DANNO ESTETICO

IL DANNO ESTETICO: GIANO BIFRONTE

commenti dell’ avvocato Massimiliano Fabiani

Perché Giano Bifronte come appellativo del danno estetico? Perché si tratta di una fattispecie di danno, tema centrale della dermatologia legale, che involve, al tempo stesso, profili patrimoniali (in tal caso sarà necessario fornire la specifica prova del lucro cessante) e non patrimoniali (in tal caso come “personalizzazione” del danno biologico all’interno della omnicomprensiva liquidazione del danno non patrimoniale) del risarcimento del danno alla persona: la precipua caratteristica del dio Giano consiste proprio nell’essere raffigurato con due teste. Non occorre scomodare il mito greco del καλός καγαθός (“kalòs kagathòs” è la crasi di καλός καi αγαθός), per comprendere come l’ideale di perfezione umana sia, da sempre, racchiusa nella endiadi dei concetti di bellezza e valore morale della persona. La letteratura dapprima, si pensi al celebre romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”, pubblicato nell’aprile del 1891, in cui il protagonista arriverà a immolare la propria vita al mito della bellezza, il cinema poi, con “Biancaneve e i Sette Nani” (la prima edizione della fiaba scritta dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm è del 1812), primo lungometraggio d’animazione prodotto della Walt Disney e diretto da David Hand nel 1937, in cui la Regina interroga il mago dello specchio magico, chiedendo: “specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, solo per citare due esempi, tra i più noti, che da sempre hanno fatto riferimento al mito della bellezza. Con l’avvento della società moderna, in particolar modo con la diffusione della televisione nelle case degli italiani nel secondo dopoguerra, ecco che il culto dell’immagine ha preso sempre maggior campo così come, dagli anni novanta, il dilagare più crescente della chirurgia estetica. Come abbiamo detto in premessa, il danno estetico (“aesthetic loss”, secondo la dizione cara ai paesi della Common Law) è come Giano bifronte non solo perché, come vedremo, presenta profili di carattere patrimoniale e, talvolta, di carattere non patrimoniale, quanto perché la domanda che dobbiamo chiederci, per quanto attiene al risarcimento del danno e alla liquidazione dello stesso, è: quale risarcimento è dovuto e in che misura quando la lesione della integrità psico-fisica presenta una menomazione di carattere estetico? Innanzitutto la menomazione, per essere considerata rilevante, deve essere percepibile dai terzi, con conseguente modificazione peggiorativa dell’apprezzamento della società nei confronti del soggetto leso. Sul punto, se guardiamo al Codice sostanziale di Diritto Penale, che ricordiamo è del 1930, vediamo che viene prevista addirittura una aggravante dei delitti di lesione (non a caso definita “gravissima”) “la deformazione o ovvero lo sfregio permanente del viso”, come disciplinato dall’art. 583 –rubricato- “Circostanze aggravanti”, quarto comma del Codice Penale. La giurisprudenza di legittimità, con riferimento all’art. 583 c.p. (ex plurimis Cassazione Penale, sezione V, 21 aprile 2010, n 26155, che ha riformato la pronuncia della Corte di Appello L’Aquila del 9 gennaio 2009), ha avuto modo di chiarire che “integra lo sfregio permanente, quale circostanza aggravante del delitto di lesioni volontarie, qualsiasi segno idoneo ad alterare la fisionomia della persona, ancorché di dimensioni contenute, rispetto ai tratti naturali dei lineamenti, escludendone l’armonia con effetto sgradevole o di ilarità, anche se non di ripugnanza, e compromettendone l’immagine in senso estetico, in rapporto ad un osservatore comune, di gusto normale e di media sensibilità. Né, a tal fine, rileva la possibilità di eliminazione o di attenuazione del danno fisionomico mediante speciali trattamenti di chirurgia facciale”. (Nella specie lo sfregio è consistito in una cicatrice al viso della lunghezza di 3 cm.).

Dall’analisi della dottrina, che non a torto, possiamo definire storica, il testo di riferimento è “Il danno -Teoria generale della responsabilità civile”, scritto da Adriano De Cupis, Giuffré Editore. L’importanza del manuale è dettata da una prima analisi della giurisprudenza di merito degli anni trenta (ricordiamo che l’articolo 65 dell’ordinamento giudiziario -R.D. 30 gennaio 1941, n 12- definisce così il compito della Cassazione: “la corte suprema di cassazione assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge”) compiuta da uno degli autori, che rimane, ancora oggi, uno dei pionieri della responsabilità civile. Come vedremo, emergono profili di danno patrimoniale (addirittura dedotti sotto “un duplice profilo” oltre quello non patrimoniale), che osiamo definire “curiose”, come la difficoltà per una giovane donna di avere, in futuro, adeguate chances di “sistemazione matrimoniale” (profilo che in minor misura riguarda anche l’uomo), oggetto di pronunce piemontesi e meneghine. Il De Cupis parla espressamente, con riferimento al danno estetico, di “uno speciale concorso di danno patrimoniale e non patrimoniale che può riscontrarsi in conseguenza di fatti che, ledendo l’integrità fisica personale, ne compromettono particolarmente il valore estetico. Oltre al danno non patrimoniale ravvisabile nella deturpazione –danno consistente nella perdita della bellezza fisica e del relativo prestigio, nel subìto dolore ed umiliazione-, producesi anche un ulteriore danno, consistente nella perdita delle possibilità economiche che erano garantite dall’aspetto estetico della persona prima della sua alterazione” (così Appello Milano 21 novembre 1933, in Riv. crit. inf., 1933, 339; Appello Torino 30 giugno 1939, in Riv. crit. resp. civ., 1940, 36). In sostanza la giurisprudenza degli anni trenta prende ad esame casi attinenti la posizione della donna nella società, evidenziando che la deturpazione dell’aspetto estetico comporta per la vittima, oltre un danno di natura non patrimoniale, “un duplice danno d’ordine economico”: in primis si riducono le possibilità di impiego lavorativo e, in secondo luogo, le possibilità di contrarre matrimonio. Sotto il primo profilo, il Tribunale Torino, con le sentenze 25 luglio 1933 (in Rep. Foro It., 1933, voce “Responsabilità civile” n 365), 26 luglio 1933 (in Rep. Foro It., 1933, voce “Responsabilità civile” n 368-369), e Appello Torino 29 maggio 1936 (in Foro It., 1936, I, 1375) hanno messo in luce che “l’assunzione di soggetti femminili per certe incombenze che comportano il contatto con il pubblico dipende in buona parte dalle qualità estetiche dei soggetti medesimi”. Sotto il secondo profilo, Appello Milano 16 giugno 1926 (in Riv. crit. inf., 1926, 209) e Tribunale Torino, 25 luglio 1933 (in Rep. Foro It., 1933, voce “Responsabilità civile” n 366), con una analisi sociologica della società italiana del “ventennio fascista”, evidenziano che “specialmente per le donne di ceto economicamente modesto la possibilità di sistemazione matrimoniale, coi corrispondenti vantaggi economici, dipende in gran parte dalla loro avvenenza fisica”. Nello stesso senso anche la Cassazione 31 marzo 1925, in Foro It., Rep., 1925, voce Resp. Civ., 351, in cui si faceva riferimento ad una donna nubile, segnata da uno sfregio al volto, in conseguenza del quale, si sarebbe vista ridurre le possibilità di contrarre un matrimonio “economicamente vantaggioso”. La Cassazione 5 febbraio 1935, in Foro It., 1935, I, 1646 statuisce che “la risarcibilità del pregiudizio meramente estetico in una donna non può soggiacere a limitazioni aprioristiche desunte da rilievi astratti intorno a talune categorie ed a talune condizioni nelle quali debba trovarsi la persona danneggiata e il risarcimento è da attribuire tutte le colte che di adegui alla menomata o ridotta possibilità che anche le doti estetiche vengano convenientemente utilizzate nella esplicazione di una data attività lavorativa”. L’argomentazione paradossale espressa dalla Suprema Corte al fine di contemperare la salvaguardia del danno alla salute con il riconoscimento del danno estetico a condizione che si ripercuota negativamente sulla capacità reddituale del soggetto è lapalissiana. Oltretutto dalla semplice lettura integrale delle menzionate sentenze del ventennio appare chiaro come, di fatto, la semplice presenza di una grave lesione cicatriziale fosse “in re ipsa” causa della mancata possibilità per il danneggiato di poter ottenere eventuali avanzamenti di carriera. Va detto però che la giurisprudenza genovese degli anni 70, cui dobbiamo l’autonoma risarcibilità del danno biologico, ha trovato comunque ben cinquant’anni prima, un “leading case” nella pronuncia del 12 marzo 1920 (in Foro It., 1920, I, 864) emessa dalla Corte di Appello di Milano secondo cui “ha potuto già negarsi per ragioni non ben chiare e che sfuggono agli stessi interpreti del diritto romano (cicatricium autem aut deformitatis nulla fit aestimatio L. 7, Dig. de his qui effud., IX, 37). Nessun motivo esiste per escluderlo nel diritto comune, dove prevalse e prevale invece universalmente la massima più equa di accordare compenso anche per siffatte specie di danni, sul riflesso che, nei mutui rapporti giuridici, turbati per effetto della colpa, la rimessione in pristino verrebbe diminuita o arbitrariamente amputata, quando si eliminasse del computo del danno la deformità o sfregio. La euritmia del proprio aspetto è indubbiamente un bene immateriale che ha un valore e un significato oggettivi, perché è sentito da tutti gli uomini, per quanto con diversa intensità secondo il sesso, l’età e la condizione sociale a cui appartengono”. In sostanza, 30 anni prima dell’avvento della Costituzione e della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, la Corte ambrosiana, riprendendo i dettami cari al Diritto Romano, “crea” una finzione giuridica al fine di poter riconoscere giusto ristoro anche a quei danneggiati che, seppur in conseguenza di una cicatrice non determinante una contrazione di reddito, abbiano comunque subito un danno estetico.

Se guardiamo alla giurisprudenza d’Oltralpe, nella nota a Cassazione civile 8 agosto 1985 n 4394 di Princigalli, in Foro It., I, I, 1986, in cui viene esplicitato che “il dovere di informazione, gravante sul chirurgo estetico, ha contenuto più ampio rispetto al corrispondente dovere a carico del terapeuta, in quanto deve essere esteso alla possibilità di conseguire un miglioramento effettivo dell’aspetto fisico, che si ripercuota favorevolmente nella vita professionale e in quella di relazione”, vengono segnalate una serie di pronunce degne di nota al fine di comprendere l’evoluzione e della responsabilità professionale da chirurgia estetica e le interpretazioni fornite dai Giudici degli anni ’30. Il Tribunale di Seine, 25 febbraio 1929, in Gaz. Pal., 1929, I, 42, si riferisce ad un caso in cui la direttrice di una casa di moda decise di sottoporsi ad uno dei primi interventi di chirurgia estetica al fine di farsi rimodellare la linea delle gambe. Il medico assicurò la paziente circa la sicura riuscita dell’operazione. L’esito fu invece disastroso al punto tale che alla paziente dovette essere amputata una gamba. La Corte di Appello di Lione, in Dalloz, 1914, II, 73 con nota di Lalou, si distinse invece per una pronuncia sorprendente soprattutto da un punto di vista “morale” prima che giuridico: il caso riguardava una anziana signora che decise di sottoporsi ad un intervento di chirurgia ricostruttiva del seno a soli fini pubblicitari. Ebbene la Corte del capoluogo della regione Rodano-Alpi dichiarò illecita e contraria al buon costume detta operazione. In sostanza, secondo la giurisprudenza francese, qualora l’incertezza del miglioramento estetico presentasse risultati non positivi, il chirurgo estetico doveva astenersi dal sottoporre il paziente ad intervento chirurgico. In caso contrario, l’esito nefasto dell’operazione comportava la sussistenza della responsabilità professionale in capo al chirurgo. Sul punto si segnala, infine, il caso di una donna che si era sottoposta ad intervento chirurgico al fine di farsi eliminare peli e imperfezioni dal viso, deciso da Cassazione 29 novembre 1920, in Dalloz, 1924, I, 103.

