennale. Le violazioni commesse dall’azienda avevano comportato la lesione della integrità psicofisica e quindi del “valore uomo” per le attività non lucrative: il danno biologico colpiva la persona in quanto tale e non il suo patrimonio e quindi la relativa liquidazione doveva essere equitativa. Sempre nell’ambito della lesione alla salute si collocava il danno morale soggettivo, la sofferenza cioè patita per le lesioni subite, risarcibile solo nei casi previsti dalla Legge ai sensi dell’art. 2059 del Codice civile. Il danno morale costituiva un aspetto della lesione psicofisica, per cui il termine di prescrizione accedeva alla natura contrattuale o extracontrattuale della responsabilità. Nella specie si trattava di responsabilità contrattuale per la quale esisteva un solo termine di prescrizione decennale per il diritto fatto valere, la lesione del bene salute comprendente anche il danno morale; nessun rilievo poteva avere il riferimento all’art. 2947 del Codice civile concernente la responsabilità aquilina. Il diritto quindi non era prescritto. L’unico motivo dell’appello incidentale avanzato dalla società riguardava la riduzione di un terzo sia del “danno biologico, che quello morale calcolati secondo i parametri elaborati dal Tribunale di Milano”, il motivo era parzialmente fondato: la determinazione del danno biologico ben poteva essere fatta utilizzandosi i criteri adottati dal Tribunale di Milano, trattandosi di liquidazione equitativa; non era però corretta la riduzione di un terzo, avendo il lavoratore diritto all’integrale risarcimento del danno biologico e non sussistendo alcun “danno biologico previdenziale patrimoniale” che secondo il primo giudice sarebbe stato indennizzato dell’INAIL: l’Istituto infatti erogava una prestazione correlata alla riduzione della capacità lavorativa specifica, ovvero alla attitudine al lavoro dell’assicurato, cui conseguiva una perdita per mancato guadagno; la lesione della capacità lavorativa generica era invece ontologicamente diversa in quanta attinente alla sfera inviolabile della persona la cui perdita rientrava nella lesione della salute (Cass. civ., n. 11428/2000). L’odierna ricorrente riteneva quindi errato il ragionamento operato dal Giudice di prime cure che aveva proceduto alla riduzione nella misura di un terzo del danno biologico, in quanto la lesione della salute sarebbe stata parzialmente indennizzata dall’INAIL. Doveva quindi essere riconosciuta la somma indicata dal primo giudice senza la riduzione di un terzo, oltre gli interessi come quantificati. Nulla quaestio in merito alla liquidazione del danno morale: trattandosi di liquidazione equitativa ben potevano essere adottati criteri diversi per la determinazione di questo danno, ivi compreso quello di commisurarlo ad una quota del danno biologico. Si trattava di un sistema adottato dal Tribunale di Milano che aveva individuato come parametro di questo danno una quota (da 1/2 ad 1/4) del danno biologico. Considerata la percentuale dell’invalidità la riduzione di un terzo non veniva contestata né risultava oggetto di gravame. La Suprema Corte, preliminarmente, osserva che il danno morale soggettivo non può e non deve essere collocato nell’ambito della lesione del diritto alla salute, tanto da costituire un aspetto della lesione dell’integrità psico-fisica: secondo il diritto vivente (non si dimentichi che al momento della statuizione non erano ancora state emesse le pronunce delle Sezioni Unite –siamo infatti nel maggio 2007) il danno morale soggettivo va inteso come “transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima, mentre quello biologico si configura come “lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e fisica della persona” (si vedano le sentenze nn. 8827-8828/2003); si tratta di due concetti distinti anche se entrambi riconducibili alla previsione di cui all’art. 2059 del Codice civile, secondo una interpretazione orientata in senso conforme ai principi costituzionali. Il giudice d’appello però ha erroneamente applicato tale prospettazione al caso di specie, in cui la risarcibilità del danno morale è stata chiesta sul presupposto che sussista la responsabilità penale della società, accertarle incidenter tantum anche dal giudice civile, che può liquidare “il risarcimento del danno non patrimoniale, ogni qual volta ritenga sussistere gli elementi costitutivi del reato”, come espressamente detto negli atti difensivi del lavoratore. Oltretutto, aggiungiamo noi, il Giudice di secondo grado, si era “dimenticato” – diciamo così – che le Sezioni Unite, già un anno prima, con la nota sentenza n. 6572/2006, avevano affermato il principio di diritto della risarcibilità di tutti i danni anche quelli non patrimoniali, per lesione dei diritti costituzionali. Le Sezioni Unite del novembre 2008, se pure hanno – come noto – negato autonomia al danno esistenziale, hanno tuttavia ribadito la risarcibilità dei danni per lesione dei diritti costituzionali, purché ancorati nella Carta Costituzionale o tipizzati nelle fonti del diritto e specificamente: “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”, inserendo nell’area del rapporto di lavoro interessi non suscettivi di valutazione economica (l’integrità fisica e la personalità morale) già implicava che, nel caso in cui l’inadempimento avesse provocato la loro lesione, era dovuto il risarcimento del danno non patrimoniale. Il presidio dei detti interessi della persona ad opera della Costituzione, che li ha elevati a diritti inviolabili, ha poi rinforzato la tutela. Con la conseguenza che la loro lesione è suscettiva di dare luogo al risarcimento dei danni conseguenza, sotto il profilo della lesione dell’integrità psicofisica (art. 32 Cost.) secondo le modalità del danno biologico, o della lesione della dignità personale del lavoratore (artt. 2, 4, 32 Cost.), come avviene nel caso dei pregiudizi alla professionalità da dequalificazione, che si risolvano nella compromissione delle aspettative di sviluppo della personalità del lavoratore che si svolge nella formazione sociale costituita dall’impresa. Le Sezioni Unite, nel momento in cui hanno negato autonomia e fondamento ai danni bagatellari ed atipici e la risarcibilità del cosiddetto danno esistenziale, hanno ribadito, ben diversamente, che, in caso di infortunio sul lavoro o di malattia professionale, le norme del codice civile debbono essere interpretate in modo costituzionalmente orientato e con l’integrale risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, patiti e patiendi, tutti nessuno escluso, anche quelli che incidono sulla dignità della persona umana e sulla capacità di autorealizzazione. Il Tribunale di Trieste, Sez. lav., del 3 giugno 2009, n. 105 ha affermato che affinché un lavoratore abbia diritto al risarcimento per danni conseguenti ad esposizione ai rischi dell’amianto è necessario che sia provata una concentrazione qualificata delle polveri con conseguente effettivo rischio morbigeno riguardo alla personale collocazione lavorativa, l’accertato superamento della soglia fissata, che rappresenta una presunzione assoluta di rischio rendendo concreto il possibile manifestarsi di patologie, nonché una esposizione ultradecennale. In tema di risarcimento dei danni morali richiesto da alcuni lavoratori per il turbamento causato da esposizione lavorativa ad amianto che abbia comportato lesioni fisiche, è interessante la Cass. civ., Sez. lav., 7 novembre 2006, n. 23719. Diciamo subito che al Suprema Corte rigetta il ricorso ma è interessante estrapolare il principio in materia di onere e allegazione probatoria per vedersi invece riconosciuta, quando si adisce il giudizio, la sussistenza del diritto azionato. Analizziamo il motivo di impugnazione attinente al rigetto operato dalla Corte di Appello in merito alla domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, conseguente all’ulteriore logoramento psico-fisico dovuto alla necessità di proseguire l’attività lavorativa con esposizione all’amianto, per non aver ancora maturato nel 1994 l’anzianità necessaria per il pensionamento, in quanto non era stata fornita alcuna prova in ordine alla gravità dell’evento ed all’asserito turbamento psichico subito, né alla dipendenza causale del turbamento dall’esposizione all’agente patogeno. La Corte di Appello, si è giustamente richiamata alla sentenza n. 2515/2002 delle Sezioni Unite della Cassazione civile, secondo cui il risarcimento del danno non patrimoniale subito dai soggetti esposti ad inquinamento ambientale per il turbamento psichico connesso a tale pericolosa esposizione, anche in mancanza di una lesione all’integrità psico-fisica, richiede:

    • la prova della rilevante gravità dell’evento;
    • la prova di un effettivo turbamento psichico del soggetto e
    • la prova del nesso causale fra tale turbamento e l’evento dannoso.

Nel caso di specie il Giudice del merito aveva rilevato che non solo i lavoratori non avevano fornito la prova del turbamento psichico subito e della derivazione causale di tale turbamento dall’inquinamento ambientale, ma neppure avevano chiesto di provare tali circostanze. Conseguentemente Il Giudice del grado non poteva non respingere le domande di risarcimento a tale titolo perché sfornite di qualsivoglia riscontro probatorio. I lavoratori, con il gravame proposto, assumevano che, mentre l’esposizione ultratrentennale all’amianto risultava documentata dalla certificazione dell’INAIL, il turbamento psichico conseguente al proseguimento della prestazione lavorativa in ambiente inquinato non necessitava di prova alcuna e che poteva ben essere presunto sulla base della comune esperienza. La Corte non ha accolto detta doglianza precisando che “la situazione di turbamento psichico, se non può formare oggetto di prova diretta, alla pari di qualsiasi altro stato psichico interiore del soggetto, può essere tuttavia desunta da altre circostanze di fatto esterne, quali ad esempio la presenza di malattie psico-somatiche, insonnia, inappetenza, disturbi del comportamento o altro. Pertanto il lavoratore che chiede il risarcimento dei danni per l’esposizione ad agenti patogeni, pur non avendo contratto alcuna malattia, non è liberato dalla prova di aver subito un effettivo turbamento psichico e questa prospettata situazione di sofferenza e disagio non può essere desunta dalla mera prestazione lavorativa in ambiente inquinato. Al riguardo nessun elemento di prova è stato fornito, né è stata richiesta alcuna prova, da parte dei lavoratori, come ammesso nello stesso ricorso. Il rigetto della domanda da parte del giudice di appello è, dunque, pienamente giustificato e le censure sollevate dai ricorrenti sono destituite di fondamento”.

In senso conforme anche la Cassazione civile, Sez. lav., n. 23642/09, inerente sempre un caso in cui i lavoratori deducevano che il patema d’animo causato dalla consapevolezza della seria e concreta esposizione ultratrentennale all’amianto non poteva essere oggetto di accertamento o di riscontro medico legale, ma poteva essere desunto dai dati di comune esperienza. Anche in questo caso la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermano la decisione della Corte di Appello che aveva respinto la domanda di risarcimento per non avere i lavoratori fornito alcuna prova in ordine alla gravità dell’evento ed all’asserito turbamento, né alla dipendenza causale del turbamento dall’esposizione all’agente patogeno. La Cassazione ha statuito che “la situazione di turbamento psichico conseguente al proseguimento della prestazione lavorativa in ambiente inquinato, se non può formare oggetto di prova diretta, al pari di qualsiasi altro stato psichico interiore del soggetto, può essere tuttavia desunta da altre circostanze di fatto esterne, quali la presenza di malattie psico-somatiche, insonnia, inappetenze, disturbi del comportamento o altro. Conseguentemente, il lavoratore che, impiegato in cantiere esposto all’inalazione di polveri di amianto, chiede il risarcimento dei danni per l’esposizione ad agenti patogeni, pur non avendo contratto alcuna malattia, non è liberato dalla prova di aver subito un effettivo turbamento psichico e questa prospettata situazione di sofferenze e disagio non può essere desunta dalla mera prestazione lavorativa in ambiente inquinato”.

In casi invece, come quelli in cui il lavoratore-danneggiato addetto alla produzione di lastre di cemento amianto abbia riportato evidenti danni alla salute ricollegabili con nesso di causalità all’attività lavorativa svolta, il Tribunale di Bergamo, Sez. lav., con al sentenza del 8 giugno 2006, ha ritenuto il datore di lavoro responsabile dei danni alla salute, biologico e morale, per non avere rispettato le norme di prevenzione e di sicurezza, non avere provveduto a fornire agli operai idonee mascherine, a dotare i locali e i macchinari di idonei sistemi di aspirazione e, da ultimo, non avere provveduto ad assicurare in ogni modo che i dipendenti non fossero esposti alla inalazione delle fibre di amianto.

