CONCORSO DI COLPA DEL PEDONE

Bologna: l’avvocato commenta

Sentenza n. 21479/2015 Trib. Bologna

Tra “E luce fu” e “camminare a fari spenti nella notte”: caduta in una buca e concorso di colpa del pedone in un circolo di Bologna

L’importanza del ruolo degli avvocati in sede di discussione orale della causa

 

Il caso

Bologna, aprile 2007, mezzanotte circa, un pedone si trova all’inteno di un noto circolo ricreativo culturale di Bologna per trascorrere una serata in compagnia di alcuni amici. Mentre sta passeggiando, mette un piede in una buca e, cadendo, si procura lesioni, consistite nella “frattura del malleolo tibiale posteriore con sublussazione della tibia astragalica e frtatura ridotta in gesso”, quantificate nella misura del 7-8%, rientranti nelle cosiddette micropermanenti, a titolo di invalidità permanente. Gli avvocati del circolo e della compagnia di assicurazione, terza chiamata in causa a manleva da parte dell’assicurato, hanno contestato la dinamica, eccependo, in subordine, l’apporto colposo del danneggiato ai sensi dell’art. 1227 primo comma c.c.

 

La decisione

Il Giudice, dopo aver concesso i termini di cui all’art. 183 sesto comma c.p.c., ha ammesso le prove testimoniali richieste dalla difesa di parte attrice e, all’esito, ha disposto CTU medico legale. Ritenuta la causa matura per la decisione, il Giudice ha fissato udienza ex art. 281 sexies c.p.c.. Il Tribunale di Bologna, dopo discussione orale tra gli avvocati delle parti, nella quale gli avvocati della compagnia hanno portato all’attenzione del giudicante il negligente colposo posto in essere nell’occorso dal pedone, nonché l’evidenza documentale dello stato dei luoghi, tale da ritenere sussistente una responsabilità esclusiva dello stesso (peraltro socio del circolo), ha emesso sentenza, pubblicata nel dicembre 2015, in cui ha, da un lato, accertato la responsabilità del circolo convenuto ex art. 2051 c.c. e, dall’altro, ritenuto sussistente il concorso colposo dell’attore nella misura del 50% ai sensi e per gli effetti dell’art. 1227 primo comma c.c. La sentenza, seppur non notificata, è comunque passata in giudicato non essendo stato proposto appello nel termine di 6 mesi di cui all’art. 327 primo comma c.p.c.

 