Consoli e Lucchese, in “La Lesione Estetica”, in RGCT, 1980, 211 ss, hanno rilevato che la deformazione è più grave dello sfregio, poiché viene modificata l’anatomia stessa del viso con conseguente modifica dell’armonia che sfocia in un vero e proprio sfiguramento, a differenza dello sfregio che attiene a qualsiasi alterazione dei lineamenti del volto, con effetto nei confronti dei terzi sgradevole e, spesso, ripugnante. Poi negli stessi anni, capita anche di imbatterci in pronunce, che il Rossetti definisce “etravagantes”, come quella emessa dall’allora Pretore di La Spezia il 20 giugno 1988, in Giust. Civ., 1988, I, 240, secondo cui “non può riconoscersi danno estetico a soggetto di età avanzata, in quanto esso non risulta oggettivamente apprezzabile”.

Sotto il profilo della responsabilità civile, deve farsi invece riferimento ad ogni pregiudizio arrecato alla funzione estetica che, come noto, svolge una funzione di primaria importanza nei rapporti interpersonali dell’individuo e di libera esplicazione della personalità nelle “formazioni sociali”, per parafrasare l’art. 2 del Dettato Costituzionale. La Costituzione, peraltro, all’art. 32, nel riconoscere la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo, riconosce alla stessa un significato più ampio, e cioè come bene strumentale necessario alla protezione e allo sviluppo della personalità dell’individuo, di quello inerente il “danno biologico”, di origine medico-legale e teso a indicare la lesione psico-fisica dell’individuo e codificato, come vedremo, negli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni. Ecco che allora non solo il viso (come espressamente previsto in capo penale) ma tutto il corpo svolge una “funzione comunicativa”, come messo in luce nell’immediato dopoguerra da Pontrelli nel noto testo “La valutazione del danno estetico post-traumatico”, in Sicurtà, 1951, 133. Del resto la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946 e il Preambolo della Carta Costituzionale avevano definito il concetto di bene salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che non consiste solo in un’assenza di malattie o infermità. Possiamo senz’altro dire, senza timore di smentita alcuna, che il nostro corpo è il nostro linguaggio, la nostra pelle è la nostra carta di identità. E’ chiara dunque la funzione comunicativa. Ma non sempre il riconoscimento della rilevanza della lesione estetica ha trovato unanimi conferme in dottrina. Ad esempio il Sodaro, nell’opera “Il Danno Estetico, in DPA, 1969, 35 ss, ha posto seri dubbi sulla risarcibilità del danno estetico, ritenendo che “se gli altri non sono più come prima disponibili ad accogliere il danneggiato, la mutata considerazione sociale, a sua volta effetto della lesione, si ripercuoterebbe sul danneggiato stesso in modo mediato”. Di tesi contraria il Mastropaolo, nel libro “Il risarcimento del danno alla salute” in “Biblioteca del Diritto Privato ordinata da Pietro Rescigno”, 589 ss, che ha confutato la tesi del Sodaro con l’esempio che segue: se un tornitore, in conseguenza di un infortunio, perde gli occhi e le braccia, muterà per effetto della lesione, la considerazione del suo datore di lavoro in ordine alla sua idoneità per le mansioni che prima eseguiva correttamente; allo stesso modo, se una modella subisce un infortunio da cui ne derivano una lesione al volto e una vistoso difetto di deambulazione, la considerazione del datore di lavoro in ordine alla sua attività muterà sicuramente. Sia nel caso del tornitore che della modella, vengono ad esistenza conseguenze tali da comportare una incapacità di guadagno che dovrà essere poi oggetto di ristoro. Sempre con esempio di diritto comparato, la giurisprudenza francese degli anni sessanta si è espressa con due pronunce emesse dalla Corte di Appello di Parigi: la prima del 13 gennaio 1959 in J.C.P., 1959, II, 11142 con nota di Savatier, relativa al caso di una signora che decise di sottoporsi ad un intervento volto a eliminare una grave imperfezione della bocca che ne comportava una apertura solo parziale e la seconda del 5 giugno 1960, in J.C.P., 1962, II, 12809, relativa ad una soubrette che, sottopostasi ad un intervento di rimozione di cellulite dalle cosce, si era ritrovata con un profilo delle gambe asimettrico. Da segnalare anche la statuizione del 22 gennaio 1963 emessa dalla Suprema Corte francese, in Bull. Cass., I, n 41, inerente una ballerina di striptease che, dopo un intervento di chirurgia estetica volto a rimodellare il ventre, si era ritrovata con una cicatrice comportante una lesione estetica di ben diciotto centimetri.

Con riferimento alla giurisprudenza degli ultimi dieci anni che, senza dubbio, ha avuto rivoluzioni in tema di risarcimento del danno alla persona che possiamo definire “copernicane”, preme segnalare una prima sentenza, peraltro oggetto di plurimi commenti su “Danno e Responsabilità”, da parte di Vincenzo Carbone (12/1999) e di Chiara Favilli, “Il danno estetico alla fotomodella: un frammento di danno biologico?” (6/2000), emessa dalla Terza Sezione della Corte di Cassazione, estensore dott. Segreto, il 29 settembre 1999, n 10762, secondo cui “il danno estetico, ovvero la compromissione dell’integrità fisionomica della persona, costituisce necessariamente un danno biologico (danno evento); ed eventualmente un danno patrimoniale (danno conseguenza) se il danneggiato alleghi e dimostri che la perduta integrità estetica ha causato una riduzione del reddito”. Una seconda pronuncia, sempre del 1999 (la n 12622 del 15 dicembre 1999 –questa volta estensore dott. Lucentini-) statuisce che “la lesione dell’integrità fisionomica dell’individuo – il cosiddetto danno estetico – è di norma una componente del danno biologico, nel quale la prima è compresa”, con la conseguenza che il Giudice del merito, nel liquidare la compromissione della integrità psicofisica, dovrà tenere conto nella liquidazione del danno biologico di una “idonea personalizzazione del paramento monetario di base adottato per il risarcimento”. In sostanza per la Suprema Corte, agli albori del nuovo millennio, il danno estetico costituisce un aspetto, o componente, del danno biologico, e pertanto di esso il Giudice deve tenere conto nel liquidare il danno alla salute. Quanto al profilo liquidatorio, la Cassazione sosteneva che il Giudice poteva ricorrere all’art. 1226 del Codice civile, procedendo “per poste separate del danno estetico e delle restanti voci del danno biologico”, purché nella motivazione della sentenza fosse dato conto dei criteri di liquidazione applicati al fine di evitare duplicazioni risarcitorie. Si tenga in considerazione che la giurisprudenza capitolina, con una serie di pronunce tra il 1998 e il 1999, ha provveduto, nella quasi totalità delle sentenze emesse, a liquidare il danno estetico in via autonoma rispetto al danno biologico. Ecco alcune pronunce degne di nota:

  1. A) Tribunale Roma, 14 settembre 1999, liquida il danno estetico subito dall’attore in conseguenza di vaste cicatrici deturpanti il viso e gli arti di un soggetto all’interno del danno biologico ma con separata liquidazione rispetto a quella tabellare;
  2. B) Tribunale Roma, 8 giugno 1999, liquida il danno estetico e alla vita di relazione all’interno del danno biologico, evidenziando il quantum dovuto, a titolo di danno estetico, ad una giovane donna portatrice di deturpanti cicatrici nel corpo, tali da comportare nel soggetto leso una incidenza negativa nella sfera emotiva e nella vita di relazione;
  3. C) Pretura Roma, 17 dicembre 1998, liquida, anche in questo caso, complessivamente il danno biologico, precisando che il danno estetico può essere causa sia di un danno morale che di un danno alla vita di relazione.

In alcuni importanti paesi dell’Europa, tra i quali la Francia, il Belgio, il Lussemburgo e la Spagna –in cui la liquidazione del danno può essere fatta anche unitariamente-, ove manca un concetto omnicomprensivo di danno biologico, il pregiudizio estetico viene liquidato separatamente dalle altre poste di danno alla persona. “Al modello francese è inspirato il principio 11 della risoluzione 75/7 relativa al risarcimento dei danni in caso di lesioni corporali e di decesso adottata dal Consiglio dei ministri del Consiglio d’Europa il 14 marzo 1975, nel quale il danno estetico è considerato come pregiudizio materiale, come pregiudizio morale e “come categoria totalmente a parte. E’ stato evidenziato che il Consiglio d’Europa, pur dichiarandosi contrario a qualsiasi classificazione o presa di posizione sulla natura del danno estetico, di fatto lo configuri come una figura autonoma di danno, risarcibile a prescindere da perdite reddituali e da tenersi distinta dai danni fisici e da quelli psichici” (così testualmente Monateri, Bona, Oliva, “Il nuovo danno alla persona. Strumenti attuali per un giusto risarcimento”, Milano, 1999, 188).