Segnaliamo altresì una risalente Cass. pen., Sez. IV, 28 gennaio 1997, che, ravvisando il nesso di causalità materiale tra la morte di diversi lavoratori per mesotelioma della pleure (e tumore polmonare) e la prolungata esposizione degli stessi a polveri di asbesto e fibre di amianto aerodispersi, sulla base della legge scientifica di elevata probabilità statistica secondo cui tali affezioni derivano dall’assorbimento in quantità rilevante di tali sostanze presenti nell’ambiente di lavoro, ha ritenuto che la mancata adozione da parte dei responsabili di uno stabilimento di misure tecniche e organizzative idonee a ridurre al minimo la diffusione di polveri e fibre di amianto costituisce comportamento colposo eziologicamente collegato con l’evento di danno verificatosi. L’accertamento della sussistenza di tale rapporto causale, ancorché il reato sia estinto per prescrizione in conseguenza del riconoscimento delle attenuanti generiche valutate prevalenti sulle contestate aggravanti, va compiuto ugualmente ai fini civilistici del risarcimento dei danni alle parti civili costituite, tra cui i prossimi congiunti dei lavoratori deceduti, le organizzazioni sindacali e l’Inail.

La Cassazione civile, Sez. Un., 15 gennaio 2009 n. 794, con riferimento alla “paura di ammalarsi”, ha sottolineato come in dottrina si sia fatto riferimento al danno da pericolo già elaborato da queste Sezioni Unite, quando, a proposito del disastro di Seveso, è stato ritenuto risarcibile il danno morale soggettivo lamentato da coloro che avevano subito un turbamento psichico (non tradottosi in malattia) a causa dell’esposizione a sostanze inquinanti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita (Cass. civ., Sez. Un., 21 febbraio 2002, n. 2515). Tuttavia non si può omettere di considerare che siffatta soluzione è stata accolta in un caso in cui il danno lamentato era posto in collegamento causale con un fatto costituente il reato di disastro colposo e, dunque, in riferimento all’art. 185 c.p. Sicché, rispetto a tale ultima categoria di danni (che la sentenza impugnata menziona genericamente come di tipo ‘‘esistenziale’’) occorre tener conto delle conclusioni alle quali è recentemente pervenuta Cass. civ., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26975, che ha identificato il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. come quello determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, composto in categoria unitaria non suscettibile di suddivisione in sottocategorie. Danno tutelato in via risarcitoria, in assenza di reato ed al di fuori dei casi determinati dalla legge, solo quando si verifichi la lesione di specifici diritti inviolabili della persona, ossia la presenza di un’ingiustizia costituzionalmente qualificata. Tenendo, dunque, conto dell’interesse leso e non del mero pregiudizio sofferto o della lesione di qualsiasi bene giuridicamente rilevante. Da ultimo, segnaliamo la sentenza n. 3126 del 2/29 novembre 2005 emessa dal Tribunale di Latina, Sezione lavoro, che ha accolto il ricorso promosso da un lavoratore (patrocinato dall’avv. Ezio Bonanni) nei confronti dell’INPS, dichiarando in favore dell’istante la applicazione dei benefici di cui all’art. 13 comma 8 della Legge 257/1992, così come richiesta con gli interessi legali sui ratei arretrati con condanna nei confronti dell’Ente previdenziale alla corresponsione del beneficio. Il caso merita di essere segnalato, sempre sotto il profilo della “paura di ammalarsi” per il lavoratore sottoposto a esposizione prolungata all’amianto, sia diretta che indiretta, quale specifico rischio morbigeno di natura professionale, la cui causalità è, ricordiamo, presunta per legge. Il CTU ha accertato che il lavoratore “ha sviluppato un disturbo ossessivo fobico con la paura di ammalarsi in modo grave per la esposizione all’asbesto. Tale preoccupazione ipocondriaca era anche alimentata dal venire a conoscenza che molte persone che erano esposte all’amianto avevano contratto patologia neoplastica. La paura di sviluppare una patologia neoplastica rappresenta una condizione esistenziale che ha compromesso in modo rilevante anche le relazioni affettive e sociali con conseguente ritiro sociale del soggetto”.

 

 Il Quesito

La CTU come strumento esclusivo e necessario ma non l’unico?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sì ma è bene distinguere. La consulenza tecnica d’ufficio non è un mezzo di prova. La stessa richiesta di  consulenza tecnica preventiva ai fini di composizione della lite (art. 696 bis c.p.c.) o ancora il procedimento di istruzione sommaria di cui all’art. 702-bis c.p.c. sono strumenti processuali importanti ai fini di deflazionare il carico giudiziario, cui sono afflitti i nostri Tribunali. E’ bene chiarire però che l’onere della prova in carico all’attore/ricorrente/danneggiato rimane il punto cardine da cui partire. Ecco perché, nell’incipit della risposta al quesito, ho precisato “è bene distinguere”. Ecco che cosa intendo. Tutte le controversie attinenti a responsabilità professionale medica (tralascio il profilo del “necessario” istituto della mediazione), a mio modo di vedere, con particolare riferimento a “problemi tecnici di speciale difficoltà” (per parafrasare a scopo esemplificativo e non normativo l’art. 2236 del Codice civile) non possono che essere “risolte” in tema di nesso causale a mezzo di consulenza tecnica. E’ chiaro che, in presenza di un intervento complesso e/o in caso di successione nel tempo di più interventi chirurgici solamente il consulente d’ufficio, nel pieno rispetto del contraddittorio, potrà (e dovrà) fornire chiara e “tombale” risposta al quesito formulato dal Giudicante: in sostanza, leggendo le conclusioni dell’elaborato peritale, dovremmo essere in grado di sapere o meno se il medico e/o l’equipe che hanno proceduto all’intervento siano o meno da ritenersi responsabili del danno lamentato dal danneggiato. Ma poiché le cause non devono essere decise a mezzo di consulenza tecnica, ecco che diverrà fondamentale –e in questo modo deve essere letto il principio sancito dalle Sezioni Unite “ma non l’unico”- le produzioni e le allegazioni poste a carico del danneggiato. In proposito non dimentichiamo l’inversione dell’onere probatorio in tema di responsabilità medica (art. 1218 e ss c.c.) ma è comunque indispensabile porre il Giudice nelle condizioni di poter ammettere, come spesso avviene sulla base di complete produzioni in sede di atto introduttivo del giudizio, da subito una consulenza tecnica già in sede di udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c., postergando all’esito della stessa, l’eventuale concessione (“se richiesto”) del triplo termine di cui all’art. 183 sesto comma c.p.c. in ordine alla prova di “ulteriori pregiudizi” di natura non patrimoniale patiti dal danneggiato. Quanto suddetto, sarà assolutamente necessario in caso di procedimenti come quello previsto dall’art. 696 bis c.p.c. e/o come quello di cui all’art. 702 bis c.p.c., previsto dal Legislatore proprio nei casi in cui, in punto di “an”, la responsabilità dovrebbe (dico dovrebbe, visto il periodo “Se ritiene che le difese svolte dalle parti richiedono un’istruzione non sommaria”, art. 702 ter terzo comma c.p.c.) considerarsi pressoché acclarata. Nei casi invece posti al di fuori della responsabilità medica (sinistri stradali in primis), sappiamo che, molto spesso, il ruolo preminente svolto dal consulente nominato dal Giudice è quello di “determinare”, in punto di “quantum”, la percentuale di invalidità permanente subita dal danneggiato, al fine di favorire poi la definizione della controversia giudiziale tra le parti.

2. La consulenza medico legale

È bene prendere le mosse dal Codice di rito. L’art. 191 c.p.c., rubricato “Nomina del consulente tecnico” prevede al primo comma: ”Nei casi previsti dagli articoli 61 e seguenti il giudice istruttore, con ordinanza ai sensi dell’articolo, settimo comma, o con altra successiva ordinanza, nomina un consulente, formula i quesiti e fissa l’udienza nella quale il consulente deve comparire”; al secondo comma: “Possono essere nominati più consulenti soltanto in caso di grave necessità o quando la legge espressamente lo dispone”. L’art. 61 c.p.c., richiamato dalla suddetta norma e rubricato “Consulente tecnico”, prevede al primo comma: “Quando è necessario, il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica”; al secondo comma: “La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice”. Non dimentichiamo che l’art. 2,3 lett. e-bis) n. 6 del D.l. 14 marzo 2005 n 35, convertito con modificazioni nella Legge 14 maggio 2005 n 80, con effetto dal 1 marzo 2006, ha inserito nel Codice di Rito l’art. 696-bis, rubricato “Consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite” che, al primo comma, prevede la possibilità di esperire una consulenza tecnica, in via preventiva, ai fini dell’accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti da fatto illecito. Il Consulente, prima di provvedere al deposito della relazione, tenta, ove possibile, la conciliazione delle parti. Come evidente il ruolo del CTU da ausiliario del Giudice (ruolo primario) può svolgere funzioni di “mediatore” nei casi in cui, superato o mai oggetto di discussione il problema dell’an, si debba procedere alla mera determinazione del quantum di danno. Detto procedimento, se correttamente instaurato, atteso che è esperibile “anche al di fuori dei casi di urgenza” di cui all’art. 696 primo comma c.p.c., consentirebbe soprattutto in materie la cui risoluzione in punto di an non potrebbe che passare attraverso una espletata consulenza tecnica il proliferare di lunghe quanto spesso inutili cause ordinarie. Le note Sezioni Unite ci dicono che, per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (art. 138 e 139 D.lg. n. 209 del 2005) richiede l’accertamento medico-legale, che non costituisce, però, strumento esclusivo e necessario; infatti, come è nei poteri del giudice disattendere, motivatamente, le opinioni del consulente tecnico, del pari il giudice può non disporre l’accertamento medico-legale, non solo nel caso in cui l’indagine diretta sulla persona non sia possibile (perché deceduta o per altre cause), ma anche quando lo ritenga, motivatamente, superfluo. Dalla piana lettura della sentenza, il ruolo del Consulente tecnico sembrerebbe uscire ridimensionato. In verità non è così. Le Sezioni Unite hanno voluto insistere sull’importanza delle allegazioni che le parti devono fornire fin dall’atto introduttivo del giudizio ai fatti posti a fondamento della domanda, affinché in caso di ammissione della consulenza medico legale, l’ausiliario del Giudice, proprio dall’incipit del quesito “esaminati gli atti e i documenti di causa…” venga posto nelle condizioni di poter esprimere una valutazione del danno non patrimoniale sotto i diversi aspetti che lo compongono (ciò ovviamente senza assurgersi a “deus ex machina” del processo). La Corte Costituzionale, con al sentenza n. 124 del 13 aprile 1995, pronunciandosi in merito alla natura probatoria della consulenza di parte (nel caso di specie stragiudiziale n.d.r.) ne ha escluso la natura probatoria, pur inerendo all’istruzione probatoria stessa, in quanto detta consulenza non costituisce mezzo di prova ma semplice allegazione difensiva a contenuto tecnico integrante mezzo di difesa come le deduzioni e le argomentazioni dell’avvocato, soggette al libero apprezzamento del Giudice ai sensi dell’art. 116 del Codice di rito. Ecco che allora se, come insegnano le Sezioni Unite il danno biologico è soggetto ad accertamento medico legale, la metodologia di valutazione dello stesso deve essere compiuta da professionisti in grado di esprimere un quadro complessivo della invalidità sotto una poliedricità di profili. Sul ruolo del consulente e sulla professionalità dello stesso, mi preme riportare l’integrale contenuto del documento ricevuto dal Prof. Benedetto Vergari, attualmente Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina Legale (SIMLA), che è l’unica ed autorevole società scientifica della disciplina medico-legale, denominato “Consensus Conference”, (presentato dai Proff.ri Paolo Arbarello, Francesco Maria Avato, Mauro Barni, Claudio Buccelli, Fabio Buzzi, Alessandro Dell’Erba, Ranieri Domenici, Antonio Farneti, Angelo Fiori, Gian Aristide Norelli, Paolo Procaccianti, Pietrantonio Ricci e Benedetto Vergari stesso), approvato nel corso delle IV Giornate Estensi di Medicina Legale e delle Assicurazioni svoltesi a Ferrara dal 28 al 30 novembre 2011:

1) Il danno biologico consiste nella menomazione permanente e/o temporanea all’integrità psico-fisica della persona, comprensiva degli aspetti personali dinamico-relazionali, passibile di accertamento e di valutazione medico-legale ed indipendente da ogni riferimento alla capacita di produrre reddito.