Il commento

Il Tribunale di Bologna ha ritenuto sussistente la responsabilità del circolo convenuto ex art. 2051 c.c., in qualità di custode, in quanto “in quelle condizioni di tempo e di luogo (orario notturno e tipologia della pavimentazione), la buca, da cui ha tratto origine la caduta dell’attore, “costituiva un ostacolo potenzialmente lesivo e quindi intrinsecamente pericoloso” (così pag. 3 sentenza). Secondo il percorso motivazionale compiuto dal Tribunale di Bologna la responsabilità in capo al circolo convenuto “ancorchè non proprietario dell’area, in virtù di concessione ottenuta dal Comune di Bologna”, nasce dal fatto che l’associazione era “l’ente che ne aveva la disponibilità materiale e, soprattutto, era quello che meglio poteva attivarsi per segnalare eventuali opere di manutenzione o, quantomeno, poteva tenere gli accorgimenti minimi per impedire eventuali danni agli avventori” (così pag. 2 sentenza). In particolare, all’esito dell’espletata istruttoria orale e delle produzioni documentali in atti, la responsabilità in capo al circolo si fonda sui seguenti elementi di fatto: in primo luogo la natura della pavimentazione presente nella zona in cui si è verificata la caduta, costituita da “ciottoli di fiume”; in secondo luogo dal fatto che la sconnessione ivi presente, da cui era scaturita la caduta del pedone si trovava in prossimità di un “fittone presente in loco” e quindi in “un’area abbastanza circoscritta”; da ultimo la scarsa illuminazione dell’area, a cui non fu di ausilio la limitrofa illuminazione pubblica ivi presente. Fattori tutti, confermati in sede di prova orale dal teste escusso, che hanno “giocato” a favore del riconoscimento di responsabilità del circolo convenuto. La decisione è conforme alla giursiprudenza in materia, come confermato dalla recente pronuncia della Suprema Corte (ex plurimis ordinanza 11 maggio 2017 n. 11526), secondo cui ”in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c. è onere del danneggiato provare il fatto dannoso ed il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno e, ove la prima sia inerte e priva di intrinseca pericolosità, dimostrare, altresì, che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il verificarsi del secondo, nonché di aver tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l’ordinaria diligenza, atteso che il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo dello stesso danneggiato”. Il Tribunale di Bologna, dopo aver vagliato la sussistenza della responsabilità da cose in custodia, ha valutato altresì l’apporto colposo del danneggiato nella causazione dell’occorso, come sostenuto dalla difesa dell’ente convenuto e della compagnia di assicurazione. Ricordiamo che “nel giudizio avente ad oggetto la richiesta di condanna della parte convenuta ai sensi e per gli effetti dell’art. 2051 c.c., il presunto concorso del danneggiato ex art. 1227 c.c. non si configura né come domanda nuova né come eccezione in senso stretto, ma come mera difesa, di talché deve ritenersi proponibile dal presunto responsabile anche in sede di udienza di trattazione. Sul punto la giurisprudenza è unanime (si vedano Tribunale Trento, 22 settembre 2016; Tribunale Torre Annunziata, 19 maggio 2014), nel ritenere che “l’art. 1227 primo comma c.c. si colloca nell’ambito del nesso di causalità ed è un corollario del principio della causalità, per cui il danneggiante non può rispondere di quella parte di danno che non è a lui causalmente riferibile, pertanto non sussistono motivi per affermare l’inapplicabilità del concorso di colpa del danneggiato a casi che siano ricostruiti in termini di responsabilità ex art. 2043 c.c. o che siano ricostruiti in termini di responsabilità oggettiva, nella quale rilevi unicamente il nesso causale. Inoltre, il comportamento colposo del danneggiato, rilevante ex art. 1227 primo comma c.c., non concreta un’eccezione in senso proprio, ma una semplice difesa, che deve essere esaminata anche d’ufficio dal giudice, attraverso le opportune indagini sull’eventuale sussistenza dell’incidenza causale dell’accertata negligenza nella produzione dell’evento dannoso, indipendentemente dalle argomentazioni e richieste della parte, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto su cui si fonda il comportamento colposo del danneggiato”. Dalla espletata istruttoria, in specie dall’escussione del teste indotto da parte attrice, è emerso come l’attore fu “visto lì almeno un paio di altre volte”, con la conseguenza che il pedone non poteva non conoscere la natura della pavimentazione e non poteva, altresì, non sapere che la stessa fosse costituita da ciottoli di fiume e quindi fosse intrinsecamente pericolosa. In questo caso il Tribunale ha inoltre preso in esame come il fattore “distrazione” non fosse tale da esimere da responsabilità il circolo convenuto ma ha certamente inciso nell’ascrivere al danneggiato la pari concorrente responsabilità nell’occorso, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1227 primo comma c.c.. Basti pensare che la recentissima giurisprudenza di merito (per tutte: Tribunale Ascoli Piceno, 21 luglio 2017) è concorde nel ritenere come ”nella responsabilità per danni cagionati da cose in custodia, costituisce circostanza idonea ad interrompere il nesso causale e, di conseguenza, ad escludere la responsabilità del custode di cui all’art. 2051 c.c., il fatto della vittima la quale, non prestando attenzione al proprio modo di camminare, in un luogo illuminato a causa dell’ora dell’evento, scivoli mettendo il piede su un gradino non perfettamente completo (oggettivamente percepibile) con successiva caduta. Si configura in tale evenienza un caso fortuito escludente la suddetta responsabilità del custode”. E se poi, come statuito da una più risalente pronuncia emessa dal Tribunale di Milano il 22 febbraio 2011, “il giudizio sull’autonoma idoneità causale del fattore esterno, estraneo alla cosa, va ovviamente adeguato alla natura della cosa ed alla sua pericolosità, nel senso che tanto meno essa è intrinsecamente pericolosa e quanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo (costituente fattore esterno) nel dinamismo causale del danno, fino ad interrompere il nesso eziologico tra cosa e danno e ad escludere dunque la responsabilità del custode ai sensi dell’art. 2051 c.c.”, ecco che allora se il Tribunale di Bologna avesse preso in esame e dato maggior peso alla circostanza che l’attore era, all’epoca dei fatti, socio del circolo (così come sostenuto in comparsa e costituzione dalla difesa della assicurazione chiamata in causa e confermato dalla tessera di iscrizione, prodotta sempre dalla terza chiamata con memoria ec art. 183 sesto comma n. 2 c.p.c.) la domanda avrebbe dovuto, a nostro modesto avviso, essere respinta in quanto l’imprudente   comportamento tenuto dal danneggiato era tale da interrompere il nesso causale tra la cosa e il danno con conseguente esclusione di ogni responsabilità del custode (in senso conforme Cass. Civ. n. 999/2014; Cass. Civ. n. 23919/2013; Cass. Civ. 21727/2012; Cass. Civ. 19154/2012; Cass. Civ. 4476/2011; cass. Civ. n. 4279/2008). Peraltro, essendo il circolo di cui l’attore faceva parte, un’associazione non riconosciuta regolata dalle norme del Codice Civile di cui agli artt. 36 e segg. del Codice civile, egli, quale socio, aveva diritto di partecipare alle assemblee e quindi alle decisioni dell’associazione. In quanto socio egli quindi aveva anche l’obbligo di occuparsi e preoccuparsi della situazione dei locali in cui venivano poste in essere le attività di intrattenimento e culturali del Cassero stesso. Egli pertanto aveva l’obbligo di partecipare alla manutenzione ordinaria dei locali in cui il circolo svolgeva e svolge la propria attività e in particolare quindi di intervenire per evitare eventuali situazioni di pericolo delle strutture murarie, e ciò ammesso e non concesso che sia vera la tesi di parte attrice. Sul punto, il Tribunale di Bologna si è invece limitato a ritenere la “concausa paritaria nell’evento dannoso” da parte dell’attore che, conoscendo lo stato dei luoghi, avrebbe dovuto portarlo “ad una maggiore attenzione e prudenza negli spostamenti” (pag. 5 sentenza).

 

Avvocato Massimiliano Fabiani

Studio Legale Bologna Mazzucato Matassa & Tonioni

Associazione professionale fra avvocati Bologna

 

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