Se consideriamo poi che, come messo in luce da Chiara Favilli nel citato commento, per la giurisprudenza di quel periodo, “l’evento lesivo dell’integrità estetica o fisionomica veniva risarcito ai sensi dell’art. 2043 del Codice civile solamente se e nei limiti in cui fosse possibile dimostrare una diretta ed effettiva ripercussione negativa dello stesso in ordine alla capacità lavorativa del soggetto, con l’esito di riconoscerlo solamente a coloro che avessero fatto della propria immagine e della propria prestanza fisica una fonte di reddito. La menomazione in quanto tale, invece, veniva qualificata in termini di danno non patrimoniale e risarcita, in base all’art. 2059 del Codice civile, solo nei casi previsti dalla Legge ossia qualora l’evento dannoso rivestisse gli estremi del reato”. La quantificazione del danno estetico avveniva, nella maggior parte dei casi, in via equitativa. E’ chiaro che l’affermarsi già in quegli anni (non dimentichiamo che la storica sentenza sul danno biologico della Corte Costituzionale è del 1986, n 184, –estensore dott. Dell’Andro) di un sistema risarcitorio improntato alla unicità del risarcimento del danno alla salute, disancorato dalla capacità lavorativa del soggetto leso, ha reso inutile ricorrere a sottocategorie (che le Sezioni Unite, nel novembre 2008, non a caso definiranno “meramente descrittive”) “di incerta natura e di difficile determinazione” (così Busnelli, “Diritto alla Salute e tutela risarcitoria”, Milano, 1978, 556), che “perdono la loro autonomia per mantenere rilevanza esclusivamente quali indici significativi ai fini della valutazione complessiva dello stesso”. Ciò nonostante, rinveniamo ancora pronunce che procedono ad una liquidazione separata del danno estetico da quello biologico, come nel caso della pronuncia 19 maggio 1989 n 2409 (in Foro It. Mass., 1989), emessa dalla Suprema Corte che statuisce che i “postumi di carattere estetico possono essere considerati fonte di danno in quanto incidenti in modo negativo sulla vita di relazione. Il danno alla vita di relazione, poi, non costituisce una forma di danno morale, ma è una componente del danno patrimoniale: ciò perché esso consiste nella alterazione, in senso peggiorativo, della capacità psico-fisica del soggetto, cui si ricollegano conseguenze negative nella esplicazione di attività complementari o integrative rispetto alla normale attività lavorativa. Il danno alla vita di relazione implica, in altri termini, una menomazione della cosiddetta capacità di concorrenza dell’individuo rispetto ad altri soggetti nei rapporti sociali ed economici e, sotto tale aspetto, anche la componente estetica ha una incidenza patrimoniale, riflettendosi sulle menomate capacità di espansione e di affermazione del soggetto sia nel campo professionale sia in quello extralavorativo. Nel caso, la Corte di Appello, con la sentenza impugnata, qualificando l’alterazione del colto del mento, ha dunque riconosciuto esistente non un certo tipo di danno, diverso da quello patrimoniale e morale, ma uno specifico tipo di danno patrimoniale, la cui configurabilità non era esclusa dall’aver la stessa Corte di Appello ritenuto che la menomazione estetica non si traduceva in immediata compromissione della capacità di guadagno”.  Il Tribunale civile di Treviso, sentenza 24 maggio 1990 n 1283, in Arch. Giur. Circ. Sin. Stradali, 1990, 959, secondo cui “il danno estetico al volto è da considerarsi incidente sulla generica capacità lavorativa, nell’ottica delle occasioni di lavoro e di guadagno che possono essere compromesse, e come tale va riconosciuto a parte”. Si trattava di un caso inerente un sinistro stradale avvenuto nel 1985 in cui Tizio, in qualità di esercente la potestà genitoriale sul minore Caio all’epoca dei fatti, aveva adito il giudizio al fine di richiedere ed ottenere il risarcimento del danni subiti dal figlio. Decisa la controversia ai sensi dell’art. 2054 secondo comma del Codice civile in punto di “an”, il Tribunale aveva disposto la consulenza medico legale sul minore, che aveva accertato, in capo allo stesso, un “trauma cranico non commotivo, ferite multiple al collo, grave contusione nasale, lesione fratturativi parziale di un canino, lesioni che hanno comportato una malattia di un mese. Gli esiti permanenti della malattia sono stati individuati in cicatrici al colto delle quali due di grosse dimensioni (nove e sette centimetri) e ben visibili, in una lieve rifusione della funzione respiratoria per via nasale e negli esiti di frattura del canino”. Esiti valutati in una I.P. nella misura del 9 %. Il Tribunale ha poi affermato che “con riferimento alle cicatrici al volto la suddetta invalidità sia da considerarsi incidente sulla generica capacità lavorativa nell’ottica delle occasioni di lavoro e di guadagno che possono essere compromesse dal danno estetico, e in considerazione del fatto che il giovane, studente all’epoca dei fatti (di anni 15), si affaccia sul mondo del lavoro con un pregiudizio costituito dal suo aspetto fisico”.

E ancora il Tribunale civile di Como, con sentenza del 19 marzo 1996, in Arch. Giur. Circ. Sin. Stradali, 1996, 753 con nota di U. Biondi, ha affermato che “nel caso di sinistro stradale che abbia cagionato alla persona danneggiata lesioni con residui postumi permanenti va riconosciuto alla stessa il diritto al risarcimento del danno, liquidato sotto le voci sia di danno biologico, che di danno morale, che di danno patrimoniale”. Il caso si riferiva ad una ragazza, divenuta da poco maggiorenne, che svolgeva la professione di operaia che, in conseguenza di un incidente stradale, aveva subito una ferita lacero contusa alla guancia sinistra della lunghezza di sei centimetri e a forma di “Y” comportante un danno estetico e una invalidità permanente, accertata dal consulente tecnico d’ufficio, nella misura del 5% oltre una incapacità lavorativa totale di giorni 19. Il Tribunale ha proceduto alla liquidazione di tre voci di danno: A) danno biologico: in cui rientrano il danno estetico, quello alla vita di relazione, sessuale etc., escluso quello di natura patrimoniale, consistente nella diminuzione della capacità lavorativa; B) danno morale –all’epoca in quanto conseguente a ipotesi di reato- inerente le sofferenze subite; C) danno patrimoniale, con riferimento al danno da “perdita di chances” nella impossibilità poi di svolgere determinate professioni, quali quelle che pongono inevitabilmente il soggetto a contatto con il pubblico. La sentenza, come sottolinea il Biondi nella nota citata, è in linea con la giurisprudenza di metà anni novanta quali, ad esempio, la pronuncia emessa dalla Corte di Appello di Venezia, Sez. IV, 18 gennaio 1995, n 510, Arch. Giur. Circ. Sin. Stradali, 1995, 510, inerente una fattispecie riguardante un sinistro stradale, che ha affermato come “la deformazione del volto, anche se non grave, costituisce sempre danno alla capacità lavorativa, specie in persona di giovane età”, così come la sentenza della Cassazione civile, Sez. III, 23 gennaio 1995 n 755, Arch. Giur. Circ. Sin. Stradali, 1995, 1198, che ha statuito, in un caso di danno estetico conseguente alla perdita di capelli, che “oltre ad una componente strettamente psicofisica, che rientra nel danno alla salute, (vi è) anche una componente patrimoniale, che si ricollega all’incidenza negativa che la menomazione ha nell’esplicazione di attività complementari o integrative della normale attività lavorativa, determinando una riduzione della cosiddetta capacità di concorrenza dell’individuo”. Il Biondi, nella nota in commento alla pronuncia del Tribunale di Como, esprime invece una decisa contestazione, che ci trova peraltro concordi, in merito alla quantificazione monetaria operata dal Giudice sotto il profilo di un non congruo richiamo alla liquidazione equitativa. E infatti nella liquidazione di € 4.131,65 (£ 8.000.000 circa all’epoca dei fatti) la “quota parte” riservata al danno estetico è stata di soli € 645,57 (pari ad £ 1.250.000). Ebbene “non è chi non veda come la considerazione che il descritto deturpante ed inemendabile sfregio riguardante un giovanissimo soggetto femminile nubile, con tutte le immaginabili complicanze anche sul piano psichico, affettivo ed alla vita relazionale, avrebbe dovuto ispirare una più rispondente equità così da far ben oltre trascendere i generali criteri di riferimento di quella cifra irrisoria di lire 1.250.000” (così Biondi, 754). Anche la Cassazione civile 28 marzo 1997 n 3635 afferma che può “ricevere un autonomo e aggiuntivo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, il danno estetico, specie quello localizzato al viso che, se pur determini una così detta “micro permanente” sul piano strettamente biologico, possa avere negative ripercussioni non soltanto su una attività lavorativa già svolta, ma anche su una attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato e ad ogni altra circostanza particolare, sì da non identificarsi nel danno biologico”.  Il caso si riferisce ad una minorenne, all’epoca del fatto e del giudizio di primo grado (in cui agirono i genitori, in qualità di esercenti la potestà minorile) che, in conseguenza di un incidente stradale, subì lesioni quantificate dal nominato CTU nella misura del 8% e quindi rientranti nelle micro permanenti. Il Giudice di prime cure rigettò la domanda che venne invece accolta dalla Corte di Appello, liquidando all’appellante la somma di € 4.390,28 (pari a £ 8.500.768 all’epoca dei fatti), quale quota parte di responsabilità nella causazione del sinistro dell’appellata. L’appellante ha proposto ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi. Analizziamo solamente il secondo motivo, che è quello confacente alla fattispecie oggetto del presente capitolo, in cui la Corte di Appello ha negato la liquidazione del mancato guadagno durante il periodo dell’invalidità temporanea, in quanto la danneggiata, studentessa all’epoca del fatto, era senza attività lavorativa e senza reddito, applicando il noto principio giurisprudenziale “non può esserci mancato guadagno se non c’è guadagno”. La Corte, analizzando il danno estetico subito dalla ricorrente, peraltro menzionato nella sentenza impugnata, che risultava portatrice di postumi permanenti quali “una cicatrice all’angolo sinistro della bocca, da una ptosi palpebrale con riduzione della protrusione normale del globo oculare”, ritiene la pronuncia emessa dal Giudice del gravame “troppo categorica e aprioristica”, ove esclude l’incidenza dei postumi sulla capacità di guadagno futuro generica e specifica. Il Martini, nella nota pubblicata a commento della sentenza in esame su Resp. Civ. e Prev., 1998, 435 ha rilevato che sulla “correlazione tra i concetti di “riduzione della capacità lavorativa” (che trae origine dalla medicina legale) e di “danno patrimoniale da lucro cessante” (che è istituto giuridico, si è più volte equivocato finendo con il ritenere che una qualunque riduzione della prima comporti automaticamente una conseguenza apprezzabile giuridicamente nell’ambito del secondo”. Il Martini sottolinea come l’indagine, in sede medico legale dovrà essere estesa “sulla incidenza della lesione non sulla capacità lavorativa generica del soggetto (ove per generica deve essere intesa la difficoltà e la ridotta attitudine a svolgere qualunque genere di mansione), bensì sulla così detta capacità lavorativa specifica, vale a dire sulla effettiva riduzione di funzioni ed attitudini del soggetto danneggiato rispetto alla attività lavorativa in concreto esercitata o che si possa ragionevolmente presumere che lo stesso avrebbe esercitato”. Ci troviamo in assoluto accordo con quanto espresso dal Martini atteso che è proprio l’esame “case by case”, con riferimento alla necessaria verifica di quelle che sono le funzioni che il danneggiato non può più concretamente esercitare: il che ci consente poi di valutare quale sia l’effettiva diminuzione del guadagno da parte dello stesso. E qui, ancora una volta, viene ad assumere rilievo e pregnanza l’onere probatorio posto in capo al danneggiato e volto a fornire la prova “che la invalidità permanente abbia influito o possa comunque influire in futuro sulla capacità di reddito e sullo sviluppo dell’attività professionale del danneggiato medesimo e l’entità di tale incidenza” (così Martini, nota cit., 439).

La Cassazione civile 8 maggio 1998 n 4677 (con nota di Rossetti in “Assicurazioni”, 1998, I, 2, 36 ss) ha rilevato che “allorché si dice che il danno estetico è una componente del danno biologico, questa affermazione ha come conseguenza che, di detta componente, si tenga conto nel liquidare il danno biologico”, procedendo pertanto alla personalizzazione (all’epoca della pronuncia con riferimento al “valore a punto”, attraverso un sistema di appesantimento del punto, adottando cioè un valore punto più alto rispetto quello che sarebbe normalmente utilizzato per un danno di quella gravità). Il Rossetti, nella citata nota dal titolo “Vita, splendore e morte d’una (ormai inutile) nozione: il danno estetico”, ha sostenuto che “la nozione di danno estetico sorse in un epoca nella quale la giurisprudenza non ammetteva, l’autonoma risarcibilità della lesione della salute”. Si trattava, in sostanza, del noto “impasse” dettato dalla risarcibilità del danno morale (compreso, all’epoca, anche il danno da invalidità permanente biologica) al di fuori dei casi previsti dalla legge come reato (art. 2059 del Codice civile). Altra problematica, era la satisfattiva risarcibilità di lesioni conseguenti a cicatrici deturpanti, frutto del binomio riduzione capacità lavoro uguale risarcimento lesione salute. E’evidente che in tali fattispecie un volto sfregiato certamente avrebbe dato “dimostrazione” della sussistenza di un danno ma il problema era poi poter procedere al ristoro dello stesso in favore di soggetti che svolgevano professioni, cui l’aspetto estetico diveniva elemento rilevante per l’espletamento dell’attività lavorativa stessa: si pensi ad esempio al contadino, al muratore o al becchino. Siamo in un’epoca in cui il valore “uomo” era ancora lungi dall’essere giurisprudenzialmente riconosciuto, rimanendo confinato a “vuoti” principi di diritto, discendenti dalla Rivoluzione francese. La giurisprudenza, proprio per ovviare all’impasse costituito dal legame lavoro/salute, diede origine alla figura del danno estetico, che veniva fatto rientrare nella sola categoria del danno patrimoniale.