2) La valutazione del danno biologico è espressa in termini di percentuale della menomazione all’integrità psicofisica, comprensiva della incidenza sulle attività quotidiane comuni a tutti.

3) Nel caso in cui la menomazione stessa incida in maniera apprezzabile su particolari aspetti dinamico-relazionali e personali, la valutazione è completata da indicazioni aggiuntive da esprimersi in forma esclusivamente descrittiva.

4) La valutazione del danno biologico permanente deve essere formulata dopo stabilizzazione dei postumi, tenendo anche conto degli elementi prognostici aventi carattere di certezza o di elevata probabilità.

5) La valutazione dovrà indicare se il danno biologico permanente può essere modificato dall’applicazione di protesi e/o di protesi e di idonei trattamenti.

6) La valutazione del danno biologico permanente deve tener conto dello stato anteriore del danneggiato in rapporto alla maggiore o minore incidenza invalidante dei postumi che può derivarne.

7) In caso di menomazioni plurime la percentuale del danno biologico permanente deve essere espressa in base alla valutazione della effettiva incidenza del complesso delle menomazioni stesse sull’integrità psico-fisica della persona comprensiva delle limitazioni dinamico-relazionali.

8) Perdite anatomiche e perdite funzionali pur interessanti lo stesso arto, organo ed apparato possono comportare diversa quantificazione percentuale del danno biologico permanente.

9) Le percentuali indicate nella tabella rappresentano valori orientativi, medi.

10) La eventuale riduzione della capacità lavorativa del danneggiato è categoria diversa rispetto alla quantificazione percentuale del medesimo; essa verrà prioritariamente espressa in termini descrittivi ed eventualmente integrata da una sintesi quantitativa.

Come evidente, a conferma di quanto appena esposto, il Consulente sarà di ausilio al Giudice anche per quanto concerne la problematica della sofferenza e della compromissione delle attività della persona umana, tenuto conto che, fin dalla citata Sentenza n. 184/1986 della Corte Costituzionale, “il legislatore ordinario non può limitare la tutela risarcitoria per la violazione di diritti dichiarati costituzionalmente fondamentali”. E infatti il Legislatore non solo non ha posto limiti alla tutela dei diritti dell’individuo (del resto come potrebbe), costituzionalmente garantiti, ma ha emanato norme di legge volte proprio a fornire riscontri documentali alla sofferenza del soggetto che ha subito un danno. Si pensi alla Legge 15 marzo 2010, n. 38, “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, la cui finalità è quella di tutelare il diritto del cittadino ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore e al successivo art. 7, rubricato – Obbligo di riportare la rilevazione del dolore all’interno della cartella clinica – al primo comma si prevedeAll’interno della cartella clinica, nelle sezioni medica ed infermieristica, in uso presso tutte le strutture sanitarie, devono essere riportati le caratteristiche del dolore rilevato e della sua evoluzione nel corso del ricovero, nonché la tecnica antalgica e i farmaci utilizzati, i relativi dosaggi e il risultato antalgico conseguito”. In tema di omissioni informative, la Cass. civ., Sez. III, 6 gennaio 2010, n. 1538, emessa sotto il profilo della responsabilità professionale da contratto o contatto sociale del medico, al fine del riparto dell’onere probatorio, il paziente danneggiato deve limitarsi a provare il contratto (o contatto sociale) e l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di un’affezione ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato. Le omissioni imputabili al medico nella redazione della cartella clinica rilevano sia come figura sintomatica di inesatto adempimento, per difetto di diligenza, in relazione alla previsione generale contenuta nell’art. 1176, secondo comma, del cod. civ., sia come nesso eziologico presunto, posto che l’imperfetta compilazione della stessa non può, in via di principio, risolversi in danno di colui che vanti un diritto in relazione alla prestazione sanitaria (in senso conforme, sul riparto dell’onere probatorio, si segnalano: Tribunale Piacenza sentenza 19 novembre 2009 n. 764, in tema di responsabilità del medico e paziente ricoverato Cass. civ., Sez. III, 30 settembre 2009, n. 2095, in tema di responsabilità del medico e leges artis Cass. civ., Sez. III, 28 settembre 2009, n. 20790, in tema di causa e concause nella responsabilità del medico Cass. civ., Sez. III, 2 settembre 2009, n. 19092, in tema di responsabilità civile del medico e causalità Cass. civ., Sez. III, 10 marzo 2009, n. 5735, in tema di responsabilità del medico e consenso Cass. civ., Sez. III, 30 gennaio 2009, n. 2468, in materia di consenso del paziente alla prestazione medica sul fronte penale Cass. pen., Sez. Un., 21 gennaio 2009, n. 2437, in materia di responsabilità del medico e trattamento sanitario necessario, Cass. pen., Sez. IV, 30 settembre 2008, n. 37077). La Suprema Corte, con la sentenza n. 13433 emessa dalla III Sezione il 1 giugno 2010, proprio a conferma di quanto abbiamo detto in merito alla necessità che il quadro probatorio sia completo e la causa, in piena fase istruttoria, “matura” per essere “devoluta” alla quantificazione del CTU in ordine alla entità dei danni, afferma che il giudice del merito che aderisce alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio nel liquidare il danno biologico non deve spiegarne le ragioni; è sufficiente un riferimento alle tabelle in uso al Tribunale per ritenere assolto l’obbligo di motivazione sulla tecnica seguita per determinare l’indennizzo. La giurisprudenza “Meneghina” si esprime sul punto con tre pronunce degne di nota:

  • la prima è Tribunale Milano, Sex. X, 16 giugno 2009 n 7724, secondo cui mediante la produzione di perizie psichiatriche, senza l’allegazione di concreti dati relativi alle condizioni di salute sulla base dei quali disporre una CTU non può dirsi dimostrata in giudizio l’esistenza di un danno biologico iure proprio. Infatti la consulenza tecnica non costituisce un mezzo di prova, ma un mezzo di valutazione, sotto il profilo tecnico-scientifico di dati già acquisiti al processo a seguito dell’attività delle parti. È bene ricordare che, come chiarito dalla Cass. civ., Sez. III, 15 aprile 2002, n. 5422, la consulenza tecnica non può essere disposta al fine di esonerare la parte di quanto assume ed è quindi legittimamente negata dal Giudice qualora la parte tenda, con essa, a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerta di prove ovvero a compiere una attività esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati.
  • La seconda, sempre Tribunale Milano, seppure quasi in pari data (9 giugno 2009) n 7515, ma emessa dalla V Sezione, ritiene che il danno non è mai in re ipsa ed il giudice dovrà porre a fondamento della propria decisione non solo la consulenza tecnica d’ufficio, ma anche tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni (ex art. 115 cpv. c.p.c e 2727 e ss. c.c.).
RIFERIMENTI NORMATIVI
NORME SPECIALI

Articolo 4 D.P.R. 30/10/2009, n. 181

Criteri medico-legali per la rivalutazione dell’invalidità permanente, e per la determinazione del danno biologico e del danno morale1. Per la rivalutazione delle invalidità già riconosciute e indennizzate, si procede secondo i seguenti criteri e modalità: a) la percentuale d’invalidità permanente (IP), riferita alla capacità lavorativa, è attribuita secondo quanto indicato all’articolo 3. Resta salva l’applicazione di altri criteri tabellari, adottati in sede di prima valutazione, se più favorevoli; b) la percentuale del danno biologico (DB) è determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri applicativi di cui agli articoli 138, comma 1, e art. 139, comma 4 del decreto legislativo 7 settembre 2005 n 209, e successive modificazioni; c) la determinazione della percentuale del danno morale (DM) viene effettuata, caso per caso, tenendo conto della entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi ed in rapporto all’evento dannoso, fino ad un massimo dei 2/3 del valore percentuale del danno biologico; d) la percentuale unica di invalidità indicante l’invalidità complessiva (IC), di cui all’articolo 6 della legge 2 agosto 2004, n 206, che in ogni caso non può superare la misura del cento per cento, è data dalla somma delle percentuali del danno biologico, del danno morale e del valore, se positivo, risultante dalla differenza tra la percentuale di invalidità riferita alla capacità lavorativa e la percentuale del danno biologico: IC= DB+DM+ (IP-DB).

 

ART. 2727 C.C.

NOZIONE.

1. Le presunzioni sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignoto.

Omissis

 

ART. 2728 C.C.

PROVA CONTRO LE PRESUNZIONI LEGALI.

1. Le presunzioni legali dispensano da qualunque prova coloro a favore dei quali esse sono stabilite.

2. Contro le presunzioni sul fondamento delle quali la legge dichiara nulli certi atti o non ammette l’azione in giudizio non può essere data prova contraria, salvo che questa sia consentita dalla legge stessa.

 

ART. 2729 C.C.

PRESUNZIONI SEMPLICI.

1. Le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti.

2. Le presunzioni non si possono ammettere nei casi in cui la legge esclude la prova per testimoni.

  • La terza ed ultima, sempre Sezione V, del 19 febbraio 2009 n. 2334, richiamando i principi delineati dalle Sezioni Unite, ritiene che il giudice qualora ritenga, sulla base delle allegazioni e delle prove acquisite al processo e dalle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, che il danno non patrimoniale inteso come “sofferenza soggettiva” non sia adeguatamente risarcito, deve procedere alla personalizzazione del danno non patrimoniale liquidando, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma ulteriore che garantisca l’integrale ristoro del pregiudizio subito dalla vittima.

Il Tribunale Roma, con pronuncia del 19 marzo 2009, rigetta la domanda formulata da un danneggiato, in quanto la domanda di risarcimento danni deve essere adeguatamente provata dall’istante, tale non può ritenersi l’escussione di testi non presenti al momento del fatto, né l’esperita consulenza tecnica. Da ultimo anche la giurisprudenza amministrativa del Consiglio di Stato, Sez. VI, 23 marzo 2009 n 1716, precisa che in materia di risarcimento del danno, vertendosi in tema di diritti soggettivi, trova piena applicazione il principio dell’onere della prova e non invece l’onere del principio di prova che, almeno tendenzialmente, si applica in materia di interessi legittimi. Il giudice può intervenire in via suppletiva, con la liquidazione equitativa del danno, solo quando non possa essere fornita la prova precisa del quantum di danno, ma resta fermo che l’ an del danno va provato dall’interessato. Né si può invocare la consulenza tecnica d’ufficio, perché questa non è un mezzo di prova, ma strumento di valutazione delle prove già fornite dalle parti. Pertanto, il giudice non può disporre una CTU, pena la violazione del principio di parità delle parti, per accertare l’an del danno dedotto.

3. Il ruolo delle presunzioni

Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza, che deve essere allegato e provato. Va disattesa, infatti, la tesi che identifica il danno con l’evento dannoso, parlando di “danno evento” (4.10 sentenza n. 29672/2008 cit). La tesi, enunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184/1986, è stata infatti superata dalla successiva sentenza n. 372/1994 emessa dalla Corte Costituzionale, seguita da questa Corte con le sentenze gemelle del 2003 (nn. 8827 e 8828 cit.). E del pari da respingere è la variante costituita dall’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo. Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (si veda ad esempio Cass., Sez. lav., 6 luglio 2002, n. 9834 secondo cui “la prova per presunzione semplice, che può anche costituire l’unica fonte del convincimento del giudice, integra un apprezzamento di fatto che, se correttamente motivato, non è censurabile in sede di legittimità”). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto”. Il Codice Civile disciplina le “Presunzioni” in due soli articoli (artt. 2727-2729) nel Libro VI “Della Tutela dei Diritti”, nel Titolo II “Delle Prove” nel Capo IV. Le presunzioni sono definite come “le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignorato”. Si dividono in presunzioni assolute o juris et de jure, che non ammettono prova contraria (art. 2728, secondo comma c.c.), o in presunzioni semplici o hominis (art. 2729 c.c.), liberamente valutabili dal Giudice, ai sensi dell’art. 116 del Codice di rito. La giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito l’importanza delle presunzioni, come fonte di prova in fattispecie inerenti profili di danno “areditttuali” del soggetto, ritenendole prove non “degradate” a rango inferiore rispetto a quelle documentali e testimoniali. Il Tribunale di Varese, I Sez., con la sentenza n. 488 del 12 aprile 2010, a proposito del “danno esistenziale”, inteso come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno – ha precisato che esso può essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzione, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l’avvenuta lesione dell’interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) – il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico – si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove.