Prima di analizzare il caso da cui è scaturita detta pronuncia, occorre, con un “recursus per saltum”, giungere alla giurisprudenza attuale, improntata ai dettami sanciti dalle note pronunce a Sezioni Unite del novembre 2008, secondo cui il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale (così, Cassazione civile, sez. III, 13 luglio 2011, n. 15373). Con un flash back, torniamo all’analisi della sentenza n 10762 del 1999. Il caso. Nel lontano 1969 una fotomodella e attrice si era sottoposta ad un intervento di mastoplastica attraverso l’inserimento di protesi mammarie. In seguito si sottoponeva a nuovo intervento, ma le condizioni dei seni divenivano disastrose, cui si aggiungeva una sensibile riduzione della funzionalità del braccio sinistro, unita ad algie diffuse con conseguenti negative ripercussioni sui rapporti socio familiari e sessuali e stato ansioso depressivo. Accertato l’errore medico in sede di processo penale, consistito nell’aver sottoposto la signora ad un secondo intervento in tempi troppo ravvicinati rispetto al primo, l’odierna attrice ha instaurato il procedimento civile nei confronti del medico chirurgo al fine di ottenere il risarcimento del danno. I Giudici di primo e secondo grado hanno accolto la domanda e, quanto al solo profilo che ci interessa, hanno liquidato il danno estetico in una quota percentuale del danno biologico. In particolare il Giudice di Prime cure ha condannato il medico al pagamento in favore dell’attrice della complessiva somma (di cui una parte in solido con la di lui compagnia assicurativa) di € 129.114,29 (all’epoca dei fatti £ 250.000.000), liquidando il danno biologico, inteso come diminuita capacità patrimoniale della persona in € 23.757,01 (pari a £ 46.000.000), più altri € 23.757,01 (pari a £ 46.000.000) per il danno estetico. Il Giudice dell’appello ha preso invece in considerazione l’età della donna, ritenendo che la stessa non avrebbe potuto svolgere la propria professione ancora per molto tempo, con la conseguenza che la somma da liquidarsi a titolo di danno estetico e fisionomico dovrà essere effettuata nella misura del 50% del danno biologico. Il medico convenuto ha proposto ricorso innanzi alla Suprema Corte, contestando il riconoscimento operato dai giudici di primo e secondo grado di una voce autonoma a titolo di danno estetico oltre a una duplicazione della liquidazione delle voci di danno. La portata innovativa della sentenza consiste nel fatto che, secondo la Suprema Corte del 1999, il danno estetico deve essere riconosciuto sotto un duplice profilo, in quei casi in cui oltre che componente del danno biologico, può anche essere conseguenza di un danno patrimoniale che va ad incidere sulla capacità di guadagno del soggetto. Il carattere patrimoniale del danno deve essere riconosciuto soprattutto in quei casi in cui la professione del danneggiato richiede una certa presenza scenica o speciali doti. Va da se che determinate professioni, quali ad esempio agenti di commercio e commessi di negozi di moda, necessitano, di un gradevole aspetto estetico, che possiamo definire “in re ipsa” proprio per il rapporto che inevitabilmente devono avere con la collettività. In altre professioni invece, la presenza di  lesioni estetiche può essere causa di impedimento per l’esercizio stesso della professione, come nel caso dell’esercizio del ministero sacerdotale oppure, in ambito militare, può essere fonte di arresto del progredire della carriera. Senza dimenticare che lesioni rilevanti da un punto di vista estetico, ustioni e cicatrici avranno rilevante incidenza sia in attività lavorativa che in quella extralavorativa della vittima nonché una più o meno evidente percepibilità da parte della collettività, a seconda del mutare delle stagioni, con maggiore incidenza durante la stagione estiva, ove la nudità del corpo è maggiormente esposta agli occhi dei terzi. Pertanto l’influenza della menomazione varierà con riferimento all’età, al sesso, alla professione e alle attività extralavorative.

Nel caso deciso dalla pronuncia n. 15373/2011, agiscono in giudizio, nel luglio 2003 (peraltro in concomitanza con “l’obiter dictum” emesso dalla sentenza n 233 della Corte Costituzionale sul riconosciuto “danno esistenziale” a seguito delle “note sentenze gemelle” 8827 e 8828/03), i genitori in proprio e quali esercenti della potestà genitoriale su un minore nei confronti del danneggiante e della di lui compagnia assicuratrice, chiedendo la loro condanna, in solido, al risarcimento dei danni subiti in un incidente stradale. Il caso attiene ad un genitore che stava trasportando sulla propria bicicletta il figlio piccolo, quando veniva investito dalla autovettura condotta dal convenuto. La Corte di Cassazione sottolinea che nulla vieta che il danno morale sia liquidato in proporzione al danno biologico (in senso conforme Cassazione civile n. 702/010), ma ribadisce che l’insegnamento delle Sezioni Unite,  le quali, come è noto, hanno sancito il principio dell’unitarietà del danno non patrimoniale, quale categoria omnicomprensiva che include anche il danno biologico ed il danno da reato. Ed invero, il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, con la conseguenza che diviene inammissibile (perché costituisce una duplicazione risarcitoria) la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello cosiddetto estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale.

Se dunque il danno estetico deve rientrare in quello biologico, allora è necessario considerare la compromissione estetica nella valutazione di tale danno al fine di una corretta personalizzazione. E’ questo il fine che dobbiamo perseguire affinché venga dato giusto riconoscimento a detta voce di danno, che seppur “descrittiva” non è certo “bagatellare” ma di notevole importanza nell’esplicazione della personalità dell’individuo come singolo e nelle formazioni sociali. Si pensi che, al fine di non minimizzare la rilevanza del danno estetico, il soggetto leso, non di rado, sviluppa delle turbe di ordine psichico, aventi un vero e proprio carattere morboso: già il Gerin infatti, nel testo “Il danno estetico. Lineamenti di una trattatistica medico legale”, in AP, 1947, 96, fa riferimento al caso, avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, in cui una giovane donna, gravemente deturpata da multiple cicatrici al volto al cuoio capelluto, tentò addirittura il suicidio. La Corte di Appello di Aix En Provence, con sentenza del 16 aprile 1981, in J.C.P., 1983, II, 19922, con nota di F. Chabas, riveste attenzione di assoluto interesse perché analizza l’aspetto, troppo spesso trascurato, attinente alla valutazione che il medico chirurgo deve compiere sul paziente, ovvero lo stato psicologico ante e post intervento dello stesso. Segnaliamo inoltre la Cassazione civile, 10 marzo-22 aprile 2009 n 9549 (Presidente dott. Petti, cui come noto si deve la definizione di “danno catastrofico” con la sentenza n 4873/2001), con riferimento ad un caso simile a quello affrontato con la pronuncia n. 15373/2011. Anche in questo caso agisce in giudizio, un padre, in proprio e nella qualità di genitore esercente la potestà sul figlio minore, il quale, mentre procedeva in bicicletta, era stato investito da una autovettura. In conseguenza del sinistro, il minore aveva riportato lesioni (ferita lacerocontusa labbro superiore e frattura traumatica degli incisivi centrali superiori). La domanda veniva accolta in primo grado mentre in appello veniva accolto parzialmente l’appello incidentale, con conseguente applicazione dell’art. 2054 secondo comma del Codice civile. L’appellato, parzialmente soccombente, proponeva ricorso in Cassazione sulla base di sette motivi. Noi analizzeremo solo il quinto motivo, in cui viene denunciata la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2059 c.c., 32 Cost. e vizio di motivazione, in cui il ricorrente ha lamentato la mancata personalizzazione del danno biologico, sotto il profilo del danno estetico. Diciamo subito che il motivo è stato ritenuto fondato, in quanto la Suprema Corte ha appurato che il giudice d’appello ha sì considerato il danno estetico componente del danno biologico, ma non ha ritenuto, senza offrirne adeguata motivazione, di dover considerare la compromissione estetica nella valutazione di tale danno, quale fissata dal primo giudice, né ha “personalizzato” detta liquidazione del danno biologico, per effetto dell’esatto inglobamento anche della componente estetica. Anche la Cassazione civile, 1 aprile 2004 n 6383, con nota di F. Zauli in “La Responsabilità civile”, 2005, 12, 1010, ha ritenuto il danno estetico, come componente del danno biologico, “che assume una autonoma considerazione, nella fase di personalizzazione qualitativa e quantitativa dei parametri adottati in fase di liquidazione del danno biologico, qualora la lesione dell’integrità fisica e psichica si manifesti in forme suscettibili di alterare o deturpare l’aspetto esteriore della persona, pregiudicandola nei rapporti interpersonali”. Anche in questo caso si tratta di un incidente stradale, peraltro banale, (risolto poi dal Tribunale adito con l’applicazione della concorrente responsabilità dei conducenti) tra un motociclo e una autovettura. In conseguenza dell’urto la conducente del motociclo riportava gravi lesioni personali. Il danneggiato adiva il Giudice di prime cure che, seppur con l’applicazione, in punto di “an”, dell’art. 2054 secondo comma c.c., condannava i convenuti (società proprietaria del mezzo e istituto assicuratore) in solido al pagamento della somma di € 131,809,61 (£ 250.000.000 alla data del 26 novembre 1997, in cui fu emessa la sentenza). Proposto appello dalla società convenuta, la Corte confermava la pronuncia di primo grado. L’appellante proponeva allora ricorso avverso detta sentenza sulla base di due articolati motivi. Analizziamo il secondo in cui la società ricorrente ha sostenuto che la Corte di Appello avrebbe errato nel liquidare distintamente il danno estetico in quanto detta voce di danno deve considerarsi quale “componente della compromissione biologica e quindi non  suscettibile di autonoma considerazione, poiché, diversamente, si avrebbe una duplicità di liquidazione del medesimo danno”. Il motivo è stato ritenuto infondato dalla Suprema Corte in quanto, dall’esame della sentenza impugnata, è emerso che, nel caso di specie, “i giudici di merito, avendo accertato che, in conseguenza del sinistro, la conducente del motociclo era rimasto claudicante e con vistose cicatrici alla coscia destra ed al ginocchio sinistro, hanno considerato che, poiché la presenza di cicatrici ed il deficit alla funzionalità degli arti inferiori costituisce, per una giovane donna, sicuro e grave ostacolo ai rapporti intersbbiettivi, doveva essere riconosciuta la sussistenza del danno estetico, quale rilevante componente del danno biologico, ma soltanto come criterio di personalizzazione della liquidazione complessiva, ad integrazione della liquidazione compiuta in base al criterio del valore medio del punto di invalidità”.

In materia di responsabilità medica, occorre segnalare una recente pronuncia della Suprema Corte, 1 aprile-14 giugno 2005, n 12747, emessa in seguito ad uno dei primi interventi chirurgici in Italia di lifting e blefaroplastica nel dicembre del 1978, già oggetto di nota da parte di Giuseppe Mommo sul sito www.altalex.it il 18 luglio 2005. Diciamo subito che il ricorso da parte del medico chirurgo, soccombente in entrambe le fasi del merito innanzi al Tribunale e alla Corte di Appello è stato rigettato ma, per quanto attiene al profilo del danno estetico, è interessante osservare come la Cassazione ha evidenziato la mancanza di allegazione probatoria da parte dell’odierno ricorrente in sede di merito. Passiamo all’esame del caso. Tizio, nel dicembre del 1978, si sottopone a due interventi di lifting e blefaroplastica, il cui esiti sono negativo in conseguenza della condotta negligente del medico con conseguente peggioramento delle condizioni del paziente sia sotto il profilo estetico sia sotto il profilo funzionale, atteso che vennero ad esistenza anche difficoltà respiratorie prima dell’intervento mai palesatesi. Il Giudice di prime cure accoglie la domanda di Tizio, sulla base degli esiti della CTU che aveva quantificato complessivamente il danno all’integrità psicofisica nella misura del 10% -di cui il 4/5% riferibile al danno funzionale respiratorio definito come “irreparabile”, con condanna del medico chirurgo al risarcimento dei danni in favore dell’attore nella misura di € 8.779,76 (all’epoca dei fatti £ 17.000.000). La sentenza viene confermata anche in sede di gravame. Il medico chirurgo ha proposto ricorso in Cassazione che, come detto, viene rigettato. Va detto che, la CTU che, prima facie, poteva apparire esplorativa, dato il lungo tempo trascorso dall’intervento (ben nove anni), ha permesso di accertare alterazioni nel paziente che non erano presenti prima dell’intervento. In particolare il Consulente tecnico ha accertato la presenza di disformismi delle cicatrici e soprattutto la presenza di disturbi funzionali irreversibili insussistenti in precedenza (difficoltà respiratorie) che non erano presenti prima dell’intervento. Come messo in luce dal Mommo, nel citato commento, nel caso in esame, la condanna del chirurgo non si ricollega ai profili estetici relativi al lifting ed alla blefaroplastica e quindi alla loro tenuta nel tempo, che secondo quanto ha stabilito il CTU varia a seconda degli individui da cinque a otto anni, ma proprio alla presenza delle cicatrici ed ai disturbi funzionali irreversibili conseguenti all’intervento chirurgico. Si tenga in considerazione il fatto che, nei casi di interventi di chirurgia estetica proprio per il fine stesso dell’operazione, il consenso informato deve contenere esplicita previsione dell’esito migliorativo dell’intervento (si ricordi la nota distinzione, a suo tempo, operata dalla giurisprudenza francese in tema di “obbligazioni di mezzo” e “obbligazioni di risultato”). Infatti il Tribunale ha statuito cheil professionista che si appresti ad eseguire un intervento di chirurgia estetica è tenuto ad informare il paziente in ordine non solo ai possibili rischi dell’intervento, ma anche alla conseguibilità di un miglioramento effettivo dell’aspetto fisico.” Il Consulente tecnico, peraltro, già aveva rilevato come gli esiti negativi riscontrati dal consulente tecnico non si riferissero affatto ai profili estetici relativi al lifting (e dal contesto della sentenza si evince che il rilievo della Corte si riferisce in realtà anche alla blefaroplastica) ma alla presenza di disformismi delle cicatrici e soprattutto alla presenza di disturbi funzionali irreversibili insussistenti in precedenza (difficoltà respiratorie)” che, come la Cassazione ha precisato nel rigettare il ricorso, erano queste le “confutazioni” che andavano eventualmente criticate, il cui onere probatorio era e rimane in carico al chirurgo (in tema di ripartizione dell’onere probatorio tra paziente e medico e/o struttura ospedaliera, si rinvia alla pronuncia n 577/08 emessa dalle Sezioni Unite della Cassazione civile”.

Sempre in tema di risarcimento del danno da trattamenti estetici anomali, la giurisprudenza di merito (ex plurimis Tribunale Lecce, sentenza 9 aprile 2008, che ha condannato il responsabile di un centro estetico a risarcire ad una sua cliente il danno subito sia sotto il profilo patrimoniale che sotto quello non patrimoniale, in conseguenza dei trattamenti estetici alla stessa improvvidamente somministrati) ha statuito che la professionalità e la specializzazione nell’esecuzione di detti trattamenti, proprio perché attinenti alla sfera psicofisica del soggetto che vi si sottopone, deve essere osservata sia dal responsabile del centro sia dai di lui collaboratori che ivi prestano la propria opera professionale. In particolare il Giudice ha osservato che il titolare di un centro estetico deve, prima di sottoporre il cliente ad un trattamento estetico, compiere una anamnesi del paziente e compiere uno screening sulle condizioni di salute del cliente al fine di poter, preventivamente, valutare la compatibilità effettiva del trattamento.

Quanto al danno biologico per lesioni di lieve entità (le c.d. Micropermanenti), l’art. 139 del Codice delle Assicurazioni (D.lgs 209/05) fa riferimento agli “aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato” (comma 2), consentendo al Giudice di poter aumentare “in misura non superiore ad un quinto” la liquidazione del danno biologico con equo e motivato apprezzamento delle condizioni del danneggiato” (comma 3). E’ sotto questo profilo che la rilevanza del danno estetico può comportare una adeguata personalizzazione del danno biologico, sempre che il danneggiato fornisca, anche a mezzo presunzioni (non degradate a ruolo minore nella gerarchia delle prove –secondo Cassazione civile SS.UU. 26972/08 cit.) adeguati riscontri e assolva all’onere probatorio a suo carico in ordine anche alle allegazioni. Ma prima della riforma del Codice delle Assicurazioni che ha mandato “in soffitta” la nota Legge 990/69, la lesione del danno estetico assumeva particolare pregnanza con riferimento alle componenti dinamiche sia sotto il profilo del danno biologico sia sotto quello patrimoniale. Nel citato testo “Il nuovo danno alla persona” di Monateri-Oliva e Bona, gli autori riportano due decisioni, una di merito e una di legittimità, in materia di danno estetico, in caso di danni rientranti nelle micropermanenti. Nella prima, emessa dalla Corte di Appello di Torino il 19 febbraio 1996, si fa riferimento alla problematica del risarcimento dovuto ad una donna, quantificato sotto il profilo biologico nella misura del 4%, con una rilevante componente anti-estetica dettata da una cicatrice presente sul viso.

La Corte ha accolto l’appello proposto dalla danneggiata, procedendo ad una liquidazione del danno biologico, in presenza di un pregiudizio anche di rilevanza estetica, senza “abbattimento del valore monetario del punto”, come normalmente avveniva nei casi di micropermanenti. In sostanza, una volta provata la componente dinamica del danno, è possibile procedere all’appesantimento del valore punto anche in presenza di una micropermanente.

Nella seconda, emessa dalla Suprema Corte il 28 aprile 1997 n 3635, la liquidazione del danno estetico è avvenuta sotto un profilo patrimoniale, seppur sempre all’interno della categoria delle micropermanenti. La Corte ha riconosciuto la sussistenza del danno estetico come fonte di danno non patrimoniale, da intendersi come lucro cessante per la perdita o maggiore difficoltà di reperimento di chance lavorativa. Il caso faceva riferimento ad una giovane donna, al momento del fatto ancora in cerca di occupazione, vittima di uno sfregio al volto. La sentenza, di cui si può apprezzare il commento di Martini, in Resp. Civ. e prev., 1998, 435, statuisce che “può ricevere un autonomo ed aggiuntivo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, il danno estetico, specie quello localizzato al viso, che, se pur determini una c.d. micropermanente sul piano strettamente biologico, possa avere negative ripercussioni non soltanto su una attività lavorativa già svolta, ma anche su una attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato e ad ogni altra circostanza particolare, sì da non identificarsi nel danno biologico”.

Ancora in tema di micropermanenti, interessante è la sentenza n 21012 del 12 ottobre 2010 emessa dalla III Sezione della Cassazione civile, che ha rigettato la richiesta di ristoro del danno estetico in quanto la cicatrice non aveva avuto incidenza sull’attività lavorativa del danneggiato. Il caso si riferisce ad un soggetto, rimasto vittima di un incidente stradale, che aveva adito il giudice di primo grado al fine di richiedere e ottenere il risarcimento del danno estetico, indipendentemente da quello biologico, sul presupposto di una cicatrice di modestissime dimensioni posizionata sulla fronte dell’odierno attore. La Suprema Corte rigetta il ricorso così come entrambi i gradi di giudizio avevano respinto la domanda, sotto il profilo del ristoro del danno estetico, in quanto la cicatrice era di ridottissime dimensioni e destinata a divenire meno visibile con il passare del tempo. L’esperita consulenza tecnica d’ufficio aveva accertato la presenza di postumi permanenti nella misura complessiva del 5% e il Giudice aveva proceduto alla liquidazione del danno biologico in via equitativa, senza ricorrere alle tabelle previste per postumi permanenti di maggiore gravità. La pronuncia della Cassazione ha negato, come detto, il profilo patrimoniale del danno estetico nel caso di specie, aderendo alla giurisprudenza costante di legittimità secondo cui, in presenza di postumi permanenti di modesta entità che non si traducono in una proporzionale riduzione della capacità lavorativa specifica, il danno da lucro cessante è configurabile solo se sussistano elementi concreti che inducano a ritenere che, a causa dei postumi, il soggetto effettivamente ricaverà minori guadagni dal proprio lavoro, essendo ogni ulteriore o diverso pregiudizio risarcibile a titolo di danno biologico. Quanto al richiesto danno estetico, la sentenza ribadisce che “in tema di risarcimento del danno alla persona, i postumi di carattere estetico, in quanto incidenti in modo negativo sulla vita di relazione, possono ricevere un autonomo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, allorché, pur determinando una così detta “micropermanente” sul piano strettamente biologico, eventualmente provochino ripercussioni negative non soltanto su un’attività lavorativa già svolta, ma anche su un’attività lavorativa futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato ed ad ogni altra utile circostanza particolare”. Infatti, come evidenziato da Merz, in “Manuale pratico della liquidazione del danno”, Padova, 38, l’incidenza del danno estetico sulle possibili esplicazioni della personalità futura viene in genere riconosciuto al fine specifico di aumentare l’importo complessivo del risarcimento del danno patrimoniale, con riferimento a soggetti in giovane età che ancora devono affacciarsi nel mondo del lavoro, come tali privi di reddito o non in grado, al momento, di godere di adeguata indipendenza economica come nel caso delle casalinghe, oggetto di due significative pronunce della giurisprudenza di merito partenopea della fine degli anni settanta (Tribunale Napoli, 30 giugno 1977, in Resp. civ prev., 1978, 456; Tribunale Napoli, 15 dicembre 1976, in Arch. giur. circ., 1977, 607). Ma in generale, come abbiamo detto, il danno estetico è stato riconosciuto soprattutto in soggetti per i quali l’aspetto fisico è fondamentale per il loro lavoro. Sul finire degli anni sessanta, la Corte di Appello di Bologna (sentenza 14 giugno 1968, in Arch, resp. civ., 1969, 117) ha provveduto al ristoro del danno estetico in favore di un giovane operaio carpentiere “con riferimento agli svantaggi e alle condizioni in cui viene a trovarsi il danneggiato nei suoi rapporti con il mondo esterno”. In particolare la Corte aveva, con il riconoscimento del danno estetico, “aumentato” la somma liquidata a titolo di danno patrimoniale e anche di quello non direttamente incidente sulla capacità lavorativa.