Anche il Tribunale di Bari, Sez. III, 15 ottobre 2010, n 3104, si allinea ai “diktat” delle Sezioni Unite del novembre 2008, statuendo che è nei poteri del giudice porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), avvalendosi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni. Per gli altri pregiudizi di carattere non patrimoniale, potrà invece farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. A tal riguardo, va precisato che attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, in tale materia, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di un mezzo di prova di rango inferiore agli altri. Tuttavia, ciò non vale ad esonerare il danneggiato dall’onere di allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto. Il Tribunale Monza, Sez. I, con sentenza n. 1717 del 8 giugno 2009, ritiene che la prova del “danno esistenziale” può essere fornita in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, tra cui anche per presunzioni semplici, fermo restando l’onere del danneggiato di specificare gli elementi di fatto dai quali assumere l’esistenza e l’entità del danno, del che non si ha riscontro nella fattispecie. Anche la Giurisprudenza amministrativa, con la sentenza n. 3657 del 2 luglio 2009 emessa dal TAR Campania, Sez. VIII, si è uniformata ai principi chiaramente affermati dalla Corte a sezioni unite con le sentenze del novembre 2008, secondo cui l’esistenza del danno non patrimoniale non può desumersi “tout court” dalla lesione di un interesse giuridicamente tutelato, dovendo essere di volta in volta provato nei suoi elementi costitutivi. Ne consegue che se può farsi ricorso anche allo strumento delle presunzioni, occorre che siano allegati e provati dati certi, inerenti al caso concreto, gravi precisi e concordanti, da cui possa inferirsi la prova non soltanto dell’esistenza, ma anche dell’entità del pregiudizio di cui si chiede il ristoro. Né, del resto, l’entità del danno, pur consistente, ma contenuto nel caso di specie nella misura del 33%, può di per sé solo integrare prova di pregiudizi conseguentemente sofferti dal coniuge, meritevoli di tutela in questa sede. La Corte di Appello di Catania, Sez. II, del 3 marzo 2010, inerente il riconoscimento del danno non patrimoniale derivante dalla sofferenza psichica (o per meglio dire, morale) causata, quale conseguenza diretta, dalle lesioni fisiche patite costituisce intima componente di quest’ultime. Ai fini della monetizzazione del danno non patrimoniale, è necessario effettuare un’adeguata sua personalizzazione del danno che tenga conto del pregiudizio patito dal soggetto, oltre che sul piano anatomo-funzionale, su quello della soggettiva sofferenza extrabiologica, dimostrabile anche per via di presunzioni. La detta quantificazione è rimessa all’integrazione equitativa del giudice, il quale, nell’orientarsi può far riferimento a prassi curiali di questo o quell’ufficio, più o meno diffuse (le cd. tabelle), fermo restando che il detto richiamo, perciò solo, non fa diventare normativa la prassi, dalla quale il giudicante può ben discostarsi. La Cass. civ., Sez. III, 7 luglio 2010, n. 16018, ha statuito che il risarcimento del danno non patrimoniale subito dai parenti della vittima di un fatto illecito non richiede una prova specifica della sussistenza di tale danno, ove la sofferenza patita dai parenti possa essere accertata, in via presuntiva, sulla base di circostanze, quali lo stretto vincolo familiare, di coabitazione e di frequentazione, idonee a dimostrare l’esistenza di un legame affettivo di particolare intensità. Sulla liquidazione di tale danno, da effettuarsi in via equitativa, può incidere in senso riduttivo l’accertata assenza di convivenza del danneggiato con il congiunto deceduto, quale elemento indiziario da cui desumere un più ridotto danno morale, ma non anche la precarietà delle condizioni di salute del defunto, le cui gravi affezioni o patologie, secondo l’id quod plerumque accidit, intensificano, piuttosto che diminuire, il legame emozionale con gli altri parenti. In merito all’importanza del ruolo delle presunzioni anche in fattispecie attinenti a macrolesioni, preme segnalare due recentissime sentenze emesse dalla Suprema Corte nell’aprile di quest’anno. La prima è la Cass., Sez. III, 6 aprile 2011, n. 7868 inerente una causa promossa da parte di un danneggiato nei confronti della compagnia di assicurazione, quale impresa designata dal Fondo di garanzia per le vittime della strada, che ha chiesto il risarcimento dei danni in conseguenza delle gravi lesioni subite a seguito di urto con veicolo non identificato. Il danneggiato ha promosso ricorso in Cassazione deducendo otto motivi: la Cassazione ha accolto i primi cinque motivi, ha rigettato il sesto e il settimo motivo e ha dichiarato assorbito l’ottavo, rinviando, per i motivi accolti, la cassata sentenza impugnata innanzi alla competente Corte di appello, ovviamente in diversa composizione. I motivi e la relativa decisione spiegata dalla Suprema Corte meritano di essere analizzati al fine di comprendere il ragionamento in merito al calcolo della percentuale di invalidità fornita e in merito alla valutazione delle condizioni del soggetto, vittima delle lesioni, con particolare riferimento all’età (39 anni) e alla macrolesione patita. E infatti con il primo e il secondo motivo il ricorrente ha denunciato violazione della allora vigente Legge 24 dicembre 1969, n. 990, art. 21, comma 2, e art. 19, lett. a) e la violazione delle norme contenute nel D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 – T.U. leggi sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, ed omessa motivazione, nella parte in cui la sentenza di appello ha quantificato la percentuale di invalidità permanente residuata all’infortunato nel 35 % del totale, sebbene la CTU esperita nel corso del giudizio abbia accertato che – applicando i parametri indicati dalle disposizioni e dalle tabelle contenute nel D.P.R. n. 1124 del 1965 cit. – detta percentuale ammonta al 44%, e che l’invalidità può essere quantificata nel 35%, applicando “i criteri ordinari”. Secondo la prospettazione offerta dalla difesa del ricorrente, la Legge. n. 990 cit., all’art. 21, impone di determinare il danno da inabilità permanente in base ai criteri di cui al citato D.P.R. n. 1124, nei casi previsti dalla L. n. 990, art. 19, lett. a), mentre la Corte di appello avrebbe adottato la valutazione inferiore senza alcuna motivazione. La Corte accogliendo entrambi i primi due motivi ha precisato che l’art. 21, secondo comma, della Legge n. 990 del 1969, con riferimento ai criteri di liquidazione del danno da inabilità permanente di cui al D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, nei casi di cui all’art. 19, lett. a), della Legge stessa, sta ad indicare il limite massimo entro il quale l’impresa designata dal Fondo di garanzia per le vittime della strada può essere chiamata a rispondere; non il limite minimo, come presuppone il ricorrente, allorché qualifica come violazione di legge la minor valutazione adottata dalla sentenza impugnata. Si tratta infatti di norma che – (anche) a tutela del Fondo di garanzia – tende ad assicurare ai danneggiati dai sinistri della circolazione stradale provocati da soggetti sconosciuti una protezione minima, entro limiti ritenuti compatibili, con le esigenze di economicità di gestione del Fondo. La sentenza impugnata non è perciò censurabile per il solo fatto di avere determinato la percentuale di inabilità permanente ad un livello inferiore (nella misura del 35% n.d.r.), ma per avere essa disatteso la valutazione legale senza alcuna motivazione su che cosa si debba intendere per “valutazione in base ai criteri ordinari” e sulle ragioni per cui tale percentuale debba essere ritenuta meglio corrispondente alla realtà rispetto a quella del 44%, determinata dallo stesso CTU in applicazione dei principi di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965. La circostanza che la suddetta valutazione sia vincolante solo quanto al limite massimo non esclude che il giudice, che se ne voglia discostare, sia tenuto a motivare la sua decisione, indicando specificamente le ragioni della sua scelta. L’obbligo della motivazione specifica ricorre peraltro in ogni caso in cui il giudice si trovi a dover scegliere fra diversi indici di valutazione del danno, indicati in sede di consulenza tecnica o comunque applicabili al caso e, in particolare, proprio con riferimento al caso di specie, atteso che le lesioni subite dal danneggiato, odierno ricorrente, siano di grave entità, anche in ragione della residuata difficoltà nella deambulazione. Il terzo motivo attiene alla oggettivamente illogica e contraddittoria motivazione nella parte in cui la Corte di appello – dopo avere premesso che il valore del punto di invalidità deve essere determinato in una somma variabile fra Euro 1.300,00 ed Euro 6.000,00, e che la scelta fra i due estremi deve variare in relazione alla gravità delle lesioni e all’età dell’infortunato – ha determinato detto valore in un importo vicino al minimo, senza effettuare alcuna correlazione con i suddetti criteri. La Corte di Appello aveva premesso infatti che per le lesioni più gravi era solita riconoscere una somma compresa tra i 1.300 ed i 6.000 Euro a punto percentuale di invalidità, elevandola verso il valore massimo in considerazione della gravità dei postumi e della giovane l’età del danneggiato, salvo poi fare riferimento al valore minimo del punto. La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il motivo di doglianza sul presupposto che la percentuale di invalidità era infatti elevata (35%, anche adottando il restrittivo criterio di valutazione a cui la Corte si è uniformata), e l’età dell’infortunato (38 anni) corrispondeva a quella di persona nel pieno delle forze ed ancora entro la prima metà della vita, stando agli indici medi di sopravvivenza della popolazione. Il quarto e quinto motivo, entrambi ritenuti fondati, attengono, diciamo così per semplicità e perché sono quelli che ci riguardano maggiormente, alla “errata” quantificazione dei danni biologici, morali e patrimoniali subiti dal danneggiato. La difesa dell’odierno ricorrente censura l’operato del Giudice del merito, che non avrebbe tenuto conto del lungo periodo di invalidità temporanea (protrattosi per oltre un anno), del fatto che la vittima aveva dovuto interrompere gli studi universitari di giurisprudenza, che stava seguendo come studente-lavoratore, perdendo la possibilità di laurearsi: possibilità che gli avrebbe dato opportunità di maggiori gratificazioni personali e di maggiori guadagni futuri. La Corte ha ritenuto che la Corte di Appello non avrebbe preso in debita considerazione i suddetti profili, evitando così di “personalizzare” la liquidazione dei danni biologici e patrimoniali alle peculiarità del caso concreto, che imponevano di tenere conto delle opportunità di guadagno e di lavoro, oltre che di maggiori gratificazioni personali e sociali, che il ricorrente avrebbe potuto conseguire con la prosecuzione degli studi. La seconda pronuncia della Cass. civ., Sez. III, sempre del 6 aprile 2011, è la n. 7844. Si tratta di un caso di macrolesioni, in cui la Suprema Corte riconosce e ristora il danno non patrimoniale a titolo proprio, come danno morale, in favore dei familiari come mera lesione del rapporto parentale indipendentemente (e fortunatamente aggiungiamo noi) dal mancato decesso della vittima primaria. In questo caso particolare importanza è stata data dalla Suprema Corte al profilo probatorio, con esplicito riferimento alla prova per presunzioni del danno non patrimoniale. La Cassazione ha accolto solamente l’ultimo dei 4 motivi di ricorso presentati (tre da parte del danneggiato, il quarto da parte del familiare), dichiarando inammissibili gli altri. Il fatto. Tizio, quale terzo trasportato vittima di lesioni rientranti nelle “macropermanenti” in conseguenza di un sinistro stradale, citava in giudizio il proprietario-conducente dell’autovettura sulla quale “era a bordo” (per parafrasare l’art. 148 d.lgs. n. 209/2005 non ancora in vigore all’epoca dei fatti –la sentenza è infatti del 2002) e la di lui compagnia assicuratrice, ottenendo la condanna per la complessiva somma di € 126.531,94 (all’epoca dei fatti L. 245.000.000). Il Tribunale rigettava invece la domanda di risarcimento dei danni avanzata dall’intervenuta madre dell’attore. Proposto appello da parte del danneggiato e dalla madre, la Corte d’Appello, in parziale riforma della pronunzia del giudice di prime cure, condannava gli appellati al pagamento, in solido, della ulteriore somma di Euro 5.000,00, a titolo di danno patrimoniale in favore della madre, rigettando però la relativa domanda di risarcimento del danno morale riflesso e del danno esistenziale, nonché la domanda di risarcimento di “danni ulteriori” del danneggiato macroleso. Esaminiamo il quarto motivo proposto dal prossimo congiunto del danneggiato (e unico accolto e unico a noi di interesse per l’argomento che stiamo trattando). La ricorrente lamenta il fatto che, in contrasto con le emergenze (documentali e testimoniali) probatorie, i giudici di entrambi i gradi del merito le abbiano negato il risarcimento del subito danno morale riflesso in ragione della ravvisata mancanza di prova al riguardo, laddove nel caso “la prova del nesso causale era data dalla convivenza fra figlio, in giovane età, e madre nonché dalla relazione notevolmente affettiva di questa che, onde stare vicino alla persona cui era legata da grande affetto familiare, preferì abbandonare il posto di lavoro per prestare assistenza continua e stare vicino a chi soffriva, trascurando ogni altra cosa”. La Cassazione, in adesione alle Sezioni Unite del 2008, precisa nuovamente che “il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo” (così Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.. A tale stregua, (pure) “il danno non patrimoniale va dunque sempre allegato e provato, in quanto, come osservato anche in dottrina, l’onere della prova non dipende invero dalla relativa qualificazione in termini di “danno-conseguenza”, tutti i danni extracontrattuali dovendo essere provati da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, e la prova può essere data con ogni mezzo” (v., in particolare, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 15405). Quanto all’importanza e al ruolo delle presunzioni in ordine alla rilevanza probatoria, merita di riportare letteralmente il ragionamento e i richiami operati nel caso di specie dalla Suprema Corte. Poiché si tratta di “pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume invero la prova presuntiva (v. Cass., Sez. Un., 15/1/2009, n. 794; Cass., 19/12/2008, n. 29832). Il Giudice, si è in argomento precisato, attraverso il ricorso alle presunzioni (nonché l’esplicazione, se del caso, dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 421 c.p.c.) può sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell’onere di allegazione, concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr. Cass., Sez. Un., 6 marzo 2009, n. 6454). La prova del danno non patrimoniale da uccisione o da lesione (v. oltre) dello stretto congiunto può essere dunque data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828; Cass., 19/08/2003, n. 12124; Cass., 15/07/2005, n. 15022; Cass., 12/6/2006, n. 13546), che in argomento assumono anzi “precipuo rilievo” (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572). Le presunzioni valgono invero a sostanzialmente facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546). Anche la Dottrina, da tempo, ha espresso una opinione sostanzialmente unanime e concorde, mettendo in luce che “la presunzione semplice o hominis si caratterizza perché il fatto che la fonda va provato in giudizio, mentre nella presunzione legale è stabilito dalla legge che, attraverso lo schema logico della presunzione, non vuole imporre conclusioni indefettibili, ma introduce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) di esperienza, del fatto ignoto da quello noto; mentre, quando queste regole si irrigidiscono, assumendo consistenza di normazione positiva, si ha un fenomeno qualitativamente diverso e dalla praesumptio hominis si trapassa nel campo della presunzione legale” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 16 marzo 1979, n. 1564; Cass., 7 luglio 1976, n. 2525). Una volta che la presunzione semplice si sia tuttavia formata, e sia stata rilevata (cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, in quanto l’una e l’altra trasferiscono a colui contro il quale esse depongono l’onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546; Cass., 27/11/1999, n. 13291. Diversamente v. peraltro Cass., 16/3/1979, n. 1564). A tale stregua, la presunzione solleva la parte che ex art. 2697 c.c. sarebbe onerata di provare il fatto previsto, che, come posto in rilievo in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il “fatto base” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546). Quando ammessa, la presunzione, in assenza di prova contraria, impone al giudice di ritenere provato il fatto previsto senza consentirgli la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c. (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546). Anche nella giurisprudenza di legittimità si è con riferimento alla prova per presunzioni semplici sottolineato che, nel dedurre dal fatto noto quello ignoto il giudice di merito incontra il solo limite del principio di probabilità (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546). Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l’unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessità assoluta ed esclusiva (in tal senso v. peraltro Cass., 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088), ma è sufficiente che l’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza (v. Cass., 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026), basate sull’id quod plerumque accidit (v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082). In presenza di tale allegazione il giudice deve quindi ritenere, sulla base della presunzione fondata essenzialmente sulla base della tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo statistico, provati gli effetti che da tale fatto normalmente derivano, avendo riguardo ad una “apparenza” basata sul tipico decorso degli avvenimenti. Incombe alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla, con valutazione al riguardo spettante al giudice di merito (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546). Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non “più debole” della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una “prova completa” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 22 luglio 1968, n. 2643). Orbene, ove il danneggiato abbia come nella specie allegato sia il fatto base della normale e pacifica convivenza del proprio nucleo familiare sia che le gravi lesioni subite dal proprio congiunto all’esito del fatto/evento lesivo hanno comportato una sofferenza inferiore tale da determinare un’alterazione del proprio relazionarsi con il mondo esterno, inducendolo a scelte di vita diverse, incombe al danneggiante dare la prova contraria idonea a vincere la presunzione della sofferenza interiore, così come dello “sconvolgimento esistenziale” riverberante anche in obiettivi e radicali scelte di vita diverse, che dalla perdita o anche solo dalla “lesione” (cfr. Cass., 3/4/2008, n. 8546; Cass., 14/6/2006, n. 13754; Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., Sez. Un., 1/7/2002, n. 9556) del rapporto parentale secondo l’id quod plerumque accidit per lo stretto congiunto normalmente discendono (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 12/6/2006, n. 13546; Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572). Il principio di integrante del risarcimento del danno impone che nessuno degli aspetti di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale, la cui sussistenza risulti nel caso concreto accertata, rimanga priva di ristoro. Essi debbono essere invero presi tutti in considerazione a fini della determinazione dell’ammontare complessivo del risarcimento conseguentemente dovuto dal danneggiante/debitore.