Tutto quanto suddetto, potrebbe correre il rischio di diventare obsoleto o quanto meno oggetto di ampia discussione in dottrina e giurisprudenza, atteso che, come noto, il 23 febbraio 2012 la Commissione Industria del Senato ha approvato l’emendamento al decreto sulle liberalizzazioni in forza del quale, in caso di sinistro stradale, “le lesioni di lieve entità che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”. La nuova formulazione della norma si scontra con il paragrafo della prima  pronuncia del poker delle Sezioni Unite del novembre 2008, secondo cui “per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (artt. 138 e 139 D.lgs. n. 209/2005) richiede l’accertamento medico-legale…ma la norma non lo eleva a strumento esclusivo e necessario. Così come è nei poteri del giudice disattendere, motivatamente, le opinioni del consulente tecnico, del pari il giudice potrà non disporre l’accertamento medico-legale superfluo”. E’ dunque evidente che gli esami strumentali radiologici, quali la radiologia, la tomografia, l’ecografia e la risonanza magnetica, assumeranno un ruolo focale e di riferimento nell’accertamento e nella valutazione del danno di lieve entità in ipotesi, ad esempio, di trauma cervicale (il cosiddetto “colpo di frusta”) ma è anche vero che, nel caso di lesione di rilevanza estetica, “l’accertamento clinico strumentale obiettivo”, a nostro sommesso avviso, appare superfluo. A questi punti, come segnalato da Patrizia Ziviz, a cui si deve, insieme al Prof. Cendon, una delle prime monografie su “Il danno esistenziale”, Giuffrè, 2000, nel commento di Paolo Storani su www.personaedanno.it dal titolo “Lesioni micro permanenti: punire le truffe o creare una franchigia irrisarcibile?”, “si tratterebbe di chiarire, a livello medico-legale, cosa si intenda per “accertamento clinico strumentale obiettivo” e, di conseguenza quali siano le patologie – attualmente rientranti in tabella – che potrebbero rimanere escluse.

La rilevanza del danno estetico non è comunque sfuggita neppure alla giurisprudenza amministrativa. Segnaliamo la recentissima pronuncia del Consiglio Stato, sez. VI, 19 gennaio 2011, n. 365, che riforma Tar Veneto, Venezia, sez. I, n. 1937 del 2007, che statuisce, in linea con le Sezioni Unite del novembre 2008, che il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia e omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, con la conseguenza che è inammissibile, perchè costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello c.d. esistenziale con conseguente riconduzione ad unità del concetto di danno non patrimoniale alla salute, comprensivo di tutti gli aspetti con ricadute negative sull’integrità psico — fisica e relazionale della persona lesa, da valutare in modo unitario e globale in un’ottica di personalizzazione con riguardo al caso concreto.

Uno dei profili maggiormente controversi attiene al tentativo di predisporre una tabella con degli indici per la valutazione del danno estetico in sede civile, ciò in quanto la giurisprudenza, dopo averne evidenziato le componenti e le aree di interferenza tra danno patrimoniale e non, ha sempre preso in considerazione le lesioni solo se incidenti sulla capacità lavorativa del soggetto. Per questi motivi i medici legali e la dottrina hanno trovato difficoltà nel portare a termine progetti volti a predisporre una valutazione sul modello tabellare del danno estetico. Si tenga in considerazione che, negli anni 90, parte della giurisprudenza di merito non era propensa a richiedere al consulente tecnico d’ufficio la quantificazione della percentuale di invalidità permanente causata dagli esiti cicatriziali, al fine di evitare che casi simili fossero poi valutati in modo diverso dai nominati CTU. Abbiamo invece analizzato come, in una ottica omnicomprensiva del danno non patrimoniale e in una definizione legislativa del danno biologico (Codice delle Assicurazioni), il Legislatore abbia espressamente sancito che “la lesione temporanea o permanente della integrità psicofisica della persona” debba essere “suscettibile di accertamento medico-legale” (così art. 138 n 2 lettera B) e art. 139 n 2 D.lgs 209/05). Stando così le cose, è allora evidente che la lesione di rilevanza estetica, qualora presente nel danneggiato in conseguenza di sinistro o infortunio, dovrà essere oggetto di specifico quesito nella espletanda CTU (definita dalle Sezioni Unite del novembre 2008 come “mezzo di prova ma non l’unico) al fine di poter valutare “l’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” e “qualora la menomazione incida in maniera rilevante su aspetti dinamico relazionali personali, l’ammontare del danno determinato, ai sensi della tabella unica nazionale, può essere aumentato dal giudice sino al trenta per cento (“in misura non superiore ad un quinto” –nel caso di micropermanenti), con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato” (così art. 138 n 3 D.lgs 209/05). Se dunque il danno estetico altro non è che un pregiudizio della fisionomia e della bella presenza della persona sia in condizioni statiche che dinamiche, con conseguente compromissione delle caratteristiche mimiche, gestuali e fonetiche, la lesione delle caratteristiche esteriori del soggetto comporterà, dopo adeguato riscontro probatorio e accertamento medico legale, la dovuta personalizzazione da parte del giudice fino alla percentuale massima normativamente prevista. E’ appena il caso di ricordare che l’aumento fino al 30 %, nel caso di lesioni di non lieve entità e fino ad un quinto nel caso micropermanenti, è vincolante per il giudice ma non per il medico legale.

Seppur nella suddetta difficoltà da parte della dottrina e della scienza medico legale di “tabellarizzare” il danno estetico, non va dimenticato che, sul finire degli anni sessanta, Como e Perugia elaborarono delle tabelle che comprendevano alcune rilevanti menomazioni, tra le quali la “gravissima deformazione del viso”, quantificata nella misura del 30%, la “perdita di tutto il naso”, quantificata sempre nella misura del 30% o la “grave alterazione della comunicazione”, stimata addirittura nel 50%, tanto per citare alcuni esempi, tralasciando, anzi non prevedendo proprio, altri “disformismi”, quali quelli determinati dalle cicatrici sul viso. Con riferimento a quest’ultime, dobbiamo considerare che molteplici sono gli elementi che entrano in gioco al fine di individuare il corretto “baréme” per determinare l’incidenza di una cicatrice del viso al fine di calcolare il danno estetico. Innanzitutto dipende dai caratteri della cicatrice con riferimento alla forma, alla dimensione e al posizionamento della stessa nelle varie zone del viso, quali orbite oculari, padiglioni auricolari e bocca. Ma la cicatrice varia anche a seconda del tipo di epidermide della vittima e dell’età dello stesso al momento della lesione che può essere più o meno elastica o più o meno rugosa, senza dimenticare che le cicatrici, in genere, acquistano il colore definitivo dopo 6/12 mesi dal momento in cui vengono ad esistenza. Si tenga anche in considerazione che il soggetto vittima di lesione estetica riceve le prime cure presso il Pronto Soccorso, ove le lesioni primarie minori vengono suturate con la conseguenza che, sovente, al chirurgo plastico vengono poi sottoposti solo gli esiti cicatriziali in capo al paziente. Certo è che se la lesione è di tale gravità da comportare gravi perdite di tessuti molli in zone del viso o asportazione di tessuti muscolari (come, ad esempio, nel caso di tagli causati da vetri), l’immediato intervento specialistico diviene essenziale al fine di evitare ulteriori deformità.

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale in un caso di macropermanenti, la Cassazione civile, sezione III, con pronuncia del 26 maggio 2011, n. 11609 (Presidente dott. Petti e Estensore dott. Travaglino, cui si devono gli otto quesiti dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite, decise nel novembre 2008) ha statuito che “il giudice nel procedere alla quantificazione ed alla liquidazione deve evitare duplicazioni risarcitorie, mediante l’attribuzione di somme separate e diverse in relazione alle diverse voci (sofferenza morale, danno alla salute, danno estetico, ecc), ma deve comunque tenere conto dei diversi aspetti in cui il danno si atteggia nel caso concreto”. Il fatto. Tizio, investito da un motoscafo condotto da Caio mentre nuotava nelle acque antistanti la spiaggia teatro del sinistro, riportava gravissime lesioni personali con residua epilessia post-traumatica. La Corte di Appello di Messina, con sentenza depositata il 4 febbraio 2009, ha accolto la domanda proposta da Tizio, riconoscendo la sussistenza dicrisi epilettiche post-traumatiche, con frequenza 4-5 volte al mese anche plurisettimanali, attribuendogli, ai fini della determinazione del danno biologico, un’invalidità permanente del 50%. La Corte ha liquidato all’appellante le seguenti somme inerenti dette voci di danno: 1) Euro 51.645,49 a titolo di danno biologico; 2) Euro 25.823,84 a titolo di danno morale soggettivo, calcolato nella percentuale del 50% del danno biologico; 3) Euro 41.316,55 liquidato equitativamente a titolo di danno morale latu sensu, richiesto dalla vittima quale danno alla vita di relazione, definito come voce di danno “che integra e completa il danno biologico e non è da considerarsi autonoma”; 4) Euro 61.974,72, sempre in via equitativa, quale danno patrimoniale futuro; 5) Euro 25.882,84 per spese mediche e cure passate e future. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione Caio, conducente del motoscafo investitore, basato su otto motivi. I motivi quattro, cinque e sei del ricorso sono stati trattati congiuntamente dalla Suprema Corte, data la loro intima connessione, in quanto riguardano la questione della configurazione e della liquidazione delle componenti del danno non patrimoniale. Tutti i motivi sono stati rigettati, in quanto ritenuti infondati. Dopo una lunga premessa operata dalla Suprema Corte sulle note statuizioni delle Sezioni Unite, la sentenza ribadisce che “il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre; il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c., identificandosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di suddivisione in sottocategorie” e che “è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione (affermazioni contenute nel punto 4.8 di Cass. S.U. n. 26972/08)”, tenendo conto, da ultimo, “dei diversi aspetti in cui il danno si atteggia nel caso concreto” (ex plurimis, Cass.civ, n. 8360/10). E proprio con riferimento a quest’ultimo aspetto, la Suprema Corte ha rigettato le doglianze mosse dal ricorrente alla decisione di secondo grado, statuendo che “la Corte territoriale ha congruamente e correttamente riconosciuto un’ulteriore componente del danno non patrimoniale, distinta dal danno morale ed integrativa di quello quantificato a titolo di danno biologico, in considerazione che, a seguito dell’incidente e dell’insorta epilessia traumatica, Tizio non aveva potuto coltivare gli esercizi di atletica pesante, in cui aveva ottenuto lusinghieri risultati, non aveva potuto continuare la pratica di commercialista, né coltivare la vita di relazione e sociale causa le ingenti menomazioni e mutilazioni con profondi esiti cicatriziali conseguenti al drammatico sinistro, isolandosi socialmente, alterando le proprie abitudini di vita, ciò anche a causa delle crisi depressive conseguenti ai frequenti attacchi di epilessia”. Riconoscendo, pertanto, detta componente – in considerazione dei gravi postumi permanenti incidenti negativamente sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato – la Corte di Appello ha proceduto alla corretta “personalizzazione” del risarcimento del danno biologico (Cass. n. 3906/10; 25236/09). Del resto, al di là della generica deduzione di asserite “duplicazioni”, il ricorrente non ha specificato come le componenti di danno contestate con i riferiti motivi siano invece da ritenersi già incluse nella “prudenziale” liquidazione (50%) del danno biologico, operata dalla Corte territoriale con esclusivo riferimento all’invalidità permanente (inquadrabile, sotto il profilo medico- legale, secondo la stessa Corte, nel 50-60%).

Gli ultimi due motivi di doglianza proposti dal ricorrente attengono invece all’esistenza del danno patrimoniale futuro per mancato svolgimento dell’attività di ragioniere commercialista praticata ante sinistro dal danneggiato, per avere la Corte rinviato genericamente a documenti senza indicarne il contenuto (prima di queste due censure), nonché per avere la Corte individuato un pregiudizio meramente potenziale e possibile, niente affatto connesso all’illecito in termini di certezza o almeno con un grado di elevata probabilità, limitandosi a valutazioni possibilistiche etichettate con lo stereotipo dell’ “id quod plerunque accidit”. La Cassazione ha ritenuto il ragionamento operato dalla Corte di appello adeguatamente motivato, avendo “puntualmente indicato le ragioni che stanno alla base del riconoscimento e della quantificazione del danno patrimoniale futuro (tenuto conto che la vittima, a venti anni, era già ragioniere, secondo una ragionevole previsione, avrebbe potuto ragionevolmente superare gli esami per raggiungere il traguardo di esercitare l’attività professionale autonoma di ragioniere e commercialista), procedendo poi in via equitativa e sulla base delle risultanze di causa alla valutazione della riduzione della capacità di guadagno”. Del resto, anche se tale componente del danno patrimoniale dovesse essere inquadrata, prosegue la sentenza, anziché nella perdita della capacità di guadagno, nella cosiddetta perdita di chances, comunque le censure di cui al ricorso si rivelerebbero infondate, dato che questa va rettamente intesa non come mancato conseguimento di un risultato probabile, ma come mera perdita della possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione ex ante da ricondursi al momento in cui il comportamento illecito (e il conseguente evento di danno) ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale (ex plurimis Cass. civ. 4400/2004 e Cass. civ. 21619/07); tale perdita ha natura di danno patrimoniale futuro, la cui liquidazione, secondo criteri indiscutibilmente equitativi, può rapportarsi a valutazioni di circostanze di fatto (quali quelle nella specie considerate dal giudice del merito in ordine alle condizioni personali e professionali del soggetto all’atto dell’incidente e all’entità del reddito all’epoca goduto) che, se motivate secondo un iter argomentativo scevro da vizi logico-giuridici (quale quello indiscutibilmente seguito nel caso di specie) si sottraggono a qualsiasi forma di censura in sede di legittimità (Cass. n. 10111/08).

Segnaliamo inoltre Tribunale Salerno, sez. II, 10 gennaio 2011, n. 35, secondo cui “poiché il danno biologico incide sul valore umano in tutta la sua concreta dimensione – valore umano che non è riconducibile soltanto alla produzione di ricchezza, ma che è collegato alla somma delle funzioni naturali aventi “rilevanza biologica, culturale, sociale ed estetica” – in tale nozione omnicomprensiva di danno sono inclusi anche il danno alla vita di relazione ed il danno estetico, lo stesso danno da incapacità lavorativa, inteso come compromissione di uno degli aspetti fondamentali della persona umana, nonché le stesse invalidità, generica, permanente e temporanea, che senz’altro incidono sulla piena esplicazione della personalità dell’individuo”.

La piena esplicazione dell’individuo passa inevitabilmente attraverso l’aspetto esteriore. La lesione estetica colpisce il “valore uomo”, che è stato posto, come “l’uomo vitruviano” nella circonferenza, del centro di interessi di protezione degli ordinamenti dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Tutti gli uomini sono uguali, hanno pari dignità sociale e ogni forma di discriminazione deve essere bandita. Proclami sacrosanti, si è scomodato persino Platone e Hannah Arendt, ma i principi e i diritti codificati nelle norme sovranazionali e di rango costituzionale si scontrano poi con la società in cui si vive. Ecco perché come evidenziato dal dott. Riccardo Grassi, nell’articolo del 1 giugno 2000 dal titolo “Danno biologico di rilevanza estetica” su www.altalex.it, il danno estetico “rappresenta certamente la forma più complessa e meno codificabile secondo rigidi schemi e parametri valutativi per l’estrema variabilità soggettiva delle alterazioni fisionomiche correlate non solo alla conservazione dei semplici tratti somatici ma anche al mantenimento dell’armonia e della personalità espressiva del soggetto; si dovrà, perciò, tenere adeguato conto non solo dell’integrità morfologica, ma anche della conservazione della completa “efficienza estetica” intesa come capacità mimico-espressiva e proiezione esterna della personalità dell’individuo”. E’ per questi motivi che vi è sempre stata una certa difficoltà, come abbiamo detto, a predisporre tabelle atte a ricondurre il danno estetico entro schemi già predisposti e prefissati dalla scienza medico-legale. In caso di lesione che interessa l’aspetto esteriore del soggetto, diviene assolutamente necessario che sia valutato attentamente ogni singolo caso in relazione sia alle caratteristiche somatiche (età, sesso, stato anteriore) che alle particolarità espressive, anche psicologiche e sociali. Riteniamo che una formulazione del quesito da sottoporre al nominato CTU, affinché poi il Giudice proceda ad una motivazione completa in ordine ad ogni “voce descrittiva” di danno nella integralità del risarcimento, dovrà fare riferimento alla entità delle menomazioni estetiche del viso, dell’alterazione che subisce la armonia dello stesso e del grado di percepibilità di tale alterazione da parte dei terzi nonché, da ultimo, delle eventuali conseguenze dei postumi sulle future, probabili attività lavorative.