Le Sezioni Unite del 2008 hanno in proposito significativamente affermato che:

  1. A) in presenza di reato, superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (rectius, nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile, ove costituisca conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo, ivi comprese le Convenzioni internazionali (come la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo), e cioè purché sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’art. 2043 c.c., la tutela penale costituendo sicuro indice di rilevanza dell’interesse leso;
  2. B) in assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona.

Fattispecie quest’ultima considerata integrata ad esempio in caso di sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto parentale), in quanto il “pregiudizio di tipo esistenziale” consegue alla lesione dei “diritti inviolabili della famiglia -artt. 2, 29 e 30 Cost.-” (così Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972). In tali ipotesi, vengono in considerazione pregiudizi che, attenendo all’esistenza della persona, per comodità di sintesi possono essere descritti e definiti come esistenziali, senza che tuttavia possa configurarsi una “autonoma categoria di danno” (v, Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972). Così come altri pregiudizi di tipo esistenziale, attinenti alla sfera relazionale della persona ma non conseguenti a lesione psicofisica, e quindi non rientranti nell’ambito del danno biologico (comprensivo, secondo giurisprudenza ormai consolidata, sia del c.d. “danno estetico” che del c.d. danno alla vita di relazione”), sono risarcibili, si è ulteriormente sottolineato dalla Sezioni Unite, ove conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona diverso dal diritto alla integrità psicofisica”. Dopo questa lunga ma esaustiva dissertazione, la Suprema Corte ci fornisce ulteriori chiarimenti al fine di evitare che aree di risarcimento del danno si sovrappongano creando così possibili e non dovute duplicazioni risarcitorie: profilo di cui già le Sezioni Unite del 2008 si erano occupate. Per la Corte “non si hanno invero duplicazioni risarcitorie in presenza della liquidazione dei diversi aspetti negativi ravvisati causalmente derivare dal fatto illecito o dall’inadempimento ed incidenti sulla persona del danneggiato/creditore. Duplicazioni risarcitorie vengono invece a sussistere laddove lo stesso aspetto (o voce) venga computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni. È invero compite del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo alla loro integrale riparazione (in tali termini v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972). A tale stregua, i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, avente tendenzialmente portata “onnicomprensiva” (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972). In tal senso è da intendersi invero la statuizione secondo cui il ristoro della sofferenza morale non può risarcirsi più volte, allorquando essa non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi, degenerando in danno biologico o, come nella specie, in pregiudizio prospettante profili di tipo esistenziale”. La Corte di Cassazione formula tre ulteriori ipotesi:

  • Se viene liquidato il danno morale e in detta liquidazione sono espressamente compresi anche “profili relazionali” (il cosiddetto “danno esistenziale”), allora dovrà escludersi la liquidazione di una ulteriore somma a titolo di “danno esistenziale da intendersi comepregiudizio del fare aredittuale del soggetto, determinante una modifica peggiorativa della personalità da cui consegue uno sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione, sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare”;
  • se nella liquidazione del danno biologico viene fatto espresso riferimento “alla negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato”, allora anche in questo caso si tratterebbe di duplicazione;
  • nel caso invece detti aspetti relazionali non siano stati ricompresi né sotto la voce del danno morale né sotto la voce del danno biologico nel suo aspetto dinamico, allora il Giudice dovrà procedere ad una liquidazione “personalizzata” che tenga conto del caso concreto.

Tornando al caso che ci occupa il danneggiato ha riportato gravi lesioni personali e la madre ha domandato il ristoro (anche) del lamentato danno non patrimoniale iure proprio conseguentemente sofferto, in particolare deducendo e allegando che la propria sofferenza interiore per le gravi lesioni subite all’esito del sinistro stradale dal figlio convivente l’ha indotta ad abbandonare il lavoro al fine di dedicarsi esclusivamente alla cura del medesimo, bisognevole di assistenza in ragione della gravità delle lesioni psicofisiche riportate in conseguenza del sinistro. Il caso di specie presenta oggettivamente gli estremi del reato –art. 590 del Codice penale- (cfr. Cass., 17/9/2010, n. 19816), e, come le Sezioni Unite del 2008 hanno avuto modo di affermare, nell’ipotesi in cui il fatto illecito si configura (anche solo astrattamente: v. già Cass., Sez. Un., 6/12/1982, n. 6651) come reato, il danno non patrimoniale sofferto dalla persona offesa e dagli ulteriori eventuali danneggiati (nel caso di illecito plurioffensivo: v. Cass. n. 4186 del 1998; Cass., Sez. Un., n. 9556 del 2002) è risarcibile nella più ampia accezione di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, giacché in tal caso, superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (ma sarebbe meglio dire: nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile (cosi Cass., 11/11/2008, n. 26972). Sul punto l’importanza della decisione attiene anche al fatto che la Corte precisa che il danno non patrimoniale iure proprio del congiunto (che la ricorrente indica come “danno morale riflesso” e “danno esistenziale”), è ristorabile non solo in caso di perdita ma anche di mera lesione del rapporto parentale (cfr., con riferimento al danno morale in favore dei prossimi congiunti della vittima di lesioni colpose, v. Cass., 3/4/2008, n. 8546; Cass., 14/6/2006, n. 13754; Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., Sez. Un., 1/7/2002, n. 9556; Cass., 1/12/1999, n. 13358; Cass., 2/4/1998, n. 4186). Emerge allora evidente come la Corte di merito, “nel negare il risarcimento del danno (anche di) quello morale ed esistenziale sulla base della ritenuta mancanza di qualsiasi elemento specificamente idoneo a provare tali danni, pur avendo dato in motivazione atto dell’incontestato rapporto di parentela e di convivenza del figlio con la madre, e a fortiori avendo affermato (nel viceversa accordare a quest’ultima, in riforma della sentenza di primo grado sul punto, il danno patrimoniale) essere rimasto provato in causa che la medesima si era indotta ad interrompere, dando le dimissioni, il rapporto di lavoro in essere alle dipendenze della società che gestiva l’albergo, in ragione della “oggettiva rilevanza delle lesioni riportate dal figlio” e al fine “di prestargli assistenza”, anziché rigettare la domanda, argomentando dalla ritenuta carenza di prova in proposito, avrebbe dovuto invero ritenere, in assenza di prova contraria, presuntivamente provato il domandato danno non patrimoniale in questione. A fortiori in considerazione della circostanza che la madre del danneggiato ha non solo allegato ma, visto quanto emerge dalla motivazione dell’impugnata sentenza, dato in realtà addirittura prova diretta dell’essere la propria sofferenza inferiore (o patema d’animo) nel caso degenerata in termini obiettivamente riscontrabili, e in particolare nella scelta, deponente per un radicale cambiamento di vita, di abbandonare il lavoro per potersi dedicare all’esclusiva cura e assistenza del figlio che ne abbisognava in ragione delle gravi lesioni riportate all’esito del sinistro stradale oggetto di causa. Dell’impugnata sentenza s’impone pertanto in parte qua la cassazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Roma che, in diversa composizione, procederà a nuovo esame, facendo applicazione dei seguenti principi di diritto: “al prossimo congiunto di persona che abbia subito lesioni a causa di fatto illecito costituente reato spetta il risarcimento del danno non patrimoniale sofferto in conseguenza di tale evento, dovendo ai fini della liquidazione del relativo ristoro tenersi in considerazione la sofferenza (o patema d’animo) anche sotto il profilo della sua degenerazione in obiettivi profili relazionali. La Corte ribadisce che la prova di tale danno può essere data anche con presunzioni. Quindi, in situazioni come quella oggetto del caso che ci occupa, in cui sono state allegate le gravi lesioni conseguenti al sinistro (fatto ampiamente e documentalmente provato), il giudice deve ritenere provata la sofferenza inferiore (o patema d’animo) e lo sconvolgimento dell’esistenza che (anche) per la madre ne derivano, dovendo, nella liquidazione del relativo ristoro, tenere conto di entrambi i suddetti profili, ivi ricompresa la degenerazione della sofferenza inferiore nella scelta di abbandonare il lavoro al fine di dedicarsi esclusivamente alla cura del figlio, bisognevole di assistenza in ragione della gravità delle riportate lesioni psicofisiche. Spetterà ovviamente alla controparte fornire la prova contraria idonea a vincere la presunzione.