Sotto il profilo probatorio, indipendentemente dall’accertamento medico legale svolto dal consulente tecnico che, al fine di valutare la corretta incidenza della lesione estetica, dovrà avvalersi di uno specialista in dermatologia, risulterà fondamentale il ruolo della ripartizione dell’onere della prova. A nostro modesto avviso, indipendentemente dalle statuizioni delle Sezioni Unite che “impongono” all’attore/danneggiato (in ipotesi di responsabilità “ex lege aquilia” ai sensi dell’art. 2043 e 2697 del Codice civile o, in caso di responsabilità medica con inversione dell’onere della prova ex art. 1218 c.c., trattandosi di responsabilità “da contatto” secondo il neologismo giurisprudenziale di inizio del nuovo millennio) di fornire con “ogni mezzo” anche presuntivo “non degradato a ruolo minore” la prova del danno di cui si chiede il risarcimento (il noto “danno evento”), riteniamo che la semplice produzione documentale fotografica del danneggiato “ante e post evento” permetta al Giudicante di valutare “l’inevitabile peggioramento della qualità di vita” e “i pregiudizi esistenziali con fare areddituale” patiti e patiendi dal soggetto che richiede tutela, senza necessità di formulare capitoli di prova testimoniale, spesso inammissibili poiché valutativi. Ma come sostenuto dal Badalassi, in “La valutazione del danno alla salute, Cedam, 1988, 17, “alla problematica del danno estetico non può peraltro essere considerata estranea la questione relativa alla emendabilità dello stesso con protesi od interventi riparatori, il riconoscimento del costo dei quali costituisce, in subiecta materia, l’unica ipotesi di restituito in pristinum, ipotesi tanto più rilevante quanto più si considerino gli enormi sviluppi ed i progressi della chirurgia estetica”. Perché se è vero che il progredire della chirurgia estetica consente, oggi, di poter intervenire al fine di eliminare, ove possibile, oppure ridurre gli effetti delle lesioni anche attraverso l’adozione di protesi sostitutive (si pensi, ad esempio, al caso dell’atleta Oscar Pistorius), è anche vero come sottolinea il Martini, nell’articolo “Il danno estetico”, in Nuova Giur. Civ. e Comm, 1988, II, 420, che “non si può trascurare che, a fronte dell’art. 32 secondo comma della Costituzione, secondo cui “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, la giurisprudenza ha chiarito che non sussiste alcun obbligo per il danneggiato di sottoporsi ad un intervento riparatore o di adottare una protesi: va infatti considerato che ogni intervento chirurgico, per quanto semplice, comporta comunque  una percentuale, per quanto minima, di rischio”. Se però il rischio di sottoporsi ad un intervento di chirurgia estetica comporta per il paziente un tasso soglia di rischio molto basso e il danneggiato non intende sottoporvisi, la dottrina e la giurisprudenza (a dire il vero molto risalente nel tempo) ha ritenuto che potrebbe applicarsi il principio del “Concorso del fatto colposo del creditore”, sancito dal secondo comma dell’art. 1227 del Codice civile, secondo cui “il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza”. La citata risalente pronuncia, riportata nell’articolo del Martini, 423, attinente ad un caso in cui una cantante lirica, che aveva riportato postumi al setto nasale eliminabili con un semplice intervento facile e non costoso, si era rifiutata di sottoporvisi, fu emessa agli albori degli anni 60 dalla Suprema Corte (17 gennaio 1959, n 118, in Resp. civ e prev., 1960, 298), che statuì che, nella valutazione del risarcimento, non poteva non tenersi in debita considerazione il fatto che “sia pur liberamente, la danneggiata potesse, con agevole e non pericolosa operazione, eliminare taluni dei difetti rimasti, attesa l’invalidità permanente lamentata, la sua valutazione nel futuro e la valutazione equitativa adottata”. In casi simili la liquidazione del danno subito dovrà essere comprensiva sia del costo sostenuto dal danneggiato per l’intervento chirurgico sia i costi di protesizzazione sostenuti e da sostenersi oltre la rimanente parte di danno alla salute, come statuito dalla pronuncia di merito emessa dal Tribunale scaligero il 4 marzo 1986, secondo cui il danneggiato ha richiesto e ottenuto il risarcimento dei danni morali e di natura estetica e delle spese, sotto un punto di vista patrimoniale, per la protesi e per l’installazione della medesima. Nello stesso senso la pronuncia emessa da Tribunale Roma, Sez. XIII, 28 aprile 2004, in Guida al Diritto, 2004, 40, 74, secondo cui nel caso in cui la lesione di rilevanza estetica sia emendabile a mezzo di apposito e adeguato intervento chirurgico, il costo di quest’ultimo deve essere liquidato a titolo di danno patrimoniale, mentre il danno biologico risarcibile è costituito dal grado di invalidità permanente che in via presuntiva residuerà dopo l’intervento chirurgico. La recentissima sentenza n 940 del 29 marzo 2012 emessa dal Tribunale di Bologna, dott.ssa Candidi Tommasi, a seguito di discussione ai sensi dell’art. 429 c.p.c., attiene ad un caso in cui ha trovato applicazione l’art. 138 del D.lgs 209/05. La domanda è stata avanzata in giudizio da un terzo trasportato (di anni 15 al momento del sinistro) che si trovava a bordo di un ciclomotore guidato da un amico, che veniva investito frontalmente da una autovettura, condotta da un soggetto, risultato in preda a stato di ebbrezza. L’attore, in conseguenza dell’urto, riportava gravissime lesioni fisiche e ingenti danni patrimoniali. Tralasciando l’an di causa, la pronuncia è interessante sotto il profilo della personalizzazione del danno e le adeguate motivazioni espresse dal giudicante sotto il profilo dinamico relazionale. Occorre però prendere le mosse dalla esperita consulenza medico legale, esaustivamente espletata dal dott. Nicolò De Trizio, che ha accertato i seguenti profili di invalidità: 75% di I.P. e riflessi negativi sulla sfera estetica e sulla vita di relazione, 120 giorni di ITT; 120 giorni di ITP al 75%; 90 giorni di ITP al 50%. In particolare per il profilo che ci consta, il consulente d’ufficio ha descritto analiticamente le gravi lesioni estetiche cicatriziali subite dal danneggiato. Descrizione ed analisi che, come vedremo, ha consentito al Giudice di “motivare” la riconosciuta e liquidata personalizzazione del danno non patrimoniale in favore dell’attore. Riportiamo, per completezza e chiarezza, quanto il dott. De Trizio ha accertato che: “Cute rosea e elastica. All’ispezione degli arti inferiori si nota una dismetria per arto inferiore di sinistra più lungo rispetto al destro di circa cm 2, Si evidenzia inoltre una lieve riduzione perimetrale alla coscia sinistra di cm 2 per spianamento del vasto laterale. E’ visibile una cicatrice peritrocanterica sinistra longilinea, della lunghezza di cm 11, lievemente diastasata. L’articolazione coxofemorale sinistra risulta mobile ampiamente, in modo simmetrico rispetto al lato opposto. Sulla faccia anteriore della coscia, al terzo medio, è visibile una cicatrice traumatica (da esposizione del femore) di forma irregolare e diastasata, della lunghezza di circa cm 11. Sulla faccia laterale della coscia sono visibili sei cicatrici di lunghezza diversa da pregressa apposizione di fissatori esterni, ognuna delle quali è lunga 2-3 cm, lievemente diastasate. Sulla faccia mediale del ginocchio sinistro è presente una cicatrice a decorso sagittale della lunghezza di cm 7 diastasata…..sulla faccia mediale della gamba sinistra è visibile una cicatrice chirurgica della lunghezza di cm 20, nel cui contesto è presente un’ernia muscolare che estrude alla contrazione; sulla faccia laterale della stessa gamba è presente una cicatrice della lunghezza di cm 25, nel cui contesto è presente un’ernia muscolare nella parte intermedia, ben visibile durante la contrazione volontaria. La caviglia sinistra risulta fresca ed asciutta, lievemente tumida, con plus perimetrale bimalleolare di cm 1. Sul dorso del piede sinistro è visibile una cicatrice di forma grossolanamente triangolare, ipercromica, delle dimensioni di cm 6x5x5. Sul calcagno sinistro, in regione sottoachillea, è presente un piastrone cicatriziale che giunge fino al calcagno, con lunga cicatrice deformante che si prolunga fino alla regione sotto malleolare interna; la cute è ipotrofica da precedente innesto cutaneo; tale zona risulta ipoestetica –anestetica” (pagg. 12-13 CTU). La “gravità dell’offesa”, indicata come spartiacque dalle Sezioni Unite del novembre 2008 al fine di dare ingresso a un danno non patrimoniale di natura “non bagatellare”, trova pieno riscontro nel quadro inerente il danno estetico, “descritto” dal consulente tecnico “al Giudice”. E infatti il Tribunale, ha liquidato “il danno non patrimoniale da invalidità permanente di € 337.087,00, valutato all’attualità”. Il Tribunale, in considerazione delle dichiarazioni rese da un teste inerenti il modus vivendi, e il relativo peggioramento dopo il sinistro, del danneggiato, ha statuito che “sono emerse circostanze soggettive che comportano la necessità di una personalizzazione del danno biologico con riguardo al suo aspetto dinamico relazionale, in quanto, a seguito del sinistro, l’attore perdeva il proprio ruolo di elemento di punta della squadra dilettantistica di basket per la quale giocava; può considerarsi fatto notorio al proposito la rilevanza che l’attività sportiva praticata a livello agonistico, seppur dilettantistico, ha nella vita di un giovane; appare congruo quantificare tale personalizzazione nella misura del 10% pari a € 33.708,70”. Il Tribunale, adottata la liquidazione congiunta del danno biologico e morale, ha quantificato la riconosciuta invalidità temporanea (secondo le tabelle di Milano 2011 –adottate dal Tribunale felsineo- con un “range” tra € 91,00 di minima e € 136,00 di massima) nella misura massima giornaliera di € 136,00 “poiché la sofferenza temporanea patita risulta rilevante in considerazione dei molteplici interventi chirurgici subiti dall’attore”. Il Giudice non ha invece riconosciuto il danno da riduzione della capacità produttiva, atteso che, sia le prove testimoniali assunte sia il nominato CTU hanno dimostrato che l’attore continua a giocare a basket e che “il danno estetico, che ha inciso in maniera apprezzabile sulla quantificazione del danno biologico da invalidità permanente, non sembra suscettibile di ripercussioni in campo lavorativo, riguardando l’arto inferiore sinistro”. Si tratta di una sentenza che conferma l’epiteto di “Giano bifronte” in merito alla natura del danno estetico. Da ultimo evidenziamo due casi, inerenti gravissime lesioni di ordine psico-fisico subite dai danneggiati. Il primo, avvenuto oltreoceano, è il caso del risarcimento record di quasi diciotto milioni di dollari, oggetto dell’intervenuto accordo transattivo raggiunto tra i legali di Tabitha Mullings e il Brooklyn Central Hospital e la City Hall di New York , dopo un processo iniziato nel 2009, a seguito di un errore medico avvenuto nel settembre 2008. La sig.ra Mullings, di anni trentacinque, causa dolori lancinanti, si reca al pronto soccorso del nosocomio newyorkese. I sanitari, a seguito di diagnosi, ritengono che la paziente sia affetta da calcoli renali e, dopo averle prescritto degli antidolorifici, decidono di dimetterla rimandandola a casa. Una volta giunta presso la propria abitazione, la sig.ra Mullings ricade in preda a dolori insopportabili e compone il 911, che come noto è il numero unico su tutto il territorio nazionale statunitense per i casi emergenza, al fine di richiedere aiuto. Nonostante due chiamate, i sanitari rimangono del loro parere e decidono di non recarsi presso la casa della paziente per visitarla ed, eventualmente, per disporre il ricovero nella struttura sanitaria. Il giorno successivo, ormai esausta, la sig.ra Mullings viene accompagnata al Brooklyn Central Hospital ove, questa volta, i medici si accorgono della grave infezione in atto che nulla aveva a che fare con la precedente ed errata diagnosi di “calcoli renali”. La sig.ra Mullings entra in coma e i medici, essendo ormai l’infezione diffusa ne corpo, devono procedere all’amputazione di mani e piedi al fine di “salvarle la vita”, se così si può dire. Al risveglio la sig.ra Mullings prende coscienza del suo stato e si accorge altresì di essere diventata cieca da un occhio. Al “New York Daily News” la sig.ra Mullings rilascia la seguente dichiarazione, che desideriamo riportare al fine di far comprendere, meglio di ogni ragionamento dottrinario e giurisprudenziale sul necessario onere probatorio per “soddisfare” i requisiti del danno evento, come in casi come questo il danno possa dirsi, oggettivamente, “in re ipsa”: “la verità è che resterò così per tutta la vita. Da tre anni sono costretta ad essere aiutata da qualcuno per fare ogni cosa. Non posso andare in bagno, non riesco a lavarmi i denti. Non posso fare nulla da sola. La notte sogno di correre e di saltare con la corda e quando mi sveglio mi rendo conto che ciò non potrà mai più accadere. Svegliarsi è un incubo”. Questa dichiarazione, altamente drammatica quanto purtroppo reale, rilasciata da una donna di appena trentacinque anni, con prole, sintetizza tutti i profili e le voci di danno delineate e codificate dal Legislatore italiano nella stesura dell’art. 138 del Codice delle Assicurazioni. Molteplici sono gli aspetti oggetto di consulenza medico legale volti a determinare l’entità del danno non patrimoniale in un ipotetico procedimento civile. Così come necessario al fine di valutare la maggiorazione del danno all’integrità psicofisica, sarà avvalersi di uno specialista che descriva e determini il danno estetico, analizzando le cicatrici, la di loro consistenza e tutte quelle avvenute modificazioni del modo di apparire ed essere ” della sig.ra Mullings da un punto di vista di comunicazione e relazioni interpersonali”. A tal fine, oltre ad un’attenta valutazione dello stato anteriore del soggetto macroleso, documentabile mediante idonea documentazione fotografica, si dovranno considerare le peculiarità mimiche e fisionomiche antecedenti in relazione anche alle condizioni sociali e culturali, alla personalità psichica e ai vari aspetti della vita di relazione fino ad allora condotta sia nell’ambito familiare quotidiano che nell’inserimento lavorativo e sociale.

Il danno estetico, pertanto, specialmente se va ad interessare parti del corpo quotidianamente “visibili” agli altri o fortemente connotate a livello simbolico, può andare ad intaccare pesantemente il senso di autostima personale ed interferire negativamente con la vita di relazione. E’ dunque evidente la stretta correlazione che intercorre tra l’accertamento e la quantificazione dei postumi sotto il profilo della lesione all’integrità psicofisica in presenza di gravi lesioni estetiche e la valutazione del danno psichico subito dalla vittima in conseguenza della menomazione e/o deformazione subita. Il secondo, eclatante per il nostro Paese, è il “Caso Linate”. L’8 ottobre 2001, all’aeroporto di Milano-Linate vi fu una terribile collisione tra un aereo di linea in fase di decollo e un piccolo aereo di una compagnia privata che, forse causa la fitta nebbia, entrò erroneamente nella pista di decollo dell’aereo di linea. Causa l’impatto, l’aereo di linea terminò la propria corsa contro l’edificio adibito allo smistamento dei bagagli situato sul prolungamento della pista. In conseguenza dell’incendio morirono tutti gli occupanti di entrambi gli aerei (piloti e passeggeri) e quattro addetti allo smistamento bagagli al lavoro nel reparto. Un quinto addetto ai bagagli si salvò, si tratta dell’unico sopravvissuto al disastro, che ha riportato ustioni sulla quasi totalità del corpo ed è stato sottoposto a oltre sessantatre interventi chirurgici. Le ustioni conseguenti alle fiamme propagatesi nell’hangar hanno cambiato per sempre l’aspetto esteriore, i muscoli (non riesce a tenere bene neppure la forchetta per mangiare), non ha più ciglia né palpebre: Il suo corpo è completamente devastato. La Cassazione, con sentenza del 20 febbraio 2008, ha confermato le condanne inflitte agli imputati dalla Corte di Appello di Milano il 7 luglio 2006. La moglie, che ha lasciato il lavoro di infermiera per accudire il marito, ha dichiarato ad Andrea Galli del Corriere della Sera, in una intervista pubblicata il 7 ottobre 2011: “non manca chi mi ferma per dirmi che è meglio se moriva e che, insomma, girare conciato come un mostro…”. Non occorre scomodare il “Frankenstein” di Mary Shelley per comprendere il calvario cui è quotidianamente sottoposto il sopravvissuto al disastro di Linate. Vogliamo concludere il nostro contributo, citando l’enigma che alcuni pescatori sottoposero ad Omero, morente sull’Isola di Ίος, e che il sommo poeta non riuscì a risolvere: “Quello che noi abbiamo preso, l’abbiamo lasciato; quanto non abbiamo preso, ce lo portiamo”. La risposta banale è: “le pulci” ma una lettura più filosofica e adeguata alla terra del “λόγος”, interpreta la prima parte dell’enigma con il concetto di “apparenza” (ciò che una volta preso, viene poi lasciato) e la seconda parte con il concetto di “conoscenza” (ciò che una volta preso, lo portiamo con noi). Ecco l’importanza di valutare approfonditamente, sotto un profilo medico (e) legale, l’aspetto esteriore e ciò che appare per poi conoscere e valutare le conseguenze di ciò che abbiamo perso e che non portiamo più con noi per fornire un “integrale risarcimento del danno ma non oltre” al danneggiato.

 

 

 

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