GIURISPRUDENZA RILEVANTE
DANNI DA FATTO ILLECITO–PRESUNZIONI

Tribunale Roma, Sez. XII, 26.11.2010, n. 23599, «Redazione Giuffrè» 2010

In conformità al combinato disposto degli art. 2056, 1223, 1226 e 1227 c.c., il danno da ritardo in materia di responsabilità da fatto illecito non è presunto ex lege, non essendo applicabile l’art. 1224 comma 1 c.c., ma deve essere allegato e provato facendo ricorso anche e soltanto a presunzioni semplici ed al criterio equitativo di cui all’art. 2056 comma 2 c.c. Quindi, ove la parte attrice non fornisca alcun elemento di prova in ordine ai possibili impieghi delle somme dovute, il cd. lucro cessante dovrà essere equitativamente calcolato ex art. 2056 c.c., applicando, ad una base di calcolo costituita dal credito, devalutato all’epoca del sinistro, e rivalutato anno per anno secondo gli indici ISTAT, un saggio equivalente agli interessi legali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. L’importanza delle allegazioni

Paragrafo 4.10 sentenza n. 26972/2008: “attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri. Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto”. Preliminarmente occorre definire il concetto di allegazione. Due sono le definizioni che emergono nel campo giuridico:

1) allegazione in senso proprio quando ci riferiamo a indicare, ad esempio in atto di citazione, come si sono svolti i fatti e quelli che il n 4 dell’art. 163 del Codice di rito definisce “l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda”. L’art. 164 n 4 del Codice di procedura civile, rubricato appunto “nullità della citazione”, prevede la “nullità della citazione… se manca l’esposizione dei fatti di cui al n 4 dello stesso articolo (art. 163 c.p.c.)”. Sovente la difesa del convenuto, con la comparsa di costituzione e risposta, formula l’eccezione di cui sopra anche se le Sezioni Unite della Suprema Corte, con la recente sentenza n. 16910 del 21 luglio 2009, hanno avuto modo di precisare che “la nullità della citazione per totale omissione o assoluta incertezza dell’oggetto della domanda – ai sensi dell’art. 164 c.p.c. – non ricorre quando il petitum e la causa petendi siano comunque individuabili attraverso un esame complessivo dell’atto introduttivo del giudizio, non limitato alla parte di esso destinata a contenere le conclusioni, ma esteso anche alla parte espositiva”. Nello stesso senso si è espressa la giurisprudenza di merito (ex plurimis, Tribunale Milano, Sez. X, 13 febbraio 2009 n 1967), secondo cui “l’art. 164, comma 4 c.p.c, sancisce la nullità della citazione se è omesso o risulta assolutamente incerto il requisito stabilito dal n. 3 dell’art. 163″ (petitum), ovvero “se manca l’esposizione dei fatti di cui al n. 4 dello stesso articolo” (causa petendi). La sanzione di nullità è prevista unicamente per l’ipotesi in cui manchi l’esposizione dei fatti a sostegno della domanda, così da non consentire al giudice di comprendere e qualificare correttamente la domanda ed alle parti di assumere difese adeguate e pertinenti. Parimenti non ricorre un’ipotesi di nullità della citazione quando il petitum sia stato esplicitato nell’atto introduttivo indicando nel dettaglio le singole voci di danno oggetto della domanda”;

2) allegazione in senso improprio quando vengono contestati ad esempio i fatti sostenuti dalla controparte. Al di la del diverso riparto dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 primo e secondo comma del Codice civile tra attore e convenuto, sotto questo secondo profilo dobbiamo considerare l’importanza assunta dalla specifica contestazione in prima udienza, dopo la novellata formulazione dell’art. 115 del Codice di Procedura civile con la Legge 18 giugno 2009 n 69, rubricato “Della disponibilità delle prove”. È sufficiente riportare il contenuto della norma prima e dopo la intervenuta riforma per comprenderne la portata. E infatti il primo comma prevedeva: “Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero”. Dopo la modifica ad opera dell’art. 45, comma 14 della Legge 69/2009 cit., il primo comma recita “Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita”. La precisazione è importante proprio perché è la “allegazione dei fatti” ed “a contrariis” la negazione degli stessi, che assume un ruolo preminente nella fase disciplinata al “Capo I” – Della introduzione della causa – e del successivo “Capo II” Sezione II – “Della trattazione della causa” – in cui la fase di allegazione si perfeziona nel termine di cui all’art. 183 sesto comma n 2 c.p.c. Ecco che l’allegazione e la prova divengono un processo (in senso atecnico) “simbiotico”. In giudizio possiamo provare solamente ciò che abbiamo allegato. E ciò è ancora maggiormente significativo con riferimento alla prova del “nuovo” danno non patrimoniale, soprattutto dopo che le Sezioni Unite ci hanno detto a chiare lettere che il danno non patrimoniale è da considerarsi omnicomprensivo e le singole voci di danno hanno fine meramente descrittivo. Preme segnalare, all’uopo, l’articolo apparso su www.altalex.it del 23 marzo 2011 dal titolo “Nuove (sotto)voci di danno non patrimoniale: possibile richiederle in corso di causa?” in cui Domenico Chindemi riporta il pensiero della Suprema Corte secondo cui “in tema di risarcimento del danno derivante da fatto illecito, ricorre la fattispecie processuale della emendatio libelli, e non anche della (non consentita) mutatio, nella ipotesi di originaria specificazione del danno in determinate voci, e di successiva deduzione, nel corso del medesimo grado di giudizio, di voci ulteriori, con correlativo ampliamento del petitum mediato, ma all’esito di una variazione nella sola estensione del petitum immediato, ferma restandone l’identità e l’individualità ontologica, atteso che le varie voci di danno non integrano, pertanto, una pluralità e diversità strutturale di petitum, ma ne costituiscono soltanto delle articolazioni (o categorie interne) quanto alla sua specificazione quantitativa” (cfr. Cass. 6 agosto 1997, n. 7275). Se dunque, come statuito dalla pronuncia della Cass., Sez. Un., del 6 marzo 2009 n. 6454 il giudice, attraverso il ricorso alle presunzioni (nonché l’esplicazione, se del caso, dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 421 c.p.c.) può sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell’onere di allegazione, concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda, dobbiamo ricordare che egli resta vincolato al fondamentale principio sancito dall’art. 112 del Codice di rito, la cui rubrica recita “Corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato”, secondo cui “Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa; e non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti”, non a caso posizionato nel “Libro I”, “Titolo V” – Dei poteri del Giudice. Al proposito Matteo Magri in “Allegazione e prova del danno”, Capitolo LXI, in “Trattato dei Nuovi Danni” cit. a pag 998, riporta il recente pensiero del Carli (2009) secondo cui “l’onere di allegazione costituisce, dunque, una imprescindibile salvaguardia del contradditorio nel senso che impone a ciascuna parte di rendere conoscibili specificamente e tempestivamente alla controparte quali siano i fatti rilevanti a fondamento delle azioni o delle eccezioni dedotte in causa.. Solo in tal modo può essere garantito il rispetto del principio di cui all’art. 24 della Costituzione, nel senso che l’effettività dell’esercizio del diritto di difesa presuppone che l’interessato sia in grado di compiere le proprie scelte processuali dopo aver individuato con certezza le circostanze fondanti l’altrui pretesa”.

RIFERIMENTI NORMATIVI
ART. 24 COSTITUZIONE

1. Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

2. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

3. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.

Omissis

 

La Cassazione, Sez. III, con al sentenza 9 dicembre 2010 n. 24864, ha stabilito che “poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale, e dal momento che il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l’operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili, ma possono venire in considerazione solo in sede di adeguamento del risarcimento al caso specifico, e sempre che il danneggiato abbia allegato e dimostrato che il danno biologico o morale presenti aspetti molteplici e riflessi ulteriori rispetto a quelli tipici”. Segnaliamo una serie di pronunce emesse dalla Giurisprudenza amministrativa in tema di necessitata allegazione dei pregiudizi invocati con ricorso: in primis il Consiglio di Stato, Sez. V, 28 maggio 2010 n. 3397, ha stabilito che “l’ampliamento della categoria del danno non patrimoniale, realizzato dalla giurisprudenza facendo in essa rientrare non solo i casi previsti da apposite previsioni di legge ma anche valori fondamentali della persona tutelati dalle disposizioni immediatamente precettive della Carta Costituzionale, è tuttavia compensata, dall’introduzione di un limite ontologico e di un onere probatorio. Quanto al primo, in un quadro interpretativo attento al contemperamento tra i principi costituzionali di solidarietà e di tolleranza, il risarcimento del danno non patrimoniale costituzionalmente qualificato è stato ammesso nei soli casi in cui la lesione del diritto costituzionale sia qualificata dalla serietà dell’offesa e dalla gravità delle conseguenze nella sfera personale. Quanto al secondo aspetto la Cassazione, superando la teoria del danno evento, esige che il danneggiato fornisca la prova, oltre dell’evento dato dalla sussistenza di una lesione del diritto costituzionalmente primario che superi la soglia della tollerabilità, anche della ricorrenza di significative ripercussioni pregiudizievoli sotto il profilo del danno conseguenza”.

Il secondo caso, deciso dal TAR Liguria Genova, Sez. II, 1 luglio 2010, n. 5498, merita di essere segnalato per il principio espresso in tema di allegazione e riparto dell’onere probatorio nel processo amministrativo. Il ricorso trae origine dalla mancata ammissione all’anno successivo di uno studente, affetto sin dalla nascita da ipoacusia neurosensoriale bilaterale profonda e deficit specifico di linguaggio. Il ricorrente ha chiesto l’annullamento del provvedimento per ragioni in questa sede ininfluenti e il risarcimento delle seguenti voci di danno:

  • danno c.d. biologico, in relazione alla asserita lesione dell’equilibrio psico-fisico;
  • danno morale soggettivo, collegato al turbamento psicologico comunque subito;
  • danno conseguente al rallentamento del corso di studi, ed alla perdita di occasioni lavorative.

Preliminarmente il TAR si pone il delicato problema dell’individuazione dell’onere probatorio che incombe in capo ai ricorrenti, circa la sussistenza dei danni asseritamene patiti. In linea di principio, infatti, compete al ricorrente l’onere di provare, ai sensi dell’art. 2697 c.c., tutti gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento del danno per fatto illecito. Questo perché la limitazione dell’onere probatorio che governa il processo amministrativo si fonda sulla naturale ineguaglianza delle parti, e quindi sul generale possesso dei documenti da parte dell’amministrazione che resiste in giudizio, mentre nel caso di risarcimento danni per dimostrare questi ultimi si deve far ricorso in genere a documentazione in possesso dei ricorrenti. Del resto, la Suprema Corte ha aderito ad un orientamento rigoroso, precisando che proprio a causa delle molteplici forme che può assumere il danno non patrimoniale si rende indispensabile una specifica allegazione in tal senso da parte dell’interessato, il quale deve fornire “tutti gli elementi, le modalità e le peculiarità della situazione in fatto, attraverso i quali possa emergere la prova del danno”, non essendo sufficiente “chiedere genericamente il risarcimento…, non potendo il giudice prescindere dalla natura del pregiudizio lamentato, e valendo il principio generale per cui il giudice – se può sopperire alla carenza di prova attraverso il ricorso alle presunzioni ed anche alla esplicazione dei poteri istruttori ufficiosi previsti dall’art. 421 c.p.c. – non può invece mai sopperire all’onere di allegazione che concerne sia l’oggetto della domanda, sia le circostanze in fatto su cui questa trova supporto” (cfr. Cass. civ. Sez. Un., 24 marzo 2006, n. 6572). Alla stregua di quanto sopra precisato, la richiesta risarcitoria inerente il “danno biologico” deve essere respinta in quanto detta voce di danno, essendo legata indissolubilmente alla persona, necessita imprescindibilmente di precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze comprovanti l’alterazione della sua integrità psico-fisica. Occorre quindi una prova specifica che dimostri nel processo i concreti cambiamenti che l’illecito ha apportato, in senso peggiorativo, nella qualità di vita del danneggiato: in mancanza di allegazioni sulla natura e le caratteristiche del danno esistenziale, non è possibile al giudice neppure la liquidazione in forma equitativa, perché questa, per non trasmodare nell’arbitrio, necessita di parametri a cui ancorarsi. Il TAR ritiene invece fondata e meritevole di ristoro la richiesta di danno morale soggettivo, sul presupposto de l’id quod plerumque accidit, in quanto la non promozione, specie se percepita e vissuta come conseguenza di un agire illegittimo e ingiustificato, costituisce un evento che incide profondamente nella sfera morale dell’interessato, provocando un notevole stato di sofferenza interiore che va risarcito per se stesso, a prescindere dalla questione del danno esistenziale, e sulla base di un criterio probatorio che tenga conto sia del carattere intimo del pregiudizio, sia del fatto che la sussistenza dello stesso può normalmente essere presunta in relazione a determinate tipologie di illecito. Da ultimo il Collegio ha ritenuto altresì ammissibile il danno da c.d. “perdita della chance“, identificabile, nel caso di specie, non tanto con la perdita di un risultato favorevole (profilo ormai non più accertabile), ma con la perdita della possibilità stessa di poterlo in ipotesi conseguire. E ancora TAR Lombardia Milano, Sez. III, 28 giugno 2010 n. 2642 che ha respinto la domanda di risarcimento danni ove l’interessato non abbia fornito alcuna prova in ordine alla sussistenza di un danno causalmente correlato al provvedimento impugnato limitandosi a formulare delle allegazioni del tutto generiche ed apodittiche. Da ultimo segnaliamo la Cass. Sez. III, 10 marzo 2010, n. 5770, secondo cui “nella liquidazione del danno non patrimoniale derivante da fatto illecito il giudice di merito deve, in ogni caso, tener conto delle effettive sofferenze patite dall’offeso, della gravità dell’illecito di rilievo penale e di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in modo da rendere la somma liquidata adeguata al particolare caso concreto ed evitare che la stessa rappresenti un simulacro di risarcimento”. Concludiamo con il pensiero del dott. M. Rossetti, “Il danno non patrimoniale”, Giuffrè Milano, 2010, 99, secondo cui “una domanda di condanna al risarcimento del danno non patrimoniale deve contenere l’allegazione di almeno tre elementi minimi:

  • l’indicazione della condotta fonte di responsabilità (quia debeatur);
  • l’indicazione del tipo di pregiudizio del quale si domanda il risarcimento (quid debeatur);
  • l’indicazione dell’ammontare di quest’ultimo, ovvero dei criteri di liquidazione che si invocano per la monetizzazione (quantum debeatur).

 

 

 

 

 

 

Giurisprudenza rilevante
NATURA OMNICOMPRENSIVA DEL DANNO NON PATRIMONIALE

Cass. civ., Sez. III, 9.12.2010, n. 24864, «Giust. civ. Mass.» 2010, 12, 1580

Poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale, e dal momento che il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l’operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili, ma possono venire in considerazione solo in sede di adeguamento del risarcimento al caso specifico, e sempre che il danneggiato abbia allegato e dimostrato che il danno biologico o morale presenti aspetti molteplici e riflessi ulteriori rispetto a quelli tipici.

 

DANNO MORALE-AUTONOMIA-DIRITTI TRANSNAZIONALI

Cass. civ., Sez. III, 10.03.2010, n. 5770, «Giust. civ. Mass.» 2008, 12, 1766

Nella quantificazione del danno morale la valutazione di tale voce di danno, dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto, che pure attiene ad un diritto inviolabile della persona ovvero all’integrità morale, quale massima espressione della dignità umana, desumibile dall’art. 2 della Costituzione, in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia con L. 2 agosto 2008, n. 190, deve tener conto delle condizioni soggettive della persona umana e della concreta gravità del fatto, senza che possa quantificarsi il valore dell’integrità morale come una quota minore proporzionale al danno alla salute, dovendo dunque escludersi la adozione di meccanismi semplificativi di liquidazione di tipo automatico.

 

DANNO ALLA PROFESSIONALITÀ E ALL’IMMAGINE-ALLEGAZIONI

Cass. civ., Sez. lav., 28.11.2008, n.28457, «Foro it.» 2009, 6, I, 1745

Il danno alla professionalità e all’immagine del lavoratore può essere riconosciuto solo in presenza di adeguate allegazioni in ordine al pregiudizio che l’illecito del datore di lavoro abbia provocato sul “fare areddituale” del lavoratore stesso, ancorché, ai fini della dimostrazione del danno, possa assumere precipuo rilievo la prova per presunzioni sulla base della complessiva valutazione di precisi elementi ritualmente dedotti in causa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Considerazioni finali

L’esame delle sentenze, che abbiamo analizzato sotto le “singole voci” di danno non patrimoniale, ci ha confermato, tendenzialmente, una uniformità di pensiero delle Corti di merito ai principi dettati dalle Sezioni Unite. Dalle pronunce novembrine emergono tre capisaldi:

  • unitarietà del danno non patrimoniale;
  • bipolarità del sistema risarcitorio;
  • superamento della dicotomia danno evento/danno conseguenza.

Spesso le pronunce si sono appiattite, soprattutto in casi di micro permanenti, ove le risultanze probatorie non avevano fornito alcunché al Giudice per “spingersi oltre la liquidazione della CTU in merito alla lesione dell’integrità psicofisica, nel riportare il pensiero sulla omnicomprensività del danno non patrimoniale. In altri casi, ove gli “interessi” (rectius diritti” dei danneggiati e delle vittime secondarie), attenevano a fattispecie di danno da morte o da macrolesione, la poliedricità delle allegazioni e documenti forniti dai danneggiati al Giudice ha permesso di ottenere maggiore chiarezza in tema di onere probatorio al fine di richiedere e ottenere l’integrale risarcimento del danno. Il danno morale è autonomo. È di carattere permanente e racchiude tutte quelle sofferenze subite dall’individuo in conseguenza di un fatto sia che avvenga in sede extracontrattuale che contrattuale. Non è stato riconosciuto il danno esistenziale come figura autonoma di danno e, come tale, fonte quindi di autonomo risarcimento. Non credo sia più il caso continuare ad alimentare “battaglie” tra esistenzialisti (Prof. Cendon) e non (Prof. Ponzanelli), bensì cercare di formare un fronte comune per delineare, in modo uniforme, i criteri principali e da cui non potere prescindere per dimostrare in giudizio quegli “ulteriori pregiudizi esistenziali”, di cui parlano le Sezioni Unite. Se anche la sentenza n. 12408/2011 cit. della Cassazione ha preso come valori di riferimento, per la liquidazione del danno alla persona, i criteri adottati dal Tribunale di Milano, riteniamo opportuno che si lavori ad una tavola comune su scala nazionale per raggiungere una unitarietà e integralità del risarcimento del danno non patrimoniale. Fortunatamente lo schema di D.P.R. del 3 agosto 2011 emesso dal Consiglio dei Ministri in esecuzione dell’art. 138 del Codice delle Assicurazioni è stato dapprima “bloccato” in ottobre dalla Camera dei Deputati e, successivamente, dal parere del Consiglio di Stato in novembre: Marco Rossetti nell’articolo dal titolo “Tabella unica danno biologico: abbiamo legislatori peggiori di quanto meritiamo”, pubblicato il 7 novembre 2011 su www.altalex.it, ha definito, non a caso, detto “provvedimento normativo di stupefacente trascuratezza, pressappochismo e infingardaggine, tali da sconcertare anche il più benevolo degli interpreti”. Evitare il “forum shopping” è giusto e in linea con i principi di uguaglianza e uniformità del risarcimento del danno e di rispetto della identità del soggetto. Non è pertanto accettabile che vengano liquidate differenti poste di danno non patrimoniale, con identica percentuale di invalidità permanente, solamente perché il fatto generatore della lesione abbia avuto origine o meno nella circolazione stradale. Così come non è accettabile che, soprattutto nei casi di cui all’art. 138 del d.lgs n 209/05 ove la lesione all’integrità psicofisica varia dal 10 al 100%, la prevista maggiorazione di cui al n 3 di detto articolo (con aumento sino al 30% da parte del Giudice) venga abbattuta quasi nella stessa entità in nome di una non meglio precisata “ragion di Stato”. Viceversa, parafrasando Baudelaire, il nostro spirito “geme in preda a lunghi affanni, e versa, abbracciando l’intero giro dell’orizzonte, un giorno nero più triste della notte”.

Per comodità degli operatori del diritto, desidero riportare integralmente il documento inerente i criteri interpretativi per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione alla integrità psico-fisica e dalla perdita – grave lesione del rapporto parentale “nuove tabelle 2011” decisi nella riunione del 23 marzo 2011 da parte dell’Osservatorio per la giustizia civile di Milano (tratte da www.ordineavvocatimilano.it ), che ha deciso di aggiornare i valori indicati in questo documento e nelle allegate tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale. Gli importi sono stati quindi aggiornati con la percentuale del 2,8996, in base agli indici I.S.T.A.T. costo vita nel periodo 1.1.2009 – 1.1.2011. La tabella da lesione permanente e temporanea all’integrità psico-fisica è stata arrotondata (per eccesso–difetto) all’Euro e quella da perdita e grave lesione del rapporto parentale è stata arrotondata (per eccesso-difetto) alla decina di Euro.

Le Tabelle milanesi utilizzate prima delle sentenze delle Sezioni unite della Corte di Cassazione dell’11.11.2008:

  • individuavano valori “standard” di liquidazione del c.d. danno biologico, parametrati alla gravità della lesione alla integrità psico-fisica e alla età del danneggiato;
  • prevedendo poi la liquidazione del c.d. “danno morale” in misura variabile tra 1/4 e 1/2 dell’importo liquidato a titolo di danno biologico;
  • nonché la c.d. personalizzazione del danno biologico, con aumento fino al 30% dei valori“standard”, in riferimento a particolari condizioni soggettive del danneggiato.

A seguito del nuovo indirizzo giurisprudenziale di cui alle sentenze delle Sezioni unite della Corte di Cassazione dell’11.11.2008, l’Osservatorio per la giustizia civile di Milano, all’esito di varie riunioni cui hanno partecipato magistrati della Corte e del Tribunale di Milano e numerosi avvocati, ha rilevato l’esigenza di una liquidazione unitaria del danno non patrimoniale biologico e di ogni altro danno non patrimoniale connesso alla lesione della salute e ha constatato l’inadeguatezza dei valori monetari finora utilizzati nella liquidazione del c.d. danno biologico a risarcire gli altri profili di danno non patrimoniale.

Si propone quindi la liquidazione congiunta:

  • del danno non patrimoniale conseguente a “lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”, sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiari,
  • e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di “dolore”, “sofferenza soggettiva”, in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione,

vale a dire la liquidazione congiunta dei pregiudizi in passato liquidati a titolo di:

  • d. danno biologico “standard”,
  • d. personalizzazione – per particolari condizioni soggettive – del danno biologico,
  • d. danno morale.

Per individuare i valori monetari di tale liquidazione congiunta, si è poi fatto riferimento all’andamento dei precedenti degli Uffici giudiziari di Milano, e si è quindi pensato:

  • a una tabella di valori monetari “medi”, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini “standardizzabili” in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva);
  • a una percentuali di aumento di tali valori “medi” da utilizzarsi – onde consentire una adeguata “personalizzazione” complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato, in particolare:
  • sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali e relazionali (ad es. lavoratore soggetto a maggior sforzo fisico senza conseguenze patrimoniali; lesione al “dito del pianista dilettante”),
  • sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva (ad es. dolore al trigemino; specifica penosità delle modalità del fatto lesivo),

ferma restando, ovviamente, la possibilità che il giudice moduli la liquidazione oltre i valori massimi in relazione a fattispecie del tutto eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti. La versione finale delle nuove Tabelle – varata nella riunione dell’Osservatorio del 28 aprile 2009 e qui allegata e aggiornata – segue ed innova l’impianto delle precedenti tabelle quanto alla liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico-fisica, in particolare:

  • individuando il nuovo valore del c.d. “punto” partendo dal valore del “punto” delle Tabelle precedenti ( Il valore del “punto” di cui alle Tabelle precedenti è riportato nelle nuove Tabelle -rivalutato al 2009 – nella colonna all’estrema sinistra di ogni pagina.) (relativo alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente),
  • aumentato -in riferimento all’inserimento nel valore di liquidazione “medio” anche della componente di danno non patrimoniale relativa alla “sofferenza soggettiva”- di una percentuale ponderata (dall’1 al 9% di invalidità l’aumento è del 25% fisso, dal 10 al 34 % di invalidità l’aumento è progressivo per punto dal 26% al 50%, dal 35 al 100% di invalidità l’aumento torna ad essere fisso al 50%), così tenendo conto del fatto che, a partire dal 10% di invalidità, in concreto le liquidazioni giurisprudenziali ante 11.11.2009 si sono costantemente attestate intorno ai valori più alti della fascia relativa al c.d. danno morale, secondo le tabelle all’epoca in uso parametrato tra un quarto e la metà del valore di liquidazione del c.d. danno biologico,
  • e prevedendo inoltre percentuali massime di aumento da utilizzarsi in via di c.d. personalizzazione.

 

A seguito del nuovo orientamento giurisprudenziale, l’Osservatorio propone poi anche una rivisitazione dei valori in passato liquidati a titolo di c.d. danno biologico e morale temporaneo, anche in questo caso proponendo una liquidazione congiunta dell’intero danno non patrimoniale “temporaneo” derivante da lesione alla persona.

In particolare, sempre tenuto conto dei precedenti degli uffici giudiziari di Milano, si propone: per il risarcimento del danno non patrimoniale “temporaneo” complessivo corrispondente a un giorno di invalidità temporanea al 100%, una forbice di valori monetari, da un minimo di euro 91,00 ad un massimo di euro 136,00 (il valore minimo della forbice è stato ottenuto aumentando del 25% il valore base di liquidazione – rivalutato al 2009 e pari a euro 70,56 finora in uso per la liquidazione del c.d. danno biologico temporaneo – mentre il valore massimo è stato ottenuto aumentando il valore minimo del 50 %), onde così consentire l’adeguamento del risarcimento alle caratteristiche del caso concreto.

 

Punto biologico 2008 riv. al 2009 Aumento % Punto danno “non patrimoniale” 2011 Aumento personalizzato

Fino a max

Euro 70,56 25% Euro 91,00  Euro 136,00

 

 

A seguito della ricognizione dei valori di effettiva liquidazione portati dalla giurisprudenza del Tribunale di Milano, l’Osservatorio propone infine anche un adeguamento dei valori di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, secondo la seguente tabella (nella quale è stato inserita anche l’ipotesi del nonno a cui venga a mancare il nipote), prevedente una forbice che consente di tener conto di tutte le circostanze del caso concreto (tipizzabili in particolare nella sopravvivenza o meno di altri congiunti, nella convivenza o meno di questi ultimi, nella qualità ed intensità della relazione affettiva familiare residua, nella qualità ed intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale con la persona perduta).

Rivalutato al 2011
Danno non patrimoniale per la morte del congiunto
            da a
A favore di ciascun genitore per morte di un figlio € 154.350,00 € 308.700,00
A favore del figlio per morte di un genitore € 154.350,00 € 308.700,00
A favore del coniuge (non-separato) o del convivente sopravvissuto € 154.350,00 € 308.700,00
A favore del fratello per morte di un fratello € 22.340,00 € 134.040,00
A favore del nonno per morte di un nipote € 22.340,00 € 134.040,00

 

 

Anche nell’ipotesi di grave lesione della salute del familiare l’Osservatorio ribadisce quanto già esposto dal 2004 (e solo per mero errore materiale non espressamente enunciato nella Tabella 2009): la misura del danno non patrimoniale risarcibile alla vittima secondaria è disancorato dal danno biologico subito dalla vittima primaria.

Infatti, pur essendo la gravità di quest’ultimo rilevante per la stessa configurabilità del danno al familiare, pare opportuno tener conto nella liquidazione del danno al familiare essenzialmente della natura e intensità del legame tra vittime secondarie e vittima primaria, nonché della quantità e qualità dell’alterazione della vita familiare (da provarsi anche mediante presunzioni).

La difficoltà di tipizzazione delle possibili variabili nei casi concreti suggerisce l’individuazione solo di un possibile tetto massimo della liquidazione, pari al tetto massimo per ciascuna ipotesi di cui al paragrafo che precede, da applicare nell’ipotesi di massimo sconvolgimento della vita familiare.

Milano, 12 aprile 2011

Per l’Osservatorio sulla Giustizia civile di Milano

Dott. Damiano Spera

 

Da ultimo, con riferimento al Foro di Bologna nel quale opero, riporto le Tabelle del Tribunale di Bologna – anno 2011

 

  1. A) Danno non patrimoniale permanente da lesione all’integrità psico-fisica

Sono adottate dal Tribunale di Bologna, e relative Sedi distaccate, le tabelle 2011 del Tribunale di Milano (pubblicate in www.ordineavvocatibologna.net, nell’area“Osservatorio sulla giustizia civile”) nella formulazione già adottata nelle tabelle 2009, la quale prevede la liquidazione congiunta del danno biologico e del danno non patrimoniale consistente nella sofferenza soggettiva; tale congiunta liquidazione effettuata con le modalità illustrate nel paragrafo I dei “Criteri orientativi di liquidazione del danno non patrimoniale”, redatti dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano; in particolare nelle suddette note esplicative viene spiegato che gli importi tabellari equivalgono ai valori monetari medi, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini standardizzabili in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva)”. Qualora nel caso concreto il giudice voglia, in relazione alle particolari caratteristiche del caso, riconoscere un aumento personalizzato, sulla base delle peculiari circostanze allegate e provate (anche in via presuntiva), il relativo importo è determinato tenendo conto delle percentuali di cui alla penultima colonna delle tabelle di Milano, sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali e relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva, come illustrato dai citati “Criteri orientativi”.In casi particolari il suddetto aumento potrà prescindere da tali modalità di calcolo. Infine, a differenza che nelle precedenti tabelle 2008 della III sezione civile di questo Tribunale, le tabelle di legge di cui all’art. 139 Codice Assicurazioni Private sono utilizzate solamente qualora le micropermanenti siano conseguenza di un incidente stradale successivo alla data del 4 aprile 2001; infatti la non estensione della loro applicazione anche alle altre micropermanenti trova giustificazione nel fatto che l’esigenza di personalizzazione fatta propria dalle sentenze delle Sezioni Unite del novembre 2008 può essere meglio perseguita facendo riferimento al sistema sopra illustrato. Laddove il giudice debba obbligatoriamente utilizzare le tabelle di legge, la sofferenza soggettiva sarà riconosciuta tramite la liquidazione di una percentuale dell’ammontare del danno biologico da invalidità permanente, compresa tra il 25 e il 50%; al proposito si ritiene che la limitazione alla misura non superiore a un quinto dell’aumento del danno biologico di cui al comma 3 dell’art. 139 Codice Assicurazioni Private vada riferita unicamente alla personalizzazione inerente a specifici aspetti dinamico-relazionali, e non alla sofferenza soggettiva in esame.

 

  1. B) Danno non patrimoniale temporaneo da lesione all’integrità psico-fisica

In conformità al paragrafo II dei citati “Criteri orientativi” redatti dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, si prevede la liquidazione congiunta dell’intero danno non patrimoniale temporaneo (comprensivo non solo del danno biologico in senso stretto, ma anche della sofferenza soggettiva); l’importo corrispondente al risarcimento per un giorno di invalidità temporanea al 100% va individuato in una forbice di valori monetari da un minimo di € 91,00 a un massimo di € 136,00. Quale indicazione di massima si evidenzia che il quantum giornaliero liquidato corrisponderà all’importo minimo di € 91,00 qualora si tratti di micropermanenti e non sussistano circostanze particolari. Qualora invece debba essere applicato il valore di legge (e cioè per gli incidenti stradali post 4 aprile 2001), anche tale valore sarà soggetto all’aumento tra il 25 e il 50% di cui sopra, corrispondendo così all’attualità (e cioè nella vigenza del decreto del Ministero dello sviluppo economico del 27 maggio 2010 che quantifica il danno biologico temporaneo in € 43,16 al giorno) a un importo compreso tra € 53,95 e 64,74; anche in questa ipotesi il quantum giornaliero corrisponderà all’importo minimo di € 54,00 (per arrotondamento), vertendosi in materia di micropermanenti.

 

  1. C) Danno non patrimoniale subito per la morte del prossimo congiunto

In conformità al paragrafo III dei citati “Criteri orientativi” redatti dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, si prevede la medesima liquidazione dell’intero danno non patrimoniale, evidenziando che per l’individuazione dell’importo nell’ambito delle previste ampie forbici si farà riferimento alla graduazione di ipotesi di cui all’elencazione riportata in calce (partendo dalla più grave con le altre ipotesi a seguire in ordine decrescente di gravità) e si terrà conto delle circostanze di fatto del caso concreto (tipizzabili nella sopravvivenza o meno di altri congiunti, nella convivenza o meno con questi ultimi e con il familiare deceduto, nella qualità e intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale con la persona perduta).

1) Morte del figlio;

2) Morte del genitore con figlio di età inferiore ai 20 anni;

3) Morte del coniuge non separato o del convivente more uxorio;

4) Morte del genitore con figlio di età superiore ai 20 anni;

5) Morte del fratello convivente;

6) Morte del fratello non convivente;

7) Morte del nipote per ciascun nonno.

Infine si concorda con le osservazioni di cui al paragrafo IV dei citati “Criteri orientativi” redatti dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano con riguardo alla liquidazione del danno al familiare, quale vittima secondaria, per lo sconvolgimento del rapporto parentale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giurisprudenza Rilevante

 

 

 

DANNO BIOLOGICO-UTILIZZO TABELLE ALTRI TRIBUNALI-OPZIONE

Cass. civ., Sez. III, 20.10.2005, n.20323, «Giust. civ. Mass.» 2005, 7/8

L’adozione da parte del Tribunale delle cosiddette “tabelle” di liquidazione del danno biologico costituisce di per sé espressione del potere equitativo del giudice, per cui questi non è vincolato all’adozione della tabella adottata presso il proprio ufficio giudiziario e ben può adottare “tabelle” in uso presso altri uffici. Peraltro, poiché il fondamento della “tabella” è la media dei precedenti giudiziari in un dato ambito territoriale e la finalità è quella di uniformare i criteri di liquidazione del danno, il giudice deve congruamente motivare le ragioni della sua scelta.

 

 

 

 

 

 

 

 

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